(In esclusiva mondiale, © K9 Uomini e Cani)

Una cosa: noterete leggendo che qui trattiamo sia la toelettatura dei cani, sia l’utilizzo del pelo raccolto, in quanto un tempo non lo si buttava ma veniva impiegato per confezionare indumenti pregiati. Oggi, almeno in Italia, i toelettatori di solito lo buttano, ma all’estero resta una certa pratica di utilizzo, seppure comunque rara.

Ricordiamo inoltre che la pratica della tolettatura consiste nel taglio e nel lavaggio dell’animale al fine di risolvere problemi di pelo troppo lungo o malmesso, oppure di metterne in risalto la forma e l’eleganza, tagliare le unghie, pulire le orecchie e così via. In inglese si dice grooming. La strippatura o  stripping  ne è una parte, effettuata con un apposito coltellino togliendo solo il pelo maturo, cosa non semplice ma che se fatta ad arte non è dolorosa per il cane. Meglio chiarire da subito che il grooming non l’ha inventato l’uomo ma la natura, infatti in etologia indica il comportamento istintivo – osservato in molte specie animali, tra cui mammiferi, uccelli, insetti (come le api), ecc. –  in cui un animale pulisce un suo simile dai parassiti o sporcizia.  Ciò ha anche una valenza sociale in quanto rafforza la coesione dei membri e placa eventuali dispute. Si pensi solo al grooming nelle scimmie: nei macachi ha funzione antistress e riduce la frequenza cardiaca, mentre nei babbuini è importante anche nel ridurre il numero di zecche che li parassitano. Conseguentemente i babbuini con meno zecche sono meno soggetti a malattie infettive, hanno migliore salute e livelli più elevati di ematocrito (il volume di globuli rossi).

Pertanto iniziamo, sottolineando che i cani toelettati e i leoni fin dall’antichità furono strettamente correlati. Ovunque vivesse – in Africa, Asia (e nella preistoria pure in Europa) –, il leone era il simbolo della forza, coraggio, regalità e fierezza. Anche in aree in cui vivevano sia i leoni sia le tigri, come l’India, il Caucaso, Iraq o Iran, a rappresentare la potenza era sempre il leone. E se i leoni non c’erano e manco si sapeva come fossero, come in Cina, si copiavano certi cani per realizzare dipinti o statue. Ma a questo arriveremo dopo. In Mesopotamia, ossia gli attuali Iraq e Iran, gli assiri – e prima ancora altri popoli, come i sumeri – avevano il culto del leone, benché lo cacciassero, e per rappresentarsi a dovere un re si faceva raffigurare mentre stringeva con un solo braccio un leone.

Bassorilievo del re sumero Gilgamesh (XXII – XXI a.C.) che afferra un leone nel braccio sinistro e un serpente nella mano destra, reperto proveniente da Dur-Sharrukin, oggi al Louvre.

Ricordiamo che la pastorizia nacque in Mesopotamia circa 8.000 anni prima di Cristo e pertanto vi nacquero pure i cani da pastore che, essendo molto grandi e aggressivi, venivano anche selezionati per la guerra. Vale lo stesso per i molossi mesopotamici. Esistono statue, bassorilievi e raffigurazioni dei cani mesopotamici dell’epoca ma in nessuno si nota minimamente una sorta di criniera, come invece appare evidente nelle statuette della fotografia qui pubblicata e che venivano poste all’ingresso delle abitazioni per tenere lontani gli spiriti maligni. Non sappiamo che dimensioni potessero avere questi cani ma dobbiamo ritenere che in Mesopotamia esistessero anche cani di dimensioni ridotte, potremmo dire da cortile, delle dimensioni dei cani romani “con criniera” che vedremo dopo. Ora, osservando queste statuette non possiamo escludere l’ipotesi che si tratti di una sorta di toelettatura al fine di assimilare questi cani ai leoni asiatici tanto temuti ma pure rispettati in Mesopotamia (Panthera leo persicus). Ricordiamo che i primi parrucchieri furono appunto assiri, nel XV secolo a.C., famosi in tutto il Medio Oriente per la loro arte di tagliare, arricciare e tingere capelli e barbe.

Statuette di cani mesopotamiche.

