di Freddy Barbarossa*

Ormai sono oltre un paio di decenni che mi dedico al fenomeno della mitigazione del conflitto tra predatori e allevatori di bestiame da reddito. Un problema che si acuisce con l’aumentare della presenza del lupo nelle riserve naturali, ma ormai anche al di fuori. Il metodo più funzionale per la salvaguardia degli ovi-caprini, ma anche di altro bestiame da reddito, che nei millenni si è dimostrato il più efficace, è quello dell’utilizzo di cani da guardia al gregge. Vanno bene i dissuasori acustici e le recinzioni elettrificate, ma nella pastorizia allo stato brado, dove gli animali si spostano per chilometri liberamente anche senza la presenza del pastore, c’è un’unica soluzione: il cane da pecora o cane da guardiania, come oggi viene distinto rispetto a cani con funzioni diverse.

Cani da pecora Pastore Abruzzese nel loro ambiente (foto Barbarossa).

È evidente che per avere un’efficacia nell’utilizzo di questi cani necessita che siano idonei a svolgere il loro lavoro. Lavoro che spesso viene confuso con il sostituirsi ai cacciatori nell’uccidere il lupo. Non è assolutamente quello il fine, ma quello di salvaguardare l’incolumità del bestiame e ridurre al minimo le perdite. Il cane che per rincorrere e ammazzare il lupo abbandona il gregge è tutt’altro che un cane utile. Può servire per consentire al padrone di pavoneggiarsi, ma poco serve all’economia dell’azienda. Quindi ci si pone il problema di quali siano i cani più bravi in questo lavoro. Purtroppo oggi si ragiona per razze in senso cinofilo, cosa che non ci aiuta affatto nell’individuare i cani più utili.

Prima di spiegare cosa intendo esattamente, necessita fare un po’ di chiarezza  sul concetto di razza. Oggi, per ragioni che mi sfuggono, si usano termini ben definiti in modo del tutto improprio. Biologi, veterinari, zoologi e scienziati di ogni genere continuano a parlare di ibridi quando parlano dell’incrocio tra cane e lupo. Così come la matematica non è una opinione, non lo dovrebbero essere neanche le terminologie scientifiche. Un ibrido è un incrocio tra animali di specie diverse. Ma dal momento che Canis lupus lupus e Canis lupus familiaris (la versione addomesticata) appartengono alla medesima specie, non si può parlare di ibridi. Chiamare un incrocio cane/lupo  ibrido è un falso terminologico. Quando poi parliamo di razze in ambito cinofilo le cose si complicano ulteriormente.

In una specie animale si possono distinguere diverse razze. In natura esse si differenziano attraverso caratteristiche morfologiche e attitudinali diversificate a causa dell’adattamento agli habitat  a cui appartengono e che hanno inciso nella loro evoluzione in modo permanente, modificandone conseguentemente l’aspetto.

Quando parliamo di animali addomesticati nascono storture e forzature che cominciano a confondere il senso della parola razza. Per fare un esempio: supponiamo di avere un numero imprecisato di coppie di cani bianchi con macchie di colore marrone, appartenenti ad una fantomatica razza che chiameremo Macchioni. Strada facendo decidiamo che ci piacerebbero completamente bianchi. Cucciolata dopo cucciolata eliminiamo quelli più maculati, mantenendo quelli con il pelo più candido e poco chiazzato. Facciamo accoppiare solo questi ultimi finché cominciano a capitare i primi cani senza alcuna macchia. A quel punto utilizziamo solo questi ultimi per gli accoppiamenti ed eliminiamo, man mano, tutti i cuccioli che tornano a presentare macchie. Questo fin quando avremo ottenuto il risultato sperato, ovvero tutti cani completamente bianchi. A questo punto decidiamo di chiamarli Bianconi, asserendo che si tratta di una razza a parte.

Secondo voi, se andiamo a fare un accurato esame del Dna, quanto sarà differente quello dei Macchioni rispetto a quello dei Bianconi? Quanto pensate possa incidere sulla funzionalità del cane un tale cambiamento, se non collegato strettamente a una maggiore possibilità di sopravvivenza al Polo Nord? Zero assoluto.

Cani da pecora Pastore Abruzzese, rilassati ma attenti (foto Barbarossa).

