di Simona Cupelloni *

Fin dai tempi più remoti i cani giapponesi venivano impiegati come ausilio nella caccia, essendo perlopiù di corporatura medio-piccola, con strutture e leve capaci di agili scatti e veloci riprese sui terreni discontinui e montuosi dei boschi delle isole del Giappone. La forma ben si adattava all’ambiente e alla funzione per la quale venivano impiegati e l’indole temeraria conferiva loro il giusto piglio per affrontare selvaggina di grossa mole come ungulati e orsi.

Prima metà del XIX secolo, cacciatore con cane.

Nella regione di Tōhoku, a nord dell’isola di Honshū, vive ancora oggi una piccola comunità prossima all’estinzione, chiamata Matagi, il cui principale mezzo di sostentamento è rappresentato dalla caccia. I cani usati in passato da questa ristretta e antica etnia di cacciatori sono ormai estinti, ma sarebbero proprio loro i progenitori dell’Akita attuale. L’Akita prende il proprio nome dalla zona di origine, la prefettura di Akita nella regione di Tōhoku; tuttavia fino al 1931, anno in cui fu proclamato monumento nazionale giapponese, anche all’interno della stessa prefettura veniva chiamato con nomi differenti a seconda della città o del distretto di appartenenza. Odate Inu, Nambu Inu, Kazuno Inu sono solo alcuni dei nomi che definivano i cani delle città o zone omonime aventi caratteristiche tra loro simili, ma differenti rispetto ad altri cani “regionali” che popolavano l’arcipelago.

Due esemplari di Akita, 1919.

Prima della definizione dello standard di razza avvenuta nel 1934 si può soltanto dire che esisteva una specie di cani che aveva certe caratteristiche simili come la coda a falce o arricciata, le orecchie piccole e diritte e le dimensioni medio-grandi, ma di certo non è corretto parlare di cani di razza Akita. È più opportuno parlare di specie di cani della regione di Akita, che per selezione naturale (ad esempio, pelo folto per sopravvivere al clima rigido) o artificiale da parte dell’uomo (cani selezionati per la caccia, per il combattimento, o per la guardia) tendevano ad assomigliarsi. È da questo ecotipo di cane che sono state estrapolate le caratteristiche per la costruzione dello standard dell’Akita e definite così le linee guida per l’allevamento e la selezione della razza. Durante la seconda metà del 1800, terminato il periodo di autarchia e a seguito dell’intensificarsi dei rapporti col mondo occidentale, i cani della regione di Akita furono ripetutamente incrociati con soggetti provenienti da Paesi stranieri, in particolare per aumentarne struttura e attitudine a cani da combattimento; in quel periodo il combattimento tra cani era infatti una delle forme di intrattenimento più in voga in Giappone.

Prima metà del XIX secolo, akita da combattimento.

Risulta facile immaginare il valore commerciale degli esemplari che ottenevano successi e l’interesse che muoveva certi allevatori, ben lontano dal preservare la specie bensì rivolto al mero tornaconto economico. Non solo, in quel periodo di grande apertura nei confronti di modelli socio-culturali, politici ed economici occidentali, qualsiasi cosa provenisse dall’Occidente possedeva un fascino esotico particolarmente attraente, animali compresi. Fu così che, in poco tempo, i cani occidentali diventarono di gran moda e l’imbastardimento (occasionale e non) con i cani indigeni divenne inevitabile.

Combattimento fra cani.

In pochi anni, persino nella città di Odate, ritenuta una delle roccaforti dei cinofili giapponesi, i cani locali iniziarono rapidamente a scomparire, tanto da rischiare l’estinzione; fu così che nel 1919 il Governo ritenne necessario inserire anche i cani nipponici tra le specie da preservare. Quando nel 1920 il dottor Shozaburo Watase – professore emerito del dipartimento di Scienze Naturali dell’Università Imperiale di Tokyo – si recò a Odate per individuare gli esemplari di cani locali rappresentativi della specie di Akita ma sfortunatamente trovò una tale disomogeneità tra i soggetti esaminati da non riuscire ad indicarne alcuno come riferimento.

Il problema del forte imbastardimento era stato causato da un’ordinanza nazionale del 1909, emessa con lo scopo di proibire il gioco d’azzardo nei combattimenti tra animali e che comportò il conseguente divieto dei combattimenti tra cani. Ciò fece immediatamente crollare il giro di interessi attorno ai cani di Akita, che nessuno pensò di riutilizzare per scopi diversi dalla lotta e che divennero solo un costo senza ritorno. Molti cani furono conseguentemente abbandonati e allora al fine di contrastare il randagismo, nel 1910 divenne obbligatorio registrare i cani di proprietà e fu introdotta una sorta di licenza di possesso dietro pagamento di una tassa per ogni cane posseduto. Questa licenza sortì l’effetto contrario a quello per il quale fu istituita e i fenomeni di randagismo aumentarono a dismisura a seguito dei tanti abbandoni, perché possedere un cane era diventato un lusso riservato a persone abbienti. Non solo, un’epidemia di idrofobia colpì in quegli anni il Paese e sterminò centinaia di cani, oltre ovviamente a costituire un pericolo per la pubblica incolumità.

