Contrariamente a quel che si pensa di solito, i cosiddetti cani lupo esistevano anche nell’antichità e furono usati direttamente in battaglia, come avvenne con il re dei lidi Aliatte II (609 o 619-560 a.C.) contro i cimmeri, e che fece sbandare la loro cavalleria con cani molto luposimili dalle orecchie ritte, come si può notare osservando il mosaico del Sarcofago di Clazomenae, risalente al VI a.C. ed esposto al British Museum. Anche nell’antica Roma esistevano i cani lupo e quindi le critiche al film Il gladiatore (2000, di Ridley Scott) – dove si vede il generale Massimo Decimo Meridio affiancato da uno di questi cani in battaglia (anche se nel film utilizzarono proprio un Pastore Tedesco) – in realtà sono fuori luogo. Tra l’altro è molto probabile che pure in epoca romana, incluse le legioni, esistessero cani identici a questa razza così com’era al tempo di Max von Stephanitz. Se un cane era valido ed efficiente, i romani lo utilizzavano, così come qualsiasi altra cosa, essendo gente concreta. https://www.youtube.com/watch?v=f-P9uhnb9lk

Dopo oltre duemila anni, il cane da guerra che combatteva in battaglia direttamente contro i nemici non aveva più ragione di essere poichè le nuove armi, strategie, scenari bellici l’avevano reso obsoleto. Ma continuava a esserci – e c’è ancora oggi – il cane “in guerra”. La prima a capire l’importanza in ambito bellico dei cani fu la Germania, che nel 1884 creò a Lechenich quella che si ritiene essere stata la prima scuola militare per cani da guerra del mondo. La selezione riguardò innanzitutto l’addestramento di cani da guardia (W.u.B-Wach und Begleithunde), portaordini (Pt.H-Postenhunde) e da soccorso (S.H-Sanitätshunde). Anzi, proprio dalla scuola Lechenich furono addestrati i primi cani per la Croce Rossa. Il Pastore Tedesco (seguito dal Dobermann quanto a numeri), selezionato alla fine del XX secolo da Max von Stephanitz, veniva usato un po’ per tutto e grande successo ebbe nella ricerca e soccorso dei feriti in battaglia, amici o nemici che fossero. Fin dall’inizio della Prima guerra mondiale la Germania schierò circa 6.000 cani (di varie razze, ma soprattutto Pastori Tedeschi) perfettamente addestrati nei vari compiti e in seguito durante il conflitto aumentarono enormemente.

Fra le trincee nemiche c’era la cosiddetta “terra di nessuno”, ricolma di cadaveri frutto dei vari attacchi e in cui si lamentavano i feriti, che nessuno si azzardava di andare ad aiutare. Lo facevano solo i cani da soccorso e gli infermieri, che secondo gli ordini dei vari comandi generali – in tutti gli schieramenti, formati nella quasi totalità da generali legati a vecchi schemi bellici, di diffusa incapacità e indifferenza per la sorte dei loro stessi soldati – avrebbero dovuto essere uccisi pure loro. Ma, dal momento che salvavano amici e nemici, i soldati di ambo le parti generalmente e “inspiegabilmente” mancavano il bersaglio. I feriti – almeno quelli meno gravi – cercavano di trascinarsi al riparo di qualsiasi protezione utile, come i crateri dei proietti di grosso calibro, di cui il terreno era costellato. A meno che non avessero la possibilità di gridare e chiedere aiuto, trovarli era tutt’altro che semplice fra il grande numero dei soldati morti, non solo di quell’azione ma anche di quelle precedenti, visto che i cadaveri nella terra di nessuno non venivano rimossi. Immobili, infangati, insanguinati, i feriti erano indistinguibili. I cani però, grazie ai sensi infinitamente superiori a quelli umani, erano in grado di notare un movimento o udire un rantolo, una parola sommessa, forse anche il battito del cuore.

I cani furono addestrati a cercare i feriti in silenzio, e quando li trovavano a strappare il cosiddetto brinsel, un pezzo di stoffa appositamente cucito alla divisa. E se non c’era, a raccogliere un indumento come un fazzoletto o un guanto o in mancanza a strappare con i denti un pezzo di divisa. Fatto questo tornavano nelle proprie linee e raggiungevano gli infermieri, mostrando ciò che avevano con loro. Era l’inequivocabile conferma che avevano trovato un ferito e che erano pronti a condurre i soccorsi fino a lui. Naturalmente, non lo facevano con i morti.

