(Segue dalla seconda parte) Del tutto impossibile fare un elenco appena sufficiente per descrivere i romanzi e le novelle in cui siano presenti cani di questa razza, così come accennare ai tanti casi in cui stupirono il mondo con la loro intelligenza e disponibilità nell’apprendere. Pure nei circhi divennero famosi e molto diffusi fra le tante attrazioni con cani addestrati. I più adatti erano appunto ritenuti i Barboni: venivano addestrati a giocare, contare, ballare, saltare, camminare sulle corde, boxare fra loro muniti di speciali guantoni da pugilato e tanto altro, e a volte lo facevano in costume. In certi casi arrivavano addirittura a dialogare con la gente (se l’addestratore era un ventriloquo, ovvio…). Il celebre addestratore della seconda metà del XIX secolo, generale Hutchinson, commentò: E’ difficile immaginare che cosa sarebbe impossibile insegnare a un cane. A Parigi nel 1891 un gruppo di Barboni stupì e divertì il pubblico, e soprattutto i bambini, in uno spettacolo in cui ballavano fra loro, in costume, mentre un altro barbone in camicia da notte veniva salvato da un incendio da un gruppo di pompieri. Pompieri-cani, naturalmente.

Del XX secolo si ricorda Rols, che a Darmstadt controllava il suo  padrone Friedrich Schwartz il quale volutamente ogni tanto stonava cantando delle opere liriche. Il barbone lo percepiva subito e segnalava la  “stecca” ululando e abbaiando. Addirittura il direttore dell’Opera di Parigi, Habeneck, insegnò al suo barboncino a cantare (a suo modo…) Mozart, in coro con altri. Anche se molti addestratori preferivano razze più piccole e a pelo corto come i Fox Terrier o Pinscher perché più facili da trasportare e meno costosi da gestire (soprattutto per la toelettatura), altri usavano i Barboni  per via della grande intelligenza, aspetto insolito e bellezza.

Francia, 1900 circa.

Il valore di questi cani era altissimo, anche relativamente agli introiti che facevano ottenere ai proprietari durante gli spettacoli. Un gruppo addestrato poteva mantenere una famiglia di quattro persone per ben quindici anni. Comunque sia, anche cani di altra razza o meticci erano in grado di fare gli stessi spettacoli, a volte peggio e a volte uguale, interagendo pure con altre specie animali. Non si deve essere tratti in inganno dal fatto che scriviamo al passato, perché oggi si fa ancora tutto questo. https://www.youtube.com/watch?v=Hm4916pZOIg

I detrattori dei circhi li accusano di maltrattare gli animali, e non entriamo nel merito. Ma ciò non si verifica certo nell’addestramento dei cani. La Posnas Pudel Parade, composta dai tedeschi Jani e Joshchi Posna e da nove Barboni, così spiegava: “Va da sé che lavoriamo in conformità con le leggi tedesche sul benessere degli animali. Ma soprattutto, amiamo i nostri cani e viviamo con loro e per loro ogni singolo giorno. Il nostro spettacolo dura solo da 10 a 20 minuti, come richiesto”. I Barboni che si esibivano nello show “The Greatest Show on Earth” (del famoso circo, ormai cessato, Ringling Brothers, and Barnum & Bailey Circus) erano di proprietà e addestrati da  Erik Adams, il quale spiegò: “Mi esibisco per 20 minuti al giorno, due volte al giorno, con sette Barboni, due standard e cinque toy, con un’età compresa tra i due anni e mezzo e gli otto anni, tutti maschi. Prendo i cani negli allevamenti quando hanno circa l’età di un anno, devono avere una buona struttura per fare il lavoro e devono guardarmi mentre parlo. I cani sono molto affezionati a noi e si divertono, così come noi “.

I Barboni del Gruppo Kolpensky che si esibiva al Circo di Mosca invece erano tutte femmine. Per capire la straordinaria intelligenza, disponibilità e versatilità di questa razza, nonché il livello di bravura di questi addestratori, basti pensare che nel 1994 il circo non poté portare in Australia i cani per via delle norme sulla quarantena. I Kolpensky allora si misero in contatto con il club di razza che con grande efficienza mise a loro disposizione dei Barboni, grazie ad alcuni allevatori locali. Bene, in men che non si dica quei cani, tutti e sette maschi e che non si conoscevano, furono addestrati (i loro proprietari potevano assistere all’addestramento) a lavorare insieme e per nove mesi si esibirono nel circo in modo spettacolare. Poi tornarono ai loro proprietari e a una vita normale e supponiamo molto inferiore quanto a divertimento e compagnia, visto che nel circo tutti i giorni giocavano, interagivano e stavano insieme. Molto meglio di una vita sul divano.

