(segue dalla prima) Una famosa razza cinese – anche se cani simili o identici si trovavano in Corea, Tibet e Giappone – è il Chow Chow (in cinese solo Chao, si pronuncia Ciao), secondo alcuni studiosi esistente da millenni. Con ogni probabilità legato ai cani tibetani e ad altre razze asiatiche da pastore, fu poi incrociato con i cani di medie dimensioni siberiani e mongoli, dando vita alle varianti nordiche e meridionali, nonché a un tipo detto della Mongolia e a un altro detto della Manciuria, di diversa grandezza, peso e colore. Con il morbido pelo si confezionavano caldi e ricercati capi d’abbigliamento. In Manciuria quando una contadina si sposava riceveva in dote sei Chao per iniziare il suo piccolo allevamento da “pelo e carne”. Il pelo veniva raccolto durante la muta, perché ovviamente il cane non veniva ucciso per raccoglierne la lana, a meno che non servisse anche la pelle per farne indumenti.

Le fonti storiche sui cani cinesi sono poche, ma sappiamo che l’imperatore cinese Wu Wang, nel 1121 a.C., ne ricevette come tributo dalla popolazione liu, che viveva nelle zone settentrionali oltre confine, un certo numero, chiamati ngao e descritti di grande forza e con il corpo molto peloso di colore rosso. Purtroppo i dati sono per l’appunto pochi, in quanto quasi tutte le fonti sono andate perdute a causa della distruzione di tutti i testi ordinata nel 255 a.C dall’imperatore cinese Qin Shi Huang, quello che iniziò la costruzione della Grande Muraglia e che fece costruire il famoso esercito di statue in terracotta di Xi’an, nella provincia di Shaanxi.

I cinesi toelettavano i cani? I ricchi nobili sì, difatti grazie al libro Xin Xin Zai Wen scritto da Zhou Mi (1232-98), nome di cortesia Zhou Gongqin Zhou Gongjin, durante la Dinastia Song meridionale sappiamo che li si colorava persino utilizzando l’estratto di alcune piante e fiori, lo stesso utilizzato per colorare le unghie delle donne. Tale estratto, se rosso, se passato da tre a cinque volte non veniva via neppure lavandolo e spariva solo col tempo.

Signore che indossano fiori tra i capelli, (particolare), attribuito a Zhou Fang, fine 8°- inizio 9° secolo (Museo provinciale di Liaoning, provincia di Shenyang, Cina)

Zhou Mi specifica anche che tale uso lo si conobbe durante la Dinastia Song – durata dal 960 al 1279 – quando delle donne arabe si stabilirono in Cina. Non sappiamo esattamente quando arrivarono queste donne, però nel periodo Song di certo nel mondo arabo si era già propagata la religione islamica fondata da Maometto (570 circa – 632) che avversava i cani e pertanto secondo la Sharia – il corpus delle leggi morali e sociali islamiche – si specificava che colui che possiede un cane, a meno che non sia riservato alla caccia, alla guardia delle pecore o delle terre, vede la sua ricompensa (ultraterrena) diminuire ogni giorno di un qirat (antica misura araba di peso dei metalli, da cui deriva il nostro carato). Insomma, compiva un peccato. Difficile pensare che donne islamiche avessero contatti con il cane ritenuto immondo (la Sharia vietava pure di tenerli in casa), al punto addirittura di colorarlo per vezzo… Da ciò potremmo ipotizzare che furono i cinesi, di religione buddhista e quindi amanti degli animali, a pensare di colorare i cani seppure grazie alla conoscenza mediorientale.

