Sfatiamo subito un pregiudizio. Senza dubbio è vero che nel mondo islamico il cane di solito non sia ben visto e venga ritenuto un animale impuro, tuttavia anche nella religione musulmana esiste la pietà e la considerazione per gli altri, i più deboli, che hanno diritto di vivere. Ricordiamo che il mondo musulmano, nel medioevo, era quello civile, colto, pulito e che eccelleva nelle scienze. Al contrario, durante le Crociate, furono i cristiani a essere considerati, ed era vero, feroci, barbari, incolti, sporchi e ignoranti.

I musulmani ottomani e quindi turchi erano circondati ovunque da cani randagi – anzi, allora come oggi per loro non esistono cani randagi ma cani da strada – che venivano alimentati da tutti. Cani che nascevano in quelle specifiche strade e che vi passavano tutta la vita. Anche secoli dopo, si costituivano organismi specifici per la cura degli animali, fondazioni di beneficenza per loro e si edificavano edifici per ricoverarli. Le pratiche svolte per la cura e protezione degli animali nella società ottomana sono state narrate anche in libri di viaggio scritti da stranieri. Nonostante la mancanza di una regolamentazione legale relativa alla protezione di gatti e cani, era consuetudine generale disporre nei testamenti e negli atti di fiducia di pie fondazioni l’alimentazione dei cani randagi con pane e carne in determinate ore del giorno.

Si sfamano gatti e cani randagi con benevolenza, dal libro The Art of Travel, Impero Ottomano, 1590, di Bartholomäus Schachman (1559-1614).

Certo, era diffuso il gravissimo problema della rabbia o idrofobia, il cui vettore più contiguo all’uomo era proprio il cane (e pure il gatto), ma la stessa situazione esisteva nel XIX secolo, e in quello successivo, ovunque nel mondo, Europa inclusa. Fino alla fine del XIX secolo – e ancora dopo negli stati più poveri (in India muoiono tuttora circa 30.000 persone l’anno a causa dell’idrofobia) – non c’era cura e quasi tutti morivano in modo terribile. Insomma, se si vedeva un cane dal comportamento strano era meglio essere prudenti. La rabbia, pur in casi limitati negli ultimi anni, è ancora presente in Turchia. Alla fine del XIX secolo nacque il movimento politico dei Yeni Türkler, ossia i Giovani Turchi, ispirati dalla mazziniana Giovine Italia, che nel 1909 prese il potere con lo scopo tra l’altro di  occidentalizzare e modernizzare l’ormai decadente e in crisi stato ottomano. Modernizzare negli intenti va bene, però furono loro a macchiarsi del genocidio armeno, di quello dei greci del Ponto e del genocidio assiro.

Comunque sia, proprio nel 1909 Henri Lautard pubblicò il libro Zoophilie ou aympathie envers les animaux. Pychologie du chien, du chat, du cheval (Parigi, Société française d’imprimerie et de librairie, 1909, p. 94) in cui descriveva l’attenzione dei turchi di Istambul verso i cani: In quale paese è più amato il cane? In Turchia. Il cibo viene dato a tutti loro, indipendentemente dal fatto che sia adatto o meno. Un letto d’erba o di paglia viene preparato davanti alle case per le femmine incinte che devono partorire. Quando i fedeli escono dalla moschea, danno ai cani biscotti speciali. La popolazione di cani randagi in questa città è di circa 60.000 esemplari. Sono divisi in piccole tribù; ognuna di queste tribù ha una strada o un quartiere, e non se ne vanno, né mordono nessuno, quindi ogni cane nasce, cresce e muore nello stesso quartiere. In mezzo alla città trovi questi cani sparsi in mezzo alla strada o sul marciapiede. A loro non importa nulla del gente che va e viene tranquillamente come fosse in mezzo alla campagna. O meglio, i cani sono a casa loro, ed è tuo dovere non disturbare il loro benessere.

