Cominciamo subito a dire che questa ottima razza di cane da protezione del gregge storicamente non è affatto relativa alla sola zona montuosa delle Montagne Šar, per il semplice motivo che un tempo i predatori del bestiame – lupo, orso, lince e sciacallo dorato – erano molto diffusi ovunque, in montagna come in pianura nell’area balcanica. Ora, visto che un tempo lì i lupi e altri predatori erano ancora più diffusi, com’è possibile pensare che i progenitori di quelle che ora sono due diverse razze e cioè il Šarplaninac e il Pastore di Karst fossero limitati alle sole Montagne Šar? Ci riferiamo a un’area montuosa lunga circa 80 km e larga 10-20 km che si trova per il 56,25% nella Repubblica di Macedonia, per il 43,12% in Kosovo e per lo 0,63% in Albania (in quest’ultima tali montagne vengono chiamate Malet e Sharrit ). Probabilmente si volle dare quel nome in quanto nel medioevo i serbi chiamavano Mlečni le Montagne Šar, ossia “Montagna del latte” per via dei vastissimi pascoli montani e quindi della grande produzione di latte data dalle diffusissime mandrie di bovini, capre e pecore. Pertanto, lì c’era molto bestiame, e quindi molti cani da protezione, ma lo stesso accadeva altrove e persino in pianura, dove i lupi erano comuni così come in montagna. Considerando solo la Macedonia e la Serbia (che non riconosce il Kosovo come stato sovrano ma lo reputa suo territorio), questi cani sono stati sempre presenti anche in altre aree come Korab, Stogovo, Bistra, Jablanica, Pelister e altre.

Zona di Stogovo.

Questi cani erano genericamente chiamati Ilirski Ovčar, ossia Pastore dell’Illiria, ma nel 1957 il nome ufficiale della razza fu cambiato in Pastore Jugoslavo/ Pastore di Ciarplanina. Ovviamente il cane veniva, e tuttora viene chiamato, con nomi diversi a seconda della zona e della lingua: in albanese Qeni I Sharrit oppure Deltari Ilir, in macedone Šarplaninec e in serbo Šarplaninac. Anche in questa razza subentra un diffuso campanilismo e alcuni arrivano a dire che il Šarplaninac sarebbe addirittura il più antico e vero molossoide nel mondo, cosa totalmente falsa in quanto fino all’arrivo dei cani da guerra dell’esercito persiano – durante i tentativi nel V secolo a.C. di conquista di quella che oggi è la Grecia – in Europa manco si sapeva cosa fossero i cani molossoidi. Vale pure per il Molosso dell’Epiro. I cani impiegati anche in guerra, prima, erano potenti cani da caccia, levrieri e, parrà strano, spesso i cosiddetti “cani lupo”, esistenti fin dall’antichità e raffigurati in battaglia come si vede sul Sarcofago di Clazomenae (VI a.C., British Museum) relativamente alla battaglia vinta dai lidi di re Aliatte II (609 o 619-560 a.C.) contro i cimmeri e grazie proprio ai cani lupo che ne dispersero la cavalleria.

I cani dei persiani – e prima ancora degli elamiti e assiro-babilonesi, esistono statuette e bassorilievi di cani marcatamente molossoidi risalenti al 2000 a.C. – venivano scelti non solo in quelli che oggi sono l’Iran e Iraq ma anche in Afghanistan, Pakistan, Turchia, India e Nepal, e messi in campo di volta in volta anche a migliaia. Tuttavia, contrariamente a quel che erroneamente scrivono in tanti, i cani non arrivavano certo dall’Albania e quindi non si trattava dei progenitori del Šarplaninac e di altri similari cani balcanici: si racconta che al macedone Alessandro Magno sia stato inviato dall’Albania un cane che, subito messo di fronte a un orso e poi a un cinghiale, si dimostrò del tutto disinteressato e pertanto fu giudicato pauroso e ucciso. Dall’Albania allora inviarono un altro cane identico, scrivendogli che meritava solo avversari degni come leoni ed elefanti e non certo orsi e cinghiali. Alessandro allora seguì il consiglio e il cane incredibilmente uccise un leone (!) e fece crollare un elefante girandogli intorno fino a fargli venire le vertigini. Ovviamente è una storiella, anche perché contrariamente a quello che scrivono in tanti presunti esperti cinofili, Erodoto nel racconto si riferisce al persiano Ciro il Grande e non ad Alessandro Magno (nato molto dopo). Inoltre, l’Albania a cui si accenna non c’entra nulla con l’odierno stato europeo, si trattava infatti di un regno del Caucaso.

