Testo e foto di Federico Cenci*

Con le sue peculiarità evolutive e le sue vicissitudini burocratiche, l’allevamento del Segugio Maremmano ha di certo contribuito a ravvivare l’interesse degli appassionati segugisti per la cinofilia attiva. Ogni appassionato nel suo piccolo ha contribuito alla definitiva affermazione di questo sagace ausiliare. Per merito della passione dei singoli allevatori, che hanno operato di concerto con la Prosegugio Nazionale e un ristretto gruppo di cinghialai maremmani, si è potuto ottenere un formidabile risultato: la definitiva creazione di una nuova razza canina. Le peripezie che il Segugio Maremmano ha incontrato durante il cammino accidentato della sua definizione si dipanano tra leggende popolari e dati realmente riscontrabili, tutti avvenimenti accaduti in quel territorio tanto ostile quanto affascinante che fu la maremma aspra e paludosa, patria natia dell’irsuto re della macchia e dei briganti. Vediamo dunque di scoprire le peculiarità evolutive del segugio maremmano seguendo questo doppio percorso.

Tra i primi riscontri scritti che inconsapevolmente trattarono di Segugi Maremmani vi sono due articoli pubblicati sulla gloriosa rivista Diana, addirittura tra settembre e novembre del 1939, il primo intitolato Sul cane da cinghiale e il secondo Nella … Fucina dei cani da cinghiale. In entrambe gli articoli si racconta di grandi cinofili cinghialai che tanto si adoperarono per la creazione di una razza specializzata nella caccia al cinghiale, ed è proprio nei loro canili che nacquero alcuni dei progenitori degli attuali Segugi Maremmani.

Cuccioli di Segugio Maremmano.

Il primo articolo uscito nel settembre del 1939 individua in S.E. Margini, già presidente della Federazione della Caccia, il primo appassionato cinofilo che ha, cito:”…ponderato la necessità di creare un cane nazionale da impegnarsi nella caccia al cinghiale”. Tant’è che nell’esposizione nazionale di Genova del 1921 il Margini si presentò “…con un gruppo di cani di media taglia, dall’aspetto ardito e irsuto, dall’occhio fiero e aggressivo, ben costruiti e ricchi di muscoli sopra uno scheletro assai potente in relazione alla taglia, un insieme di lottatori”. I cani non essendo iscritti ovviamente non vennero giudicati ma destarono tanto interesse. Molti cinofili incuriositi si ragguagliarono con il Margini per capire quali incroci avesse fatto per raggiungere tali risultati; con molto entusiasmo il nostro protagonista raccontò di aver utilizzato in primis… Segugio Italiano e cane terragnolo a pelo ruvido. Con la dicitura cane terragnolo a pelo duro s’intendeva di certo indicare l’Airedale Terrier, che conferiva a questi nuovi segugi grande coraggio e intraprendenza.

A distanza di qualche anno e non lontano dall’allevamento del Margini, anche Umberto Rossi Ciampolini, un grande cinofilo cinghialaio assiduo frequentatore delle caccerelle maremmane, si dette un gran daffare nella selezione di un segugio specialista per il cinghiale. Ed è proprio del Ciampolini che tratta il secondo articolo che prendiamo in considerazione. L’autrice, Maria Nencioli, incontrò il Ciampolini a Cecina, nella cosiddetta maremma Pisana, dove risedeva il bellissimo canile del nostro protagonista. Nell’introduzione la Nencioli rammenta che il provetto allevatore aveva addirittura avuto l’onore di essere immortalato nel marzo del ’39 in un breve documentario dello storico cinegiornale Luce, dal titolo Il canile di Cecina, un video davvero interessante. https://www.youtube.com/watch?v=Z3wkUViWQrQ

