Come si sa, non ci sono cani cattivi ma cattivi padroni. Vale anche per il Pastore Tedesco. La vita di Max von Stephanitz e l’evoluzione delle sue idee accompagnarono la formazione dell’Impero Tedesco, poi della Germania e infine del  nazismo. Lui e i suoi colleghi della “Verein fur Deutsche Schäferhunde” (Società per il Pastore Tedesco, di seguito abbreviata in VS) forgiarono e presentarono questa razza come l’archetipo del temperamento canino germanico: attentamente selezionato, fedele all’estremo, impavido come un lupo. Il suo uso estensivo quale strumento di terrore sociale da parte dei nazisti lo rese un’icona altrettanto diffusa e riconoscibile al pari della svastica e degli stivali di pelle.

Questa razza in effetti fu molto usata dalle SS naziste nei Konzentrationslagern, ossia i campi di concentramento, sotto la responsabilità del Verantwortlichkeit des Wirtschafts und Verwaltungshauptamtes (WVHA – Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS). Il servizio cinofilo nella polizia fu notevolmente ampliato dopo che Heinrich Himmler fu nominato nel 1936 Chef der Deutschen Polizei e cioè capo della polizia tedesca. C’erano almeno due scuole per cani di servizio di polizia, a Rahnsdorf e a Grünheide, ma ovviamente a questi cani non si insegnavano certo compiti militari – come portaordini, soccorso o antiesplosivo – ma solo a vigilare, e a comando a uccidere.

I cani nei lager potevano essere di diverse razze, in particolare Pastori Tedeschi ma anche Dobermann, Airedale Terrier, Boxer (questi ultimi non più utilizzati dalle SS dal luglio 1944 in quanto ritenuti buoni morditori ma inaffidabili quanto a sottomissione e con scarso fiuto, durante quella guerra ne morirono 17.000) nonchè Alani come quelli di Amon Göth comandante del campo di concentramento di Plaszow (quello che si vede nel film Schindler’s list del 1993) o Sanbernardo o incroci di Sanbernardo come Barry, gestito dal crudele Kurt Franz del campo di sterminio di  Treblinka. Tutti assassini, anche se solo per compiacere i padroni.

Nella primavera del 1942, l’amministrazione dei campi di concentramento fu riorganizzata: la gran massa dei deportati veniva terribilmente uccisa nelle camere a gas dei campi di sterminio, ma quelli in grado di lavorare venivano impiegati come schiavi, finchè sopravvivevano, per lavorare alla produzione, soprattutto per l’industria degli armamenti. Di conseguenza, fino alla fine della guerra, fu costruito un gran numero di campi di concentramento, che però necessitavano di molti sorveglianti sempre meno numerosi a causa delle perdite delle SS in guerra. Per via di questa carenza si fece un maggiore uso dei cani, come ordinato da Heinrich Himmler, Reichsführer delle Schutzstaffel (SS), della polizia e delle forze di sicurezza del Terzo Reich. Himmler il 15 maggio 1942 istituì un “Commissario per la politica dei cani di servizio presso il Reichsführer SS”, al comando di Oswald Pohl, capo dell’ufficio centrale economico e amministrativo (WVHA). Al suo interno il 23 luglio 1942 fu creato anche un dipartimento “Schutz und Suchhunde”. I compiti di questo dipartimento – comandato dal cinologo SS-Standartenführer Franz Mueller  e  dal suo sottoposto SS-Hauptsturmführer August Harbaum – erano l’approvvigionamento, l’allevamento, la cura veterinaria e l’addestramento dei cani nonchè quello dei loro addestratori e gestori. Questi cani erano membri delle SS e avevano lo stesso trattamento e diritti dei soldati nonchè una medaglietta e una scheda, come per esempio: Blitz-SS numero 750 o Freiilig-SS numero 2125.  Non tutte le razze erano ugualmente valide e l’ aggressività emergeva meglio in alcune rispetto che in altre.

Norvegia, Falstad, 1943, Strafgefangenenlager di POWs.

