(segue dalla prima parte) Questi cani divennero sempre più importanti come mezzi di locomozione, trainando carichi di peso non indifferente. Naturalmente non dobbiamo supporre che i cani impiegati fossero tutti puri, perché qualunque avesse dimensioni e forza adatte veniva usato. Ma mai con pesi eccedenti i 50 kg, come del resto avveniva con i Rottweiler bovari e da traino in Germania, i Dogue de Bordeaux in Francia, i Terranova in Labrador, il San Bernardo/Garouf nella zona alpina, il Gran Bovaro Svizzero e il Bovaro del Bernese in Svizzera,  il Cão da Serra da Estrela in Portogallo, il Mastino Spagnolo in Spagna e così via. Le assurdità di tanti “esperti” e siti cinofili descriventi Mastini Belgi pesanti 80 e passa kg sono risibili, in quanto un tale cane non potrebbe mai svolgere il traino continuamente e su lunghe distanze. Basti pensare che questi animali, definiti “i cavalli dei poveri”, venivano usati persino per fare corse su percorsi di tre-quattro chilometri su cui si scommetteva parecchio.

Belgio, 1858, corsa con i carretti e cani.

Anche in Gran Bretagna i cani da tiro furono largamente utilizzati, finché, a causa dell’enorme aumento del traffico a Londra, aggravato dal diffuso maltrattamento dei cani, si giunse a vietare questa pratica per legge. Il giornale The Sporting Repository di Lawrence nel 1820 pubblicò di un uomo che espose una carrozza trainata da sei cani. Questi erano i più grandi e potenti che abbiamo mai visto. Però bisogna sottolineare che un tempo i cani non erano grandi come quelli attuali, un Alano di norma era alto al garrese 75 cm ma veniva definito enorme.

I cani da tiro non erano solo più economici da impiegare rispetto ai cavalli, ma erano anche molto più manovrabili. Quando arrivarono le ferrovie, nel sud dell’Inghilterra venivano usati carri trainati da cani per trasportare il pesce dai porti alle stazioni ferroviarie. Alcuni fecero il viaggio da Brighton a Portsmouth in un giorno, tornando il giorno seguente. E’ importante sottolineare che i loro conduttori non erano tenuti a pagare i pedaggi. Nonostante ciò, l’uso dei carretti per cani non fu mai diffuso in Scozia, forse a causa delle lunghe distanze tra le città. Gli inglesi però a un certo punto cominciarono a non essere d’accordo sull’uso dei cani da traino, sostenevano che i piedi dei cani non erano adatti per affrontare strade dure e sassose e che venivano trattati come cose e in modo disumano: lord Brougham raccontò di un carrettiere che aveva macellato un cane esausto e ne aveva dato le viscere ad altri due cani come cibo. Il vescovo di Oxford dichiarò che cani maltrattati erano stati rintracciati per distanze fino a 20 miglia seguendone le tracce di sangue sulla strada e che non era insolito per un cane essere guidato per 40 o 50 miglia su una strada difficile fino a quando non poteva continuare, e in tal caso veniva ucciso e sostituito da un cane fresco.

Altri erano a favore dei cani da traino, come  il conte di Malmesbury il quale dichiarò che solo nell’Hampshire e nel Sussex c’erano 1.500 persone che si guadagnavano da vivere con i carretti per cani. Pure il conte di Eglington si oppose al futuro disegno di legge, prevedendo che il divieto avrebbe comportato la soppressione di 20.000-30.000 cani, visto che non sarebbero più serviti. Tuttavia nel 1839 un articolo del Metropolitan Police Act vietò l’uso dei cani come bestie da soma entro 15 miglia da Charing Cross (e conseguentemente oltre 3.000 di questi cani furono soppressi). Infine nel 1854 fu introdotta una legge che vietava i cani da traino.

In Belgio, e non solo, invece si permetteva questa pratica, ma le autorità ne regolavano l’uso e non era consentito usare cani di taglia inferiore a 60 cm al garrese, utilizzare cani anziani o malati, femmine in allattamento, imbrigliare un cane con un altro animale, permettere che il cane fosse condotto da qualcuno di età inferiore ai 14 anni, trasportare passeggeri (cosa però che di fatto si faceva ugualmente, anche se si rischiava una sanzione) o lasciare cani bardati al sole nella stagione calda. Gli attacchi dovevano essere lunghi almeno un metro.