Dunque Ciampolini, con grande lungimiranza, tanto si adoperò per selezionare una nuova razza italiana da seguita specializzata nella caccia al cinghiale. Cito testualmente: “…secondo un sistema tutto proprio lavorava per fissare attraverso molteplici e intelligenti selezioni una particolare e nuova razza di cani da cinghiale che permettesse di riunire in un solo individuo tutte le necessarie qualità possedute singolarmente dai veri soggetti di una muta”. E grazie alle sue continue frequentazioni delle migliori caccerelle maremmane ebbe modo di attingere a un buon numero di grandi cani, molti con caratteristiche morfologiche differenti ma di certo tutti davvero abili nella caccia al suide. Con ben sette fattrici riuscì in breve a mettere in piedi una muta eccezionale; i cani in principio erano meticci d’ogni genere sui quali, a secondo delle specifiche caratteristiche venatorie, inseriva anche cani di razza. Tra le razze già esistenti le più impegnate furono il Segugio Italiano, che forniva olfatto e sagacia e l’Airedale Terrier, che conferiva alle progenie audacia, intraprendenza e determinazione. Pian piano i soggetti selezionati presero caratteristiche morfologiche simili, cito : “… pelo folto e irsuto, taglia moderata, petto robusto, muscolatura fortissima, orecchi corti e piede a gatto, cioè piccolo e meno soggetto a riscaldarsi; tutti requisiti necessari per affrontare il forteto ceduo e il marruccheto”. Tratti somatici che per la maggior parte si riscontrano negli attuali Segugi Maremmani.

Un Segugio Maremmano dell’Allevamento Monte La Guardia.

Nel frattempo anche nella bassa maremma, quella delle paludi e dei briganti, culla nativa del suide selvatico, vi fu chi intraprese progetti di selezione cinofila mirata alla costruzione di uno specialista per il cinghiale. D’altra parte nella maremma grossetana il cinghiale è sempre esistito stimolando la sua caccia e la necessità di possedere ausiliari capaci, non dobbiamo dimenticare che nella prima metà del secolo scorso per tante famiglie maremmane i cinghiali sono stati un’importante risorsa alimentare.

L’opera scritta che meglio racconta la genesi del Segugio Maremmano nel Grossetano è di certo quella dell’amico Ido Cipriani intitolata Le origini del segugio maremmano da cinghiale nei dintorni di Talamone dal 1920 ad oggi. Opera creata davvero con il cuore; un saggio voluto per rendere onore a cani, cinghiali e cinghialai che furono protagonisti in quella maremma “cattiva ma sincera” capace di plasmare un segugio davvero eccezionale. Una doverosa considerazione riguardo la storia di questa razza va fatta: il deus machina della genesi di tutte le razze animali chiamate maremmane, siano cavalli, vacche, cani pastori o segugi da caccia, è stata incontestabile Madre Natura, che nel suo progetto di compensazione verso gli abitanti di una terra malagevole e selvaggia ha voluto plasmare ausiliari capaci di lavorare senza difficoltà anche in quei territori tanto impraticabili e ostili. Ed in Maremma c’è stato chi già un secolo fa decise di coadiuvare Madre Natura dedicandosi alla selezione di questi cani. Cipriani ha potuto attingere a documenti fotografici e scritti che, a partire addirittura dal 1920, gli hanno permesso di ricostruire gli alberi genealogici della propria corrente di sangue, dando un grande contributo a tutti coloro che intendono sapere da dove provengono molti delle attuali correnti di sangue.

Tra i documenti fotografici più interessanti vi è di certo una foto di gruppo scattata nel 1933 in piazza Venezia durante un’adunata di Mussolini, la foto in questione ritrae un nutrito gruppo di cinghialai maremmani della squadra di Talamone con al seguito una ventina di segugi della maremma. Le omogeneità strutturali, morfologiche ed espressive di questo nutrito gruppo di ausiliari, sono veramente notevoli. I colori dominanti dei manti erano il fulvo e il bianco, e la loro conformazione cranica, come la forma e l’attaccatura dell’orecchio erano assai corrispondenti a quelli descritti dallo standard attuale.

Roma, 1933. La squadra dei Cinghiali di Talamone mostra orgogliosa la propria muta.