Facendo un passo indietro, nel 1894 apparve il primo standard per il Barbet, mentre quello del Barbone risale in Francia al 1936. Il primo rimasto rustico cane da lavoro e con un’unica taglia, il secondo con diverse dimensioni. Il Barbet tuttavia era già raro e secondo alcuni appassionati ciò sarebbe dipeso dalla scomparsa di paludi e zone umide a seguito delle bonifiche. Insomma, niente habitat, niente cani da riporto in acqua. Ma siamo sicuri?

Se si consulta Pour une histoire des zones humides en France (xviie-xixe siècle) di Jean-Michel Derex e pubblicato in Histoire & Sociétés Rurales 2001/1 (Vol. 15) si legge che nel 1767 il sottodelegato di Avranches (fonte Arch. dep. Calvados, C 1974, 1767) stimò che un terzo della Francia fosse costituito da brughiere e paludi. Nel 1807 gli spazi paludosi erano in totale di 500.000 ettari e dieci anni dopo di 427.000. Un sondaggio condotto nel 1833 dal Ministero dei Lavori pubblici ne stimò 240.000 e nel 1860 185.460 ettari, ma conteggiando solo le zone umide facenti capo ai comuni. Nel 1878 la loro superficie totale risultò essere di 299.114 ettari. Anche se è innegabile un calo delle zone umide in cui i Barbet potevano essere tradizionalmente messi in campo, non è che mancassero aree adeguate. Per citarne solo alcune, la Baia di Mont Saint-Michel, la foresta alluvionale del Reno, la Riserva naturale della Camargue (la più grande zona umida della Francia), la Baia della Somme o la Valle della Loira (quest’ultima per un territorio attuale di ben 159 comuni e 5 dipartimenti).

Anche se ufficialmente la razza del Barbone è assegnata alla Francia, meglio precisare che tra gli storici ci sono forti dubbi. Il Barbone in inglese (e pure lì questi cani esistevano e venivano impiegati) si chiama Poodle e questo nome discende ovviamente non dal francese barbet ma dal tedesco antico puddeln e cioè “pozzanghera” che intende im Wasser planschen ossia “schizzi nell’acqua”. Secondo il cinologo R. von Schmiedeberg (direttore della prima rivista cinologica tedesca Der Hund), la più antica menzione del Puddeln/Barbet/Barbone risale al 1555 nella Historiae animalium del naturalista svizzero Conrad Gessner (1516-65).

Ora, anche in Germania le paludi furono bonificate, ma fino a un certo punto. Basti pensare che la terribile malattia della malaria – tipica delle zone umide, in cui le zanzare anofele si riproducono – in Germania fu diffusa fino al XX secolo (presente ancora intorno al 1950) nell’Alto Reno in cui le foreste alluvionali delle regioni scarsamente popolate lungo il Reno erano vere e proprie foreste primordiali. Dopo la Prima guerra mondiale, precisamente nel 1925, le paludi avevano ancora notevole estensione nell’Oldemburgo della Bassa Sassonia, dove l’area coltivata rappresentava solo il 30% del totale. Le paludi costituivano ostacoli insuperabili e per costruire le strade si era obbligati a girargli intorno. Ancora oggi ci sono decine di aree paludose in Germania, per esempio la Spreewald nel Brandeburgo situata a circa 100 km a sud-est di Berlino e percorsa da oltre 200 piccoli canali lunghi in totale circa 1.300 chilometri, all’interno di un’area di 484 km² . Mancavano forse le aree umide in cui continuare ad allevare e usare a caccia il Puddeln/Barbet/Poodle/Barbone? No. Senza contare che la caccia agli uccelli acquatici si faceva e si fa tuttora anche lungo le rive di fiumi, laghi e mare, dove questi cani potevano operare senza problemi di sorta.