Notare la ridotta grandezza di questi cani. Anche in Belgio le norme spesso non venivano rispettate. Anversa, 1898 (foto di James Batkin).

In Belgio – ma norme simili esistevano anche nei Paesi Bassi –  inoltre qualsiasi veicolo trainato da cani doveva avere molle, essere dotato di freni e costruito ad arte e ben bilanciato sul loro asse affinché il peso del carico gravasse sulle ruote, e non sulle spalle del cane. Le corregge collegate alle stanghe dovevano essere assicurate solo al petto del cane. Questa è un’antica pratica, risalente al medioevo. Prima infatti i cavalli da tiro esercitavano la loro forza per mezzo di corregge e finimenti legati al collo e questo naturalmente faceva sì che il cavallo, tirando pesi notevoli, si soffocasse. Quando si pensò di modificare il sistema, legando il cavallo al petto invece che al collo, fu possibile trasportare pesi maggiori e a distanze superiori. Lo stesso avvenne per tutti gli animali da traino, cani inclusi.

Un singolo cane poteva trainare circa 150 kg e due o più cani circa 200-250, compreso il peso del veicolo. Così come oggi si vedono comunemente in certe aree – per esempio in Nord Africa – piccoli carretti tirati da un singolo, piccolo e snello asino, buoni per trasportare carichi o per fare passeggiate, così accadeva da secoli in Belgio. Le vaste aree di pianura di quel paese del resto lo permettevano. Tale mezzo di trasporto era particolarmente in uso da parte dei lattai e dei fruttivendoli, tuttavia lo si utilizzava per tutto. Persino per il trasporto di sabbia, e in tal caso al carretto, trainato da due grossi e potenti cani legati alle due stanghe centrali, se ne aggiungevano altri legati al carretto lateralmente con funi. A Bruxelles e ad Anversa si poteva comprare un buon cane da tiro al costo di qualche franco, dipendeva dall’esemplare. Li si nutriva con un misto di pane raffermo e carne di cavallo o siero di latte e farina, insieme ed eventuali scarti di cucina. Visti gli sforzi fisici affrontati, dovevano comunque essere alimentati adeguatamente. Nonostante quel che alcuni scrivono erroneamente, avevano il loro carattere e sovente erano diffidenti e mordaci, ma certamente non con i padroni.

Mastino Belga, fine XIX secolo, Belgio.

C’era insomma un certo controllo e cura, ma anche in Belgio si stava avvicinando la fine di questi cani. Non si trattò, come sovente si dice, della Prima guerra mondiale. La fine si chiamava Congo Belga. Re Leopoldo II del Belgio, con la scusa di combattere la schiavitù, fece di quell’area un dominio personale chiamato Stato Libero del Congo, durato dal 1885 al 1908. In realtà lo schiavista fu proprio questo spregevole individuo, di cui a Bruxelles ci sono tuttora statue e di cui gran parte dei belgi pare essere ancora fiera. Leopoldo si arricchì enormemente col Congo, con l’esportazione di avorio e poi costringendo la popolazione locale a raccogliere caucciù dalle piante, con cui allora si producevano pneumatici per autoveicoli e altro. Interi villaggi vennero requisiti per farne luoghi di deposito e lavorazione della gomma stessa, causando la morte di un numero stimato di 10-15 milioni di indigeni su una popolazione totale di 25 milioni. Inoltre chi non lavorava veniva frustato anche mortalmente, ucciso con altri mezzi, e le donne sequestrate e violentate. Era normale punire chi non produceva abbastanza amputandogli le mani. Per risparmiare i proiettili dei fucili si mettevano uno dietro l’altro, vicini, fino a sei indigeni, e il proiettile li trapassava e uccideva tutti.

Il tuttora acclamato genocida re Leopoldo II del Belgio. Nel solo Congo fece quasi lo stesso numero mondiale di morti della Germania nazista di Adolf Hitler.

Come scritto, col caucciù si producevano pneumatici per autoveicoli e quindi il Belgio ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo degli automezzi su gomma. All’inizio del XX secolo il Belgio divenne una delle prime potenze economiche mondiali, con una maestria nella produzione di carbone, acciaio e meccanica fine. Si pensi che nacquero oltre cento marche di automobili! Questo fece sì che chiunque potesse spendere, o investire in questo nuovo mezzo di trasporto lo fece. Un’automobile e ancor più un autocarro trasportavano incomparabilmente più di quello che potevano fare i cani, lo facevano ovunque e più velocemente. Questa in realtà fu la causa della fine dei cani da traino, anche se ci vollero alcuni anni.