Fino all’arrivo dei cani molossoidi persiani – forse uno di questi, a pelo lungo, è raffigurato su una moneta della Tessaglia (Grecia) stimata del 450 a.C. i cani balcanici erano da pastore, relativamente grandi ma non pesanti e lo stesso filosofo e scienziato Aristotele (384-322 a.C.) nella sua opera Historia animalium specificò che derivavano dall’incrocio fra cane e lupo, forse anche per sottolinearne l’aspetto, che certo non doveva essere pesante e tozzo.

Moneta della Tessaglia (Grecia), stimata del 450 a.C.

Questo vale pure per la Grecia, anch’essa stato balcanico, e in particolare per la Laconia, nel Peloponneso – in cui sorgeva Sparta –,  terra montagnosa e ricca di pecore e capre, protette pure loro da cani da pastore chiamati  “laconi”.  Poiché il cane molosso (come spiegato dopo, inteso come cane della tribù dei molossi e non perché molossoide) e quello lacone –  almeno le varietà utilizzate nella pastorizia – erano praticamente simili, si prese a chiamarli “molossi laconi”, un po’ come nel caso del cane da pastore maremmano (che gli abruzzesi però negano assolutamente sia autoctono della Maremma, e hanno ragione) e di quello abruzzese, poi unificati nella nota razza del Maremmano Abruzzese.

Arriviamo ora ai cani molossi. I molossi erano una tribù di origine illirica stanziata nella parte  nord-occidentale dell’Epiro, al confine fra la Grecia e l’attuale Albania meridionale. Questa tribù non prendeva certo il nome dai cani, pur pregevoli che fossero, ma in quanto si credevano discendenti di Molosso, uno dei tre figli di Neottolemo, figlio di Achille e della moglie di Ettore, Andromaca (ottenuta come bottino di guerra dopo l’assedio di Troia). Secondo la mitologia greca, dopo la vittoria su Troia, Neottolemo e il suo esercito si stanziarono in Epiro, dove si unirono alla popolazione dorica locale scacciando le tribù barbariche verso nord. Un suo presunto discendente fu Neottolemo I, della dinastia dei Molossi, re dell’Epiro dal 370 circa al 360 a.C., nonché padre di Olimpia (madre di Alessandro Magno) e di Alessandro I, detto il Molosso e re d’Epiro dal 350 al 331 a.C. (appunto zio di Alessandro Magno). Come si capirà, i Molossi erano una dinastia interna alla tribù dei molossi. I cani dei molossi, sbrigativamente chiamati molossi pure loro, diedero il nome ai molossoidi pur non essendo allora, appunto, molossoidi. Sembra pasticciato, lo sappiamo, ma di fatto è così.