Quando i  Giovani Turchi presero il potere, una delle prime cose che fecero fu cancellare ciò che aveva fatto Abdul Hamid II ossia il sultano spodestato e cioè la cura e la protezione dei cani. Anzi, il sultano aveva supportato la realizzazione a Istambul del terzo centro dell’Istituto Pasteur, che produceva il siero antirabbico. Pertanto con la proclamazione della monarchia costituzionale e la detronizzazione di Abdul Hamid, i cani furono lasciati com’erano. Il Partito dell’Unione e del Progresso, che lo aveva sostituito, stava cercando di cancellare tutte le decisioni politiche, buone o cattive che fossero, dell’ex sovrano. Insomma, la solita politica presente in tutto il mondo. I cani randagi è vero che avevano creato qualche problema, e soprattutto a Istanbul avevano morso un ufficiale dell’ambasciata britannica il quale era infine fuggito cadendo però da un muro e morendo. Il governo di Sua Maestà aveva quindi reclamato duramente e il partito turco al governo si era preoccupato. Non che la disgrazia fosse una questione di stato, ma l’impero si stava sciogliendo, parti di territorio si erano ribellati ed erano diventati autonomi e c’erano grosse beghe internazionali in ballo. Tant’è che nel 1911 scoppiò la Guerra Italo Turca in Tripolitania, che l’Italia vinse facilmente.

Insomma, era meglio non scontentare gli inglesi. E poi – valutarono i turchi – come si poteva occidentalizzare la Turchia, intrecciare rapporti commerciali e anche turistici se poi chi arrivava veniva azzannato dai cani? Quindi si decise di eliminare i cani randagi, almeno quelli di Istambul, anche perché qualcuno aveva fatto i conti dell’oste. Si stimava ci fossero 60-80.000 cani randagi in città e allora il dottor Remlinger, direttore dell’Istituto Pasteur propose il suo progetto di “decanizzazione” che consisteva nello sterminio dei cani su larga scala, alla periferia della città, nelle camere a gas. Si riduceva il pericolo della rabbia, ma inoltre si potevano incassare pure 3 milioni di franchi (dell’epoca) lavorando “il prodotto” e cioè i cani e vendendone il pelo, le pelli, il grasso e le ossa. C’era già una ditta francese interessata all’acquisto!

Si iniziò l’operazione, ma se la cattura dei cani avvenne senza problemi nei quartieri cristiani, fu ben diverso altrove, con gli uomini che non esitavano a scontrarsi fisicamente con la polizia. Infatti la religione musulmana vietava di possedere un cane in casa, ma questo tabù semplicemente venne accantonato non appena la compassione si estese ai cani che popolavano le strade e che venivano catturati con lacci e reti. Inoltre, soccorrere un cane assetato e affamato era concepito come un atto meritorio, mentre ferire una creatura innocua era considerato peccato: Ha bocca, ma non ha lingua, recita un proverbio turco per evocare la protezione che deve essere concessa a esseri privi della facoltà di parlare. La loro cattura manu militari per gli abitanti costituiva anche un’ingerenza inammissibile nel loro modo di vivere, quello dei distretti (mahalle) dove i cani avevano diritto di cittadinanza.

Le autorità si resero subito conto che potevano nascere sommosse, anche perché avevano già preso di mira le corporazioni dei guardiani notturni, banditori, vigili del fuoco volontari, facchini e altre, tutti mestieri considerati obsoleti o attività ritenute sospette. Che però era gente che si ribellava. Anche all’interno della collettività potevano nascere scontri cruenti, perché la popolazione riteneva che gli “ammazzacani” fossero gentaglia. Pure il dottor Remlinger li definì uomini appartenenti alla feccia della popolazione, vagabondi, bohémien e banditi. Pertanto l’operazione di vendita dei cani fu interrotta, ma riprese – solo intesa come catture a fini sanitari – quando, senza dispiegamenti di polizia, il sindaco, dottor Cemalettin, fece catturare e uccidere ben 30.000 cani randagi, colpendo già che c’era pure il fenomeno dell’accattonaggio. I mendicanti effettivamente erano gli amici dei cani, condividendone per strada le sventure ma pure l’amicizia. Insomma, erano colleghi.