Nel libro di Cipriani si dedicano anche molte pagine al primo grande allevatore di segugi maremmani della Maremma grossetana, Giuseppe Avunti Vivarelli, di Bengodi, amena località nei pressi di Talamone. Vivarelli per i cani non badava a spese e nel suo canile dimoravano i migliori cani da cinghiale della Maremma. Faceva shopping da Tirli a Roccastrada, da Scansano a Capalbio e come gli giungeva voce di un grande cane da cinghiali non perdeva tempo, e portafoglio alla mano lo faceva suo. Anche in questo caso, in primis vi era la funzionalità, la morfologia interessava relativamente, d’altra parte il cane era il mezzo tramite il quale si poteva catturare il cinghiale, come fosse fatto non era certo un problema.

Sempre in questo periodo anche la famiglia Conti Ginori, casata nobile toscana molto influente nel mondo cinofilo venatorio, tentò di avviare le procedure per il riconoscimento di una specifica razza da seguita per il cinghiale. Pare che l’illustrissimo prof. Solaro, ospite nel 1935 del Ginori a Larderello, nella Maremma pisana, avesse preso l’impegno di avviare le pratiche per l’ufficializzazione della razza presso il Kennel Club Italiano, così si chiamava l’ENCI al tempo. Di li a poco la Seconda guerra mondiale stravolse tutto e tutti e del lavoro fatto da Margini, Ciampilini, Vivarelli e dai Ginori rimase ben poco, ma per fortuna rimasero alcuni segugi nelle mani di altrettanti appassionati cinghialai maremmani. Nel primo dopoguerra le priorità furono certo altre e per qualche anno in pochi ebbero modo di dedicarsi ai segugi da cinghiale.

E così che nell’Enciclopedia della Caccia del 1967, diretta dal grandissimo Piero Pieroni, trattando di caccia al cinghiale si indicava la Maremma tosco-laziale come l’unica area dove si effettuassero battute organizzate, e si asseriva che “le mute sono composte di cani delle razze più eterogenee, dai segugi ai mastini, per la maggior parte bastardi; il cane da cinghiale deve possedere buon fiuto, resistenza, tenacia, costanza, affiatamento e soprattutto coraggio”. Con queste poche laconiche righe si espletava l’argomento. Erano altri tempi e i cinghiali non erano così abbondanti. Il fatto certo è che la maggior parte di quei cosiddetti “bastardi” hanno costituito il punto di partenza per la costruzione del Segugio Maremmano.

Segugi Maremmani e cinghiale.

Nello stesso anno la Federazione Italiana della Caccia, in sinergia con la Prosegugio, organizzò il primo Concorso Nazionale su cinghiale in quel di Monticiano in provincia di Siena. La partecipazione fu importante stimolando gli addetti ai lavori a promuovere negli anni a venire sempre maggiori competizioni. Con la ripresa economica le possibilità e il tempo libero aumentarono per tutti, e fu così che molti appassionati cinofili cinghialai ebbero l’opportunità di dedicarsi alla caccia con i segugi. Nello stesso periodo un po’ in tutta la Maremma anche i cinghiali ripreso a crescere stimolando il consolidamento e la nascita di tante nuove squadre di caccia che ovviamente abbisognavano di validi ausiliari. Da questo momento in poi la popolarità del cane da cinghiale è stata in continua ascesa e una miriade di micro-allevatori hanno cominciato a gettare le basi per la definitiva affermazione del Segugio Maremmano.

A distanza di vent’anni dall’opera di Pieroni, con il diffondersi del cinghiale e degli appassionati alla sua caccia, il prof. Franco Nobile pubblicò per la casa editrice Olimpia, il fortunatissimo libro La caccia tradizionale al cinghiale; un terzo di quest’opera ancora imprescindibile è interamente dedicato ai segugi da cinghiale. Dopo aver ampiamente descritto le varie razze utilizzabili e utilizzate per insidiare questo suide, Nobile intitola e dedica un paragrafo a una galassia di bastardi: li localizza soprattutto in Maremma e puntualizza come questi cani venissero incrociati tenendo esclusivamente conto delle loro specifiche qualità venatorie. Quindi, nel formulare scherzosamente un ipotetico albero genealogico di tali meticci, fa riferimento proprio a quei luoghi che saranno poi da individuare come la culla degli attuali Segugi Maremmani. Torniella, Capalbio, Marsialiana sono, tra le altre, le località dove si sono sviluppate alcune delle correnti di sangue che sono poi giunte sino ai giorni nostri.

