Cerchiamo di illustrare com’era la realtà dello Staffordshire, contea nella regione delle Midlands Occidentali, in cui nacque l’omonima razza canina. Come nel resto dell’Inghilterra (ma in Irlanda, Galles e soprattutto Scozia sopravvisse più a lungo), anche lì il lupo era stato estinto fin dalla fine del medioevo e ciò causò l’inutilità e quindi l’estinzione anche dei grandi cani da pastore da protezione del bestiame, che pure prima c’erano. I cani da pastore dopo furono solo da conduzione, ma ne esisteva un tipo più grintoso valido anche per lavorare con suini e bovini e cioè il cosiddetto cur, nome esistente fin dal XIII secolo e che si ritiene discendente dall’inglese medievale curren, che significa ringhiare. Insomma, sarebbe una parola onomatopeica e cioè che riproduce il rumore o il suono associato a un oggetto o un soggetto. Cur sarebbe lo stesso grrr imitato come ringhio, o come quando si chiamavano i cani bau bau dal loro latrato o i gatti miao dal loro miagolio (come facevamo già gli antichi egizi). Nel 1790 l’incisore e naturalista inglese Thomas Bewick scrisse:

Il cane Cur è un servitore fidato e utile per il contadino e l’allevatore e, anche se non viene preso in considerazione dai naturalisti come razza distinta, eppure ora è così generalmente usato, specialmente nel nord dell’Inghilterra, e una così grande attenzione è prestata nel riprodurlo, che non possiamo fare a meno di considerarlo come un tipo permanente. Sono principalmente impiegati nella guida del bestiame e quindi sono estremamente utili. Sono più grandi, più forti e più feroci dei cani da pecora e i loro pelo è più liscio e più corto. Le loro orecchie sono per metà ritte e molti di loro hanno la coda corta, come fosse stata tagliata, e difatti vengono chiamati coda monca. Mordono molto acutamente e siccome fanno sempre il loro attacco ai garretti, il bestiame non ha alcuna difesa contro di loro: in questo modo sono più che una partita per un toro, che velocemente costringono a correre. La loro sagacia è straordinariamente grande. Conoscono i campi del loro padrone e sono attenti al bestiame che vi è presente: un buon cane vigila, fa il suo giro e se qualche strano animale dovesse apparire tra la mandria, egli corre rapidamente contro di lui e con acuti morsi lo obbliga ad andarsene.

Vista la tempra, non è detto che i cur non siano stati messi in campo, o incrociati, nei vari combattimenti fra cani e altri animali, poiché ne esistevano anche nello Staffordshire (tranne nelle  zone inquinate dalle miniere di carbone) il cui territorio di brughiera prevalentemente pianeggiante nella parte centrale e collinoso nella parte settentrionale e meridionale si presta all’allevamento, e meno all’agricoltura essendo argilloso. I combattimenti fra cani e altri animali si verificavano un po’ ovunque e nello Staffordshire, grazie alla disponibilità locali di materie prime, nei XVIII e XIX secoli furono prodotte molte statuette in terracotta su questo tema, realizzate con una tale perfetta rappresentazione da rendere chiaro che quegli artigiani avessero visto con i propri occhi questi crudeli eventi. Tali opere rappresentano spesso l’apice dell’esperienza dei ceramisti dello Staffordshire. La statuetta in terracotta smaltata della seguente fotografia, prodotta appunto nello Staffordshire intorno al 1810-20 (quindi prima del divieto di tali combattimenti emanato nel 1835) raffigura appunto un bear-baiting e cioè un combattimento fra cani e orso.