Belgio, primi anni del XX secolo.

Un altro terribile evento intanto si avvicinava, la Prima guerra mondiale. Prima del conflitto, i cavalli da soma e da tiro erano generalmente ritenuti il miglior modo di spostare carichi in ambito militare, ma poi si scoprì che i cani erano superiori. Secondo i test dell’esercito – ma sul campo effettivo le cose andavano diversamente – un cane di 50 kg, del tipo Mastino Belga, era in grado di trainare su strada in pianura e per distanze relativamente lunghe un carretto pesante 250 kg. Insomma, cinque volte il suo peso. Un cavallo invece, su distanze fra l’altro minori e sempre su strada, riesce a trainare solo un carico pesante quanto lui, o al massimo pesante una volta e mezzo. Con un carico minore un cane poteva procedere alla velocità di 5-6 km/h, e anche più per alcune centinaia di metri, se necessario (ma la prestazione aumentava, in quanto anche per questo peso si usavano due cani, e non uno).

Inoltre, il cane si stancava molto meno e quindi non lo si doveva sostituire spesso, costava un decimo di un cavallo, mangiava molto meno e non aveva praticamente paura di nulla. L’esercito belga appurò la superiorità del cane sul cavallo con delle apposite prove di traino durate tre settimane – con normali condizioni meteorologiche tipiche di quel paese, ossia pioggia e pioggia –  su un percorso di quasi 400 chilometri. Fra l’altro si constatò che i cani riuscivano ad avanzare più facilmente dei cavalli su terreni sconnessi o fangosi e che per di più già a 300 metri di distanza, loro e i relativi carretti, erano difficili da vedere. Ma questo è ovvio, perché c’è una bella differenza in dimensioni fra un tiro di cani e un tiro di cavalli. Insomma, l’esercito belga in tal senso era ben dotato. Peccato che fu presto travolto dai tedeschi, che entrarono in Belgio il 4 agosto e  già  sedici giorni dopo occuparono la capitale Bruxelles. Le ultime sacche di resistenza cessarono il 31 ottobre dello stesso anno. I tedeschi s’impossessarono di cani e carretti utilizzandoli nelle loro campagne militari.

Prima guerra mondiale, militare con mitragliatrice su carretto, trainato da due Mastini Belgi.

Già prima dello scoppio della guerra il governo belga aveva ordinato la requisizione dei cani da traino – i dati dell’epoca indicano che ce ne fossero circa 50.000, di cui 10.000 solo a Bruxelles e dintorni –, cosa che la popolazione fece, ma con grande dispiacere. Ci si separava da animali di grande utilità, ma anche amati. I padroni quasi sempre, ai soldati che prendevano in consegna i cani, dicevano come si chiamavano, descrivevano le loro caratteristiche, quello che gli piaceva di più da mangiare e persino i loro vizi. Tutti si raccomandavano di trattarli bene e con gentilezza, e di riconsegnarglieli senza indugio – se fossero sopravvissuti – alla fine della guerra.

L’esercito belga usava i grandi e fortissimi cavalli da tiro (e anche quelli erano famosi al mondo per le loro qualità) per i trasporti pesanti, e i cani per il traino di carrette a due ruote contenenti viveri, munizioni e acqua potabile. In particolare, tali carretti erano importanti per il trasporto di mitragliatrici con relative munizioni (una per carretto). L’addestramento di questi cani era relativamente semplice in quanto andavano a fare ciò che già eseguivano tutti i giorni. Naturalmente  gli si doveva insegnare a non impaurirsi al rumore degli scoppi e spari, e ciò avveniva nei canili della caserma del principe Baldovino, e senza dubbio buona parte fu scartata per questo motivo. Furono formate dodici compagnie di mitragliatrici carreggiate, con 500 cani da traino, che furono in azione quasi sempre in prima linea, come nelle battaglie di Liegeand, Namur, Antwerp, Louvain e Aerschot. Il loro intervento rispettava sempre lo stesso iter: un ufficiale avanzava sulla linea di combattimento per scegliere il punto adatto in cui posizionare la mitragliatrice, poi faceva un segnale ai soldati che accompagnavano il carretto. A quel punto i soldati e il carretto trainato dai cani partivano di corsa, e una volta lì veniva scaricata l’arma e il munizionamento.

