(Segue dalla quarta parte) Da allora i vaccini antirabbici sono stati perfezionati e diffusi, ma sarà bene ricordare che anche questi sono impotenti se somministrati dopo la comparsa dei sintomi. Se inoculati anche dopo il contatto ma prima dei sintomi, si stima che nel mondo la profilassi post-esposizione (PEP) a seguito di sospetti episodi di infezione eviti ogni anno centinaia di migliaia di decessi. E a volte pure il vaccino può non bastare.

Gatto rabido.

Matthew Winkler, un bambino di 6 anni, il 10 ottobre del 1970 stava dormendo nella sua cameretta nella zona di Willshire, città di Lima, Ohio, Stati Uniti. I suoi genitori avevano ridipinto il piano superiore della loro fattoria del 1888, ma non si erano accorti dell’esistenza di un piccolo buco che collegava la stanza di Matthew  alla soffitta. All’improvviso sentì un dolore a un dito e urlò. Nick, il padre, accorse e vide un pipistrello appeso con la bocca al pollice del bambino. Immediatamente uccise l’animale, che non mollava la presa. Matthew disse che mentre il padre lo tirava via sentiva molto male: Sembrava che un dentista mi tirasse un dente. Verna, la madre venticinquenne, lavò la ferita – e fece benissimo – con acqua e sapone, poi la disinfettò con l’alcool e 10 minuti tornarono tutti a dormire.

La mattina dopo Nick portò il corpo del pipistrello da un veterinario, che la mandò via per i test. La risposta arrivò quattro giorni, con la conferma che il pipistrello era rabbioso. Il dottor John Chrispin, di Rockford, allora somministrò punture di siero antirabbico su entrambi i lati dello stomaco di Matt per due settimane, ma alla fine del mese il bambino cominciò a essere apatico e allora il 3 novembre fu portato d’urgenza all’ospedale St. Rita, dove i medici inizialmente pensarono fosse influenza o una reazione allergica al siero. Tutto cambiò il 14 novembre quando il bambino iniziò a farfugliare, il suo lato sinistro si irrigidì e svenne. I genitori sapevano che la rabbia era mortale e che il figlio era ormai destinato a morire. Tuttavia, tre medici la pensavano diversamente: il dr. C. John Stechschulte, un pediatra, era convinto che la medicina, unità alla speranza e alla preghiera, fossero forze potenti; e così la pensavano il dr. Thomas Weis e il dr. Michael Hattwick, dell’Atlanta Center for Communicable Disease Control.

Il piano dei medici era di curare ogni sintomo nel momento in cui iniziava ad apparire. Quando il cuore e la respirazione di Matt iniziarono ad aumentare rapidamente, i medici fecero rapidamente una tracheotomia. Quando la sua mano sinistra iniziò ad aprirsi e chiudersi per gli spasmi, somministrarono farmaci anticonvulsivi. Abbiamo pensato che la miglior difesa fosse l’offensiva, dichiarò Stechschulte. Non utilizzarono antibiotici o steroidi. A poco a poco, Matthew migliorò e infine guarì. Nick e Verna Winkler dissero che era il loro miracolo di Natale. Il bambino fu dimesso dall’ospedale il 27 gennaio 1971, scherzando sul fatto che gli sarebbero mancate tutte le belle infermiere. Era il suo settimo compleanno.

Matthew Winkler con la sorella Valerie e i genitori all’ospedale St. Rita nel dicembre 1970, quando
l’incubo era finito. I giornali di tutto il paese inviarono cronisti a Lima, incluso il New York Times.

Jeanna Giese invece fu la prima paziente a sopravvivere grazie al Protocollo di Milwaukee. Ma le andò bene, in quanto tale protocollo ha un tasso di sopravvivenza basso: solo 5 (il 12%) dei primi 43 pazienti sono sopravvissuti, anche se coloro che lo hanno ricevuto sono comunque sopravvissuti più a lungo rispetto a quelli che non lo hanno ricevuto.