Oswald Pohl creò una struttura interna nel giugno 1942 e cioè l’Hunde-Lehr-und Versuchsabteilung (LVA) direttamente nel campo di concentramento di Sachsenhausen, visto che lì non mancava – purtroppo – la materia prima, ossia i poveri detenuti, per l’addestramento dei cani. Inizialmente il LVA aveva 75 membri SS e 60 cani, poi ingrandita con cucce per circa 200 cani e diverse caserme come aree di alloggio e addestramento. I cani, sempre al guinzaglio, non dovevano avere alcun contatto con i prigionieri – anche se in alcuni casi ne furono utilizzati per accudire i cani, contro il regolamento, anche a Sachsenhausen. Nel campo di concentramento Wiener Neudorf, il comandante Kurt Emil Schmutzler sparò al suo cane perchè aveva appoggiato la testa sul ginocchio del prigioniero.

I cani servivano anche a rintracciare eventuali detenuti fuggiti: nel piccolo lager di Saulgau, dove quattro cani custodivano circa 400 prigionieri, i conduttori addestravano alla ricerca i loro cani facendogli fiutare i vestiti dei detenuti. Per fare questo – e lo si faceva anche in altri lager – i detenuti “specializzati” a mo’ di prede sotto gli abiti carcerari avevano fodere imbottite speciali, guanti con strati di cotone di circa quattro centimetri di spessore, scarpe di legno e un colletto di metallo intorno al collo per proteggerlo, visto che i cani non avevano la museruola e venivano addestrati ad azzannare gli arti inferiori, i genitali e il collo.

Nel 1945 Oswald Pohl fu catturato e condannato a morte il 3 novembre 1947 per crimini contro l’umanità. Si difese dichiarando di essere solo un funzionario che obbediva agli ordini.
Fu impiccato a Landsberg l’8 giugno 1951

Non sapremo mai quante aberrazioni simili – oltre alle altre – siano state commesse nei lager, basti citare che le guardie delle SS furono circa 55.000, di cui 3.700 donne (Aufseherinnen). Alcune di queste ultime – e i loro Pastori Tedeschi – sono tristemente famose come, per citarne solo qualcuna, Juana Bormann dei lager di Ravensbrück e Auschwitz, Elfriede Lina Rinkel di Ravensbrück e Irma Grese detta “La Iena” dei campi di Bergen-Belsen, Ravensbrück e Auschwitz e che è la donna che uccise più persone, da sola e direttamente, nella storia dell’umanità, con circa trenta vittime al giorno per due anni (considerando solo il periodo ad  Auschwitz). Uccideva buona parte delle persone con i cani.

Elfriede Lina Rinkel.

Heinrich Himmler, un bieco assassino come gli altri, nel 1943 specificò: I cani che vigilano i campi (di concentramento e di sterminio N.d.A.) devono essere allevati per essere bestie infuriate (…) Devono essere addestrati a sbranare tutti gli altri, a parte il loro gestore. Di conseguenza, i cani devono essere tenuti in modo che non possano accadere disgrazie. Devono essere lasciati al buio quando il campo è chiuso e devono essere catturati di nuovo al mattino. Rudolf Hoess, comandante del lager di Auschwitz e dalla fine del 1943 a capo dell’ufficio della WVHA sulle questioni relative ai cani, riferì cosa intendeva Himmler: Lui stesso ha sempre ritenuto che fosse necessario addestrare i cani in modo tale da poter costantemente circondare i detenuti come un gregge di pecore e quindi impedire loro di fuggire. Una guardia con diversi cani dovrebbe essere in grado di custodire fino a cento prigionieri in modo sicuro.  Rudolf Hoess fu catturato, condannato a morte il 2 aprile 1947 e impiccato quattro giorni dopo davanti all’ingresso del forno crematorio di Auschwitz. Fu cremato e le ceneri furono gettate in un bosco vicino al lager.

Campo di sterminio di Sobibor, le vittime vengono fatte entrare nella camera a gas.

