Il Segugio della Transilvania – in ungherese Erdelyi kopò – ha origini misteriose, così come del resto la Transilvania, resa celebre nel mondo nel 1897 quando fu scelta dallo scrittore Bram Stoker come terra natale del suo celeberrimo personaggio e dell’omonimo libro, Dracula.  La Transilvania è una regione storica centro-occidentale dell’odierna Romania e prende il nome dal latino – vista anche la lunga dominazione romana da cui appunto il nome dello stato, Romania – Trans silva (trans, ossia oltre, e silva, cioè foresta). I romeni chiamano la Transilvania (che fece per secoli parte dell’Ungheria) per l’appunto Transilvania oppure Ardeal e anche Erdély, i tedeschi Siebenbürgen e gli ungheresi Erdély. Da notare che anche Erdély ricalca il nome latino e significa pari pari “Oltre la foresta” e che il  Regno d’Ungheria ancora mille e passa anni dopo Roma nei documenti in latino citava Transsilvania. Il primo documento in cui fu usato il termine Ultra silvam, cioè “oltre la foresta”, riferendosi a quest’area, risale al 1075. Il termine Partes Transsylvanæ (“zone oltre la foresta”) risale allo stesso secolo, nella Legenda Sancti Gerhardi Episcopi.

Terminiamo questa breve presentazione per ricordare che la Transilvania fu occupata/popolata da genti provenienti da quasi ovunque. Ai potenti daci si aggiunsero i conquistatori romani, poi sarmati, germani (poi tedeschi), alani russi, longobardi, bulgari, magiari (poi ungheresi), slavi, unni,  turchi-tatari (quindi anche mongoli) e così via. Tutti questi popoli arrivati lì avevano cani e quindi possiamo dire che indicare l’origine dell’Erdelyi kopò, ossia il Segugio della Transilvania, è impossibile perché c’è troppa confusione. Anzi, volendo essere precisi si fa confusione pure con il nome di questa razza in quanto kopò letteralmente non significa segugio ma cane, così come kutya. Segugio in ungherese si dice in realtà vadászkutya. Comunque sia, non si menzionano i cani italiani fra quelli che contribuirono alla nascita de Segugio della Transilvania, e crediamo sia un errore. Non dimentichiamo che i romani si stabilirono in quella che poi divenne la Romania (Transivania inclusa) non solo militarmente ma con coloni, bestiame e cani, dando vita a centri romanizzati che sopravvissero ben dopo la caduta dell’impero romano. Perché non avrebbero dovuto portare con sé anche i loro segugi?

Non solo, oltre un millennio dopo, Mattia Corvino (1443-90) – grande sovrano del Regno di Ungheria, che allora comprendeva la Transilvania –, parlava anche la nostra lingua, aveva continui rapporti con i regni d’Italia e invitò molti studiosi italiani a stabilirsi a corte a Buda (poi Budapest): fra questi Antonio Bonfini, Pietro Ranzano, Marsilio Ficino, Bartolomeo Fonzio. E poi Galeotto Marzio, Taddeo Ugoleto e Francesco Bandini i quali contribuirono alla creazione della Bibliotheca Corviniana, una delle più grandi raccolte di libri d’Europa dell’epoca. Con il patrocinio di Mattia Corvino, l’Ungheria divenne il primo regno ad abbracciare il Rinascimento italiano, tanto che intorno al 1479 quando decise di costruire due nuove ali e un giardino pensile nel castello reale di Buda, e il palazzo di Visegrád fu ricostruito in stile rinascimentale, nominò l’italiano Chimenti Camicia per dirigere questi progetti. Commissionò ai principali artisti italiani della sua epoca l’abbellimento dei suoi palazzi: a esempio, lo scultore Benedetto da Majano e i pittori Filippino Lippi e Andrea Mantegna lavorarono per lui. Ingaggiò anche l’ingegnere militare italiano Aristotele Fioravanti per dirigere la ricostruzione dei forti lungo la frontiera meridionale.

Il Mátyás Kútja, gruppo di fontane monumentali del Castello di Buda, a Budapest. Raffigura re Corvino e fu costruito tra il 1899 e il 1904, quando il Segugio della Transilvania era già raro e utilizzato ancora solo in Transilvania. Infatti gli scultori Alajos Stróbl e Alajos Hauszmann presero spunto da altre razze più comuni.

