(Segue dalla seconda parte) Il Bergamasco, come tanti altri cani, è naturalmente predisposto a vivere all’aperto in qualunque condizione climatica ed eliminare quello che la Natura generosamente gli ha dato equivale a passeggiare sotto la pioggia tenendo l’impermeabile al braccio e l’ombrello chiuso. Un Bergamasco tenuto con il pelo “normale” non puzza e non è necessario lavarlo, se non per motivi molto particolari ed estemporanei. La pessima abitudine di non tosare il cane, al contrario, che lo si lavi o che non lo si lavi, è solo un brutale maltrattamento che non ha né giustificazioni, né scusanti.

Per convincere anche i più scettici propongo di allargare gli orizzonti e osservare nel suo insieme la grande famiglia dei cani a pelo lungo europei, dal Briard al Bobtail. Ogni nazione sostiene che è stata la propria razza a originare le altre; forse nessuno ha ragione, ma è certo che le varie razze sono tutte strettamente imparentate e perciò simili; infatti tutte producono un sottopelo finissimo e lanoso, che tende naturalmente a infeltrirsi e a formare un grumo inestricabile, che nei Bergamaschi si chiama taccola (dal dialetto bergamasco/Gaì: tacola, ovvero pecora). Se la taccola non viene rimossa, continua a crescere, creando disagi impensabili; i nostri mandriani, ma anche quelli francesi o inglesi, non hanno il tempo di pettinare i propri cani e provvedono alla loro toelettatura con tosature periodiche, ma nessuno si sognerebbe di lasciar crescere il pelo sino a terra, innanzitutto per il grande rispetto che portano al proprio cane.

Tra una tosatura e l’altra, effettivamente, il pelo che si raggruma può avere una sua funzionalità, ma solo ed esclusivamente se viene ad assumere una forma larga e piatta, come delle vere e proprie tegole, capaci quindi di svolgere una funzione genericamente protettiva sino a quando non superano gli 8/10 centimetri. Questo discorso è valido per un soggetto che lavora e che è esposto a molti pericoli, ma è assurdo estenderlo al cane di casa; quel che è peggio se il pelo non viene accorciato, perde ogni utilità e finisce per diventare un autentico spazzolone che raccoglie sporcizie senza soluzione di continuità.

Entrando ancora di più nello specifico, bisogna aggiungere che il Bergamasco è caratterizzato da due differenti tipi di pelo: prevalentemente caprino nella sua metà anteriore e prevalentemente pecorino nella metà posteriore. Il pelo caprino è, per definizione, ispido e non si infeltrisce; la presenza delle taccole deve quindi essere ammessa esclusivamente nella parte posteriore, dove la prevalenza di pelo lanoso favorisce la formazione di grumi. Circoscritto in questo preciso ambito, un leggero cuscinetto di feltro può efficacemente proteggere la parte più delicata di un cane di montagna, le articolazioni posteriori, ma qualunque eccesso di taccole non deve essere considerato un merito, bensì una grave degenerazione della razza.

La Provincia di Bergamo (in un interessante manuale scritto da Luigi Re, editrice Bolis, 1957) dedica un discreto spazio al Cane da Pastore Bergamasco e lo rappresenta in fotografia con il pelo fluente, senza nemmeno una taccola. I Bollettini Ufficiali del Kennel Club Italiano degli anni Venti ritraevano cani dal pelo lungo e fluente, quasi senza taccole. All’esposizione nazionale di Biella del 29 giugno 1929 il giudice D.L. Groppi valutò negativamente Paich, un Bergamasco in esposizione, con la frase: “Figurerebbe molto di più se non portasse addosso tanto pelo morto”. Perché allora i Bergamaschi sfilano così goffamente appesantiti, costretti a mostrare la parte peggiore di sé ossia un difetto? La gente si avvicina incuriosita, ma poi rimane inevitabilmente spaventata dallo spettacolo non sempre edificante, ed è sicuramente per questo motivo che la razza sopravvive al limite dell’estinzione con una natalità bassissima, triste fanalino di coda delle razze da pastore europee.

