(Segue dalla parte terza) Secondo i Centers for Disease Control and Prevention la maggior parte dei pipistrelli non ha la rabbia, ma tra quelli catturati il 6% circa l’aveva. Recentemente sono stati segnalati nella regione amazzonica del Perù casi di attacchi a bambini tra gli 8 e i 15 anni, che sono tutti morti dopo avere  contratto la rabbia. Attenzione, anche i pipistrelli non ematofagi, ossia quelli che non si nutrono di sangue, possono essere portatori della rabbia. Il primo rapporto di un pipistrello non ematofago infetto dal virus della rabbia, un esemplare di grande artibeo (Artibeus lituratus, pipistrello brasiliano che mangia la frutta), fu descritto nel 1916. Oltre la metà delle 41 specie di pipistrelli esistenti negli Stati Uniti possono essere portatori di rabbia. La rabbia è anche presente tuttora nelle aree più remote dell’Alaska.

Comunque, indubbiamente nell’America settentrionale la rabbia fu poco diffusa fino all’arrivo dei cani durante la colonizzazione europea e per oltre due secoli dopo l’arrivo dei “conquistatori” spagnoli e dei loro cani i documenti storici indicano che la rabbia nei cani era inosservata o assente. Resta da capire come potesse accadere che un cane affetto da rabbia –  il periodo di incubazione della malattia (con sintomi non evidenti o poco evidenti a persone che non ne fossero i proprietari) varia in genere da 3-8 settimane, ma può essere anche meno – non venisse individuato subito dai marinai, dai soldati (che usavano i cani da guerra) o dai coloni che si trasferivano con bagaglio e bestiame. Si trattava di gente spesso esperta che viveva in tempi e luoghi in cui il flagello della rabbia era ben conosciuto: Spagna, Portogallo, Germania, Italia, Francia, Inghilterra, Olanda e così via. Dobbiamo supporre che un cane con i sintomi della rabbia su una nave venisse immediatamente notato, ucciso e gettato in mare, e non certo tenuto lì o fatto sbarcare.

Forse in qualche caso il viaggio dall’Europa fu più rapido del solito, mentre un ipotetico cane non evidenziò di essere rabido fino alle otto settimane, e quindi quand’era già sbarcato. Pare che ciò sia accaduto non prima del periodo 1642-1782, quando le navi divennero più veloci e quindi il viaggio durava meno. In effetti nel XVI secolo sei o più mesi di navigazione non erano inusuali per raggiungere l’emisfero occidentale dal Vecchio Mondo, ma nel XVII secolo il tempo medio si ridusse a due o tre mesi – ricordiamo che la prima diffusione accertata di rabbia tra gli animali in Nord  America si verificò a Boston nel 1768 – e nel XIX bastavano 2-3 settimane. Alla fine del XX secolo si era arrivati a 3-5 giorni per attraversare l’Atlantico.

Nell’America Settentrionale i coloni britannici avevano portato la credenza della madstone, capace di curare gli infettati di rabbia. Si trattava di bezoar, masse solide di sostanze non digerite che si trovano a volte nello stomaco di ruminanti. Ne abbiamo prima in questo speciale. Anche Abraham Lincoln, che poi sarebbe divenuto presidente degli Usa, nel 1850 portò suo figlio Robert a farsi curare in tal modo dopo che fu azzannato da un cane idrofobo, o presunto tale. Robert si salvò.