Non solo, ultima cosa ma certo non ultima come importanza, la sua terza e ultima moglie, e quindi regina d’Ungheria e di Boemia, fu la napoletana Beatrice di Napoli (1457-1508), figlia di Ferdinando I di Napoli e Isabella di Clermont. Il matrimonio assicurò un’alleanza tra Regno di Ungheria e di Napoli: nel 1480, quando una flotta ottomana conquistò Otranto nel Regno di Napoli, Corvino mandò il generale Blaise Magyar con le sue truppe e liberò la fortezza, e la stessa cosa fece nel 1488 mettendo sotto la sua protezione Ancona, occupandola con una guarnigione ungherese. A quell’epoca i re e i nobili, quando non facevano guerre, andavano a caccia e vale sia per Ferdinando I sia per Mattia Corvino ed era la norma donarsi a vicenda cani da caccia. Pertanto, difficile pensare che i segugi italiani, validi quanto gli altri, non siano arrivati in Ungheria accoppiandosi poi con i Segugi della Transilvania dell’epoca. A proposito, sappiamo che re Mattia Corvino – grande appassionato di cani Kuvasz ma pure di altri tipi come questo segugio (altri appassionati famosi erano le famiglie Rákóczi e Zrínyi) – ne donò a Vlad Tepes Dracula, principe della confinante Valacchia ed eroe nazionale della Romania (per avere fermato per anni la conquista turco-ottomana), il quale tra l’altro già ne aveva di suoi. Vlad Tepes, come già accennato, fu la base del mitico conte Dracula, ma visse realmente nel XV secolo. Pare che Vlad Tepes li usasse anche per rintracciare i bracconieri, come fece effettivamente la Gendarmeria romena negli anni Quaranta del XX secolo per rintracciare gli oppositori.

Statua di Vlad Tepes con uno dei suoi cani da caccia, Brasov, Transilvania.

Secondo la ricerca di due studiosi, János Matolcsi e Andor Standeisky, i Segugi della Transilvania avrebbero avuto origine dall’accoppiamento tra i cani celtici e i cani detti Tatar. Difficile seguire la loro tesi, e per vari motivi. Il primo è che i celti erano molto diffusi e quindi l’ipotesi è molto vaga. Non potevano essere celti della penisola italiana in quanto già sottomessi e inglobati da Roma; e neppure della Gallia, anch’essa ormai facente parte dell’impero. C’erano però tribù celtiche in Dacia e Tracia prima e dopo l’invasione romana e pertanto probabilmente si intendono i cani autoctoni di questi, che potevano benissimo essere anche segugi. I cani Tatar non si deve pensare fossero quelli dei tartari, ossia una fazione della popolazione mongola, in quanto provenivano dalla zona di Tatar – o Tatarstan, oggi facente parte della Federazione Russa – nonché da quella di Kostroma e dell’omonima provincia, anch’essa russa.

Secondo i due ricercatori succitati, questi Tatar sarebbero nati in quelle zone oggi russe dall’incrocio tra Laika e cani dell’Asia centrale di popolazioni turche, e portati in Pannonia (oggi Ungheria) nel IX-X secolo dai magiari, poi detti ungheresi. Per inciso, i tartari praticavano un tipo di caccia ben differente da quella del mondo occidentale, in quanto le battute venivano organizzate attentamente e con la partecipazione estremamente disciplinata di migliaia o decine di migliaia di cacciatori a cavallo che accerchiavano enormi aree di pianura e quasi prive di boschi – delle dimensioni di una nostra provincia – stringendo man mano il cerchio fino ad ammassare tutta la selvaggina in un’area ristretta, in cui veniva sterminata finché non si reputava fosse bastante. Poi la si divideva fra i cacciatori. Non servivano segugi dal grande fiuto ma cani che cacciassero a vista e fossero resistenti nella corsa. Comunque sia, dai  cani celtici/cani tatar sarebbe nato un cosiddetto segugio pannonico, progenitore degli attuali Segugio della Transilvania e Vizsla.

Cane mongolo della taiga, di Giuseppe Castiglione, XVIII secolo.

L’Erdelyi kopò (in romeno Copoi ardelenesc) o Segugio della Transilvania oggi, un tempo veniva chiamato  kopò,  copou,  capou e con altri nomi, tutti però traducibili semplicemente in “cane”. La prima citazione è del 1237: Vdornici de uilla Borost quorum nomination Itol Copou, seguita nel 1240 da Quorum nomina sunt hec Copo Bene Ceke, nel 1293 da Iwau Leseu Kopou Nuzo Nertheu Lukeu et Thuzon. servientes, nel 1293 da Nuzo servientes eiusdem Alexandri Predictus Alexander Iwan. Leseu. Kopou, e poi da altre. I segugi in Transilvania, e non solo lì, venivano impiegati – raramente da soli e solitamente tre-cinque o molti di più, a seconda del tipo di preda cacciata – praticamente per tutte le prede selvatiche incluso il lupo, cervo, orso e cinghiale e anche per specie poi estintesi localmente come l’alce, il castoro e il bisonte europeo, oppure del tutto come l’uro (Bos taurus primigenius), un grande e bellicoso bovino selvaggio che ancora nel XIII secolo era presente in Transilvania, Moldavia, Polonia, Lituania e Prussia Orientale. Quando il loro numero divenne bassissimo la caccia cessò, con pena di morte per i bracconieri, ma ormai era tardi. Nel 1564 ne furono contati in tutto solo 38 esemplari. L’ultimo uro visto vivo, una femmina, morì nel 1627 nella foresta di Jaktorów, in Polonia.