Sempre nell’opera  Historia animalium, scritta approssimativamente intorno al 347 a.C., Aristotele riportò che la razza dei cani della tribù dei molossi veniva utilizzata spesso, come altre similari, per la caccia ma che questi cani da pecora –  così specificò – erano superiori agli altri (da caccia) per la taglia e il coraggio con cui affrontavano gli attacchi degli animali selvatici. Anche Orazio sottolineò la duplice funzione di questi cani, ossia caccia e protezione dei greggi, definendoli una forza amica del pastore e battitori implacabili. Lo stesso fece Virgilio, riferendosi ai cani dei molossi e dei laconi come cacciatori e protettori del bestiame. Tuttavia, parrebbe che i laconi potessero essere di più varietà. Senofonte li descrisse precisando che ce n’erano di due tipi, il cosiddetto e più grande “castor” e uno più piccolo tipo volpino e che per l’appunto si credeva essere frutto dell’accoppiamento fra cane e volpe. Ma anche per il castor Senofonte specificò che doveva essere sì più grande, ma con testa piccola, muso lungo, orecchie erette, collo lungo e mobile, occhi scuri e vivi, manto marrone chiaro con macchie bianche su muso, torace e gambe, oppure nero con focature. Insomma, nulla a che fare con un molossoide. E doveva essere veloce e agile, quindi utile anche per la caccia. Oppiano di Apamea  nel 212, nella sua opera Cynegetica, raccomandò il lacone per la caccia a gazzelle, cervi e persino lepri. Descrisse anche il molosso – in questo caso di certo ormai un molossoide, essendo nel III secolo dopo Cristo – Di incrollabile coraggio e impetuosi, che attaccano anche i tori barbuti  e i mostruosi cinghiali e li distruggono.

Veniamo ora ai progenitori dell’odierno Šarplaninac (e del Molosso dell’Epiro, Molosso romano e di tutti i cani simili europei). Potremmo ipotizzare che la loro nascita sia immediatamente successiva all’invasione persiana del V secolo a.c., grazie all’accoppiamento tra cani molossoidi da guerra persiani (fuggiti, catturati o altro in zona dal nemico) e cani da pastore molossi e laconi nei Balcani.

Si consideri che truppe provenienti dall’India e inquadrate fra le fila persiane combatterono a Platea e Maratona contro i greci, nel 490 a.C. I cosiddetti “cani indiani”, insieme a quelli provenienti da altre province dell’impero, pertanto molto probabilmente arrivarono lì ben prima del ritorno in patria dell’esercito macedone di Alessandro Magno dopo le conquiste asiatiche, precisamente oltre 150 anni prima.

A proposito dei cani indiani usati in battaglia, si sa pochissimo, ma furono impiegati certamente. Re Omphis usava molto i cani da guerra. Veniva così chiamato in greco ma il vero nome indiano era Ambhi. I greci lo chiamavano anche Taxilas o Taxiles, dal nome della capitale del suo regno, Taxila (nei pressi dell’odierna Attock, il regno sorgeva fra i fiumi Indo e Idapse, nel Punjab, attuale Pakistan). Come racconta Diodoro Siculo, Omphis nel 327 a.C. donò ad Alessandro Magno ben 150 cani da guerra da mettere in campo nella battaglia dell’Idapse. Per dimostrare la loro ferocia e resistenza al dolore ne fece combattere quattro contro un leone, mentre un soldato con la spada mozzava le zampe a uno di questi che però imperterrito continuava a lottare contro il felino. Alessandro, che amava gli animali – il suo amato cane Peritas allora era già morto e il suo gigantesco e indomito cavallo Bucefalo morì poco dopo – ne fu disgustato e fece interrompere imperiosamente la crudele dimostrazione. La povera bestia morì dissanguata, ma senza mollare la presa sul leone. Questo sta a dimostrare che quei cani erano effettivamente terribili e avevano una sopportazione innaturale del dolore, ma soprattutto che tra quegli uomini, il leone e i cani, le vere bestie erano gli uomini.