Il più vecchio albero genealogico del Segugio Maremmano.

Senza approfondirne troppo le ragioni, nell’opera di Nobile si rimarca il fatto che in Italia non si sia mai messo impegno nel cercare di selezionare altre razze da seguita oltre il segugio italiano, e si accenna al fatto che vi sarebbe l’opportunità di – cito testualmente – “estrapolare alcune correnti sanguigne incentrate soprattutto sulle doti di lavoro più utili per la caccia tradizionale al cinghiale in battuta, e creare per esempio delle razze originarie della Maremma toscana”. Tra le righe del paragrafo citato Nobile si auspicava che qualcuno mettesse mano all’impresa di un eventuale riconoscimento di questi specifici ceppi di segugi, d’altra parte bastava guardare oltre le Alpi per trovare davvero tante razze da seguita.

Purtroppo, a differenza della Francia, nel nostro Paese non vi è mai stata la volontà di adoperarsi per creare una razza specifica, o piuttosto non è stato possibile contare appassionati cinofili tra quei cacciatori autorevoli e influenti che avrebbero potuto impegnare risorse per selezionare soggetti omogenei al fine di creare una nuova razza. Un atteggiamento inerziale che ci ha penalizzato fortemente; forse sarebbe bastato stimolare un po’ di più lo spirito competitivo tra gli allevatori, e probabilmente oggi avremmo anche noi, come i cugini d’Oltralpe, oltre dieci razze da seguita.

Fortunatamente l’augurio del prof. Nobile qualche anno più tardi fu ascolatato. Il primo approccio con il definitivo riconoscimento fu architettato dall’onorevole Giacomo Rosini, già presidente nazionale della Federcaccia, che si assumeva l’impegno economico e dal presidente dell’ENCI dott. Claudio Machiavelli che nominò una commissione preposta ai lavori della quale tra gli altri facevano parte il presidente della Prosegugio Mario Quadri e il suo vice il maremmano d.o.c  Sestilio Tonini. Fu quest’ultimo a organizzare i primi due grandi raduni di Istia d’Ombrone e Castiglion del Lago ed è da questo momento in poi che, tra migliaia di vicissitudini legate a protagonismi e pastoie burocratiche, si è finalmente arrivati a ottenere il riconoscimento ufficiale dell’ENCI e successivamente della F.C.I. A tal riguardo è doveroso rammentare il dott. Giancarlo Bosio e Vincenzo Ferrara, entrambi presidenti Prosegugio che hanno speso tempo e tante risorse affinché il Segugio Maremmano divenisse razza a tutti gli effetti.

Segugi Maremmani in esposizione.

Ma torniamo alle origini dei nostri segugi, nello specifico cerchiamo di capire come si sono definiti i manti. Un dato certo è che in principio i cani utilizzati dai cacciatori maremmani erano per la maggior parte fulvi, spesso con una notevole presenza di bianco, e nella zona di Monticano si trovavano alcuni nero focati; poi un’immissione estera apportò loro il manto tigrato. Sulle circostanze che avrebbero dato il via ai tigrati ci sono svariate versioni, più o meno attendibili; è però accertato che, sino ad una certa data, in Maremma non esistevano cani a strisce.

Uno dei resoconti più affidabili localizza i primi tigrati nella zona del Belagaio; quest’area, attualmente riserva naturale statale di ripopolamento animale, si trova tra Roccastrada e il paese di Torniella, precisamente all’altezza del bivio dei Piloni. Pare che qui, il conte Gottarelli, proprietario del castello locale, avesse ricevuto in dono due particolari cani dal manto striato, provenienti dall’Africa. Questi soggetti, dalle forme piuttosto esili e dalla struttura simile a quella del levriero, si rivelarono instancabili cacciatori, e quando furono incrociati con i meticci locali generarono una progenie caratterizzata anche da soggetti tigrati. Come dimostrerebbero però i dati dei primi raduni, pare che questa tipologia di manto, rispetto al fulvo, non fosse particolarmente gradita dai cinghialai, in quanto scarsamente individuabile nella macchia fitta regno dell’irsuto suide. Poi, con il loro progressivo moltiplicarsi e diffondersi, ci fu una graduale inversione di tendenza, e i soggetti tigrati vennero sempre più ricercati, forse perché più immediatamente identificabili come segugi tipicamente maremmani, d’altronde in Italia non esistono altri cani da seguita con questo particolare manto.