Jeanna aveva 15 anni quando partecipò a una messa nel settembre 2004. Durante il servizio un pipistrello entrò in chiesa e volò in cerchio sopra i fedeli sfiorandoli sempre di più finché qualcuno non lo colpì facendolo cadere a terra. Impietosita, Jeanna lo raccolse per portarlo fuori, ma fu morsa al dito indice. Una volta a casa lavò la ferita, ci mise un cerotto e nessuno ci pensò più. Qualche settimana dopo, Jeanna iniziò a lamentarsi di vedere doppio, del formicolio agli arti,  affaticamento, nausea e febbre. Quando le sue braccia iniziarono a irrigidirsi, ad avere dei sussulti e subentrò la difficoltà di parlare, fu ricoverata in ospedale e sottoposta a test per una serie di malattie neurologiche. Ogni risultato fu negativo. Solo a un certo punto sua madre ricordò il morso del pipistrello, e da lì si capì che si trattava di rabbia.

Fu subito trasferita all’ospedale pediatrico del Wisconsin e assegnata al dottor Rodney Willoughby, un consulente per le malattie infettive che però, nonostante la sua esperienza, non aveva mai avuto un paziente con la rabbia. Insomma, il piano d’azione per combattere l’infezione non era del tutto chiaro. Quindi, con le condizioni di Jeanna in rapido declino, il medico si documentò cercando indizi su come arrestare la progressione della malattia. Un punto, evidenziato più volte in letteratura, attirò la sua attenzione: la patologia da rabbia non funziona principalmente causando lesioni nel cervello ma piuttosto interrompendo il rilascio controllato di neurotrasmettitori, come acetilcolina e serotonina. Si decise allora di porre Jeanna in un coma indotto, tentando questo trattamento con l’ipotesi che gli effetti negativi della rabbia fossero causati da disfunzioni temporanee nel cervello e che potessero essere evitati inducendo un’interruzione momentanea e parziale delle funzioni del cervello al fine di proteggerlo dai danni, dando il tempo al sistema immunitario di sconfiggere il virus.

Dopo trentuno giorni di isolamento e settantasei giorni di ricovero, Jeanna fu dimessa dall’ospedale. Mantenne tutte le funzioni del cervello di livello superiore, ma le fu riscontrata l’incapacità di camminare e di mantenere l’equilibrio. Raccontò poi: Ho dovuto imparare nuovamente a stare in piedi, ruotare, spostare le dita dei piedi. Ero davvero, dopo la rabbia, come una bambina appena nata, non in grado di fare nulla. Ho dovuto imparare di nuovo tutto. Mentalmente sapevo compiere quelle azioni, ma il mio corpo non collaborava con quello che volevo fare. È stata sicuramente una prova psicologicamente dura per me. Mi sto ancora riprendendo, non sono completamente guarita, ho problemi di equilibrio e non posso ancora correre normalmente. Si laureò in biologia nel 2011 e si sposò nel 2014. https://www.youtube.com/watch?v=0SF1znt5NZs

L’innovativo approccio terapeutico del dr. Willoughby fu successivamente soprannominato il “Protocollo Milwaukee”, ma è un argomento controverso e divisivo per i medici e gli scienziati del settore. La gran parte dei pazienti sono deceduti. Ricordiamo che sia Jeanna Giese che, precedentemente, Matthew Winkler, furono morsi a un dito, il che significa che il virus della rabbia si spostò lungo gli assoni delle cellule nervose prima di raggiungere il sistema nervoso centrale, dando più tempo al paziente di sviluppare risposte immunitarie. Se fosse accaduto diversamente, come nei casi descritti prima di morsi alla testa da parte di lupi o cani, la situazione sarebbe stata ben diversa.

In determinati casi però la rabbia, se superata, potrebbe dare una immunità: la dottoressa Amy T Gilbert del Center for Disease, Control and Prevention ha condotto uno studio su due comunità dell’Amazzonia peruviana ed è risultato che oltre la metà degli esaminati ha affermato di essere stata precedentemente morsa da pipistrelli e, in particolare, l’11% di quelli testati portava anticorpi della rabbia a livelli sufficienti per proteggerli dalla successivi morsi. Di questi sette individui sieropositivi, solo uno aveva ricevuto il vaccino antirabbico, indicando che le restanti sei persone erano state naturalmente esposte al virus, con un esito non fatale.  Insomma, la scienza va avanti e chissà. Di certo la cosa migliore per sopravvivere alla rabbia è … non prendere la rabbia!