Sappiamo che, in seguito, l’esercito dell’imperatore Harshavardhana (590-647), il cui dominio si estendeva su Punjab, Bengala, Orissa e tutta la pianura indo-gangetica situata a nord del fiume Narmada, li usava in battaglia. Parrà strano, ma l’uso di questi cani andò avanti per parecchio. Per esempio, nel 18° secolo e sempre in India, fu famoso quello di re Shahu che fece molte vittime in battaglia finché non fu ucciso. Fu sepolto con una funzione ufficiale al rullo dei tamburi a Loharu (nel distretto di Bhiwani, nello stato federato dell’Haryana) e con tanto di monumento. Quel luogo divenne poi meta dei sudditi. Si consideri che Khandoba, divinità indù protettrice dei guerrieri, viene spesso raffigurata a fianco di un cane aggressivo. Anzi, il suo esercito è formato da sette cani, raffigurati come esemplari apparentemente di piccole dimensioni ma è solo una scelta stilistica. I cani indiani erano di grandi dimensioni e – se ci si vuole proprio ingenuamente credere, e non è certo il nostro caso – capaci addirittura di uccidere da soli una tigre. Un caso simile fu ricordato erigendo un monumento nel X secolo nell’odierno Karnataka, India meridionale, sotto la dinastia dei Ganga Occidentali. Il cane morì per le ferite subito dopo avere ucciso la tigre, che a nostro parere (se il fatto è vero) doveva essere un cucciolo o un esemplare già morente.

Tempio Airavatesvara, Darasuram, Tamil Nadu, India meridionale, XII secolo.

L’accoppiamento di cani di tale tempra con quelli da pastore balcanici ebbe grande giovamento per l’uso dei cani da protezione, unendo pregi diversi ma pure – benché in piccola parte – difetti, come la cocciutaggine e la minore addestrabilità dei molossoidi. Tuttavia la formula funziona, come si verificava, e si verifica tuttora, accoppiando cani da pastore Maremmano Abruzzesi con il molossoide Cane Corso. Il frutto, detto Mezzo Corso, ha grandi peculiarità fisiche e caratteriali ma se l’accoppiamento è stato sbagliato o eccessivo si avrà un cane ben inferiore a entrambi i genitori. Crediamo che questo sia un buon esempio per rappresentare la nascita dei progenitori del  Šarplaninac.

Peritas, il famoso cane di Alessandro Magno, avrebbe già potuto essere un progenitore dell’odierno Šarplaninac nonchè del Molosso dell’Epiro in quanto ricordiamo che l’Epiro è una regione geografica e storica facente parte sia dell’Albania meridionale sia della Grecia nord-occidentale, tutte aree poi sottomesse all’impero macedone. Alessandro Magno (356-323 a.C.) partì dalla Macedonia accompagnato dal cane Peritas, donatogli da amici macedoni prima delle sue incredibili conquiste in oriente. Ora, sulla questione il campanilismo è forte: gli albanesi dicono fosse un cane albanese, i macedoni dicono fosse macedone, i greci asseriscono fosse greco, i serbi e kosovari idem e così via. Ma nessuno potrà mai appurarlo. Gli fu sì donato da amici macedoni, ma non è detto venisse proprio da lì. Forse veniva dalla Tessaglia  (a sud della Macedonia, mentre la Molossia si trovava a sud-ovest), visto che pure il famoso cavallo Bucefalo di Alessandro Magno proveniva da lì, regalatogli nel 342 a.C. da suo padre Filippo il Macedone, il quale lo aveva acquistato all’iperbolica cifra di 13 talenti da Filonico di Tessaglia. Si trattava di una razza di cavallo molto grande e robusta allevata nelle pianure tessaliche, circondate da aspre montagne in cui era invece diffusa la pastorizia e quindi i cani da pastore e protezione dei greggi. Veniva quindi da lì pure Peritas?

Ma chiariamolo subito: allora i cani di quel tipo, certo non di razza, dovevano essere tutti simili per il semplice fatto che i pastori si basavano sulla loro concreta efficacia, con qualsiasi accoppiamento supposto utile se programmato e possibile. Oppure,  più spesso, in modo del tutto naturale con cani maschi provenienti per loro volontà da ogni dove e che, lottando tra loro, se potevano e ci riuscivano si accoppiavano con le femmine in calore, trasmettendo i propri geni. Ai pastori non interessava affatto che avessero il pelo nero o grigio o bianco, lungo o corto o altro. L’importante era che fossero validi e affidabili.