Sappiamo che in Inghilterra piacevano molto i combattimenti fra animali e che la Torre di Londra (attenzione, non è solo una torre come si potrebbe pensare, ma un grande castello edificato nell’XI secolo) aveva un serraglio con leoni, tigri, leopardi e persino un elefante e un orso polare già nel XIII secolo. Gli orsi bruni, quando si estinsero sull’isola, furono allevati nei recinti appositamente per usarli in questi combattimenti, soprattutto contro i cani. Sarà bene chiarire che si trattava di un massacro senza alcuna lealtà. Gli orsi venivano tenuti legati con una corta catena e avevano la museruola. Pure i tori avevano pochi metri di corda per potersi muovere. Se divenivano troppo pericolosi per i cani che li attaccavano, si tirava la catena o corda per trattenerli o farli cadere. I cani erano diversi contemporaneamente e quelli che finivano uccisi o feriti venivano subito sostituiti con altri. Li si metteva eccezionalmente anche nella gabbia contro leoni liberi, con conseguente massacro dei cani. Ma questi erano spettacoli organizzati dai nobili, mentre il popolino praticava questo passatempo facendo combattere i cani fra loro oppure contro i tassi, resistenti e molto pericolosi. Si capirà che chi allevava cani da combattimento poteva ottenere un buon guadagno vendendoli a chi organizzava tali spettacoli, oppure guadagnando con le scommesse.

Anche dallo Staffordshire arrivavano in effetti buoni cani, non grossi (mantenere cani grandi costava e le famiglie erano povere) ma agguerriti. C’erano i cosiddetti bulldog, ben diversi da quelli attuali,  pesanti 20-30 chilogrammi come l’ormai estinto Old English Bulldog e usati soprattutto dai macellai per controllare i bovini nei macelli e all’occasione per lottarci. Si era convinti che dopo tali combattimenti il toro – che comunque i cani non dovevano uccidere, e del resto ben difficilmente  avrebbero potuto riuscirci – avesse la carne più gustosa, ma questo dipende dai punti di vista perché un animale sotto stress e durante uno sforzo fisico produce acido lattico, che dà appunto un sapore acido alla carne. I muscoli diventano inoltre molto duri e difficili da mangiare, tanto che per farla ammorbidire la si frollava tenendola al freddo. Diciamo che questi scontri fra cani e toro in realtà servivano per dare vita a un lucroso giro di scommesse, specialmente prima di determinate feste o eventi durante i quali si sapeva che sarebbe stata consumata molta carne e quindi venivano abbattuti molti bovini. Ergo, molti bull-baiting e quindi doppi incassi per i macellai e gli organizzatori.

Si dice che questo uso sia nato quando due tori si affrontarono a Stamford e presero a combattere in un recinto. Uno dei due bovini scappò e sparse il terrore correndo fra le strette vie e allora fu inseguito dai cani bulldog dei macellai, aizzati allo scopo di fermarlo prima che qualcuno finisse incornato e calpestato. Alla scena fu presente Guglielmo di Warenne, ossia Guglielmo Plantageneto, VI conte di Surrey (1166 – 1240), il quale ammirò il coraggio dei cani abbaianti che tentavano di afferrare il labbro del bovino (come facevano comunemente per bloccarli dolorosamente prima della macellazione), nonché la furia e pericolosità del toro, che alla fine fu bloccato e portato via, e non ucciso dai cani come invece si legge spesso, basta consultare A Topographical Dictionary of England, a cura di Samuel Lewis, (1848), St. Albans, Stamfordham. Poiché la gente era accorsa numerosa, un po’ fuggendo e un po’ tornando a curiosare, il conte decise che uno spettacolo simile, ossia il bull-baiting, si sarebbe pubblicamente tenuto ogni anno il 13 novembre. Ma non bisogna pensare che fosse una cosa nuova, perché simili combattimenti si svolgevano da secoli in Inghilterra.

In quale considerazione fossero tenuti i bulldog (che è un termine generico) lo dimostra questo scritto dello scrittore William Hamilton Maxwell in The Field Book, 1833: È il più feroce e implacabile della tribù canina, e può essere considerato coraggioso oltre ogni altra creatura del mondo, perché attaccherà qualsiasi animale, qualunque sia la sua grandezza. Ma la qualità più importante (…) è la diminuzione del cervello. La capacità cerebrale del bulldog è sensibilmente più piccola che in qualsiasi altra razza; ed è senza dubbio alla diminuzione dell’encefalo che dobbiamo attribuire la sua inferiorità a tutti gli altri in ogni cosa relativa all’intelligenza. Il bulldog non è in grado di educare, ed è adatto solo al combattimento e alla ferocia (…) preferirà essere distrutto piuttosto che abbandonare la competizione.