In America la regola era una sola: tutti gli animali randagi dall’atteggiamento sospetto, specie nelle città, dovevano essere abbattuti immediatamente dalla polizia (come avveniva anche a Londra e altrove), quelli randagi ma apparentemente normali – ed erano numerosissimi, specialmente i cani –  venivano catturati e comunque soppressi in seguito. Fuori dagli abitati naturalmente qualsiasi cosa sembrasse anomala, ma pure del tutto naturale a dire il vero, veniva ucciso. Le specie animali selvatiche che più frequentemente manifestavano la rabbia erano (e sono) i mustelidi e in particolare le puzzole, oltre ai procioni, coyote, linci bobcat e anche lupi. E ovviamente, pipistrelli e cani e gatti ferali. https://www.youtube.com/watch?v=H8fbAFOMTp4

Naturalmente anche i cani da guardia e da pastore proteggendo case e bestiame possono scontrarsi con animali rabidi, come si vede nel film della Disney Old Yeller (1957). https://www.youtube.com/watch?v=T5XXyuN-yUc&t=61s  Per i cani non vaccinati – e il vaccino fu scoperto solo nel 1885 – il destino era solo uno: la morte, meglio se inferta in modo rapido e compassionevole dagli stessi padroni perché, lo ricordiamo, l’animale o la persona nella fase furiosa e aggressiva non è più quello che conoscevamo, è solo qualcosa di ostile, pazzo, letale e che non ci riconosce più. https://www.youtube.com/watch?v=fjTJB-_Yd50

New York City, gennaio 1886. Panico a causa di un cane rabbioso.

Chi conosce le opere del grande scrittore statunitense Edgar Allan Poe (1809-49), considerato l’iniziatore del racconto poliziesco, del giallo psicologico e della letteratura dell’orrore? Basti citare alcune sue opere come  La caduta della casa degli Usher o La rovina della casa degli Usher (The Fall of the House of Usher, 1839, da cui in seguito furono tratti almeno dodici film), La maschera della morte rossa (The Masque of the Red Death, 1842, tratti quattro film), Il pozzo e il pendolo (The Pit and the Pendulum, 1842, cinque film) oppure Il gatto nero (The Black Cat, 1843, dieci film). Bene, la morte di Poe fu veramente terrificante, per chi era presente e forse pure per lui, almeno finché fu abbastanza lucido.

Edgar Allan Poe nel 1848.

Il 3 ottobre 1849 lo scrittore fu ritrovato delirante per le strade di Baltimora e trasportato  all’ospedale Washington College. Non rimase mai sufficientemente lucido per spiegare cosa gli fosse accaduto. All’inizio era delirante con brividi e allucinazioni, poi cadde in coma. Si risvegliò, poi ricadde in uno stato di delirio, divenne aggressivo e dovette essere legato al letto. Morì il quarto giorno di ospedale, il 7 ottobre 1849. I giornali attribuirono la morte a una “congestione del cervello” o “infiammazione cerebrale”, e poi si ritenne fosse stato morsicato tempo prima da un cane rabbioso. Il medico di Poe scrisse che bevve solo acqua, ma con gran difficoltà e poi più e questo pare essere un sintomo dell’idrofobia, la paura dell’acqua (un laringospasmo che provoca dolore e difficoltà di deglutizione), classico segno di rabbia. Nello studio del 1996 del dr. R. Micheal Benitez dell’University of Maryland Medical Center si legge: Non si può dire con certezza che la rabbia fu causa della sua morte dal momento che non ci fu un’autopsia, tuttavia questa è l’ipotesi da considerare più veritiera in quanto deliri, tremori, allucinazioni e stati confusionali, sintomi tipici della rabbia, non possono essere spiegati con l’abuso di alcool poiché Poe smise di assumere queste sostanze sei mesi prima del ricovero in ospedale. I resoconti storici delle condizioni di Poe in ospedale pochi giorni prima della morte indicano che con grande probabilità egli ebbe la rabbia .

Dal 1880 un eminente scienziato, il chimico francese Louis Pasteur (1822-95) si dedicava alla ricerca di un vaccino della rabbia. Senza dubbio è famoso per questo in particolare, tuttavia è universalmente considerato il fondatore della moderna microbiologia e salvò innumerevoli vite umane anche capendo e divulgando il fatto che l’altissima mortalità in seguito alle amputazioni negli ospedali – nel 1868 sorpassava addirittura il 60% – era causata dai germi del contagio diffusi dalla scarsa pulizia delle mani e degli strumenti dei chirurghi. Negli anni successivi, grazie a una riforma ispirata dai lavori di Pasteur basata su semplici lavaggi sulle piaghe, le probabilità d’infezione e di morte si ridussero drasticamente.

