In Calabria il cane da protezione del bestiame più usato è il Pastore Abruzzese – per l’Enci ufficialmente si chiama Cane pastore Maremmano Abruzzese –, e lo stesso vale per tutta l’Italia, in particolare quella centro-meridionale. Li descrisse nel libro Old Calabria Norman Douglas, riguardante un viaggio attraverso la Calabria intrapreso tra il 1907 e il 1911. La prima edizione, inglese fu pubblicata nel 1915 edita da Martin Secker, mentre la prima edizione italiana fu pubblicata nel 1962. Ecco qui:

Gli abeti sono generalmente mutilati – i loro rami inferiori sono stati tagliati via; e l’albero risente di questo trattamento e spesso muore, rimanendo un moncone malinconico tra i faggi. Prendono questi rami non come combustibile, ma come foraggio per le mucche. Un curioso tipo di foraggio, si pensa; ma le mucche calabresi mangeranno qualsiasi cosa e il loro latte avrà un sapore di conseguenza. Non sorprende che gli indigeni preferiscano anche il fluido grasso delle loro capre a quello delle mucche (…)

Qui le capre sono eccessivamente abbondanti e gli agrifogli, le querce e le spine lungo il percorso sono stati rosicchiati da loro (…) Se non trovano nulla per i loro gusti sul terreno, in realtà si arrampicano sugli alberi; Le ho viste così, a sei piedi da terra. Queste misere bestie sono la rovina del sud Italia, come lo sono dell’intero bacino del Mediterraneo. Ciò che la malaria e i pirati barbareschi hanno fatto alla costa, le capre hanno realizzato per le regioni più interne; ed è davvero tempo che vengano introdotte leggi più severe per limitare i loro pascoli e per inciso ridurne il numero, come è stato fatto in alcune parti dell’Abruzzo, con grande merito delle autorità (…) Ho passeggiato al tramonto tra tintinnanti branchi di pecore e capre che al momento venivano munte e portate nel loro recinto di spine per la notte, sorvegliate da quattro o cinque di quei selvaggi cani bianchi della razza Campagna. Nonostante questi protettori, ieri il lupo ha portato via due pecore, in pieno giorno. I greggi arrivano a queste altezze a metà giugno e scendono di nuovo a ottobre. I pastori ci offrirono l’unica tariffa che possedevano: i tanto amati formaggi Pollino, gli stessi che furono fatti, molto tempo fa, dallo stesso Polifemo.

Capre in Aspromonte.

Questi cani fin dall’antichità arrivavano dall’Abruzzo con le transumanze fino alla Puglia, e da lì si sparsero per il meridione d’Italia, stabilendosi ovunque ci fosse bisogno del loro operato e quindi pure in Calabria. Ma un altro cane arrivava in Calabria, provenendo dalla Sicilia: il Cane di Mannara (derivante del latino mandra, ossia mandria), detto anche cane da pastore siciliano o mastino siciliano, da sempre adibito alla guardia delle greggi e delle masserie. Anche se con la frase u cani ‘i mànnira in Sicilia si intende genericamente un cane meticcio di qualsiasi aspetto e sovente aggressivo – da cui il detto Sì nu can’ ‘i mànnira, ovvero “Sei aggressivo come un cane di mannara”, la realtà è che quelli in uso tra i pastori e nelle masserie era un tipo con caratteristiche caratteriali e fisiche ben definite, tanto che ora è in dirittura per essere definitivamente riconosciuto come razza dall’Enci e dalla Fci.

Cane di Mannara (foto F.lo Valvo).