Questa definizione del povero bulldog di quei tempi vale anche per gli Staffordshire Bull Terrier, Pitbull, Amstaff e altri cani similari e nasce dalla cosiddetta gameness ossia la volontà del cane di continuare a combattere anche con ferite orribili e arti stroncati, fino alla morte. Un comportamento stupido nell’ordine naturale, e probabilmente i bulldog dell’epoca per questo motivo erano ritenuti, almeno  da William Hamilton Maxwell, dei bruti privi di intelligenza. Cosa tuttavia non vera perché i cani sono tutti intelligenti.

Il delinquente, brutale e malvagio Bill Sikes a fianco del suo cane Bull’s Eye
nel romanzo Oliver Twist; or, the Parish Boy’s Progress, di Charles Dickens
e illustrato da Fred Barnard (1870).

Di sicuro però la  gameness è una forzatura selettiva da parte dell’uomo del tutto innaturale, e nessun animale selvatico si comporta così, a meno che non sia veramente necessario. Un animale, un’intera specie animale, se fosse dotata di costante gameness si estinguerebbe, perché sopportare il dolore non significa non provarlo e soprattutto subire ferite ignorandole non significa non morire a cause di quelle stesse ferite. Il dolore è un preciso meccanismo che avverte del pericolo che si sta correndo e che quindi oltre una certa soglia è meglio evitarlo. Se ignoreremo il suono dell’allarme antincendio di casa, non significherà che l’incendio si spenga da solo. Insomma, la gameness non dà l’invulnerabilità ma anzi è un danno per il cane e semmai un vantaggio solo per il padrone del cane il quale durante i combattimenti (ancora oggi praticati illegalmente) gode e si diverte a vedere il proprio cane e il suo avversario farsi a pezzi fra secchiate di sangue. Bestie loro, non i cani. Eppure gli stessi animali selvatici, se costretti, compiono su se stessi azioni che soverchiano la gameness dei cani, per esempio come i lupi o le iene che coscientemente pur di riacquistare la libertà si staccano con un morso la zampa presa nella tagliola.

Lo Staffordshire ha grandi depositi di carbone nel sottosuolo e – fino a quando l’ultima non fu chiusa nel 1998 –  molte miniere operative fin dal XIII secolo. Le miniere notoriamente sono popolate da orde di topi nonché di ratti neri, specie arrivata in Britannia già nel I secolo d.C. con i trasporti navali durante la dominazione romana. E per uccidere topi e ratti sono stati usati fin dall’antichità piccoli cani, impiegati già nel mondo greco e romano. Ricordiamo che il termine terrier deriva dal latino terrarius, com’erano chiamati dai romani i piccoli cani che, secoli prima della conquista della Britannia, cercavano e uccidevano questi roditori (e altri cosiddetti nocivi) sottoterra. Insomma, i cani terrier non sono certo un’invenzione inglese. Miniere, ratti e cani significano una sola cosa e cioè che sottoterra c’era da secoli – quindi ben prima – la stessa situazione del XIX secolo, periodo in cui si indica comunemente l’inizio della storia degli Staffordshire Bull Terrier. Da precisare che, come si potrà appurare leggendo i testi dell’epoca, i romani durante la conquista della Britannia non trovarono alcun cane molossoide (i pugnaces britanniae non lo erano) nell’intera isola e pertanto questi ultimi – i cani da guerra romani canes pugnaces o canes bellator – furono introdotti dalle legioni romane e si incrociarono con i cani locali dando vita ai progenitori dei Mastiff e Bulldog.

Sempre, quando si tratta dei terrier, si accenna al loro compito di uccidere i ratti nelle miniere, ma ci si ferma lì. Sarà bene allora fornire qualche dettaglio. Centinaia di migliaia di persone lavoravano come minatori (il massimo agli albori della Grande Guerra, nel 1913 oltre un milione) in condizioni terribili, lavorando spesso nel buio più totale a colpi di piccone – ci si proteggeva gli occhi con una benda affinché le schegge, picconando, non li colpissero, e quindi il potere vedere in alcune postazioni era inutile e anzi persino pericoloso – e molti erano i piccoli cani che affiancavano i padroni, dandogli una certa tranquillità almeno di non venire morsi dai ratti mentre lavoravano. Questo fa capire che i cani non dovessero essere litigiosi l’uno con l’altro e certo là sotto non si usavano esemplari come i cosiddetti bull and terrier.