Ma la rabbia, eliminata in Europa occidentale, continua a fare vittime nel mondo, tra le 55.000 e le 60.000 ogni anno per via della povertà, ignoranza, distanze e credenze. Chi va per lavoro o turismo in uno dei circa 150 stati in cui è ancora presente, e dove i cani randagi sono moltissimi, deve considerare questo pericolo. Esemplari già infetti, ma nella fase di incubazione dell’infezione, appariranno totalmente e clinicamente normali, affettuosi e docili, tuttavia dopo poco sarà diverso. Pure i cani adottati all’estero devono essere accolti con grande prudenza e avvalendosi di strutture serie e scrupolose.

Nella primavera del 2015 una cagna e il suo cucciolo furono catturati al Cairo, in Egitto, dotati di certificati di vaccinazione falsificati e spediti negli Stati Uniti – insieme ad altri sette cani e ventisette gatti – da un’organizzazione di adozioni di animali. Il 30 maggio la spedizione sbarcò all’aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York City e successivamente distribuita a vari gruppi di salvataggio di animali con sede negli Stati nord-orientali. Pochi giorni dopo però la cagna rivelò i sintomi della rabbia e fu eutanizzata dalle autorità sanitarie, mentre il cucciolo fu vaccinato e, non avendo alcun sintomo, sopravvisse. Oltre trenta persone che avevano avuto più o meno contatti con la cagna o le strutture furono immediatamente vaccinate. Nel 2008 si era verificato un caso analogo con l’importazione di cani provenienti dall’Iraq e in seguito accadde anche con le Filippine.

Per ogni cane importato negli Stati Uniti, i funzionari doganali e di frontiera richiedono certificati validi che documentano, tra molti altri dettagli, la data della vaccinazione antirabbica e la sua scadenza, le informazioni sul prodotto vaccinale e il nome, il numero di licenza, l’indirizzo e la firma del veterinario che ha somministrato la vaccinazione. Nel 1944 c’erano circa 9.000 cani rabbiosi negli Stati Uniti, ma nel 2009 i casi scesero a 79 grazie ai vaccini antirabbici e al controllo dei cani randagi (ne furono soppressi decine di milioni dal 1970 in poi, fonte: Humane Society of the US https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5981279/ ). Oggi sono ancora meno. Non è solo l’importazione della rabbia canina a costituire un rischio, ma pure l’introduzione di altre malattie zoonotiche causate da parassiti e protozoi estranei. Il rischio di rabbia importata può essere minimo – la malattia si verifica in meno del 2 per milione di cani importati – ma rimane un rischio per la collettività.

Attenzione, ciò non significa che negli Usa la rabbia non ci sia, poiché è diffusa in diverse specie selvatiche. Dal 2008 ci sono stati almeno ventitre casi di infezione da rabbia su umani, otto dei quali però contratti all’estero. Tra animali è ben diverso: nel 2015 gli animali selvatici rabbiosi confermati erano selvatici per il 92,4% e domestici per il 7,6%. Tra le specie selvatiche, i pipistrelli erano e sono i più segnalati, seguiti da procioni, puzzole, volpi e coyote. Come già scritto, la rabbia infetta anche gli erbivori. https://www.youtube.com/watch?v=-AP4uEXkIEU  Il problema dei pipistrelli è che il loro morso spesso non viene percepito, e successivamente può essere confuso con quello di un insetto. Anche se la rabbia nei cani sarebbe scomparsa nel 2007, la vaccinazione dev’essere comunque fatta. Nulla vieta infatti che in qualsiasi momento un animale selvatico ne possa infettare uno domestico non vaccinato, come si vede nel bel film Cujo (1983) diretto da Lewis Teague e tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. https://www.youtube.com/watch?v=awPDaFp70yI

Fonte Organizzazione Mondiale Sanità. Le specie animali maggiormente portatrici di rabbia. Si notino gli Stati Uniti. Ovviamente la figura del Dobermann sta solo a rappresentare i cani in generale.

La maggior parte dei decessi umani nel mondo sono causati dai cani, ma le vaccinazioni risolverebbero in gran parte il problema. Solo che in molti stati possono avere un costo proibitivo anche per le istituzioni, il che spiega gran parte della prevalenza e della mortalità della rabbia all’estero. In molti stati inoltre si diffida dei vaccini e ci si affida a pratiche popolari, di nessuna efficacia.