Militari belgi in azione. La mitragliatrice è stata scaricata ed è in azione.

Mentre il carretto vuoto e i cani tornavano indietro (se si poteva…), i soldati posizionavano la mitragliatrice e combattevano. Come si capirà, era un’impresa rischiosissima e moltissimi furono i caduti, sia uomini sia cani, in quanto il nemico non stava certo lì inerme a guardare. Il ruolo dell’ufficiale era di grandissima importanza. Non solo doveva strisciare o correre da un punto all’altro – di solito sotto il tiro nemico – per trovare un punto protetto e che nel contempo permettesse di bersagliare le linee avversarie, ma doveva capire immediatamente il percorso da fare seguire al carretto. La guerra di trincea in ampie zone di pianura causava terribili bombardamenti che modificavano continuamente il territorio, scavando decine di migliaia di crateri piccoli e grandi in quella che veniva chiamata “la terra di nessuno”. Molti erano enormi buchi pieni di fango e acqua nei quali carri e carretti potevano sprofondare, e cavalli, cani e soldati affogare. Di conseguenza, si creavano anche continue collinette fangose, che bisognava salire e scendere.

Terribili e veritiere testimonianze raccontano che durante i pesanti bombardamenti era un continuo volare in aria di cadaveri o loro parti di soldati e cavalli rimasti lì, in una sorta di macabra pioggia. Pertanto, una zona di guerra dopo ogni borbardamento combiava forma. L’avanzamento dei carretti trainati dai cani era per di più ostacolato da grovigli di filo spinato, materiale vario abbandonato e distrutto e intere distese di corpi di soldati. Inoltre, dopo le piogge, il terreno diventava uno strato melmoso profondo anche mezzo metro nel quale era difficilissimo fare avanzare il pesante carretto, le cui ruote continuavano a sprofondare e impantanarsi. Per fare un esempio, durante la battaglia dell’Yser, che ebbe luogo dal 16 ottobre al 2 novembre 1914 in prossimità del fiume Yser e del canale Yperlee, l’acqua era così vicina alla superficie terrestre che le trincee potevano essere scavate solo fino a 30-60 cm di profondità, praticamente niente.

Come si intuirà, questi cani dovevano essere di grande taglia, anche se non giganteschi, molto forti, resistenti, mobili, parchi nel mangiare, indifferenti agli eventi climatici ed equilibrati. Pare che fossero anche ottimi guardiani, sensibilmente aggressivi verso cani e persone estranee, e infatti in molte fotografie della Grande Guerra appaiono con la museruola, mentre i cani da traino di altre nazioni (per esempio l’Italia) generalmente non l’hanno. Avevano  una  struttura che si potrebbe definire fra un Rottweiler e un Dobermann. Non raramente nascevano con la coda corta (o forse veniva amputata da cuccioli), e avevano il muso lungo. Molto probabilmente la popolazione in Belgio utilizzava qualsiasi cane avente queste caratteristiche, anche se è probabile che con il tempo siano andati sempre più uniformandosi in base alla semplice cessione di cuccioli nati da cani già operativi in tal senso.

Un centro di addestramento cinofilo militare belga.

La Prima guerra mondiale non provocò solo un’ecatombe di persone uccise, ma anche di cani, si stima in totale circa un milione di esemplari. Il massacro fu tale che nel 1917-18 i cani cominciarono a scarseggiare, e quelli ancora disponibili erano molto meno forti e adatti dei precedenti. Del resto, la guerra aveva prodotto gravissimi problemi, inclusi quelli alimentari, e conseguentemente la popolazione non allevò quasi più i cani. Per le necessità belliche, si doveva quindi raschiare – come si suol dire – il fondo del barile. Ma certo le vittime umane furono enormemente di più.

Questo cane subì enormi perdite in guerra, ma come scritto sopra non fu questa la causa dell’estinzione, poiché senza dubbio molti di questi mastini non furono accettati dall’esercito poiché avevano paura degli spari (si faceva un apposito test prima di addestrarli), erano femmine allattanti o troppo giovani o in là con gli anni o non in forma fisica adeguata. Insomma, checché se ne dica in Belgio ne rimasero, solo che in breve tempo furono soppiantati dalle macchine e quindi dal progresso. Da alcuni decenni è in corso la “ricostruzione” della razza.