C’è un altro aspetto: il Barbet e la versione diciamo edulcorata (ma solo apparentemente) e cioè il Barbone erano giunti anche in Russia e la razza – poi principalmente di allevamento russo, ma ce n’erano anche d’importazione europea – si diffuse nel XIX secolo e divenne il cane preferito di artisti, scrittori e nobili, questi ultimi da sempre appassionati di caccia. A tal proposito vorremmo ricordare che la più grande area umida del pianeta non è l’Amazzonia (800.000 km²) ma la Siberia occidentale (1.000.000 di km²). Forse non c’era posto e habitat idoneo per questi cani?

Con ogni probabilità la terribile diminuzione del Barbet è invece imputabile ai disastri della Prima guerra mondiale, e poi della successiva, poiché si sa che le guerre vengono combattute dalle stesse persone che vanno a caccia e che ovviamente non possono più farlo per tutta la durata del conflitto. In questo caso il cane da lavoro, inutilizzabile, diventa solo una bocca da sfamare e scompare, soprattutto se il residuo ambito di utilizzo subisce anche la competizione di altre razze più poliedriche (come accadde con razze da caccia importate dalla Gran Bretagna). Il Barbone, divenuto un elegante cane domestico, ebbe più fortuna e soprattutto grazie alle varietà più piccole della razza.

Primi anni del XX secolo.

Ricordiamo che il Barbone, oggi inserito tra le razze da compagnia, è suddiviso in quattro varietà, di cui la media/grande è la più antica. Queste varietà sono: grande mole, dai 45 ai 60 centimetri al garrese, con tolleranza di + 2 cm, peso ideale intorno ai 26-27 kg; medio, dai 35 ai 45 cm, con peso ideale intorno ai 9 -10 kg; nano, dai 28 ai 35 cm, di circa 6 kg; toy, dai 24 a 28 cm, con tolleranza di -1 cm e sotto i 3,5 kg. Il pelo accettato dallo standard è monocolore, nero, grigio, bianco, marrone, albicocca e rosso fulvo. Il pelo cordato, anziché riccio, è oggi molto raro. Una cosa comunque bisogna dire a merito degli allevatori di questa razza: a differenza di molte altre, l’hanno mantenuta del tutto funzionale, a prescindere dalle dimensioni.

Spettacolare esemplare dell’Allevamento Sharmy Poodle.

La Prima guerra mondiale comportò un colpo di arresto per il mondo della cinofilia, anche con imposizioni di chiusura dell’attività. In Gran Bretagna lo stesso Kennel Club scoraggiò l’allevamento dei cani, vietò  le esposizioni e smise di registrare le nascite durante quegli anni. Lo stesso accadde in altri stati.

Dei cani rimasti, molti furono richiesti (solo i maschi) dalle autorità alla popolazione, affinché contribuissero alla salvezza dei soldati. Una volta selezionati e addestrati finirono tutti al fronte e, benché poco noto, si verificò anche per il Barbone medio o grande, impiegato per la vigilanza, come portaordini e ricerca feriti. I tedeschi in effetti usarono diverse razze come portaordini, come il Barbone (ma solo neri), l’Airedale Terrier, Collie, Pastore Tedesco, Boxer e Dobermann. Tutti ottimi anche per la guardia come deterrenza attiva pure fisica contro l’uomo, insieme a Rottweiler e Riesenschnauzer. Tutti tranne il Barbone, che di norma in tale ambito ha un indole non pugnace. Si capirà che al Barbone fosse preferibile il German Pinscher, delle stesse dimensioni ma ben più grintoso e dal pelo corto. Il Barbone di linea tedesca – ricordiamo che questa razza non è riconosciuta universalmente come francese, in quanto ha origine germanica secondo il British Kennel Club, American Kennel Club e Canadian Kennel Club – tuttavia era di tipo più forte e pesante, con testa larga, di quelli inglesi e francesi.