Durante la Prima guerra mondiale le difficoltà di comunicazione erano un grave problema. Si usavano i telefoni, ma i relativi cavi telefonici ai primi bombardamenti venivano tranciati. Si adottavano anche luci – poco visibili di giorno mentre di notte potevano attirare il fuoco d’artiglieria nemico – o razzi di segnalazione. Ovviamente però questo non permetteva un’agevole mezzo di trasmissione di messaggi complessi.

Un Pastore Tedesco portaordini viene inviato nel pieno della battaglia.

In tali situazioni, tutt’altro che rare, i collegamenti fra i comandi cessavano e potevano passare ore prima che si ricevessero informazioni di basilare inportanza, con la conseguenza che era impossibile prendere decisioni in tempi brevi. Pertanto, se i telefoni non funzionavano, i cani portaordini erano il mezzo più affidabile, resistente e veloce. Un percorso che un uomo agile e veloce potrebbe percorrere in tre ore, un cane lo copre in meno di mezz’ora. I cani sono in grado di percorrere in pianura quasi 5 chilometri in 10 minuti, e 6 chilometri in salita, in montagna, in 25 minuti. Tutte prestazioni che il Pastore Tedesco poteva svolgere senza problemi, con qualsiasi tempo e fra spari ed esplosioni. I cani portaordini potevano avere due tipi di addestramento e cioé da staffetta e da collegamento. Nel primo caso, dopo un addestramento di circa sei settimane, andavano fino al punto desiderato e lì rimanevano. Nel secondo caso invece, dopo un addestramento di almeno sei mesi, ritornavano indietro.

Seconda guerra mondiale, un soldato giapponese sta per inviare un messaggio.

I giapponesi avevano conosciuto e apprezzato il Pastore Tedesco già nel 1914, dopo avere occupato la penisola di Shandong, in Cina, allora territorio coloniale della Germania e in cui la piccola comunità tedesca teneva un limitato numero di questi cani. Il successo del Pastore Tedesco – ritenuto il cane ideale per un guerriero e per un impero – in Giappone fu tale che dal 1920 cominciarono le domande d’acquisto dell’esercito, che ne necessitava per il controllo di una parte del territorio cinese della Manciuria, acquisito a seguito della vittoria nel 1905 nella Guerra russo-giapponese. C’era da vigilare su basi  militari, miniere di carbone, linee e stazioni ferroviarie. Lo shepādo (dall’inglese shepherd) – così veniva chiamato in Giappone – divenne non “un cane”, ma “il cane”, l’emblema della potenza militare imperiale giapponese e del coraggio virile. I cani delle razze giapponesi venivano invece considerati praticamente inutilizzabili, e in effetti a livello di addestramento e utilizzo militare era ed è del tutto vero.

Truppe nipponiche con Pastori Tedeschi, Seconda guerra Sino Giapponese.

Il 18 settembre 1931 ci fu il cosiddetto incidente di Mukden, creato e sfruttato dal Giappone per invadere la Manciuria, che da quel momento cambiò nome in Manchukuo, uno stato fantoccio giapponese. In questa vicenda bellica grande fama ebbero Kongō e Nachi, due cani da Pastore Tedesco usati come messaggeri dai giapponesi. Si comportarono da eroi, uccidendo molti nemici ma finendo ammazzati dopo avere combattuto senza mai indietreggiare, come veri samurai. Naturalmente, dietro a questa storia c’è un bel po’ di propaganda. Si dice che i cani fossero tre e che si chiamassero Nachi, Kongo e Meri (Mary). Poi quest’ultima, una femmina, nelle successive cronache sparì del tutto, forse perché il suo nome occidentale non fu giudicato adeguato alla situazione. Pare infatti che dopo lo scontro di Mukden il corpo di Kongo non sia mai stato ritrovato, pertanto i cadaveri di  Nachi e Meri divennero quelli di  Nachi e Kongo, che furono sepolti con onore. Anche la storia dei tanti soldati cinesi sbranati dai due cani in quella battaglia sembra inventata di sana pianta, e lo stesso  addestratore e conduttore dei cani, il capitano Itakura Itaru (ucciso in combattimento due mesi dopo), non ne accennò mai. La gloriosa storia della battaglia e di questi Pastori Tedeschi, abilmente manipolata dalle autorità, si diffuse in tutto il Giappone, persino nelle scuole, facendo diventare un mito la razza.