I cani, secondo una circolare del WVHA, dovevano solo abbaiare al prigioniero se stava fermo e con le mani alzate, ma azzannarlo al minimo movimento di fuga o ribellione. Non raramente i cani uccidevano i prigionieri, come accadde a un sovietico nel campo di concentramento di Wiener Neudorf nel novembre 1943, quando I cani delle SS letteralmente fecero a pezzi il detenuto in modo che le interiora furono sparse in tutte le direzioni. Danilo Veronesi, un prigioniero italiano di 18 anni nel campo di concentramento di Ebensee, fu torturato e picchiato dopo aver tentato di scappare e poi fatto sbranare (ma da un Alano). Il poveretto cercò di difendersi e fu ucciso dopo circa un’ora di lotta, probabilmente con i gestori che crudelmente a un certo punto richiamavano il cane per poi aizzarlo nuovamente.

Nell’aprile 1946 riesumando i corpi da una fossa comune fuori dal lager di Überlingen-Aufkirch, si scoprì che 10 cadaveri su 97 dei detenuti presentavano segni di morsi di cane. Il già citato comandante del lager di Auschiwtz, Rudolf Höss, scrisse: Avreste dovuto vederli, o giocavano con i loro cani o si appartavano e sonnecchiavano. Non erano preoccupati, sapevano che il cane li avrebbe immediatamente svegliati all’avvicinarsi di un nemico. Se non facevano questo, allora chiacchieravano amabilmente con le guardie femminili o con le prigioniere. Quando erano annoiati, o semplicemente alla ricerca di un po’ di eccitazione, aizzavano i cani sui prigionieri. Se venivano colti sul fatto, spiegavano che il cane lo aveva fatto di propria iniziativa vedendo che i detenuti si stavano comportando male, oppure gli era sfuggito il guinzaglio. Avevano sempre una scusa pronta.

Un anno dopo la fine della guerra, nel 1946, la Verein für Deutsche Schäferhunde fu ristabilita. Ma cosa scrive oggi l’associazione sul suo ruolo nell’era nazista nell’ambito della fornitura di cani per i lager? Niente.

Pure i comunisti utilizzarono i Pastori Tedeschi nello stesso modo, in particolare nei gulag (Glavnoe Upravlenie Ispravitelno-trudovykh LAGerej, ossia Direzione principale dei campi di lavoro correttivi), ramo della polizia politica dell’URSS che costituì il sistema penale dei campi di lavoro forzato. La maggior parte dei gulag era situata in aree deserte e gelide della Siberia nordorientale e nelle steppe del Kazakhstan. Per i detenuti le possibilità di uscire vivi dai gulag – che risalivano al periodo zarista, anche se i sovietici li utilizzarono molto più massicciamente – erano ridotte, visto che erano obbligati a compiere lavori estremamente pericolosi  in condizioni disumane e a volte sempre letali, come nel caso delle miniere di uranio e degli impianti di arricchimento. Il numero di detenuti aumentò sempre più, dai circa 176.000 del 1930 a un massimo di 2.500.000 nel 1953. In totale, dal 1930 al 1953, ci finirono 28.700.000 persone, di cui almeno 3.500.000 vi trovarono la morte. Nel 1960 furono ufficialmente chiusi. I detenuti si indebolivano presto e pertanto non rispettavano la quota di produzione fissata giornalmente. La punizione consisteva nel ricevere meno cibo (già insufficiente), quindi ci si indeboliva di più, si produceva ancor meno ricevendo meno cibo e così via, fino alla morte. All’adunata, accadde più volte che gli ultimi arrivati e cioè i ritardatari venissero uccisi a sangue freddo. Uno dei terribili metodi di uccisione consisteva nel farli denudare all’aperto bagnandoli con le pompe d’acqua provocandone l’assideramento in pochi minuti.

Guardie sovietiche con Vostochnoevropejskaya Ovcharka.