Per fare sembrare i cani-leone il più possibile simili a questi felini si faceva di tutto, come “mantenerli in gabbie di filo metallico per arrestare lo sviluppo delle loro zampe e rompere la cartilagine del naso dei cuccioli per allargare il ponte nasale in modo da farli sembrare leoni (…) e persino i colori sono stati messi sull’animale per farlo sembrare un leone”. Ecco un altro riferimento ai cani-leone colorati. E se si arrivava a rompergli il muso, per dirla brutalmente, figuriamoci se non gli si toelettava il pelo per renderli ancora più simili al leone (fonte:  The Lion in Chinese Space and Social Life, di Min-Chia Young, 2009, Università del New South Wales Sydney, Australia).

C’è poi un altro importante particolare e cioè i cani-leoni, chiamati genericamente Foo, che significa Buddha, e che includevano vari tipi incluso lo Shih Tzu (il cui nome originario era xīshīquǎn, ossia “cane-leone occidentale” e cioè del Tibet) e Pechinese (antico nome gōngtíng shīzigǒu, “piccolo cane-leone di palazzo”). Si legge che questi cani venivano utilizzati, copiandoli, per dipingere o scolpire quadri e statue di leoni, che come già scritto in Cina non esistevano e pertanto la gente manco sapeva come fossero fatti. Attenzione, la cosa non è poi tanto così. In Cina a quell’epoca erano presenti i gatti nelle case (e precisamente soprattutto nei cortili, strade e magazzini, perché servivano contro i topi e quello dovevano fare, in base a un concreto concetto utilitaristico) ma erano ben presenti e selvatici le linci, i leopardi e la tigre. Insomma, qualche termine di paragone esisteva. Sarebbe bastato pensare a una tigre, togliergli le strisce e mettergli una criniera per pensare a come dovesse essere un leone. Di sicuro un cane-leone sarebbe stato comunque ben più diverso di un vero leone – anche dimensioni a parte – rispetto a una tigre, di cui c’erano illustrazioni, statuette e dipinti ovunque. Ricordiamo che una volta spellati, solo gli esperti biologi riescono a capire quale sia il leone e quale la tigre.

Comparazione tra leone e tigre.

Tra l’altro in Cina di leoni, in qualità di doni, ne erano arrivati nei secoli, durante la Dinastia Han (dal 206 a.C. al 220 d.C.) con i relativi scambi culturali attraverso la via della Seta e giunti dall’Asia Centrale grazie ai popoli della Sogdiana. Anzi, da prima, come si nota grazie al ritrovamento di una placca d’oro raffigurante un leone del Periodo degli Stati Combattenti, dal 453 a.C. al 221 a.C. (fonte: Exploring the Cultural Origins of the Chinese Lion, Journal of the National, 2001, Dr. Sun Yat-sen Memorial Hall). Ancora nell’87 d.C. dalla Partia e cioè dalla Persia – che i cinesi chiamavano Xiyu – arrivarono in dono un leone e uno struzzo. In Cina arrivavano anche pelli intere di leone. Pertanto la nobiltà aveva certamente le idee più chiare su questi animali stranieri chiamati dai cinesi Suan-ni e se le relative statue erano diverse dai leoni era più che altro una questione stilistica. Il popolo invece, che non poteva neppure sognare di avere accesso alle aree imperiali interdette quasi a chiunque, poteva solo immaginare di come fossero questi animali, tuttavia non bisogna dimenticare che le storie e descrizioni dei leoni venivano veicolate da sacerdoti buddhisti e viaggiatori del tempo. Le statue di questi “Leoni guardiani cinesi” – che comunque solo i ricchi potevano permettersi – se si guarda bene presentano solo la criniera e a volte del pelo lungo sulla schiena, mentre i cosiddetti cani-leoni, anche se diversi dai Pechinesi e Shih Tzu di oggi, nella realtà avevano il pelo ben lungo su tutto il corpo.

Statuetta di cane-leone, XI secolo, Dinastia Song (Museo Guimet, Parigi).