L’esito negativo delle indagini di Watase sensibilizzò molti appassionati cinofili e tra questi l’allora sindaco di Odate, Shigeie Izumi, che nel 1927 istituì l’AKIHO (Akita Inu Hozonkai), una organizzazione per la tutela del cane di Akita. A seguire, nel 1928, il dottor Hirokichi Saito fondò la NIPPO (Nihon Ken Hozonkai), associazione per la salvaguardia delle razze canine giapponesi, nata con lo scopo di preservare il cane nativo nella forma più simile all’originale, ricercando gli ultimi esemplari esistenti nelle zone più isolate del Giappone e avviando un serio programma di recupero e selezione.

In effetti, nelle zone di provincia, soprattutto in alcuni territori montuosi e impervi, vivevano ancora esemplari di cani autoctoni che poco o nulla avevano subito il processo di imbastardimento. Alcuni di questi furono acquistati da appassionati proprio per contribuire al programma di restauro della specie e in questo contesto persino gli stessi combattimenti clandestini ebbero un ruolo significativo nel recupero di alcuni soggetti che possedevano ancora i tratti caratteristici dei cani originari. Soltanto nel 1931, quando il ministero della Pubblica Istruzione inviò a Odate un secondo gruppo di ricerca guidato dal dottor Tokio Kaburagi, fu individuata una decina di cani nativi caratteristici della specie da eleggere a patrimonio naturale, per la prima volta identificati e raggruppati sotto il nome di Akita Inu.Tuttavia fu evidente fin da subito che esistevano notevoli differenze tra gli esemplari e non fu semplice individuare un modello rappresentativo chiaro.

Il primo standard di razza per i cani giapponesi venne rilasciato dalla NIPPO nel 1934: semplicemente furono classificati per dimensione (piccola, media e grande), descrivendone alcuni tratti senza riportare particolari caratteristiche distintive. Come modello per la definizione dello standard NIPPO vennero usati i cani giapponesi di taglia media, perché erano quelli meno alterati da incroci e che presentavano caratteri uniformi rispetto ad altri. È del 1938, invece, il primo standard dell’AKIHO, che identificò e formalizzò i tratti tipici che dovrebbero possedere i cani di razza Akita. Ad esso fece seguito lo standard redatto nel 1948 dall’AKIKYO, altra importante organizzazione nata a tutela della razza. I tre standard sono sostanzialmente simili, se non per qualche differenza minore e per il livello di dettaglio con cui sono stati elaborati.

Purtroppo la fase di avvio al restauro del cane Akita subì l’influenza negativa della Seconda Guerra Mondiale; durante gli anni del conflitto, su richiesta delle stesse autorità locali, moltissimi cani furono confiscati e uccisi per farne cibo e pellicce per i militari giapponesi. Fu così che la razza Akita, già provata da decenni di imbastardimento e prossima all’estinzione, venne esposta all’ennesimo rischio di scomparsa. Alcuni esemplari scamparono a questa mattanza, perché spediti dai proprietari ad amici o parenti che vivevano in zone remote e poco accessibili, altri si cercò di confonderli e incrociarli coi Pastori Tedeschi, che essendo l’unica razza destinata ad usi militari non era oggetto di questo sterminio autorizzato.

Non è possibile stimare il numero di Akita sopravvissuti alla Guerra, ma due furono le linee di sangue che prevalsero sulle altre e da cui si ripartì, con i pochi soggetti rimasti, per fissare i tratti della razza: la linea Dewa, che in Kongo Go trova uno dei suoi migliori rappresentanti, e la linea Ichinoseki principalmente identificata in Goromaru Go. La linea Dewa si presentava d’aspetto piuttosto pesante rispetto a quella Ichinoseki, spesso con giogaia e labbra cadenti, con evidenti rughe di pelle sulla fronte e ai lati del muso, e di corporatura massiccia. Per questo, nonostante ebbe una certa notorietà nell’immediato dopoguerra, nel giro di pochi anni ad essa furono invece preferiti cani più leggeri e più vicini alla linea Ichinoseki che dettarono le prime basi su cui (ri)costruire l’Akita giapponese. Molti Akita della linea Dewa, che mostravano evidentemente il segno degli incroci con molossi, pastori tedeschi e altri cani occidentali, furono importati negli Stati Uniti da membri dell’esercito statunitense dove vennero molto apprezzati e divennero i capostipiti dell’Akita Americano di oggi.