Alcuni campi non erano neppure recintati. Chi riusciva a superare la vigilanza finiva comunque in enormi zone deserte e prive di rifugi e cibo, e se evitava i lupi (molti dei quali abituati alla carne umana, visto che i cadaveri dei detenuti li si abbandonava all’aperto, insepolti), veniva sempre raggiunto dai cani da guardia del gulag. Il freddo era un nemico letale, e in alcune zone in modo particolare. L’area lungo il fiume Indigirka era conosciuta col nome di “Gulag dentro il gulag”. Nel villaggio di Oymyakon si registrarono addirittura -71.2 °C. Gli stessi cani da guardia, sebbene ben accuditi e nutriti, avevano difficoltà ad affrontare simili condizioni. Solo per quanto riguarda il 1956, quelli in forza ai gulag erano 10.729, di cui 1434 per le scorte dei prigionieri e 1.686 da ricerca, in ambedue i casi tutti Pastori Tedeschi ma del tipo orientale. Difatti i normali Pastori Tedeschi in quelle aree non riuscivano ad affrontare il terribile freddo e così fin dal 1930 i sovietici selezionarono il più grande Vostochnoevropejskaya Ovcharka, abbreviato solitamente in Veo (e che in Germania veniva chiamato Schäfer Ostdeutsche) incrociando il Pastore Tedesco con il Pastore del Caucaso. Il primo standard della razza fu approvato molto più tardi, nel 1964, dal Ministero dell’Agricoltura dell’URSS. I migliori esemplari venivano selezionati sotto il controllo del prestigioso centro cinofilo militare Krasnaja Zvezda (Stella Rossa).

La cosiddetta Guerra fredda fu la contrapposizione che venne a crearsi alla fine della Seconda guerra mondiale tra il blocco occidentale – composto da Stati Uniti d’America, alleati della NATO e Paesi amici – e quello comunista – formato da Unione Sovietica, alleati del Patto di Varsavia e Paesi amici – e durata fino al 1989, anno della caduta del Muro di Berlino. La fase più pericolosa della Guerra fredda, che rischiò di farsi rovente, fu quella fra gli anni ’50 e ’70.  Fu così che i sovietici decisero di costruire il Muro di Berlino, lungo più di 155 km e continuamente soggetto a migliorie pensate non tanto per non fare entrare i forestieri, quanto a non fare fuggire la popolazione da quella parte della Germania che era divenuta comunista e che era stata chiamata DDR. Nel giugno 1962 costruirono un secondo muro all’interno della frontiera. In mezzo fu creata la cosiddetta “striscia della morte”. Tre anni dopo, nel 1965, ecco un altro muro, che soppiantò i precedenti, di cemento armato e acciaio e avente alla sommità un grande e  scivoloso tubo di cemento. Nel 1975 altro muro in cemento armato rinforzato, alto 3,6 metri.

Per passare da una parte all’altra di Berlino e quindi fra le due Germanie (oggi riunificatesi) c’erano solo i checkpoint, attentamente vigilati. Chi non aveva il permesso di passare nella Germania occidentale, e cioé quasi tutti quelli della parte comunista, poteva tentare di superare la striscia della morte, composta da recinzioni, trincee anticarro, oltre 300 torri di guardia con cecchini armati, trenta bunker e una strada illuminata per il pattugliamento lunga 177 km. Naturalmente c’erano anche i cani, ed erano ben 5.000. Erano di diverse razze: Pastori del Caucaso, Rottweiler, Riesenschnauzer, Dobermann (in seguito anche Terrier Nero Russi) e loro incroci. Ma soprattutto erano Veo. A tutti i cani era comunque richiesta una particolarità: dovevano “mordere forte”. Tornando al Muro di Berlino e al confine fra le due Germanie, i cani accompagnavano le guardie o semplicemente erano muniti di collare collegato a una lunga catena dotata di un anello che scorreva lungo un cavo aereo orizzontale. In questo caso l’area controllata dal cane poteva essere lunga decine di metri. Addestrato all’attacco e tenuto affamato per quanto possibile, il cane era estremamente pericoloso per lo sconosciuto che arrivava alla sua portata, anche se i suoi ringhi e i latrati ne segnalavano preventivamente la sua reazione.