Spiega Giovanni Cirasa, presidente dell’Associazione Tutela Razze Siciliane: “Il cane storicamente è localizzato nelle Madonie, le stesse mannare sono recinti in pietra che si realizzano in zone dove è presente la pietra. Il recinto è fatto da mura a secco alte anche due metri per non permettere ai predatori di entrare. Il lupo in Sicilia era piccolo ma molto agile al pari della volpe e riusciva a superare i muri, ma all’interno se trovava il cane appunto di mannara era finito. Questi cani erano allevati per stare in tali recinti che nelle mannare più grandi raggiungono anche i dieci ettari. Parliamo di una tipologia di cani molto uniti alle pecore con le quali condividevano, e condividono, tutta la vita. Prima della diffusione di alcune malattie endemiche siciliane per le pecore (come la cosiddetta bluetongue, lingua blu) molte greggi andavano a finire in Calabria, la motivazione era legata al prezzo. La Sicilia offre grandi pascoli ed è meno montagnosa della Calabria, ragione per cui è possibile allevare grossi numeri di capi”.

Per capire cos’era la Sicilia ancora nella prima metà del XX secolo, ecco qualche dato: era suddivisa in due grandi zone, quella del latifondo nella parte interna e in una sezione della costa meridionale; e quella costiera relativa alla rimanente parte del territorio. La superficie adibita alle produzioni agrarie e ai pascoli era immensa, più di 2.400.000 ettari, cioè più del 94% della superficie totale, aliquota molto elevata rispetto alla restante parte delle regioni d’Italia. Da notare che  quasi 1/3 della superficie isolana era di proprietà di circa 780 possidenti, su una popolazione siciliana di oltre 3.500.000 persone. Il latifondo si presentava come una grossa superficie unita, nel mezzo della quale sorgeva la masseria padronale, con intorno misere capanne di paglia e raramente in muratura dove abitavano i salariati. Insomma, nelle campagne i siciliani facevano vita grama tanto quanto i loro colleghi calabresi. Gli allevamenti erano molto consistenti, il più numeroso era quello ovino, seguito dal caprino, equino e bovino. Ovviamente in questa situazione i cani custodi erano molto utilizzati, sia contro i ladri sia contro i lupi (estinti con la caccia alla fine degli anni ’30 del XX secolo, ma pare con superstiti dispersi e vaganti ancora vent’anni dopo).

“In Calabria era presente la pecora Rustica – continua Giovanni Cirasa – presente pare anche in Sardegna, di dimensioni minori rispetto alla Gentile, di lana nera con qualche filo biancastro, la cui lunghezza ordinariamente andava dai dodici ai quindici centimetri; di lana piuttosto ruvida, detta in calabrese arbasciu. Presenta un ciuffo di lana pronunciato sulla testa che copre la fronte e la faccia. Dalla pecora Rustica si ottenne un’altra razza, diversa solo per il colore del vello in quanto di colore bianco, che forse ebbe origine da qualche individuo anomalo, affetto di albinismo. Accoppiati fra loro, questi individui anomali produssero la Pecora Rustica Bianca, chiamata comunemente in Calabria Pecora Sciara. Secondo E. Reggiani, la Sicilia era in gran parte popolata da pecore appartenenti alla razza Comune Siciliana, molto simile alla Moscia di Calabria e che, del pari, produceva lane di scarso valore e qualità. Nelle province di Siracusa, Caltanissetta, Catania, Trapani e in qualche altra zona, si allevavano pecore Tunisine, che provenivano dalla razza Africana e Berbera, nota per lo speciale carattere della coda larga e adiposa. Producevano una discreta quantità di lana, ma di pessima qualità. La produzione delle pecore siciliane in particolare della razza Comisana che deriva dalla Noticiana sono molto produttive per il latte. Ancora oggi hanno poche rivali”.

“Molti pastori calabresi – spiega Giovanni Cirasa – vennero a comprare interi greggi in Sicilia per potere migliorare le loro razze, fu in questa occasione che il Cane di Mannara si trasferì insieme alle pecore in Calabria costituendo dei ceppi a parte. Questo avvenne fino al 1986-87, prima degli anni ’90. Nel ’95 a seguito di un tentativo di recupero del Cane di Mannara alcuni cani vennero ripresi dalla Calabria e riportati nelle mannare al fine di rinsanguare i ceppi antichi. La stessa cosa è avvenuta negli anni 2003-4. Si tratta certamente di linee differenti al cane silano che è molto diverso dal Mannariddru ossia il mannarino calabrese”. Mannariddru significa in pratica figlio di, derivante da, e quindi discendente del Cane di Mannara.