Pasteur si rendeva perfettamente conto del flagello della rabbia, causata soprattutto da lupi e cani nel mondo ai suoi tempi così come in passato. Per esempio, per quanto riguarda l’Italia, che i responsabili fossero rabidi o no, nella zona di Vigevano solo dal 1523 al 1530, le vittime furono oltre 800. La cifra è giusta, ottocento. In Friuli, il cividalese Jacopo Strazzolini scrisse che nel triennio 1597-1599 (e in una sola parte del Friuli) le vittime furono oltre 300, mentre nel 1630 sempre per il Friuli, il luogotenente Bernardo Polani cita molte centinaia di persone. I numeri erano ancora altissimi all’epoca di Pasteur, durante la quale ormai si sapeva che la saliva degli animali rabbiosi conteneva il virus rabbico, che si trasmetteva soprattutto con il morso. Pasteur tuttavia scoprì che il virus risiedeva anche nel cervello e in modo ben più virulento, tanto che la maggioranza degli animali a cui era stata inoculata sotto pelle una parte del cervello di cani rabidi si era ammalata ed era morta in breve.

Pasteur nel suo studio a Parigi.

Lo scienziato, come i suoi collaboratori, rischiava grosso durante le ricerche, perché di fatto il vaccino ancora non c’era. Axel Munthe, un eminente neurologo svedese nonché medico della regina di Svezia, fu testimone oculare del lavoro e di tali rischi e scrisse: Ansioso di assicurarsi un campione di saliva direttamente dalla mascella d’un cane rabbioso, lo vidi una volta colla pipetta di vetro stretta fra le labbra, aspirare qualche goccia della schiuma mortale dalla bocca di un bulldog rabbioso.

Pur amante dei cani, ne aveva otto, Munthe scrisse: Ecatombi di cani sono state necessarie. Visitavo gli animali condannati per dare loro quel poco di conforto che potevo… Ma non pensai mai che ciò non fosse giusto, che quanto si faceva non dovesse esser fatto. Gli animalisti c’erano pure allora, inclusi i più invasati che attaccavano violentemente Pasteur e la sua ricerca poiché venivano usati dei cani per la sperimentazione, atteggiamento assurdo visto che erano proprio i cani a essere maggiormente colpiti dalla rabbia, nonché i più diffusi portatori del virus. La scelta di Pasteur era quindi scientificamente valida. Purtroppo anche allora c’era una piccola fetta della popolazione animalista estremista che preferiva la vita di un cane rispetto a quella di un essere umano, fosse anche un bambino. Chi ci legge, gli piaccia o no, saprà che K9 Uomini e cani non condivide tale assurda visione.

Pasteur non era certo insensibile alle sofferenze umane e animali e Munthe lo constatò quando sei russi azzannati da lupi rabbiosi furono inviati a Parigi a spese dello zar in un disperato tentativo di farli curare. Ma morirono tutti fra atroci sofferenze, come scrisse Munthe: Rivedo anche ora il bianco volto di Pasteur mentre passava di letto in letto, guardando gli uomini condannati, con infinita compassione negli occhi. Lo rivedo accasciato su una sedia, con la testa nelle mani. Pasteur capì che l’ambiente più favorevole al virus era il cervello e da lì doveva iniziare creando il vaccino utilizzando parti di midollo. Prelevato un frammento del midollo di un coniglio morto di rabbia, lo sospese con un filo in un flacone sterilizzato, l’aria del quale era mantenuta allo stato secco con dei frammenti di potassa caustica posti in fondo al vaso. Con il passare dei giorni, man mano che il midollo si disseccava, perdeva sempre più la sua virulenza. Il virus, una volta divenuto inattivo, veniva tritato nell’acqua pura e infine inoculato sotto la pelle dei cani. Questi, al contrario di quelli non vaccinati, sopravvivevano.