Prima di entrare nel dettaglio sarà bene chiarire una cosa: come già scritto, in Italia la rabbia negli animali domestici e selvatici non esiste più, a conferma che il tanto vituperato sistema nazionale sanitario, tranne alcune situazioni particolari nel Paese, è di assoluta eccellenza e superiore a quello di altri stati spesso erroneamente indicati come meritevoli obiettivi. Ma altrove, pur nella progredita Europa, non è così perché in certi stati la rabbia nei pipistrelli è stata verificata. Negli ultimi quattro decenni, in Europa sono stati segnalati oltre 1100 casi di rabbia da pipistrello, di cui la maggior parte (oltre il 90%) in Danimarca, Paesi Bassi, Germania (con due morti, morsicati rispettivamente da una volpe e da un cane in questo stato tra il 1981 e il 2005), Francia e Polonia. Casi sporadici di rabbia di pipistrello sono stati rilevati anche in Spagna, Svizzera, Gran Bretagna, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Ucraina, Russia, Norvegia e Finlandia.

La trasmissione della rabbia da pipistrello a mammiferi terrestri (“spillover”) è un episodio raro, ma nel 1998 e 2002 sono stati rilevati casi di rabbia negli ovini in Danimarca, Germania e Francia (in Francia nel 2003 e nel 2007 pure in due gatti). Anche se rari, sono stati descritti casi di rabbia umana a seguito di morso di pipistrello: nel 1977 in Ucraina, nel 1985 in Russia, in Finlandia nel 1985 (mortale), in Scozia nel 2002 (mortale). La rabbia nel mondo causa ogni anno anche perdite economiche di oltre 8 miliardi di dollari (fonte: Estimating the global burden of endemic canine rabies, Hampson K, Coudeville L, Lembo T, et al, 2015)

Casi di rabbia nei pipistrelli riportati in Europa tra il 2000 e il 2018, visualizzati utilizzando
lo strumento di mappatura implementato nel sito Web Rabies Bulletin Europe.

In Cina la rabbia, responsabili in larghissima parte i cani, è la terza causa di morte di esseri umani tra le malattie infettive di categoria A e B, subito dopo l’HIV/AIDS e la tubercolosi. Nel periodo 1987-89 ogni anno c’erano oltre 5.200 decessi, soprattutto durante la primavera e l’inverno. Il picco fu raggiunto però nel 1981, con 7.037 casi. Le vaccinazioni e soprattutto lo sterminio dei cani randagi, ammalati o no, dagli anni ’90 fecero calare i casi a meno di 2.000 l’anno entro il 2011. La legge cinese obbliga che tutti i casi di rabbia diagnosticati siano registrati nel National Notifiable Disease Surveillance System (NNDSS) entro 24 ore dalla diagnosi, ma francamente non capiamo quali effettivi interventi sanitari si facciano nelle remote aree rurali e in particolare negli eventi in cui vengono catturati, torturati, uccisi e macellati sommariamente 10-15.000 poveri cani soprattutto randagi, come accade ogni anno a Yulin. Secondo World Dog Alliance in Cina ne vengono mangiati circa 10 milioni. Non solo, in Cina si rischia anche con i trapianti di organi tra umani, una donazione a due pazienti nel 2015 si risolse con la loro morte. Si scoprì dopo che il donatore era morto di rabbia.

Volete visitare  il Vietnam, Thailandia, Bali e Filippine? Belli, ma prima vaccinatevi contro la rabbia perché il rischio è altissimo. E dire che  il laboratorio di ricerca Van Houweling del centro medico dell’Università di Silliman nelle Filippine dal 1979 produce un vaccino per cani che garantisce un’immunità di tre anni. https://www.youtube.com/watch?v=AEQ_fBcXQRQ

Sappiate che in Asia (il Giappone però si dichiara immune) ogni anno muoiono di rabbia almeno 31.000 persone, di cui almeno 20.000  in India. Altro continente? L’Australia ufficialmente è libera dalla rabbia canina, però sono stati trovati esemplari infetti di pipistrelli sia insettivori sia mangiatori di frutta. Ci furono anche tre morti dal 1996 causate da pipistrelli, il più recente dei quali fu nel 2013 quando un bambino del Queensland di 8 anni fu morso, morendo due mesi dopo. Si consiglia di prendere con la dovuta cautela le dichiarazioni ufficiali di tanti stati nel mondo.