C’è da chiedersi comunque il perché di questo pelo spropositato e ingiustificato, specie in considerazione del fatto che si tratta di un fenomeno recentissimo, giusto degli ultimi 30-40 anni. La risposta che trovo più convincente, è dovuta al fatto che sul Bergamasco non si è mai effettuata un’autentica ricerca storica, estesa a tutto il suo mondo circostante, in grado di colmare i vuoti di conoscenza e dalla quale potere ricavare induttivamente la realtà storica, ma si è sempre, viceversa, preferito prendere per buone anche le teorie più stravaganti o eccentriche lanciate dall’ignorante o inconsapevole o indifferente – in questo aspetto – di turno.

Ancora moda.

La cinofilia ufficiale, sicuramente, ha un’infinità di meriti, ma anche i suoi bei difetti, non deve essere considerata un dogma immutabile calato dal cielo, ma è soggetta a tutte le inevitabili e auspicabili evoluzioni, che la scienza e il passare del tempo inducono a tutto ciò che è vivo. La cinofilia tesa unicamente a perseguire canoni estetici, fissati peraltro in modo fantasioso, si è concentrata unicamente su un aspetto minimale del Bergamasco, nell’infondata convinzione che un determinato colore o una determinata misura potessero garantire intelligenza, salute e capacità. Se l’unico obiettivo sono dei fattori estetici è facile raggiungerli e mantenerli incrociando spesso consanguinei, l’esatto contrario del concetto che oggi si afferma viceversa come fondamentale, la biodiversità, la strada maestra che porta alla salute fisica e psichica di ogni essere vivente. La biodiversità, se correttamente applicata, è destinata a spazzare via, in un solo colpo, molte delle convinzioni più radicate e rappresentative di questo mondo, facendole apparire  per quello che sono: controproducenti e dannose per il cane.

Senza un’approfondita ricerca, supportata da precisi dati di fatto e riscontri inoppugnabili, qualunque testo scritto rimane la semplice opinione dell’illustre sconosciuto di turno, ma non può e non deve condizionare la vita del cane di casa e nemmeno quella di un’intera razza.  Considerando che questo ingiustificato arbitrio estetico si concretizza in un brutale maltrattamento, che non solo fa male al cane ma ci impedisce di godere delle grandi doti di cui è ricco il Bergamasco, invitiamo da tempo tutti i suoi possessori ad avere nei confronti del proprio cane un gesto di doveroso affetto, come si conviene a maturi e onesti cinofili, ma dobbiamo riconoscere che il nostro appello cade ancora nel vuoto: l’abitudine di maltrattare il Bergamasco lasciando che il pelo cresca a dismisura è ancora pervicacemente e incredibilmente radicata, difficile da estirpare. La mia conoscenza del Bergamasco è diretta ed empirica, sicuramente molto più ampia di tanti altri che si limitano ad accoppiare il Bergamasco senza sapere nulla della sua vita e della sua storia. Per questo motivo, quando mi chiedono le caratteristiche principali del Bergamasco, da tempo rispondo: “Il Bergamasco è un cane a pelo lungo, ma se il pelo è troppo lungo significa solo che il suo padrone si disinteressa del proprio cane e lo maltratta”.

Parlando di Cane da Pastore Bergamasco non si può dimenticare il personaggio che più di tutti ha contribuito a recuperare e salvare la razza, il bergamasco Isaia Luciano Bramani. Durante il ventennio a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, Bramani censì e raccolse attorno all’associazione da lui fondata, l’U.C.IT (Unione Cinofila Italiana) oltre 400 esemplari di Cane da Pastore Bergamasco, ancora presenti sul territorio di Bergamo. Isaia Luciano Bramani fu un profondo conoscitore della razza, ma anche un vero Signore; sollecitato direttamente, non esitò a mettere a nostra disposizione il suo preziosissimo archivio, consentendoci di individuare e recuperare i soggetti più validi e rappresentativi. Si interessò profondamente al Bergamasco sin dal 1935 e sempre combattè per salvare la razza “in quanto conosceva gli sballati incroci operati, prima con il Briard e poi con il Komondor da sprovveduti allevatori palancai”. L’U.C.IT non sopravvisse al suo fondatore e di una buona parte dei suoi cani si è persa ogni traccia.

Un pastore e il suo fidato cane Bergamasco in alpeggio

 

* Roberto Biza, ha il Cane da Pastore Bergamasco da decenni. Con la moglie gestisce un’azienda agricola biologica certificata che produce olio d’oliva, vino e miele nella tenuta  Arriga Alta di Lonato, nel Bresciano.