Soggetto nero focato.

Soggetto fulvo.

 Soggetto tigrato.

 Una seconda ipotesi sull’origine dei tigrati è quella secondo la quale alcuni soldati italiani già prigionieri in Cirenaica avrebbero avuto l’opportunità, al rientro in patria, di portare con loro dei singolari ausiliari di origine africana dal manto striato, con i quali avevano cacciato durante la loro detenzione. Un’altra e diversa versione, sempre legata a circostanze belliche, afferma invece che nel 1945 un alto ufficiale tedesco, transitando in Maremma, portasse al seguito un cane da sangue dal mantello tigrato (forse un Hannoveriano), e che quest’ultimo abbia avuto modo di accoppiarsi con alcune femmine locali. Al di là della loro attendibilità, tutte queste versioni hanno un elemento in comune: i cani tigrati sono certamente arrivati dall’estero. Ma a prescindere dalla zona di origine, oltre al loro caratteristico manto questi ausiliari non autoctoni possedevano, per fortuna, anche ottime doti venatorie, che ben si sono miscelate con quelle degli originari meticci maremmani.

Italia, Seconda guerra mondiale. Soldato tedesco con cane.

Durante la sua evoluzione il Segugio Maremmano è stato oggetto di continui incroci, in ragione delle caratteristiche di lavoro delle varie correnti di sangue. I soggetti con particolare propensione all’abbaio a fermo ma poco passatori sono stati incrociati con soggetti che avevano invece una spiccata attitudine a scagnare il pascolo; sono stati così creati ausiliari sempre più completi, capaci di svolgere egregiamente tutti le fasi richieste dall’azione di caccia. Oggi possiamo affermare con sicurezza che le capacità venatorie degli attuali Segugi Maremmani sono completamente indipendenti dalla tipologia di manto: fulvi, tigrati o nero focati che siano, questi cani hanno una spiccata propensione per la caccia al cinghiale, che prediligono rispetto agli altri ungulati.

La loro caratteristica principale, che è anche la loro qualità più apprezzabile, è l’attitudine e il metodo con il quale abbaiano a fermo al cinghiale, permettendo sempre più spesso di raggiungere il selvatico alla lestra. Un dato certo è che la diffusione del Segugio Maremmano su tutto il territorio nazionale è avvenuta grazie alle sue eccellenti qualità venatorie. Oggi il segugio maremmano è la razza da seguita più apprezzata e utilizzata per la caccia al cinghiale, i numeri parlano chiaro, le iscrizioni delle cucciolate sono cresciute in modo esponenziale. Da nord a sud isole comprese ci sono migliaia di cinofili che grazie ai Segugi Maremmani si cimentano nell’affascinate avventura di gestire una cucciolata. Proprio per questo è auspicabile che il Club di Razza, nato nel 2007 in seno alla Prosegugio nazionale, possa quanto prima impegnarsi attivamente per coadiuvare le centinaia di micro-allevatori nella programmazione delle cucciolate al fine di rafforzare e migliorare la razza.

 

* Federico Cenci (Livorno, 1970) dopo aver frequentato la facoltà di scienze naturali a Pisa, decide di dedicarsi alla cucina del ristorante di famiglia. Cacciatore e pescatore da sempre, vive le sue passioni tra la Toscana e la Scozia. Cinofilo cinghialaio, allevatore di Segugi Maremmani e grande appassionato di colombacci, ha collaborato alla realizzazione di numerosi documentari di caccia e di pesca, è collaboratore storico della rivista Diana e di Stagioni di Caccia. Ha scritto con P. Mugelesi i libri Squadre e segugi per la caccia al cinghiale e La caccia al colombaccio.