L’Unione Sovietica fin dal 1924 aveva ufficialmente adottato il Pastore Tedesco come cane dell’Armata Rossa, anche se le razze utilizzate erano diverse. Poi venne appunto il Veo. In tutti i Paesi dell’Est, i cani utilizzati per compiti militari e di polizia erano selezionati in base alla funzionalità, con particolare riferimento all’aggressività.

L’allora Cecoslovacchia, essendo al confine con stati non comunisti, e quindi avversi, ossia la Germania occidentale e l’Austria, utilizzava molto i cani per vigilare affinché nessuno entrasse e nessuno uscisse (cosa quest’ultima molto più probabile, la polizia di confine arrestava 20-30 persone al giorno). La finalità di questi cani era sempre quella di bloccare i tentativi di fuga da parte della popolazione, visto che le prove di lavoro si svolgevano sempre nei boschi e nelle stazioni ferroviarie. Difficile pensare all’attacco di un esercito nemico che arrivi in treno. Poiché i confini venivano attraversati illegalmente soprattutto nelle aree montuose, lungo questi negli anni ’50 furono creati degli allevamenti i cui cani, dopo essere stati addestrati, venivano forniti all’esercito e alla polizia di frontiera cecoslovacca. Proprio le caratteristiche dell’area interessata dai tentativi di fughe, boscosa e montuosa, condusse poi alla creazione del Cane Lupo Cecoslovacco in base all’idea che un cane accoppiato con un lupo sarebbe stato ancora più efficace. Come si sa, dal punto di vista militare, il progetto fu un fallimento.

Per quanto riguarda i Pastori Tedeschi, famoso – fra gli addetti ai lavori, ovviamente, essendo colà tutto segreto o quasi durante l’era comunista – fu l’allevamento Z Pohranicni straze, fondato nel 1955 e suddiviso in tre diversi canili situati a Domazlice, Libejovice e Prackovice. La produzione annuale dell’allevamento è sconosciuta, comunque si consideri che vi si trovavano 80 fattrici e 30 stalloni, discendenti da esemplari di Pastore Tedesco orientale forniti dall’allora Germania orientale (DDR). L’area era soggetta a controlli ferrei e vi poteva accedere solo il personale autorizzato. Ciò comunque non evitava che vi fossero modi per ottenere cuccioli, poi venduti sottobanco ad appassionati occidentali. Tuttavia, questi ultimi erano rarissimi, in quanto questi cani erano sì grandi, forti e potenti ma anche duri, testardi, ostili e pericolosamente mordaci per gli estranei. I soggetti, sia maschi che femmine, venivano addestrati per un anno e poi forniti a esercito e polizia.

Nel 1960, durante la Guerra Fredda, il governo decise di istituire un settore privato a supporto di quello militare e così assegnò in affidamento a privati e associazioni (dopo avere svolto scrupolosi controlli su di loro,visto che dovevano essere simpatizzanti del regime) un certo numero di questi Pastori Tedeschi. I cani erano sempre di proprietà dello stato, ma in tal modo ce n’era un’ulteriore scorta a disposizione delle autorità. Se richiesti, dovevano essere restituiti immediatamente.

Con la caduta del comunismo, questi cani divennero inutili e anche scomodi. Oggi nella Repubblica Ceka e in Slovacchia non si selezionano e addestrano più cani come quelli usati nel periodo comunista e lo stesso allevamento Z Pohranicni straze dal 2001 si chiama “od Policie Ceske Republiky”. I loro Pastori Tedeschi sono comunque dotati di forte tempra e carattere.