E allora è più che presumibile, se non ovvio, che quei cani prima di venire presi a modello dall’artista venissero tosati lasciando solo una sorta di criniera e la coda pelosa, forse perché qualcuno aveva riferito che il leone aveva un ciuffo sulla coda (vero, nella parte terminale, sia il maschio sia la femmina). Del resto esistono statue di cani non tosati e che mai potrebbero fare pensare a un leone, neppure paragonandoli alle statue di cani-leone.

Statuetta di cane, VII secolo, inizio Dinastia Tang, Cina.

In Cina, e nel mondo buddhista, il leone aveva inoltre grande importanza in quanto la religione spiega che Buddha nei lunghi viaggi cavalcava un leone, che lo proteggeva e trasportava. Avere in casa una rappresentazione casalinga in miniatura e più gestibile del felino, appunto un cane-leone, era un riferimento alla fede. Ma pure uno status symbol. In pratica, il cane toelettato a mo’ di leone come nei casi illustrati prima delle popolazioni mesopotamiche e romane. Insomma, l’arte della toelettatura dei cani è ben più vecchia di quanto si creda.

Anche i mongoli avevano – e hanno – cani da pastore e da guardia dal folto pelo, i cosiddetti Bankhar, e non poteva essere diversamente in un’area generalmente montuosa e intervallata da vaste aree di pianura con enormi pascoli spesso percorse da forti venti. La temperatura in estate può talvolta raggiungere i 42 ° C, mentre in inverno può scendere fino a -52° C e i temuti tzud, ossia inverni più rigidi della norma, sterminano intere mandrie di bovini, capre, pecore, cammelli e cavalli, pur selezionati sul campo per resistere al gelo, congelandoli persino in piedi. Negli inverni del periodo 1999-2002 morirono così 11 milioni di capi di bestiame, e nel 2010 otto milioni, ovvero circa il 17% dell’intero bestiame della Mongolia. Nel 2018 è andata meglio, “solo” 700.000. La stagione fredda inizia da novembre e continua fino a marzo e quindi coprirsi bene è basilare. La lana per gli indumenti solitamente è ed era quella delle pecore e cammelli, ma pure dei cani se si voleva stare caldi e asciutti. Infatti la suola di scarpe e stivali era di cuoio ma con all’interno pelle di cane – che isola dal freddo del terreno e dall’umidità – e l’imbottitura di pelo di cane, molto più caldo di quello delle pecore, circa l’80% in più.

Descritti dai loro nemici sempre come poco più di bestie, effettivamente feroci in modo disumano in guerra, eppure i mongoli amavano i loro cani, che rispettavano al punto che era severamente vietato ucciderli e persino percuoterli. I cani, considerati membri della famiglia, erano (e sono) gli unici animali addomesticati dai mongoli ad avere un nome. I cani venivano scelti da cuccioli in base a diffuse convinzioni: se sul petto avevano una macchia bianca a forma di cuore sarebbero stati coraggiosi ed equilibrati, se avevano gli occhi rossastri sarebbero diventati feroci e capaci di combattere strenuamente. Quelli con le zampe e la punta della coda bianchi erano futuri ladri di cibo e svogliati nello svolgere i loro compiti. Si riteneva che l’ultimo cucciolo nato fosse il migliore (perché, essendo di norma il più piccolo, avrebbe dovuto combattere più dei fratelli per sopravvivere), anche se qualunque cucciolo rimanesse in silenzio – ma contraendo il corpo – mentre gli si alzava la coda o una zampa per controllarlo, era destinato a diventare un forte e buon cane. Il proprietario sussurrava il nome segreto (erano due, quello segreto e quello conosciuto dal resto della famiglia e da altri) del cane nel suo orecchio, a conferma di un rapporto veramente speciale fra i due. Quando ne moriva uno, il padrone lo sotterrava su una cunetta affinché nessuno involontariamente ne calpestasse la tomba. Inoltre, prima di seppellirlo, gli tagliava la coda e la metteva sotto la testa dell’animale, mentre in bocca gli poneva un grosso pezzo di grasso in modo che il suo spirito potesse alimentarsi durante il viaggio per l’Aldilà. Si credeva che sarebbe risorto come uomo. I mongoli, che nei secoli passati uccisero milioni di persone, disprezzavano tuttavia i cinesi perchè mangiavano i cani, cosa che nessun mongolo avrebbe mai pensato di fare.