In Transilvania in quei secoli i segugi, così come qualsiasi altro tipo di cane nel mondo, non erano certo tutti identici poiché semplicemente all’epoca non esistevano gli standard. Anzi, non esistevano neppure gli enti cinofili. E neanche venivano chiamati con un solo nome, dipendeva dalla località, infatti fino al 1729 era chiamato cane ungherese, segugio della foresta, segugio transilvanico dalle lunghe zampe, segugio nero della Transilvania, segugio rosso, segugio dalle zampe corte e così via.

Si dice appunto ne esistessero due tipologie, una dalle zampe lunghe e una dalle zampe più corte e più bassa e leggera, tuttavia ricordiamoci però che i Carpazi, ossia la catena montuosa che attraversa anche la Transilvania, non sono certo le Alpi quanto ad altezza. I rilievi della Transilvania, che è un altopiano, hanno un’altitudine che varia dai 300 ai 500 metri, e più in basso c’è la pianura Pannonica. Insomma, secondo i canoni italiani sarebbero colline, e neppure alte. Non parrebbe pertanto assolutamente necessaria la selezione e l’utilizzo di due varietà della stessa (futura) razza. Forse le due varietà erano scelte personali di alcuni e in determinate zone, anche accoppiandoli con cani similari che poi diedero vita al Segugio Slovacco, Cane da caccia austriaco, Segugio di Szávavölgyi e all’ungherese Macar kopoy poi diffusosi in Turchia. Oggi la FCI riconosce solo la versione a zampe lunghe, ma alcuni allevatori mantengono la selezione del segugio similare a zampe corte e vorrebbero venisse riconosciuto come ulteriore razza ungherese.

Come accennato prima, questi cani, soprannominati spesso Fekete magyar kopót ossia Cane nero ungherese, famosi per l’olfatto e il coraggio – si tratta infatti di cani determinati, non facili a spaventarsi anche dopo essere stati colpiti o feriti durante la caccia – avevano appassionati fruitori e allevatori nella famiglia Rákóczi e in particolare in György Rákóczi I (1593-1648), principe della Transilvania dal 1630 alla sua morte. In quei tempi il Segugio della Transilvania era molto diffuso e fra coloro che li usavano maggiormente ci furono: il conte e grande proprietario terriero transilvano István Thököly (1623 -70), il quale li impiegava a caccia anche nella zona di Késmárk, nell’attuale Slovacchia; il principe di Transilvania  Mihály Apafi I (1632-90), famoso per la sua muta di 54 Vizsla, 83 Segugi della Transilvania e 25 levrieri; lo scrittore conte Sándor Újfalvi, cacciatore di cinghiali e orsi ritratto in un quadro di György Vastagh insieme ad alcuni suoi cani.

Il conte Sándor Újfalvi con i suoi Segugi della Transilvania dopo una caccia al cinghiale.

La prima descrizione scritta di questo segugio fu fatta nel 1829 da Pák Dienes sulla pubblicazione Vadászattudomány. Nel 1901 l’articolo Die Siebenbürger Bracke (Siebenbürger era il nome tedesco della Transilvania), apparso sulla rivista tedesca venatoria Waidmannsheil! Citava: I signori del paese organizzavano cacce ben progettate, che duravano diversi giorni, anche settimane, con la partecipazione dei servi che sono stati utilizzati e alcuni cani sempre al guinzaglio (…) Mio padre, che era nato nel 1798, ancora all’età di 84 anni mi raccontava della caccia al bisonte a cui partecipò mio nonno sulla montagna di Ghurghiului. I segugi erano forti e hanno spinto l’enorme bisonte portandolo fino alla linea di fuoco. Sia mio nonno che mio padre dicono che è sempre stato così (…) erano arrivati nel paese cani stranieri, ma non potevano sopportare il confronto con la razza ben selezionata del segugio della Transilvania. I nostri segugi si sono diffusi in tutta la Transilvania. I cacciatori di città e dei villaggi, così come i normali cacciatori, lo usano ancora oggi. Troviamo segugi di alta qualità nelle aree montuose e forestali del tratto più esteso del paese. I cani sono generalmente chiamati Jagdhund o brackirer, raramente Bracke. Gli ungheresi-lo chiamano kopó, da cui il nome “copoi” derivante dalla lingua rumena. I sassoni di Transilvania li chiamano come Jochtangd (Jagdhund N.d.A.)… Quella citata, a cui partecipò il nonno dell’autore di questo scritto, dovette essere una delle ultime al bisonte, poiché nel 1790 fu ucciso l’ultimo esemplare, appunto in Transilvania.

Purtroppo le opere di bonifica delle zone paludose e i grandi disboscamenti delle foreste ungheresi causarono la perdita di molti habitat adatti alla fauna e la conseguente drastica diminuzione di questa, con il risultato anche dell’inutilità del Segugio della Transilvania a partire dal XIX , che continuò a essere usato in buon numero solo su queste montagne, ancora ricche di boschi e selvaggina.

Cinghiale pesante 320 kg, abbattuto in Transilvania nel 1934.