Anche in Calabria c’erano ricchissimi possidenti e aziende storiche che, nel corso dei secoli, ben potevano approvvigionarsi di bestiame di altre regioni e persino di altri stati. I principi di Bisignano alla fine del XVI secolo avevano 15.000 capi, quasi tutti ovini. I duchi di Corigliano 29.375 capi nel 1744, di cui 24.406 ovini. Nel 1833 i Barracco fecero arrivare persino dalla Svizzera delle pregiate pecore merinos che incrociarono con altre razze arrivando ad avere, solo di questi incroci, 7.000 capi.

La norma, secolare ma probabilmente millenaria, era quella di acquistare l’intero “pacchetto”, ossia il bestiame inclusi i cani da protezione. Il bestiame conosceva ormai quei cani, e viceversa, e quindi era un vantaggio mantenerli insieme. Infatti lo si legge in un atto stipulato il 4 giugno 1586. Quel giorno, davanti al notaio si costituiva l’Ill.mo domino Gabriele Longo de civitate palme, generalis gubernator t(er)rae mesuracae nonché procuratore dell‘Ill.mo Roberto Altemps, ducis galesii marchionis suriani et utilis d(omi)ni t(er)rae mesuracae, mentre dall’altra si costituiva il magnifico Berardino Lopes de Figline, pertinenza della città di Cosenza. Il detto Berardino, per il prezzo di ducati 1.513 e grana 5, alla ragione di carlini 10 e ½ per capo, vendeva al detto Gabriele, 1441 oves, ovvero oves lanute cum Canibus tedeschis, così descritte: oves grossas seu magnas numero capi 843, oves stirpas numero capi 190, agnos premintios seu magnos numero capi 284, e aunos posteraros numero capi 168, questi ultimi calcolati per metà, che facevano la somma di 84 capi. Altre 40 oves magnas, invece, erano già state consegnate in ovile ditto umbro de man(n)o posto in territorio di Roccabernarda, al m.co ex.ti domino Petro Ant.o Longo ed al mag.co Curcio Zinnino, rispettivamente padre ed erario del detto Gabriele. Peccato, non si citi quanti fossero i cani consegnati e perché siano stati definiti Canibus tedeschis. Ogni ipotesi è buona.

L’uso di vendere le pecore con tutti i cani del gregge è testimoniato anche da altri atti, mentre i prezzi variavano in funzione della stima del valore stabilito sulla base delle condizioni degli animali. L’8 settembre 1658, in foro Mulerà, Achille Cundaro di Figline vendeva al clerico Lutio Oliverio di Cutro, 600 Pecore et tre cani buone Mercate a tutte due l’orecchie del Merco di d.o Achille con una croce nella fronte (alle orecchie si segnavano anche le capre), al costo di carlini 7 e grana 3 a capo, per la somma di ducati 440 e tari 1. Prezzi simili, o poco più bassi, riuscivano a spuntare le capre, tanto è vero che non mancano casi in cui risultano vendute cumulativamente con le pecore.

Abbiamo quindi visto che c’era uno scambio di cani da pastore tra la Calabria e la Sicilia, e che questi cani erano basilari per proteggere il bestiame. Un tempo, ma pure oggi, visto l’aumento del lupo in tutta Italia. Nel 2016 l’allora presidente del Parco nazionale dell’Aspromonte, il prof. Giuseppe Bombino, pensò quindi di dare una mano anche ai pastori, grazie al fatto di essere efficiente ed esperto ma soprattutto deciso a creare sviluppo in quella zona, rischiando la faccia e non solo quella. Tanto da attirarsi infine le ire dei soliti delinquenti a cui creava problemi, finendo sotto scorta. Addirittura, tra le altre minacce tipo pallottole e lettere minacciose, gli avevano fatto trovare nell’auto una testa di capretto mozzata, un po’ come la testa di cavallo nel letto che si vede nel film Il padrino.