Per gli antichi romani il leone era la perfetta rappresentazione della forza, coraggio e fierezza, tanto che nell’esercito romano il signifer o vessillifero – ossia il portatore delle insegne – era un soldato scelto particolarmente valoroso e coperto con una pelle di leone, e molto più raramente di leopardo, lupo od orso. Nella vita civile alcuni cani venivano tosati proprio per somigliare a questi felini e trasmettere a quella casa e ai suoi abitanti tali qualità. Erano anche uno status symbol. Ricordiamo inoltre che il cane nella cultura romana aveva un importante ruolo. Questi cani di piccole dimensioni e col muso lungo, tosati proprio come se avessero una criniera, sono del tutto simili ai Barboni di oggi e pertanto questi reperti archeologici fanno ipotizzare che l’origine del Barbone non sia quella che comunemente si dice e si scrive, ossia tedesca o francese. Visto che il cane, per apparire come nella moneta romana qui postata e risalente al 112 a.C. circa, doveva necessariamente essere stato trattato con pettine e forbici, possiamo senza dubbio affermare che già nell’antica Roma vi fossero persone o addetti in grado di svolgere questa toelettatura. I romani avevano anche vere e proprie pinze e pinzette con un perno centrale, alcune del tutto simili a quelle usate oggi anche per la toelettatura dei cani.

Non si deve pensare che nell’antichità non esistessero utensili e prodotti assimilabili a quelli odierni e che potevano essere usati senza problemi per tagliare barba e capelli agli umani, tosare gli animali e anche per toelettare determinati cani. Selci e conchiglie appositamente affilate come rasoi esistevano già almeno 20.000 anni fa (ma lame più grezze esistevano da molto prima) in Asia e Africa, poi sostituiti da rasoi in bronzo e poi ferro; i cosmetici esistono da almeno 8.000 anni fa, utilizzati in Medio Oriente; i fenici conoscevano il sapone già sei secoli prima di Cristo; il pettine, forse originariamente la spina dorsale secca di un grosso pesce, esiste da migliaia di anni e senz’altro gli egizi lo usavano almeno da 6.000 anni prima di Cristo, visto che ne sono stati trovati nelle tombe di quel periodo; la forbice (forfex in latino) era senz’altro in uso presso i romani, che alla fine nel IV secolo a.C. a Roma aprirono le botteghe di tonsores, i parrucchieri.

Moneta romana risalente al 112 a.C. Si noti il cane toelettato.
Denario, Repubblica Romana, Lucio Cesare (LCAESI), O: busto giovanile e drappeggiato di Vejovis a sinistra, visto da dietro, scagliante un fulmine, monogramma ROMA a destra. R: due Lari seduti, ciascuno con un bastone e con un cane in piedi tra loro. Collezione Ex Archer M. Huntington, ANS 1001.1.24953.

Anzi, i primi tosatori operarono in Sicilia e poi nella penisola, appunto intorno al IV secolo a.C., condotti da P. Titinium Menam, che può essere citato tra i progenitori dei toelettatori per cani di oggi. Che tale personaggio – con la sua capacità e i suoi rasoi e forbici buone tanto per gli umani che per bestiame e cani – ebbe un’accoglienza memorabile (prima i capelli venivano tagliati, e male, solo con il rasoio) lo si nota dal fatto che nella cittadina di Ardea, nei pressi di Roma, gli dedicarono una epigrafe (Marco Terenzio Varrone, in De re rustica, II, 11, 9-10).

Forbici romane del I secolo d.C. Nello stesso secolo a Roma furono inventate quelle a perno centrale.

Per i romani e altre civiltà l’allevamento delle pecore, grazie alla produzione di carne, lana, latte e derivati, rappresentava una fonte di reddito non molto inferiore a quello dei bovini. La lana nei primi secoli della storia di Roma non veniva tagliata ma strappata dalle pecore, difatti il termine “vello” deriva dal verbo latino vellere, che significa “strappare” o “tirare”. Prima di questo intervento di strappo le pecore (e si suppone pure i cani) venivano tenute a digiuno per tre-quattro giorni in quanto si credeva che in stato di prostrazione le radici dei peli fossero più deboli e pertanto ne fosse facilitata l’estirpazione. Insomma, la pratica dello stripping nella toelettatura dei cani ha basi antiche. Questa tecnica non cadde in disuso neppure quando si diffuse l’utilizzo delle forbici di bronzo o ferro per tosare (come riferisce il già citato Plinio il Vecchio nella Naturalis historia) e pertanto si era in presenza di taglio e strappo, come nell’odierna toelettatura dei cani. La storia, per mezzo di una lastra sepolcrale (con scolpita anche una forbice) del I secolo d.C. rinvenuta ad Aquileia, ci ha tramandato anche il ricordo del tosatore L. Curius Nepos. Non solo, come oggi esistono le fabbriche di forbici utilizzate per tagliare capelli e barba umane oppure il pelo degli animali, anche in passato ve n’erano di ben conosciute, come quelle a Ostia di Verrius Evelpistum e L. Arrius Ermetes, artigiani specializzati nella produzione anche di strumenti chirurgici e forbici per uso umano o animale.