Oggi l’Africa è il secondo continente più colpito dalla rabbia, dopo l’Asia, con circa 24.000 persone morte ogni anno. L’infezione viene trasmessa principalmente dai cani. Un recente studio condotto dai ricercatori dell’Istituto Pasteur ha ripercorso le origini e l’evoluzione della malattia nell’Africa occidentale e centrale e ha rivelato che l’emergere e la diffusione del virus della rabbia coincidevano con l’inizio della colonizzazione europea in Africa centrale, cioè a meno di 200 anni fa. Il Lyssavirus Dynamics and Host Adaptation Unit (Unità di adattamento delle dinamiche e dell’ospite del lyssavirus) presso l’Istituto Pasteur di Parigi e guidata da Hervé Bourhy, ha studiato le dinamiche evolutive dei virus della rabbia nei cani nell’Africa occidentale e centrale. La ricerca è stata condotta in collaborazione con squadre provenienti da  vari stati, Italia inclusa. I ricercatori hanno analizzato un totale di 182 virus isolati della rabbia, prelevati da 27 paesi africani in 29 anni, e hanno scoperto che i virus che circolano in questa regione appartengono allo stesso lignaggio, noto come “Africa 2”. Lo studio filogenetico di questo lignaggio suggerisce una possibile diffusione da est a ovest in tutta l’Africa.

Il Sudafrica è uno degli stati meglio organizzati anche a livello sanitario, tanto che ogni anno i casi di rabbia umana sono solo una dozzina, in massima parte nelle regioni nord-orientali del Capo Orientale, nelle aree orientali e sud-orientali di Mpumalanga, del Limpopo settentrionale e del KwaZulu-Natal. I cani sono il vettore principale, con l’aggiunta della volpe dalle orecchie di pipistrello, mangusta gialla e sciacallo della gualdrappa. Il tasso di mortalità è stato di tredici  vittime nel decennio 2001–2010. Secondo Lin-Marie de Klerk-Lorist, veterinario del Parco nazionale Kruger, A differenza degli animali domestici rabbiosi, che spesso diventano più aggressivi, quelli selvatici sembrano pacati e sottomessi, e ciò aumenta il rischio che gli esseri umani contraggano la malattia, poiché la tentazione di avvicinarsi a loro è molto maggiore.

La rabbia dei cani colpisce anche la fauna selvatica, inclusi i predatori che limitano il numero proprio dei cani, in particolare il leopardo. Nall’area di Città del Capo, capitale del Sudafrica, nel 2015 un giovane leopardo, conosciuto come Sindile dagli addetti faunistici, attaccò un cane, portandolo poi su un albero. Il cane però non era morto e riuscì a saltare giù. I ranger avevano visto la scena e quindi lo seguirono per dargli delle cure, ma quando infine lo trovarono era morto. E aveva la rabbia. Conseguentemente catturarono subito il leopardo e scoprirono che, forse per un morso ricevuto dal cane, era stato infettato. Sindile fu trasportato al Centro di riabilitazione della fauna selvatica di Moholoholo e grazie al vaccino e alle cure dopo tre mesi fu liberato e reinserito nel suo ambiente. https://www.youtube.com/watch?v=MuL3yn1K1HI

In Sudafrica, tutti gli animali di età superiore a tre mesi per legge devono essere vaccinati, e la stessa fauna selvatica viene vaccinata per mezzo di bocconi. Purtroppo, nonostante le iniziative che prevedono la vaccinazione gratuita, una parte dei cani randagi o vaganti non ne beneficia e stante le continue cucciolate il problema non è stato ancora risolto.