Comunque, per aiutare i pastori, il Parco nazionale dell’Aspromonte – giustamente – intendeva supportare e promuovere i cani da protezione del bestiame e pertanto furono attivati i contatti con il Club Italiano Pastore della Sila. Insomma, territorio calabrese, lupi calabresi e quindi gli antichissimi cani della Sila anti lupo, la cosa non faceva una grinza. Il Parco – anche per perseguire l’obiettivo della rivalutazione e diffusione della razza canina autoctona calabrese – avrebbe acquistato un certo numero di esemplari e li avrebbe forniti appunto ai pastori della zona nell’ambito del “Progetto EcoPastore – La Via Lattea”. Il 14 ottobre 2016 a Bova, presso il Centro Visita del Parco, una delegazione del club aveva il compito di spiegare ai pastori le caratteristiche del “collaboratore a quattro zampe che, rappresentando la memoria storica-genetica della tradizione agropastorale calabrese, è in grado di vivere in simbiosi con gli armenti rivelandosi particolarmente efficace nella difesa delle greggi”. Tutto scritto nel sito del Parco nazionale dell’Aspromonte. Anzi, la notizia era stata ripresa con enfasi dai giornali.

Ma la “pentola non aveva evidentemente il coperchio”, perché la cosa saltò improvvisamente. Niente cani da distribuire, per ragioni loro, ossia delle due parti, e che neppure ci interessa rendere pubbliche. Avrebbero funzionato questi cani in Aspromonte? Chissà. Abbiamo una statistica da parte di terzi e scientifica che dimostri che livello di efficacia effettiva abbiano contro il lupo? No.  Però sono cani splendidi, antichissimi pure loro e molto rustici. Sono talmente abituati a stare con le capre, che come loro si arrampicano fino a una certa altezza sugli alberi, e lo fanno istintivamente, cosa che invece gli altri, Cane di Mannara incluso, non fanno. Crediamo che comunque una parte di sangue di Cane di Mannara viva in loro, e viceversa.

Indubbiamente chi li usa ne parla benissimo, anche perché verso gli estranei umani sono più riflessivi e meno mordaci di tanti Pastori Abruzzesi. Cosa che di questi tempi è molto importante, visto il numero sempre più alto di turisti, anche stranieri, in giro per l’Italia e dai comportamenti assurdi e stupidi, tipo il volere fare trekking – magari col loro cane al guinzaglio o peggio libero – passando impunemente a fianco o persino tra il bestiame vigilato dai cani. Perché fare il giro intorno è troppa fatica, forse… E aspettare l’arrivo del pastore distante magari duecento metri è una perdita del loro prezioso tempo. Spesso sono gli stessi che vogliono lupi e orsi ovunque, ma standosene a casa comodi e collegati su Internet a pontificare sulla natura, però poi non vogliono essere disturbati dai cani da pastore che allontanano i predatori salvandogli così la vita (da una parte di pastori e allevatori pronti all’uso del fucile in caso di troppe perdite).

Cani pastore della Sila.

Comunque sia, il Parco nazionale dell’Aspromonte dovette trovare un ripiego e allora si rivolse all’associazione Samannara, che tutela una razza similare e cioè appunto il Cane di Mannara. Bellissimi, ma con un solo problema. Da quando il lupo si estinse nel 1939 o giù di lì in Sicilia, di questo predatore manco avevano mai sentito l’odore. Sì, proteggono il bestiame dai cani inselvatichiti, ma il lupo è ben altra cosa. Se un cane da pastore è valido o no, è proprio il lupo che sul campo lo testa, e lo fa subito e meglio di qualsiasi pastore, allevatore o ente. La decisione della  Samannara fu giustissima, perché con questa collaborazione avrebbe potuto testare il loro cane in una zona di lupi. Non fa una piega (segue nella seconda parte).

Pastore calabrese con zampogna e cane, zona di Paola, fine XIX-inizio XX secolo.