Il Barbone fu meno utilizzato per via del pelo. Prima di tutto quelli bianchi venivano subito scartati in quanto troppo visibili, a meno che non venissero usati per la ricerca dei feriti. In quest’ultimo caso per tutti i cani il bianco poteva essere un aiuto poiché erano immediatamente visibili e, soccorrendo tutti, amici e nemici, nessuno gli sparava (la sgargiante pettorina della Croce Rossa serviva proprio a questo) nonostante gli ordini dei comandi. Tuttavia, la Prima guerra mondiale fu una spaventosa carneficina combattuta nelle trincee e dominata dal filo spinato e visto che i cani portaordini o da soccorso dovevano agire in queste condizioni, il pelo lungo o riccio pareva fatto apposta per impigliarvisi. In effetti, anche per un cane di medie dimensioni non era facile saltare i fitti reticolati o passarvi sotto o in mezzo, anche perché al filo spinato si appendevano barattoli e altri oggetti metallici che alla minima vibrazione emettevano rumori che provocavano immediatamente il lancio di razzi illuminanti e scariche di fucileria e di mitragliatrice. Naturalmente i Barboni avrebbero potuto essere sbrigativamente tosati, ma possibilmente si preferiva comunque utilizzare altri cani bisognosi di minori cure in quanto si doveva pensare a ben altro. Basti considerare che erano pochissimi anche medici e infermieri, tanto che persino una ferita alle gambe portava alla morte nel 12% dei casi, e alle braccia nel 23%. Insomma, il Barbone poteva rappresentare un ulteriore problema.

Prima guerra mondiale, soldati tedeschi con un Barbone della sanità.

Anche il mondo del cinema aveva coinvolto il Barbone – il primo fu il documentario Enfant et chien (1897) di Louis Lumière –  tanto che nel 1927 i film in cui li si vedeva erano già almeno 52! Eppure, nonostante la visibilità data anche da attori e attrici che erano appassionati proprietari di questa razza, il Barbone cominciò a diminuire di popolarità, Stati Uniti inclusi.

L’attrice Mary Pickford con il suo cane Zorro, 1925.

A proposito degli Usa, secondo l’analisi fatta ogni dieci anni dall’American Kennel Club sulle razze più di moda colà, il Barbone compare molto più tardi e per un bel po’ non figura neppure tra le prime dieci razze di ogni decennio, ossia nel 1900 (Collie prima razza), 1910 (Boston Terrier), 1920 (Pastore Tedesco), 1930 (Boston Terrier, per i primi anni le dieci razze scelte furono comunque tutte di piccole o medie dimensioni – e quindi mangiavano poco –, forse a causa della terribile crisi economica scoppiata nel 1929 e detta Grande Depressione), 1940 (Cocker Spaniel), 1950 (Beagle, ma il Barbone appare in settima posizione), 1960 e 1970 (Barbone sempre in prima posizione), 1980 (Barbone in seconda posizione), 1990 (Barbone in sesta posizione), 2000 (Barbone in ottava posizione), ecc.

Arrivò anche la Seconda guerra mondiale e gli Stati Uniti si scoprirono estremamente carenti di cani da guerra., anche se questi animali erano molto diffusi nelle famiglie, essendo almeno 13-15 milioni. Ma pochissimi erano addestrati, poco più di un centinaio in tutto, mentre la Germania ne aveva ben 120.000. Servivano quindi cani, e subito. Si attivarono l’American Kennel Association e un nuovo gruppo chiamato Dogs for Defense che si mobilitarono nel chiedere alla popolazione di mettere i propri cani a disposizione delle Forze Armate, che li avrebbero addestrati. O meglio, li avrebbero fatti addestrare soprattutto da istruttori cinofili civili (loro non li avevano o al massimo erano pochi), ben motivati visto che lo fecero gratuitamente, ma poco o nulla a conoscenza delle effettive necessità militari. La richiesta del governo non cadde nell’indifferenza. Anche Hollywood si mobilitò, incluse le star: Greer Garson per esempio inviò Cliquot, uno dei suoi Barboni grande mole, che le fu riconsegnato alla fine del mese di gennaio 1946 con tanto di menzione per l’ottimo servizio svolto.

L’attrice Greer Garson con i suoi Barboni grande mole.

Attenzione però, Cliquot e nessuno di questi cani affrontò mai il nemico né partì per il fronte in quanto utilizzati solo negli Stati Uniti, sia per la guardia nelle basi che nella vigilanza delle aree costiere nel timore di sbarchi di commando nemici. Comunque sia, le razze giudicate idonee nella primavera del 1942 furono 32, fra cui c’era il Barbone. Verso la fine del 1943 queste razze erano state ridotte a 18 e includevano ancora il Barbone, essendo di grande intelligenza, agile, coraggioso e veloce nell’apprendere.