La lastra sepolcrale del tosatore L. Curius Nepos.

Al tempo di Roma andare dal barbiere, che era anche parrucchiere, era pratica rischiosa anche se i rasoi erano accuratamente affilati e il tonsor era abile e aveva un negozio famoso. Tanta era la dimestichezza con ferite da taglio (fatte seppure involontariamente da loro stessi), che svolgevano pure le funzioni di cerusici, ossia chirurghi, e praticavano piccoli interventi chirurgici, come l’estrazione di un dente o un salasso. Figuriamoci quelli meno famosi o meno abili che invece operavano all’aperto con solo uno sgabello e uno specchio per il cliente, nei mercati o lungo i corsi d’acqua (come in seguito i toelettatori parigini per cani lungo la Senna). Si rischiava regolarmente uno sfregio, e ancor più se al taglio venivano adibiti gli aiutanti apprendisti del tonsor e cioè i circitores i quali, poverini, dovevano pur fare pratica. Però, anche ai tempi di Roma guerriera, nessuno ambiva a farsi sgozzare o sfregiare da un novello barbiere e pertanto dobbiamo ritenere che tali aiutanti armati di forbici e rasoi facessero pratica prima su pecore e cani. Del resto, Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), nella sua monumentale opera in 37 volumi Naturalis historia scrive chiaramente: “nei mercati esercitano i tosatori di cani”.

Non sappiamo se i romani – i ricchi patrizi – colorassero i cani come fecero secoli dopo i cinesi, ma non sarebbe da escludere visto che l’imperatore Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico (12-41 d.C.) detto Caligola, stava addirittura per nominare console il suo cavallo Incitatus, non riuscendoci solo perché, essendo del tutto pazzo e pericoloso, lo uccisero prima. Comunque sia, volendolo le tinture per capelli di certo non mancavano, inclusa la cenere che conferiva alla chioma riflessi rossi, la tintura  rossa fatta di cenere e sego nonché l’henné proveniente dall’Egitto per tingersi di biondo, castano o rosso e tratto da un arbusto (Lawsonia inermis). Non dimentichiamo che i cani romani da compagnia erano anche e soprattutto bianchi, così come i cani da protezione del bestiame. Anzi, le stesse pecore romane erano in maggioranza del tutto bianche perché la loro lana si poteva tingere meglio. Le esportarono ovunque, pure in Britannia dopo la loro conquista anche se nell’isola le pecore esistevano da molto tempo ma avevano il manto naturalmente colorato.

La toelettatura di oggi dei cani deve fare a volte i conti con le pulci, peggio ancora con le zecche e problemi alla pelle del cane. Lo notavano anche i tosatori romani, che controllavano pure se la cute presentava ferite o rogna. Le prime si curavano cospargendole di pece liquida ((Marco Terenzio Varrone, in De re rustica, II, 11, 6-7). Attenzione, non bisogna confondere la pece liquida vegetale con la pece ottenuta dalla distillazione del bitume o catrame di carbone fossile e che chimicamente è una miscela costituita essenzialmente da idrocarburi e composti eterociclici. La pece liquida consigliata da Varrone si usava già dalla preistoria ed è una resina che si ricava per incisione della corteccia dalle piante appartenenti alla famiglia delle Pinacee, come quella detta pece di Borgogna ottenuta dall’abete rosso (Picea excelsa).

Contro la rogna spesso si adoperava l’allec, derivato dalla preparazione del garum, salsa terribile e dall’odore pestilenziale (ma ai romani piaceva molto) prodotta macerando col sale alcune specie di pesci per giorni, settimane o mesi. Con un bisturi si praticava un’incisione sull’area di cute interessata e si spalmava e inseriva l’allec (Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXXI, 96). Esisteva anche la prevenzione, e le pecore (e così i cani, che fossero da casa o da pastore) dopo la tosatura venivano infradiciate con un miscuglio di brodo di lupini, feccia di vino e la relativa morchia decantata. Se però c’era vicino il mare si faceva prima a fare entrare gli animali nell’acqua salata, come spiega Marco Porcio Catone (234 a.C. circa-149 a.C.) nel suo De agri cultura, 96, 1-2. Insomma, se qualche azienda di oggi suppone di avere inventato i prodotti per la toelettatura dei cani rimarrà deluso… (segue nella seconda parte)

Stele romana, II a.C., The British Museum, Londra.