Però i cani erano troppi – visto che si riproducevano in continuazione – e qualcosa le autorità volevano fare e allora il successivo sindaco Suphi Beysoyundu decise solo di trasferirli in massa in un luogo in cui avrebbero potuto muoversi liberamente. Peccato che fosse l’isola di Hayırsız Ada, anticamente Oxia e oggi chiamata Sivriada, una scogliera aguzza alta al massimo 90 metri sul livello del mare, a 1,7 km da Yassıada, che è l’isola più vicina, e a 11 km dalla costa di Istanbul. Oggi fa parte della Grecia, ma le dimensioni sono sempre le stesse, ossia 500 ettari, la metà di Capri. Parrebbe grande, ma sapendo che vi furono scaricati circa 80.000 cani, che non ha boschi, né ripari dal sole, né acqua né fonti di cibo – tanto da essere disabitata – si capirà la mostruosità perpetrata dalle autorità turche.

Una parte dei cani abbandonati a Hayırsız Ada.

I cani furono lasciati qui a morire di fame e sete. Si mangiarono a vicenda e in certe giornate persino a Istanbul si udivano i latrati e ululati dei poveri animali. Le carcasse attirarono miliardi di mosche carnarie che attaccavano anche i cani vivi, di cui molti preferirono gettarsi in mare nel tentativo di raggiungere la costa, però affogando.

Alcuni cani presumibilmente assetati fotografati da una barca a Hayırsız Ada.
Le autorità avevano severamente vietato di soccorrerli e portarli via.

Il fatto è che la cosa sarebbe passata sotto silenzio, almeno all’estero, se non fosse stato per un designer francese, Sem, il quale durante una cena senti dire dal ministro degli Interni turco, Talat Pasha, che i cani erano ben curati e nutriti a spese dello stato. Ma assistendo in seguito alle violente catture di cani a Istambul il francese decise di andarci alla chetichella il 12 luglio 1910. La sua descrizione fu la seguente: Una specie di Stromboli che vomita lamenti e gemiti. Comunicò ovviamente la cosa ai giornalisti – sì, proprio i giornalisti oggi tanto criticati da chi non sa e non conosce – e la rivista L’Illustration pubblicò un servizio corredato da una foto di Samuel Weinberg a piena pagina, sollevando l’indignazione mondiale, inclusa quella degli inglesi. Ma ormai tutti gli 80.000 cani erano morti, non ne fu trovato vivo neppure uno.

La copertina della rivista L’Illustration del 16 luglio 1910, numero 3516, mostrava il re Alberto I del Belgio. All’interno il servizio dedicato ai cani di Istanbul.

Altro giornale, Le Petit Parisien.

Tuttavia subito fu evidenziata la necessità della creazione di organizzazioni non governative per la protezione degli animali con un’ampia copertura della sfera di attività di tali organizzazioni. Promotrice fu la signora Alice Washburn Manning, giunta in Turchia dagli Stati Uniti per fermare la deportazione di altri cani verso l’isola Hayırsız Ada. La Manning fondò Arms of Mercy, un piccolo gruppo con un certo numero di studenti e tutor del Robert College. Questo gruppo, che fu una delle prime agenzie di soccorso dell’epoca, si prefisse la missione di diffondere l’affetto per gli animali tra i bambini e di insegnare loro come trattare gli animali in difficoltà. La collaborazione di un gran numero di persone e della moglie dell’ambasciatore britannico, lady Lowther, portò alla nascita nel 1912 della İstanbul Himâye-i Hayvânât Cemiyeti (Società di Istanbul per la protezione degli animali).

Alice Washburn Manning.

Questa mostruosità da allora passò alla storia come il Massacro del Popolo dei Benevoli e la gente si convinse che tale barbarie portò a una maledizione divina che provocò i terremoti che si susseguirono uno dopo l’altro a Istanbul. Non solo, dopo il massacro del 1910 scoppiarono due guerre tutte perse dalla Turchia, la prima contro l’Italia e poi le Guerre Balcaniche. Una pietra commemorativa fu eretta in memoria di 80.000 cani morti a Hayırsız Ada, che in seguito fu chiamata Sivriada.

L’isola di Hayırsız Ada.