Al lettore potrà sembrare che si voglia fare passare i cani randagi per i cattivi di turno. Non è così, perché semmai sono le vittime dell’uomo. Ben pochi sono in grado di vivere in natura come selvatici, essendo stati creati dall’uomo, e quindi continuano a stare nei pressi, cibandosi di immondizia tra stenti e malattie, e purtroppo le femmine continuando a riprodursi due volte l’anno. Vivono praticamente ovunque esistano villaggi e città, specialmente nei paesi in via di sviluppo e nell’ex Unione Sovietica. La prassi è quella di contenerne il numero uccidendoli: in Pakistan, a Lahore, nel 2009 ne furono uccisi 27.576; a Multan nel 2012, 900. In Russia almeno fin dal 1900 i cani randagi vengono uccisi da cosiddetti “cacciatori di cani”, anche a seguito di vittime umane sbranate appunto da branchi di randagi di cui solo a Mosca ce ne sarebbero circa 50.000.  In Serbia sono diverse decine di migliaia, di cui i gruppi più numerosi si trovano a Belgrado (oltre 17.000), Novi Sad (circa 10.000), Niš (tra 7.000 e 10.000), Subotica (circa 8.000) e Kragujevac (circa 5.000).

In Romania hanno rappresentato un grosso problema negli ultimi decenni, con numerosi attacchi alle persone, finché il loro numero è stato limitato con la soppressione. A Bucarest per esempio solo da ottobre 2013 a gennaio 2015 ne furono catturati oltre 51.200, con oltre la metà soppressi, circa 23.000 adottati e 2.000 ancora residenti nei rifugi del comune.

Come scritto all’inizio, l’India è lo stato al mondo con il maggiore rischio di rabbia. Tra i suoi 1,4 miliardi di abitanti, circa 15 milioni vengono morsi dai cani ogni anno – la maggior parte dei morsi di animali in India (91,5%) proviene da cani, di cui circa il 60% da randagi e il 40% da domestici – e di questi almeno 20.000 muoiono, e  circa il 40% sono bambini. Tuttavia, questi 20.000 sono solo una stima (fonte: Rabies in India, dr. Rozario Menezes, Mesquita Hospital di Vasco da Gama, Goa, India), esattamente di 20.565 morti per rabbia l’anno, divulgata dal National Multicentric Rabies Survey e compiuta dall’Association for Prevention and Control of Rabies in India in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). In realtà dal 1985 l’India ha registrato circa 25.000-30.000 decessi umani per rabbia ogni anno (e la stima più bassa si basa sulle statistiche proiettate dagli ospedali nel 1985).

Numero di casi di morte per rabbia (Fonte Organizzazione Mondiale della Sanità).

Non è affatto accertato che le vittime in India siano “solo” 20.000 l’anno, ossia che una persona venga morsa ogni 2 secondi e che qualcuno muoia di rabbia ogni 30 minuti scarsi (chi vuole andarci in vacanza ci pensi bene…). Si dichiara che l’India abbia circa 25milioni di cani (per altri sarebbero almeno 35 milioni), con un rapporto cane/uomo stimato di 1:36. Sicuri? Chi li conta? Lì i cani rientrano in quattro grandi categorie: animali domestici (soggetti a restrizioni e controllati); cani di famiglia (parzialmente soggetti a restrizioni, totalmente dipendenti); cani di comunità (senza restrizioni, parzialmente dipendenti); e cani del tutto randagi (senza restrizioni, indipendenti). La maggior parte dei cani in India, forse l’80%, rientra nelle ultime tre categorie, e sono tutti liberi di riprodursi due volte l’anno.

Fino al 1998 la popolazione di cani randagi era tenuta sotto controllo dalle autorità civili con la cattura e la soppressione, ma per via delle pressioni degli attivisti per il benessere degli animali nel 2001 fu approvata una legge che vieta l’uccisione dei cani. Per carità, benissimo, ma avrebbe dovuto essere attuata anche una politica di controllo delle nascite, definita Programma ABC e che prevedeva la cattura, sterilizzazione, vaccinazione e rilascio dei cani randagi nell’area in cui fossero stati catturati. Ma i soldi per fare tutto questo sono mancati, nonostante si sapesse bene che il successo del Programma ABC dipendeva dalla sterilizzazione del maggior numero possibile di randagi e – per sette anni – della vaccinazione del 70% dei randagi in una determinata area geografica. Ovvio che la sterilizzazione sia basilare, poiché una femmina ogni anno e con due parti può dare alla luce anche venti cuccioli. Le nascite surclasserebbero le sterilizzazioni. Ma tutto ciò costerebbe cifre immense e, inoltre, non è un problema prioritario per il governo.

Cagna randagia e cuccioli in una discarica indiana.