Giappone, i bambini vengono portati al monumento ai “leali cani” shepādo, ossia Pastori Tedeschi.

I cani, quelli di media e grande taglia, furono usati singolarmente nella Prima e Seconda guerra mondiale anche per portare materiale vario alle linee avanzate, che fossero in pianura o in montagna. Un cane grazie alle apposite sacche poteva trasportare circa da 7 a 30 chilogrammi – posta, munizioni, viveri, medicinali, combustibile  e altro – e persino alcune armi. Furono catturati dei Pastori Tedeschi che trasportavano persino mitragliatrici, ovviamente del tipo leggero e nel caso smontate in più componenti.

1941, il Pastore Tedesco Mark rifornisce alcuni soldati dell’esercito britannico.

I Pastori Tedeschi furono usati anche per il traino di slitte e carretti carichi di attrezzature e rifornimenti. Su strade piane e lisce, un paio di cani potevano trainare carichi di 250-400 kg alla velocità di 5-6 km/h, ma se necessario se ne attaccavano di più. Inoltre, il cane rispetto al cavallo era ovviamente meno visibile in quanto molto più piccolo, si stancava meno e quindi non lo si doveva sostituire spesso, costava un decimo di un cavallo, mangiava molto meno e non aveva praticamente paura di nulla.

Russia, Seconda guerra mondiale: truppe germaniche con traino di Pastori Tedeschi.

Naturalmente i Pastori Tedeschi venivano impiegati anche per la guardia. A prescindere dall’esercito che li usava, se al guinzaglio si muovevano a fianco del conduttore – come avviene anche oggi – abbaiando nei casi sospetti. Se aizzato e liberato, il cane raggiungeva di corsa l’uomo e se questi si fermava, lo faceva anche il cane, limitandosi a ringhiare e a controllarlo. Se fuggiva o reagiva, il cane lo atterrava e mordeva, solitamente a un braccio o a una gamba. Se l’uomo a questo punto cessava di lottare, lo faceva anche il cane. Comunque sia, il cane doveva sempre obbedire al conduttore e cessare l’attacco appena ordinato, cosa che alcune razze di cani non sempre fanno. Per esempio, il Dogue de Bordeaux fu presto abbandonato dall’esercito francese perché non sempre lo faceva.

Il cane sentinella invece, anche se in effetti faceva (e fa) anche lui la guardia, non doveva mai abbaiare, se non a comando. Stava a fianco del soldato in una postazione avanzata e grazie al suo fiuto, all’udito e alla vista (il cane, come tutti i carnivori, non è in grado di mettere bene a fuoco da lontano qualcosa che stia fermo, ma è in grado di cogliere immediatamente anche il minimo movimento) era in grado di percepire il nemico anche a 150 metri di distanza (e con l’olfatto a volte molto più in là, anche un chilometro con vento contro). A questo punto il cane mugugnava sommessamente, appena il necessario per avvertire il soldato. Naturalmente, con la sua vigilanza il cane proteggeva (e protegge) la stessa sentinella che affiancava, evitando che venisse colta di sorpresa.  Il cane sentinella era addestrato a non raccogliere cibo e a non accettarne da nessuno che non fosse il conduttore o pochi altri (per i casi di morte del conduttore).

Gli Stati Uniti inizialmente erano estremamente carenti di cani militari. Nel dicembre 1941, quando gli Usa entrarono in guerra, ce n’erano solo un centinaio in tutto, ma ci si organizzò relativamente bene in poco o tempo. Non erano però mediamente paragonabili a quelli della Germania, che inoltre iniziò la guerra con 200.000 cani perfettamente addestrati, la maggioranza Pastori Tedeschi. In Totale, gli USA durante la Seconda guerra mondiale accolsero nei canili militari circa 20.000 cani, di cui solo 10.425 furono addestrati e utilizzati. Di questi, 9.295 erano cani da guardia, buona parte dei quali (8.396) utilizzata negli stessi Stati Uniti dalla Guardia Costiera per parare una temuta e fantomatica invasione da parte di tedeschi e giapponesi. Insomma, gli Usa dove combatterono in quattro anni misero in campo in totale appena un paio di migliaia di cani.

continua nella seconda parte