Kongo Go Heiraku Do.

Goromaru Go.

Dopo la seconda guerra mondiale gli Akita furono incrociati con cani giapponesi di taglia media come l’Hokkaido, il Kishu e i pochi Matagi Inu rimasti per cercare di restituire alla razza alcune peculiarità primitive andate perse. In particolare si cercò di fissare quelle che erano le qualità essenziali (Honshitsu) e la sua espressione (Hyogen). Le qualità essenziali e l’espressione tenevano conto anche di aspetti intrinseci e caratteriali del cane, per cui un buon esemplare oltre a presentarsi con un’estetica semplice e non corrotta da segni di imbastardimento, doveva dimostrare caratteristiche quali buon temperamento (ryosei), dignità, compostezza e una sorta di spiritualità (kan – I) intesa come forza vitale, un misto di coraggio e calma (kishō).

Il processo di recupero di quello che era il cane di Akita è stato lungo e impegnativo e la scarsa omogeneità morfologica e caratteriale che ancora si osserva nei soggetti presentati durante eventi espositivi è segno di un percorso ancora in evoluzione. L’Akita è un cane dall’indiscussa fierezza, composto e sicuro di sé, di indole dominante e tempra piuttosto dura; è un cane primitivo e va rispettato nella sua diffidenza e apparente indolenza, sebbene troppo spesso si rischi di snaturarlo per modellarlo e renderlo adatto ad ambienti e contesti urbani a discapito delle sue qualità naturali. Come molti suoi simili, infatti, trova gratificazione nel gioco di branco o nel seguire una pista odorosa in natura, ma è tassativo concedere questi svaghi solo se si ha un buon controllo del cane anche sotto stimoli forti e/o ci si trovi con soggetti con cui l’Akita abbia familiarizzato fin da cucciolo. Gli va garantita una discreta e quotidiana attività motoria affinché possa avere una muscolatura tonica adatta alle sue dimensioni e un movimento fluido e non dinoccolato durante la corsa e gli allunghi.

È un cane che può essere motivato ad attività aerobiche di intensità medio-alta solo sollecitando istinti atavici; impensabile allenarlo seriamente facendolo correre lanciando una pallina come si fa per alcune razze da utilità. In Giappone, dove l’allevamento viene esercitato in spazi spesso angusti con inevitabile poca possibilità di movimento, è d’uso allenarlo al trotto condotto legato ad una bicicletta. L’Akita moderno non ha la resistenza e l’elasticità di movimento ideali per svolgere attività venatorie come i suoi avi e, più in generale, non viene selezionato come cane da lavoro né per essere impiegato in particolari attività, sebbene ci siano esempi di soggetti occupati in discipline sportive o nella ricerca olfattiva, in cui contrariamente alle aspettative si sono registrate buone performance.

A oggi, dunque, non è possibile individuare criteri di allevamento morfo-funzionali che indirizzino questi cani ad un particolare compito. L’Akita è una razza di origine relativamente recente, nata da incroci finalizzati a creare cani di taglia più grande e massiccia che fossero principalmente impiegati come cani da combattimento, e sebbene poco piaccia resta questa la principale funzione per cui fu selezionato. Cani più robusti erano desiderati anche per essere d’aiuto nel traino di piccoli carri e aratri, ma il valore commerciale di un cane era tanto più alto quanto più spiccata fosse la sua predisposizione al combattimento, ed era verso questo fine che si indirizzava la selezione. Vien da sé che tale funzione non è certo tra gli obiettivi dell’allevamento moderno; l’indole dei cani in riproduzione è rigorosamente sotto controllo e si preferiscono cani con doti di docilità più spiccate, visto che nel tempo l’Akita è diventato soprattutto un cane da compagnia e per famiglia. La decisa territorialità e diffidenza lo rendono un buon cane da guardia, anche se generalmente non possiede un abbaio forte e intenso ma solo di avvertimento o allerta.

Da cane primitivo, possiede una capacità comunicativa intraspecifica ben più ampia rispetto ad altre razze più “costruite” e selezionate, e sebbene la sua indole da combattente ne rappresenti un limite, è un cane riflessivo capace di uno straordinario equilibrio.

Monumento all’Akita inu a Odate, Prefettura di Akita.

Akita inu: le origini di Simona Cupelloni, 2016, 22 pagg. Il breve saggio ripercorre la storia del cane della regione giapponese di Akita dalle origini fino ai tempi moderni, sottolineando alcune delle peculiarità tipiche della razza. Attraverso lo studio e la raccolta di ricerche, aneddoti e racconti l’autore ha cercato di svelare parte di quell’aura di mistero che ancora oggi caratterizza l’akita inu. https://www.amazon.it/Akita-inu-origini-Simona-Cupelloni-ebook/dp/B01LPACQ6E