Si consideri che in India i cani non sono mal visti dalla popolazione: si fanno operazioni di abbattimento solo in caso di attacchi a persone, come accadde nel 2016 nel Kerala dove branchi di cani fecero diverse vittime. Normalmente invece i cani, anche se randagi, sono considerati parte della collettività anche se non appartengono a nessuno in particolare. Il problema dell’India è che è grande un terzo degli Stati Uniti e che ha circa un terzo dei cani presenti negli Stati Uniti (90 milioni di esemplari). Solo che quelli indiani sono praticamente quasi tutti per strada.

I cani randagi, che campano stentatamente, trovano di che sfamarsi tra l’immondizia: ad esempio, solo Mumbai ha oltre dodici milioni di residenti umani, di cui oltre la metà vivono in baraccopoli. Almeno cinquecento tonnellate di immondizia rimangono non raccolte ogni giorno (alcuni   amministratori pubblici italiani incompetenti o disinteressati davanti a simili numeri sembrano dei pivelli…). Inoltre vi sono grandi quantità di carcasse di animali esposte, che forniscono un’abbondante fonte di cibo per i cani, che sono stati pure avvantaggiati dal diclofenac, un farmaco antinfiammatorio somministrato ai bovini. Quando questi muoiono vengono mangiati dagli avvoltoi, per i quali però questa sostanza è letale per insufficienza renale se è stata data al bovino negli ultimi giorni di vita . Risultato, gli avvoltoi indiani di varie specie in pochi anni sono calati almeno del  97% in Bangladesh, Pakistan e India. La specie avvoltoio dalla groppa bianca (Gyps bengalensis), fino agli anni ’80 ritenuto il grande uccello rapace più abbondante al mondo, con diversi milioni di individui, dal 2016 è crollato a meno di 10.000 individui maturi. Bene, tutto quello che prima mangiavano gli avvoltoi, ora è a disposizione dei cani randagi.

L’unica limitazione del numero di cani randagi in India è data dalla predazione del leopardo, persino dentro le città, e si stima che in tali casi ogni leopardo, riducendo il numero di cani potenzialmente rabbiosi, salvi un centinaio di persone l’anno. Christopher O’Bryan e Alexander Braczkowski dell’Università del Queensland hanno studiato i dati sulla dieta dei leopardi viventi nel Parco nazionale di Sanjay Gandhi, ai margini di Mumbai, e hanno scoperto che il 40% della dieta media del leopardo è composta da cani randagi. In totale, i trentacinque leopardi nel parco probabilmente mangiano circa millecinquecento cani all’anno. Data la frequenza con cui i cani mordono le persone e quanti di loro hanno la rabbia, le uccisioni dei leopardi impediscono circa mille episodi di morso all’anno e novanta potenziali casi di rabbia. Il problema è che questo felino preda, oltre che il bestiame, pure gli esseri umani. Dal 2001, quando fu approvata la legge che vieta l’uccisione dei cani, i leopardi in India hanno infatti ucciso in totale circa trecento esseri umani, che anche se è nulla rispetto ai circa trecento lì uccisi dagli elefanti ma in un anno (e alle almeno 200.000 persone morte di rabbia dal 2001 a oggi), di certo non attira le simpatie della popolazione verso il felino.

La maggior parte delle persone che muoiono di rabbia hanno uno stato socioeconomico povero, carenza di igiene, nonché forti convinzioni popolari e diffusa ignoranza. Dall’ultimo sondaggio sanitario, nel 2004, risulta che solo il 39,5% delle vittime del morso da parte di un cane (o di una scimmia, animali che vivono in stretto contatto con i cani randagi https://www.youtube.com/watch?v=NMg36TLUcBU ) ha lavato le ferite con acqua e sapone e circa il 60% delle persone infette ricorre a cure indigene, con applicazioni locali sulla ferita (36,8%) con presunti rimedi indigeni (45,3%), che sono sì popolari, ma inutili. Il dottor Nitai Kishore Marik, ex ufficiale medico di West Midnapur, ha dichiarato: Ho visto decine di casi di rabbia che hanno raggiunto i nostri ospedali molto tardi a causa dell’intervento di guaritori. Non siamo riusciti a salvare molte vite umane.

