(segue dalla prima parte) Elliott Barker – cacciatore, guida e poi guardiacaccia statale e infine direttore del Dipartimento  della caccia e pesca del New Mexico – fino al 1953 aveva il compito di abbattere i predatori e difatti uccise puma, bobcat e orsi nel Vermejo Park avvalendosi dei suoi quattro cani, ossia un segugio e tre Airedale. Un suo Airedale addirittura cacciò fino a 18 anni di età.

Muta di Airedale Terrier con le pelli dei puma cacciati, dal libro The American Hunting Dog di Warren H. Miller, 1929 circa.

L’Airedale Terrier nel Nord America incontrò una agguerritissima concorrenza essendoci lì molti tipi di cani usati nella caccia non solo “grossa”, ma anche per specie molto diffuse e comunemente ricercate come alimento, per esempio lo scoiattolo, tasso, opossum e procione. Ricordiamo che in Gran Bretagna l’Airedale e tutti gli altri cani terrier non sono mai stati impiegati per costringere la selvaggina a rifugiarsi sugli alberi, semplicemente perché le uniche specie arboricole sono la martora (un tempo cacciata, ma con le trappole in quanto animale definito nocivo e per la pelliccia, quasi in estinzione in Gran Bretagna però ora protetta e in lenta ripresa) e lo scoiattolo rosso (cacciato per la pelliccia e molto meno per la carne, oggi ridottissimo e minacciato dall’alloctono scoiattolo grigio americano).

Nel Nord America invece queste specie venivano attivamente cacciate dai nativi. Anzi, gli europei arrivati nel continente impararono proprio dai nativi l’alimentazione con carne di scoiattolo, animale presente a decine o centinaia di milioni di esemplari, gustoso e grasso – ma evitando di mangiare il cervello, spesso portatore di malattie gravi –, pesante un buon mezzo kg e in certi periodi facile da catturare, specialmente quando nuotano per spostarsi in nuovi territori, divenendo preda di cani ottimi nuotatori come appunto l’Airedale Terrier. L’opossum e il tasso americano possono arrivare anche a 7-8 kg di ottima carne e grasso – il primo si rifugia sugli alberi, il secondo no. I terrier britannici quindi erano e sono validi per lavorare sottoterra e sopra, ma non per spingere le prede sugli alberi, anche se potrebbero farlo, ma mai come i cosiddetti cani coonhound americani selezionati per quello. Sottolineiamo che, ovviamente, nonostante siano definiti terrier, né l’Airedale o il Pitbull o l’Amstaff e altre razze sono cani da tana per via delle dimensioni.

Per chiudere, seppure in Nord America i cani da tana vengano anche usati, i rischi che corrono sono molto alti. In Gran Bretagna ci sono tre specie di serpenti autoctoni, di cui uno solo velenoso ossia la vipera berus, lunga poco più di mezzo metro e con un veleno limitato – nell’isola ci sono stati solo quattordici decessi noti dal 1876 al 1975, e poi basta –, anche se pericoloso per i piccoli cani che si imbattano con le vipere nelle loro tane sotterranee. Ma non è nulla ripetto ai serpenti nordamericani, tra cui i serpenti a sonagli che possono superare i due metri di lunghezza e i 10 kg di peso, dal veleno molto più letale e che hanno tane sotterranee, in certi periodi persino con decine o centinaia di esemplari presenti nello stesso cunicolo. Pessimo incontro sotterraneo per un cane.

Serpente a sonagli lungo oltre due metri ucciso nel settembre 2009 a St. Augustine, Florida.

Per quanto riguarda il procione, le tribù algonchine, e in particolare i powathan, lo chiamavano ahrah-koon-em, che significa “colui che strofina, lava e graffia con le mani”. In effetti il procione ha la tendenza a lavare alcuni cibi nell’acqua e per questo viene chiamato anche orsetto lavatore. Anzi, il procione vive sempre in zone ricche d’acqua, dove si rifugia se minacciato, e questo spiega perché i cani coonhound abbiano quasi tutti i piedi palmati. I nativi americani cacciavano e mangiavano questo animale, e lo stesso fecero poi i bianchi. Anzi, la carne del procione era considerato una pietanza da giorno di festa, e anche relativamente abbondante per una famiglia poiché il peso del procione è mediamente di circa 3-9 kg. Raramente arrivano a 14 kg, comunque il record è quello di un maschio di 28,5 kg.

Giovane Airedale Terrier dell’Allevamento Del Ciolo.