I mongoli toelettavano i loro cani in primavera, quando il freddo diminuiva, a mano o con pettini d’osso – mai tagliando il pelo –, avendo però cura di non togliere quello intorno al collo che quindi, ormai duro e infeltrito e finché rimaneva lì, proteggeva la gola del cane come fosse un collare contro i morsi dei lupi. Le ciocche dei lunghi peli delle zampe e coda invece venivano tagliate e buttate in quanto i peli, anche se filati, erano duri e pungevano.

Cane mongolo in inverno.

Anche i nativi americani toelettavano i cani, e da moltissimo tempo. Anzi, furono gli unici al mondo a selezionare un tipo di cane – che possiamo definire senza dubbio una razza, anche se allora ufficialmente queste non esistevano – solo per la produzione di pelo, attentamente raccolto e con cui producevano tappeti e indumenti molto preziosi. La popolazione che li allevava erano i salish, formati da parecchie tribù della costa nord-occidentale del Pacifico di quelli che oggi sono la Columbia Britannica sudoccidentale (Canada) e il confinante stato di Washington (Stati Uniti),  ma la tribù di riferimento per questi cani erano i klallam che li chiamavano sko-mai oppure ki-mia e anche xlit selken. Grandissimi costruttori di barche scavate nei tronchi d’albero e abili pescatori – incluse le balene –, i salish sono ancora famosi per via di questi piccoli cani quasi sempre bianchi, oggi purtroppo estinti.

Vicino c’è un cane sko-mai (quadro di Paul Kane, 1848, Royal Ontario Museum).
All’interno di una “casa lunga” una donna klallam sta tessendo una coperta di pelo di cane.

A dire il vero, non erano solo questi nativi americani a tosare i loro cani per farne coperte e abbigliamento – c’era infatti questa consuetudine anche in Messico, sulle Ande peruviane e in alcune zone degli Stati Uniti – ma a quanto pare i cani dei klallam davano il prodotto migliore. I tappeti, coperte e vestiti fatti con la lana di questi cani erano molto ricercati. Ricordiamo che prima dell’arrivo degli uomini bianchi i nativi americani conoscevano solo il cane come animale domestico o di allevamento. Pecore, cavalli, mucche, maiali, ecc. non erano conosciuti da loro.

Di coperte o indumenti salish ne esistevano anche di altro tipo, fatti o mischiati con pelo di capra selvatica di montagna e fibre di canapa, euforbia, lanugine di pioppo e cedro, ortica e persino piume, ma non erano assolutamente paragonabili alle coperte di pelo di cane, realizzate artisticamente dalle sole donne con una lavorazione complessa. Ce n’erano anche di colorate con tinture minerali o vegetali come la cosiddetta “uva dell’Oregon” (ma non è uva, Mahonia aquifolium) la cui corteccia interna degli steli e delle radici produce una tintura gialla, mentre le bacche simili a mirtilli danno un colorante viola. La lana poteva anche essere tinta di marrone o nero usando il fango di palude salata ricco di ferro, oppure di colore rosso con la corteccia di ontano (Alnus rubra) o di giallo utilizzando il pericoloso lichene del lupo (Letharia vulpina), il cui acido vulpinico veniva usato dai nativi americani appunto per avvelenare lupi, volpi e altri animali. L’urina era il mordente più comune per fissare i coloranti. (segue nella terza parte)

Due ragazze salish con un un cane sko-mai. La fotografia fu scattata da James O. Booen (1895-1897 ca.) a Chilliwack (Chilliwack Museum and Archives, Booen Fonds, P. Coll 120 n. 25).