Si consideri che la rabbia non è una malattia soggetta a denuncia in India e non esiste un sistema ben organizzato di sorveglianza dei casi umani o animali, pertanto il numero effettivo di decessi può essere molto più elevato. L’incidenza dei morsi di animali è addirittura di 17,4 per 1000 abitanti, ma nello studio citato sopra del 2004 risulta che tra gli intervistati solo il 46,9% aveva ricevuto la vaccinazione antirabbica. Se possibile, l’animale da cui si è stati morsicati, e soprattutto la testa, andrebbe analizzato, ma ciò avviene raramente sia perché c’è scarsa informazione sia perché le strutture sanitarie per le diagnosi di laboratorio e la conferma della rabbia, sia nell’uomo che negli animali, è disponibile premortem solo in poche istituzioni in India, mentre le autopsie vengono eseguite raramente. La rabbia per di più può essere difficile da diagnosticare poiché, nelle fasi iniziali, è facilmente confondibile con altre malattie o condizioni. La maggior parte delle persone ha ricevuto il vaccino nelle cliniche antirabbiche governative e municipali.  Ogni caso ha richiesto una media di 4,4 visite per il trattamento, ad un costo di circa 50 dollari (per il vaccino e altri medicinali) e una perdita di 2,2 giorni di lavoro e, tra coloro che lo facevano, molti non hanno completato l’intero ciclo.

Cani randagi in India.

Mission Rabies, di cui fa parte Worldwide Veterinary Service e supportato in parte da Dogs Trust Worldwide, entrambi senza fini di lucro, opera nell’area di Goa anche per dimostrare la fattibilità del suo programma per fermare la diffusione della rabbia canina. Spende circa 300.000 dollari l’anno e dal 2019 ha vaccinato centomila cani l’anno (circa la metà nel 2016). I decessi per rabbia a Goa sono scesi a zero nel 2018 e nel 2019. Per vaccinare i cani, i volontari armati di reti aspettano la stagione delle piogge – quando i cani tendono a rifugiarsi in luoghi chiusi o coperti ed è quindi teoricamente più facile catturarli –, li inseguono tutti i santi giorni come forsennati (i cani corrono veloci, sono furbi e agili…) e quando ne prendono uno lo vaccinano e poi gli danno una pennellata di colore per evidenziare che ha già subito il trattamento. Poi lo lasciano libero. Ma da libero si accoppierà a continuerà a procreare altri cani, tutti da ricatturare e vaccinare…

Mission Rabies stima il costo della vaccinazione per cane, compresi gli stipendi e altri costi, a 2,50 dollari a cane. Secondo tale contabilità, i cani in India potrebbero teoricamente essere vaccinati con una spesa di 90 milioni, certo conveniente visto che l’India già spende 490 milioni di dollari l’anno per il trattamento post-morso. Il governo indiano, che per l’intervento a Goa comunque contribuisce con 70.000 dollari l’anno, è però più che scettico e ha dichiarato che non sarà mai possibile farlo a livello nazionale in modo disciplinato ed efficace perché costerebbe troppo e avrebbe bisogno di un esercito di persone, con mezzi, telecamere, raccolta dati, registrazioni e così via.

Si sta valutando di utilizzare un’altra tecnica, identica a quella di successo fatta in Svizzera per vaccinare gli animali selvatici: abbandonare bocconi, di norma colli di pollo, contenenti il vaccino. L’animale lo mangia ed è tutto a posto. Però detti vaccini orali in India, magari lanciati da aerei, sarebbero mangiati da una miriade di animali selvatici, e ciò sarebbe anche positivo. Ma sarebbe eccessivo presumere che ogni cane randagio mangi solo il suo boccone con vaccino e poi lasci il posto a un altro… Di solito nei branchi gli esemplari più forti si rimpizzano e gli altri attendono: se avanza qualcosa bene, altrimenti niente e quindi una parte dei cani non verrebbero vaccinati. Alla successiva distribuzione probabilmente accadrebbe la stessa cosa. Quanto tempo ci vorrebbe e quali spese si dovrebbero affrontare? Come sapere quali cani sono stati vaccinati e quali no? A rigor di logica, purtroppo, dovrebbe essere pianificata invece una campagna di soppressione, se si vuole risolvere almeno in gran parte il problema.

India, terra dai mille fascini e dai mille problemi.

Il tentativo di cattura di un cane per vaccinarlo.