Pasteur difatti mise infine a punto una tecnica consistente nel prelievo del midollo spinale da conigli, infettati in laboratorio con il virus della rabbia, e poi trattato per attenuare la virulenza del patogeno e iniettato quindi in cani ammalati a dosi crescenti per indurre immunità. Il coniglio sviluppa la forma prevalentemente paralitica di rabbia e quindi è meno pericoloso e più conveniente per gli esperimenti rispetto al cane con la forma furiosa della malattia. La metodologia concettualmente era simile a quella messa a punto dallo stesso Pasteur quando in precedenza, nel 1881, aveva creato il vaccino contro il carbonchio di bovini, ovini ed equini.

Insomma, lo scienziato aveva inventato finalmente il vaccino antirabbico che sui cani funzionava. Ma sugli esseri umani? Era tormentato dalla scelta di inoculare un vaccino su un essere umano, perché avrebbe teoricamente potuto guarirlo oppure farlo morire in modo ancora più terribile.

Il 6 luglio 1885 all’École Normale Supérieure, lo studio di Luis Pasteur e dei suoi collaboratori – tra cui il suo assistente Pierre-Paul-Emile Roux (1853-1933, unico medico del suo staff), il primo a creare un trattamento efficace per la difterite e che lavorò anche sui vaccini per la tubercolosi, tetano, polmonite e sifilide – che si trovava in Rue d’Ulm 45 a Parigi, giunse una visita inaspettata. Era Theodore Vone, il cui cane aveva sviluppato la  rabbia e morsicato Joseph Meister di nove anni, il vicino di casa di Vone, che viveva nella regione francese dell’Alsazia. C’era anche la madre del bambino, disperata in quanto sapeva che sarebbe morto. Joseph aveva ben quattordici ferite e in effetti il suo destino era segnato, come aveva già detto il medico del paese, dott. Weber, che aveva prestato le prime cure al bambino e poi consigliato alla madre di tentare di fare l’impossibile portandolo da Pasteur.

Il vaccino di Pasteur aveva fino ad allora salvato circa cinquanta cani e allora, dopo essersi consultato con altri due scienziati, Alfred Vulpian e Jacques-Joseph Grancher, e aver ottenuto la loro assistenza, Pasteur accettò di inoculare il vaccino. Pasteur scrisse: Poiché la morte di questo bambino appariva inevitabile, decisi, non senza un profondo e grave disagio, come si può ben immaginare, di provare su Joseph Meister la procedura che aveva costantemente funzionato nei cani. Decise di iniziare con un ciclo di dodici e fu un successo in quanto Joseph non ebbe reazioni avverse, non si ammalò di rabbia, e divenne l’emblema dell’efficacia e dell’innocuità del trattamento. Nei mesi successivi Pasteur trattò con esito positivo 350 persone infettate, registrando un solo decesso, e questi risultati furono presentati alla Académie des sciences nel marzo 1886. La vaccinazione antirabbica era una realtà e l’incubo dell’idrofobia – nel mondo occidentale – svanì gradualmente e compatibilmente con i mezzi di allora. La divulgazione, la possibilità di produzione e la disponibilità e distribuzione nei vari stati del vaccino difatti non era certo quella di oggi.

Che ne fu del piccolo Joseph Meister? Da adulto lavorò come custode proprio all’Istituto Pasteur fino al 24 giugno 1940, dieci giorni dopo che l’esercito tedesco aveva invaso Parigi durante la Seconda guerra mondiale. Aveva fatto trasferire la sua famiglia ma poi corse voce che era stata sterminata. Sopraffatto dal senso di colpa e dal dolore, Joseph si uccise sparandosi alla testa. Inutilmente, visto che non era vero. La famiglia tornò a casa lo stesso giorno in cui si era tolto la vita.

Joseph Meister.