Il 9 novembre 1989, quando il Muro cessò la sua funzione, una parte dei cani da guardia furono  semplicemente abbandonati e la popolazione, che ne conosceva la ferocia, temette che formassero pericolosi branchi. Ma non accadde nulla di tutto questo. Difatti la West German Tierschutzverein (Società per la Prevenzione della Crudeltà verso gli Animali) iniziò subito negoziati con il ministero della Difesa della DDR per adottarli. Già nel gennaio 1990 si trovò una sistemazione per 2.500 di questi cani, con la previsione che sarebbero stati adottati entro otto settimane. Le famiglie che li richiesero furono centinaia, quasi tutte della Germania occidentale in quanto quelle dell’Est vedevano come fumo negli occhi qualsiasi cosa gli ricordasse il regime comunista. Tuttavia, nacque una controversia fra alcuni allevatori di Pastori Tedeschi sia dell’Ovest che dell’Est. I primi sostennero che quei cani, per via delle selezione che ne privilegiava l’aggressività e del particolare addestramento, fossero asociali, psichicamente instabili e quindi troppo pericolosi per affidarli a persone inesperte e peggio che mai a famiglie. Insomma, meglio non averli nella Germania occidentale, e comunque almeno un migliaio sarebbe stato meglio sopprimerli. I giornali diedero grande risalto a questa ipotesi, definendo quegli esemplari “sanguinari” e “cani-killer”.

Gli allevatori della Germania orientale ovviamente si risentirono di queste accuse, ritenendole assolutamente diffamatorie, e ribatterono che quella tesi era motivata solo dal fatto che, con la improvvisa e massiccia disponibilità di tanti cani, soprattutto Pastori Tedeschi, gli allevatori della Germania occidentale temessero di vedere crollare le loro vendite. Non solo, sottolinearono che i cani da guardia del Muro erano le ultime vittime dello stalinismo, senza aver mai avuto un padrone e neppure affetto, e che in buona parte avevano trascorso l’esistenza sempre legati a una catena. Sulla loro ferocia durante il servizio, poi, non c’erano prove e non si sapeva che avessero mai causato vittime.

E’ vero che non si sa nulla, e se anche fosse accaduto la notizia non sarebbe stata divulgata nella DDR. Certo, difficile pensare che, con l’addestramento che subivano, quei cani fossero agnellini, come si voleva far credere. Tuttavia ci  fu un caso in cui una persona che ne aveva adottato uno, lo riconsegnò dopo che il cane non aveva neppure degnato di uno sguardo un ladro che gli era penetrato in casa. Ma con ogni probabilità, quei cani erano così condizionati che svolgevano il loro lavoro solo nella zona che gli era stata affidata, ossia lungo il Muro. Se quel ladro fosse penetrato lì, lungo il Muro, crediamo che l’epilogo sarebbe stato ben diverso. In effetti, ci furono casi di cani affezionatissimi ai loro nuovi padroni che però, se portati là dove sorgeva il Muro, immediatamente cambiavano atteggiamento e riprendevano automaticamente a svolgere il vecchio servizio di guardia, finché non si rendevano conto che quella realtà non esisteva più. Alla fine questi casi non si verificarono più.

Comunque sia, le proteste degli allevatori della Germania occidentale, e i relativi articoli giornalistici, ebbero l’effetto contrario e giunsero richieste persino da oltre oceano da parte di una moltitudine di persone desiderose di avere un Pastore Tedesco “killer”. Arrivarono richieste anche da parte di imprenditori di due stati asiatici, che volevano acquistare tutto il “parco cani” per rifornire i ristoranti. A questo punto le autorità della Germania orientale decisero di selezionare attentamente tutti i richiedenti. Naturalmente, i cani da guardia (non solo Pastori Tedeschi) erano oltre 5.000, e non solo 2500. C’é chi sospetta che quelli mancanti siano stati solo in parte trasferiti in altri ambiti militari, e che gli altri siano stati soppressi perché effettivamente ingestibili. Ma questo è un mistero che probabilmente non sarà mai svelato. Ci si domanderà se avessero ragione gli allevatori occidentali o orientali sulla pericolosità dei 2.500 cani adottati. Ebbene, non ci furono le temute stragi e i cani si affezionarono molto ai nuovi padroni. Anzi, a quelli che avevano sempre desiderato trovare: degli amici.