Se si somma a questo il fatto che ha una bella pelliccia (ogni pelle vale circa 15 dollari) e che è onnivoro, nutrendosi di ciò che trova in natura ma anche di pannocchie di granturco e altri prodotti dell’agricoltura nonché di polli e conigli allevati dall’uomo, si capirà che la sua caccia fosse e sia diffusa. Soprattutto la caccia per le pelli causò una grande riduzione del numero di procioni e nel 1930 erano considerati rari, anche se ne venivano uccisi circa 400.000 l’anno.

Poi il loro numero, per via dello sterminio dei loro predatori, cominciò a salire notevolmente, con una media di un milione l’anno abbattuti negli anni ’40, del doppio negli anni ’50, di oltre 5 milioni negli anni ’70 e di oltre 4 milioni di procioni abbattuti negli anni ’80. Attualmente ogni anno negli Stati Uniti i cacciatori uccidono 1-2 milioni di questi animali. Vi abbiamo fornito questi dati per spiegarvi il perché negli Stati Uniti ci siano così tante razze e tipi di cani selezionati per la caccia ai procioni.

In Africa, il già citato Shelley addestrava i suoi cani con l’aiuto di giovani leoni ottenuti localmente. I cani venivano addestrati a seguire solo l’odore del leone e li si aizzava contro di loro attraverso le sbarre della  gabbia. Addestrò i suoi cani a ignorare iene e sciacalli, addestramento vitale poiché questi ultimi spesso seguivano le tracce dei leoni per cercare di rubargli i resti delle loro prede. Shelley presto addestrò la muta a cacciare leoni, leopardi e ghepardi. I cani da combattimento non servivano a fiutare le tracce della preda ma accompagnavano gli altri nella caccia, trattenuti al guinzaglio da indigeni. Shelley e il suo gruppo di cacciatori uccisero ventisette leoni in sei settimane, nove in un giorno. I segugi li trovavano e i cani da combattimento venivano liberati solo quando si rintanavano tra i cepugli e non era possibile sparargli. Il leone più grande ucciso era alto 125 cm alla spalla e misurava 325 cm dal naso alla punta della coda, eppure i cani da combattimento non esitarono a ingaggiare un animale così enorme.

Ma non era la razza a fare il migliore cane: quello più straordinario usato da Shelley era un piccolo Australian Cattle Dog: Poteva fiutare quasi quanto un segugio e, quando si trattava di combattere possedeva il potere e aveva il coraggio di costringere un leone da un posto all’altro in una fitta vegetazione, mentre mute di buoni cani non ci riuscivano. Questo cane fu successivamente utilizzato dal collega di Shelley, Rainey, per spingere sia i leoni che i leopardi fuori da fitti canneti, dove l’intero branco di quaranta o cinquanta cani inclusi Airedale fallivano. C’è da dire che in questo tipo di caccia ciò che faceva la differenza era anche la mobilità del cacciatore e soprattutto il suo fucile, perché se i cani erano troppo avanti non potevano resistere molto davanti a un leone, che finiva per fuggire oppure li ammazzava.

Sempre Shelley nel suo libro racconta di una caccia a un leone antropofago, con settantacinque  battitori, dodici cani suoi, altri di Roy Stewart e di un altro, Bowker. Il gran caldo era un problema, e ancor peggio fu quando gli indigeni accampati per la notte furono spaventati dal leone lì intorno. Furono allora liberati gli Airedale Terrier di Bowker che nel buio e da soli, sebbene di poca esperienza e che mai avevano avuto esperienze con leoni, fecero allontanare il grande felino, tornando poi da soli all’accampamento. Il giorno dopo la caccia riprese, con i cani tenuti al guinzaglio tranne due molto aggressivi ed esperti, dal grande olfatto. Una volta fiutata la pista, furono liberati anche gli altri. Gli Airedale balzarono insieme ai segugi, ma alcuni furono confusi e tornarono rapidamente dal loro padrone. Il leone, pur inseguito dai cani, non andò verso i cacciatori. La battuta fu lunga, con i cani assetati e stanchi, di cui alcuni abbandonarono l’impresa per via della stanchezza o perché impauriti dal leone. Per la cronaca, dopo molte peripezie, Shelley mirò al leone in corsa distante addirittura circa 350 metri (per capire, la lunghezza di oltre tre campi di calcio!) e sparò cinque colpi, di cui l’ultimo colpì il felino, uccidendolo all’istante.

Er Myron Shelley con i cani e il leone antropofago ucciso.