Tuttavia c’erano due lati negativi e cioé il pelo, che bisognava tagliare, altrimenti il cane si ricopriva di uno spesso manto a ciocche che gli causava notevoli disagi. E, con rare eccezioni, il carattere amichevole, socievole e a volte chiassoso.  Un altro punto dolente – ma era colpa dell’uomo e certo non del cane, che il suo compito era perfettamente in grado di svolgerlo – era che i militari di pattuglia, per esempio lungo le coste, non gradivano affatto svolgere il servizio affiancati da un Barbone ma sognavano semmai un Pastore Tedesco o un Dobermann per le loro indubbiamente superiori capacità intimidatorie e di attacco. Questi handicap alla fine del 1944 fecero sì che, dalle razze ritenute idonee – nel frattempo ulteriormente calate a 5, per quanto riguarda i cani da esplorazione e attacco – il Barbone venisse escluso.

Marinaio della Guardia Costiera statunitense con Barbone, 1943.

Il Barbone era ed è tuttora una razza in grado di stupirci, che sia piccolo o grande. Per esempio, sapete che pure lui, nel caso degli esemplari di maggiori dimensioni, veniva impiegato per il traino di piccoli carretti, come si vede nella fotografia di una incisione su legno pubblicata in Trente-six Figures contenant tous les jeux (Parigi, I587)? Ebbene, anche oggi il Barbone è in grado di trainare persino slitte in percorsi molto impegnativi come la competizione Iditarod Trail Sled Dog Race,  lunga quasi 1.600 km e che in Alaska,  da Anchorage a Nome, viene affrontata da uomini e cani con temperature di anche – 40°C.

Certo, i Barboni non sono Huskyes. Ma gli piace imparare e per insegnarglielo bastò farli stare insieme agli Huskies e attaccarli alla slitta insieme a loro. Gareggiarono nell’Iditarod dal 1989 al 1991 e un anno riuscirono a piazzarsi davanti a dodici squadre trainate da soli cani eschimesi. Ma i problemi – il primo risolto con le apposite scarpette, che vengono messe anche ai normali cani da slitta – furono la neve che si compattava e ghiacciava tra le dita dei piedi e, il secondo, le preoccupazioni degli organizzatori della gara a proposito del loro mantello scarsamente isolato. Comunque, infine la gara fu vietata ai Barboni.

Una muta di Barboni tira una slitta.

Prima di terminare questa storia del Barbone – i decenni più recenti sono facilmente a portata di chiunque abbia interesse, e non serve quindi K9 Uomini e Cani – aggiungiamo un’altra curiosità. Si sa che i Barboni sono stati accoppiati con altre razze dando vita a tutta una serie di meticci (difatti, anche se si tratta di accoppiamenti tra esemplari puri ma di razze diverse, i relativi cuccioli sono sempre meticci, checché cerchino di spacciare certi allevatori incompetenti o in malafede) come i cockapoo o spoodle (con Cocker Spaniel), maltipoo (con Maltese), goldendoodle (con Golden Retriever), labradoodle (con Labrador Retriever), schnoodle (con Schnauzer), pekapoos (con Pechinese), cavoodle (con Cavalier King Charles), bernedoodle (con Bovaro del Bernese) e tanti altri.

Bene, ma sapete che ci sono anche il puwo, il puscha e il puko anche detto kopu, che fortunatamente non sono in vendita? Il primo è l’incrocio tra Barbone e lupo selvatico, il secondo con lo sciacallo dorato e il terzo con il coyote. I puwo furono studiati in Germania negli anni ’60 anche da Erik Zimen, che analizzò l’evoluzione del comportamento del lupo e del cane domestico. Ovviamente non si trattava di animali domestici, e vale pure oggi che le generazioni sono state diverse. Per chi pensasse malauguratamente di cercare di procurarsene uno, sappia che sono del tutto inutilizzabili in qualsiasi tipo di attività umana, e meno che mai per la guardia essendo timorosi e sfuggenti. Nascono uno simile al Barbone, l’altro più simile al lupo, con una serie lunghissima di varianti. Il colore più frequente è il nero, ma ne nascono anche marrone, grigio argento e con macchie.

Concludiamo qui questo nostro lavoro sul Barbone, sperando vi sia interessato e soprattutto che sia servito a coloro ancora non al corrente delle grandi qualità e della storia di questa incredibile razza, che merita amicizia e, in misura non minore, rispetto.

Alcuni puwo.