(Segue dalla prima parte) Fatto sta che alla fine del 2018 fu siglato un accordo tra Parco nazionale dell’Aspromonte, Samannara e cooperativa La Via Lattea che stabiliva l’acquisto da parte di quest’ultima – grazie ai contributi ricevuti dal Parco – di 6-8  cuccioli di Cane di Mannara secondo un serio e scrupoloso piano, della durata di 36 mesi. http://www.canedimannara.org/sito2018/Protocollo%20d’Intesa%20aspromonte.pdf

Essendo passati ormai due anni, il nostro giornale ha chiesto alle parti come stava andando il progetto, anzi l’esperimento, in quanto il punto era comunque sempre quello: esemplari di cani siciliani che non avevano mai visto un lupo, in un’area calabrese piena di lupi.

Comunque, furono scelti e inviati in Aspromonte – consegnandoli ad allevatori dotati già di altri cani da protezione – 8 cuccioli vaccinati, a cui si sarebbe dovuto fare il richiamo della vaccinazione. Sarà stato fatto? Non lo sappiamo, ma comunque due morirono pare di gastroenterite e uno scomparve. Due a tre mesi di età, l’altra a sei mesi. Abbiamo contattato alcuni di questi allevatori allevatori, chiedendogli se erano soddisfatti dell’iniziativa. No, hanno detto. Perché?

Perché i cani soffrono. Spiega Mario: “Questi Cani di Mannara soffrono il caldo esattamente come quelli che abbiamo già. Anche di altre razze, non riguarda solo i Mannara, che pure sono affidabili e affettuosi. Cercano l’ombra e il fresco per il troppo caldo, e stanno col bestiame solo se la temperatura è bassa. Sennò a volte neppure vanno dietro al bestiame, sono sfiatati. Fanno così anche i cani Abruzzesi, sia chiaro. Magari quando saranno più grandi si comporteranno diversamente, ma non credo. Avevo un Mannara, una femmina, morta da cucciola, ora ho un maschio di circa un anno e mezzo”.

Giovanni Cirasa esprime la sua opinione: “Io per quell’utilizzo in Aspromonte avrei provato semmai lo Spino degli Iblei, altra razza di dimensioni simili ma che effettivamente andava e può andare dietro al gregge. Durante il giorno i Mannara rimangono a custodia degli agnelli e dei beni, non si allontanano mai più di cento metri e sono molto territoriali. I pastori che facevano la transumanza invece utilizzavano diversi incroci molto più resistenti al caldo e meno aggressivi”.

Fotografia di Spino degli Iblei, Ponte Olivo, 1970. Il cane si chiamava Canuni, proprietario Zù Vicienzo.

Ovvio che i cani siano svantaggiati rispetto ai lupi, che attaccano quando decidono loro, magari dopo essersene stati tranquilli al fresco e all’ombra per tutto il giorno. Tuttavia l’azienda di Mario sta a 200 metri di altitudine, e allora abbiamo pensato che dipendesse da questo, tuttavia l’Allevamento Cane di Mannara dei Tumminia/Spera, da cui provengono i cani, non sta molto più in alto, nel Palermitano. Tra l’altro ha la stagione estiva calda e asciutta, inverno fresco e piovoso. E attenzione, si tratta di un allevatore serio e appassionato, con cani rustici che lavorano effettivamente in campagna con le pecore. Non sono cani da salotto. Così come quelli di Calcedonio Miceli e Antonio Lunardo, solo per citare alcuni allevatori della razza di grande valore e prestigio.

Quando abbiamo riferito il problema calabrese a Gaspare Tumminia ci è parso molto stupito, e crediamo non “eccessivamente felice”, e gli abbiamo allora consigliato di chiedere direttamente ai pastori calabresi lumi in merito. Francamente, supponevamo fosse già stato fatto, da lui o dall’associazione.

Già, ma i cani siciliani arrivati nel corso dei secoli in Calabria, chiamati Mannariddru e anche Mannarichi che fine hanno fatto? Il naturalista Armando Lucifero (1855-1933) nel suo saggio, appunto Mammalia Calabria: elenco dei mammiferi calabresi pubblicato sulla Rivista Italiana di Scienze Naturali nel 1909, riportò: Il cane da pastore calabrese è alto di statura quasi quanto un cane di Terranova, ha il pelo lungo appena ondulato, coda fioccata, muso aguzzo, orecchie corte ma penzolanti; mantello bruno-fulvo uniforme nella parte superiore e biancastro nella parte inferiore, che talvolta si tramuta in bianco. Incontrasi qualche lieve anomalia nelle tinte, ma essa proviene da incroci con altre razze che degenerano il tipo primitivo, e non è certo stabile. Ha forma e robustezza non comune e sa servirsene nelle evenienze. Questi cani seguono durante il giorno la greggia pascolante e nella notte la custodiscono con somma avvedutezza negli ovili e nelle siepi, ove suol essere rinchiusa.

Aspromonte, gregge di capre con uno dei cani custodi.

Sempre Aspromonte.

Questa descrizione viene indicata dagli appassionati come quella del Pastore della Sila, ma potrebbe essere tranquillamente assegnata al Cane di Mannara o al Mannariddru, incrociatosi in Calabria con cani locali e comunque drasticamente crollato numericamente, come altre razze, a causa della crisi ovicaprina iniziata dopo la Prima guerra mondiale. Un tempo nella zona dell’Aspromonte e altrove nella regione c’era un grosso cane rustico, diverso dal Pastore Abruzzese e dal Pastore della Sila,  adatto anche al clima della zona. Ma quando la pastorizia e l’allevamento calarono, avere qualche pecora divenne una sorta di secondo lavoro, e questi cani non servivano più e scomparvero. Tuttavia

l’allevatore Mario ci stupisce: “Li ho visti fin da bambino questi cani, erano grandi come gli Abruzzesi, agili, sui 45 kg, rossi e pezzati. Molto affettuosi con i padroni, ma validi per la guardia e protezione del bestiame dai lupi. Ma non è vero che si sono estinti, conosco chi li ha pure oggi, alcune famiglie li hanno da generazioni”. E grazie alla gentilezza e disponibilità di Mario possiamo pubblicare le fotografie di uno di questi cani, scattate appositamente.

Mannarichi calabrese.

Mannarichi calabrese.

Secondo gli esperti, nei Cani di Mannara un po’ di bianco ci deve sempre essere, ma poco, e nelle cucciolate non nascono esemplari bianchi o pezzati. Quando questo accade è perché risale a un accoppiamento con un Pastore Abruzzese. E in effetti in Calabria quest’ultima razza c’è sempre stata, e così in seguito in Sicilia. Nulla vieta che questi pochi esemplari di Mannarichi o  Mannariddru siano diventati una varietà locale o comunque un incrocio un tempo diffuso e adattatosi a quell’ambiente calabrese più erto e con escursioni termiche diverse. Incroci di Cani di Mannara e Pastore Abruzzesi, sebbene non sempre bianchi con pezzature rosse, sono presenti infatti anche in Sicilia.

Sicilia e Calabria, splendide terre di bellezza, natura e…misteri.

Sopra e sotto, incroci Pastore Abruzzese/Cane di Mannara.