Statua a Parigi dedicata – da vivo – al pastore Jean-Baptiste Jupille, il secondo sopravvissuto alla rabbia grazie al vaccino di Pasteur.  Jupille nell’ottobre 1885, a 16 anni, fu morso mentre salvava da un cane rabbioso un gruppo di bambini a Villers-Farlay, nel Giura. Poi divenne capo custode dell’Istituto Pasteur. Eccolo nella fotografia, anni dopo. La Banca di Francia poi lo commemorò su una banconota da 5 franchi.

Una curiosità, anche un ragazzo italiano fu inviato da Pasteur. Il 12 giugno 1886 un cane rabbioso per le strade di Mira, vicino a Venezia, morsicò diversi cani, un vitello e il ragazzo Baldan Chiarino, che era povero e ora anche destinato a morire in modo atroce. Il sindaco, Savoldelli, di problemi ne aveva tanti, basti pensare che solo nei primi sette mesi di quell’anno a Mira furono denunciati 41 casi di colera, con 30 morti e 11 guarigioni; 39 di essi si verificarono presso famiglie povere. Da notare che la situazione sanitaria italiana era gravissima (come negli altri stati): il tifo, la pellagra e il colera erano frequenti. La mortalità infantile, in particolare nelle campagne come nella vicina zona di Tresievoli, nel 1886 raggiunse il 45% del numero dei nati. Eppure il sindaco si impietosì, riunì la giunta che a sua volta si commosse e conseguentemente mandò un telegramma a Pasteur chiedendogli di curare il piccolo Baldan. Lo scienziato rispose in brevissimo tempo, specificando che lo avrebbe curato gratuitamente, ma che qualcuno doveva farsi carico delle spese di vitto e alloggio per i 10-12 giorni di durata della cura.

Il comune dimostrò un’efficienza eccezionale (che vorremmo fosse la regola pure oggi…) chiedendo quello stesso giorno aiuti un po’ a tutti. Ferrovie Italiane, ci date una mano? Sì, risposero, sconto del 75% per due posti da Marano a Milano e da Milano a Modane, e ritorno.  Ferrovie Francesi, ci date una mano? Per interessamento del console italiano a Modane e del console francese a Torino, sì, sconto del 75% per due posti fino a Parigi e ritorno. Ci fu anche chi disse no, però: il Comitato per l’Assistenza dei morsicati dai cani idrofobi della provincia di Milano, di recente costituito (per esserci addirittura un comitato permanente, pensate quanti casi ci fossero), fece sapere che l’aiuto richiesto non poteva essere concesso per mancanza di fondi. Il ministero degli Esteri a Roma non rispose (ma il console che intervenne rappresentava comunque il governo italiano).

Il comune di Mira allora incaricò il segretario comunale, dottor Francesco Rosa, di accompagnare il ragazzo a Parigi, consegnandogli 500 lire per le spese. Risultato, Baldan Chiarino fu curato e salvato e Rosa lo riaccompagnò a casa, restituendo 50 lire che gli erano avanzate. Grande soddisfazione in paese e grande commozione per la salvezza di uno dei tanti poveri apparentemente privi di speranza. E, permetteteci, grande orgoglio per la nostra bella Italia anche oggi dopo il tanto tempo passato.

Sull’onda del successo fu istituito l’Istituto Pasteur di Parigi, finanziato in gran parte con donazioni di privati (lo zar di Russia diede un contributo di 100.000 franchi) e inaugurato ufficialmente il 14 novembre 1888. L’Istituto Pasteur è tuttora un centro di assoluta eccellenza nella ricerca biomedica, tanto che ben dieci suoi ricercatori hanno ricevuto il Premio Nobel per la Medicina. L’istituto si è poi diramato nel mondo, con trentatré sedi operative in Europa, Asia, Africa e America meridionale. Anche nell’Università di Roma La Sapienza è funzionante un Istituto Pasteur costituito grazie a un generoso lascito testamentario della principessa Beatrice Cenci Bolognetti. (Segue nella quinta parte)