Questo esempio è molto semplice e banale, ma costituisce il principio base della selezione cinofila. Per cui, quanto ci può tornare utile sapere a che razza appartiene un cane per capire se è idoneo a fare un lavoro piuttosto che un altro? Vi assicuro, veramente assai poco! Dopo le leggi della natura che hanno fissato i paletti per distinguere una razza rispetto a un’altra, con l’addomesticazione degli animali si è aggiunto un ulteriore elemento che incide significativamente nel distinguo tra razze ed è la funzione che attribuiamo al nostro coadiuvante.

L’uomo ha iniziato a servirsi dei canidi per specifiche funzioni che lo aiutassero a garantirsi cibo e protezione. Il popolo, detto cacciatori-raccoglitori e vissuto nel paleolitico, fu il primo ad addomesticare i canidi per farsi coadiuvare nella caccia. Nel neolitico nacquero le popolazioni stanziali di agricoltori-allevatori di bestiame e anch’essi utilizzavano canidi per aiutarli nella gestione del bestiame. Il terzo tipo possiamo considerarlo il cane da combattimento che veniva utilizzato nelle battaglie e nella conquista dei territori: cane che ha dato i natali a quelli oggi usati per la difesa e la guardia. Poi sono nate altre esigenze come i cani da corsa, cani per la ricerca di persone, da tartufi, antidroga, antiesplosivi, ecc. Solo dopo arriviamo alla miscellanea da compagnia che io considero cani da pet teraphy globale della società moderna, post industriale e per certi versi in grosse difficoltà relazionali.

Com’è facile immaginare, in base alla funzione attribuita al cane, sia il carattere che la costruzione devono avere caratteristiche ben precise affinché agevolino l’animale nello svolgere il proprio compito. Più le caratteristiche risultano idonee, e maggiore sarà utilità del suo utilizzo. Secondo questo concetto di tipo funzionale le “razze” si riducono veramente a una manciata. Ma soprattutto questo ci fa capire che la garanzia di avere un buon cane da guardiania di certo non la troviamo nella classificazione razziale in termini cinofili, tantomeno nella sua certificazione, ovvero nel pedigree.

Cani da pecora Pastore Abruzzese in fase reattiva (foto Barbarossa).

Credo di essere stato sufficientemente chiaro nell’esprimere un concetto che potrebbe sembrare più complesso di quanto non sia. È fuor d’ogni dubbio che per avere un bravo cane da gregge o da mandria necessita l’interazione tra predisposizione genetica e comportamento acquisito. Dobbiamo però essere consapevoli che è l’ontogenesi che alimenta e modifica la filogenesi, e che un pedigree non ci dice assolutamente nulla in tal senso. Voglio chiudere con la citazione di un commento trovato su Wikipedia riguardo il Cane di Mannara, ovvero il cane da pastore siciliano: “Nell’inteso significato comune pastorale e contadino u cani ‘i mànnira è un cane bastardo nato meticcio e senza un pedigree, cioè un cane non appartenente a nessuna razza, cosa che ha ignorantemente contribuito nel tempo all’abbandono di tale razza”. Questo è un esempio lampante di quando l’ignoranza risieda in chi giudica, anziché nel giudicato.


* Freddy Barbarossa, prima Sostituto commissario della Polizia di stato e poi investigatore privato, da sempre è appassionato di cinofilia. I suoi studi, non direttamente collegati a questa passione, gli hanno però consentito di traslare quanto appreso anche nel mondo animale e dunque di dedicarsi successivamente allo studio dell’etologia. Proprio il suo spirito investigativo lo ha sempre portato a cercare di indagare a  fondo sulle cose e a non accontentarsi delle soluzioni troppo banali. Pertanto nel tempo libero si dedica allo studio delle origini, sviluppo e situazione attuale del Cane da Pastore Abruzzese in particolare, ma anche  dei cani da guardiania più in generale. Infatti il suo primo libro, La vera storia del cane da pastore abruzzese, tratta sostanzialmente di questo, mentre il nuovo libro ormai prossimo alla pubblicazione verte sulle origini filo e ontogenetiche dell’aggressività nei canidi e su come essa intervenga in modo proficuo nell’opera dei cani da guardiania.