Ci si domanderà cosa mangiassero nelle miniere i ratti, ebbene rispondiamo: qualsiasi cosa fosse commestibile per quegli animali e quindi praticamente tutto, dai rifiuti organici a diversi materiali, dalle carcasse animali come quelle di altri topi fino a esemplari vivi ma debilitati (i ratti sono cannibali), ma soprattutto la fonte di cibo derivava dai cavalli. O meglio, dal cibo dei cavalli usati per il traino dei vagoni colmi di carbone, pietre e materiali vari. L’alimentazione dei cavalli consisteva principalmente in un misto di fieno, avena, legumi e mais, di cui ovviamente nelle miniere c’erano depositi in ogni livello, che attiravano i ratti.

Si consideri che questi roditori – così come poi verificò anche nelle trincee della Prima guerra mondiale, tanto che i piccoli cani per ucciderli furono usati anche lì – erano milioni e mangiavano o guastavano circa il 30% delle scorte alimentari. I cavalli impiegati nelle miniere inglesi erano decine di migliaia (70.000 nel 1913), finché non si usò come forza motrice l’elettricità, ed erano di varie razze – quelli grandi lavoravano lungo le più alte gallerie vicino all’uscita principale e all’esterno – ma soprattutto  pony scozzesi e gallesi castrati e alti alla spalla 120 cm se usati vicino al fronte di avanzamento, e 140 cm quelli  impiegati nelle gallerie principali.

I cavalli, vaccinati contro il cimurro e ben accuditi dagli addetti e curati dai veterinari quasi sempre nel sottosuolo, dovevano avere almeno quattro anni prima di poter cominciare a lavorare sottoterra, e continuavano fino a quando non erano più adatti, spesso verso i 20 anni. La credenza popolare secondo cui i pony diventavano ciechi sottoterra è infondata, e l’uso di pony ciechi era proibito. Le ore che un cavallo – in grado di trainare su binari un carico di tre tonnellate – poteva lavorare erano stabilite dalla legge, ossia non più di 48 ore la settimana, e non oltre due turni in 24 ore o più di tre turni in 48. Un turno era di circa 7 ore, ma comunque questi animali venivano portati in superficie con i montacarichi una sola volta l’anno e per il resto riposavano in stalle sotterranee appositamente costruite, illuminate e vicine alle prese d’aria per fargli respirare aria fresca proveniente dalla superficie. Questo fa capire che i cani terrier fossero adibiti anche alle stalle, perché i ratti potevano mordere e ferire anche gravemente i cavalli, così come capita anche oggi negli allevamenti intensivi anche nel caso dei maiali. Inoltre proprio vicino alle stalle c’erano i depositi di cibo per i cavalli.

Nelle miniere erano presenti pure altri animali a fianco dell’uomo, come i canarini o altri uccellini i quali, a causa delle dimensioni e quindi della bassa resistenza ai gas veleniferi, morivano anche a basse concentrazioni permettendo ai minatori di fuggire prima che il gas invadesse le gallerie. Si trattava del gas metano, velenoso e altamente esplosivo, chiamato anche grisú. Naturalmente bisognava accorgersi subito che l’uccello era morto, cosa non facile. Ma se cessava di colpo di cinguettare era un segnale evidente. Visto che i canarini al buio non cinguettano, probabilmente gli si dava una miscela di orzo macinato mischiata a peperoncino secco polverizzato causando così alla povera bestia bruciore alla gola che la spingeva a cinguettare o comunque a fare rumore. Questa era la tecnica usata nei luoghi di origine e che spingeva gli acquirenti ad acquistare subito esemplari così canterini. Ma una volta passati all’alimentazione normale, anche i cinguettii tornavano alla norma…

Si controlla il canarino.