Peritas è famoso perché seguì fedelmente il padrone nelle sue battaglie e conquiste, e perché con incredibile coraggio salvò  – rimanendo però ucciso –  Alessandro Magno disarcionato da Bucefalo durante l’attacco di un elefante da guerra nella battaglia di Gaugamela (a est di Mossul,  nell’odierno Iraq settentrionale) nel 331 a.C. contro l’esercito persiano di Dario III. Fra i caduti ci fu anche Peritas. Dopo la battaglia i macedoni ne avrebbero recuperato il corpo, rendendogli omaggio con un solenne funerale. Quanto ad Alessandro, avrebbe fondato una città con il nome del suo inestimabile amico, facendo realizzare in suo onore una statua posata nella piazza principale. Come avrete notato abbiamo usato più volte il condizionale, perché le fonti sono vaghe, soprattutto per quanto riguarda Peritas, visto che Plutarco nell’opera Vite parallele – sei secoli dopo – scrisse che queste informazioni provenivano da Sotion il quale riportava quanto riferito da Potamon di Lesbo… Anche Plinio il Vecchio (che ne scrisse cinque secoli dopo) narra di Peritas e della sua morte lungo l’Idaspe, ma tutto il resto potrebbe essere nulla più che leggenda.

Comunque, Peritas non era senz’altro un cane donatogli in Asia come scrivono in molti, ma un cane avuto in patria prima della sua partenza per la guerra. Una cosa: a volte si legge che Alessandro Magno avrebbe riportato in patria questi cani asiatici, ma ci si dimentica che Alessandro non tornò affatto in Macedonia poiché morì a Babilonia. Ritornò in patria, con relativo bottino, solo quel che rimaneva del suo esercito. I molossoidi lì c’erano ormai già da oltre 150 anni, anche se probabilmnte ancora non comuni.

Come forse si sarà notato, non abbiamo mai citato come progenitore del Šarplaninac (e della maggioranza dei molossoidi) il Mastino del Tibet, perchè questa tesi ci appare poco credibile. Partendo alla lontana, il grandissimo Leonardo Da Vinci propose ai potenti signori del rinascimento i progetti delle macchine da guerra ideate, ma nessuno in questo lo prese mai in considerazione in quanto le macchine di Leonardo erano troppo sofisticate e complesse. In pratica, non avrebbero funzionato sempre, per notti e giorni senza fermarsi, con la pioggia, il gran caldo, il fango, durante i trasporti, ecc. Bene, il Mastino Tibetano aveva e ha gli stessi problemi e cioè funziona solo in quei luoghi di origine, con basse temperature, carenza di ossigeno, ecc. Quelli degli allevamenti europei, capirete, non sono i Mastini Tibetani selezionati a 5.000 metri di altitudine ma una versione edulcorata e adattata. Gli esemplari importati in Europa e America fino agli inizi del secolo scorso morivano in breve tempo perché climaticamente non adattabili.

Erano invece del tutto adattabili i cani dell’impero persiano e prima ancora mesopotamici, provenienti da quelli che oggi sono l’Iraq, Iran, Afghanistan, Pakistan, Asia Centrale. I più antichi ed evidenti molossoidi funzionali “ogni tempo” – quindi validi per ogni clima e tipo di conflitto nel caso di cani da guerra – raffigurati (due millenni prima di Cristo) non sono i Mastini Tibetani ma quelli mesopotamici. I cani si disperdevano al seguito delle guerre e conquiste attuate da grandi imperi, ma il Tibet ebbe solo un piccolo regno per breve tempo in espansione militare. Niente a che fare con gli imperi assiro-babilonese, persiano o romano, per capire. Perché allora si continua con questa storiella del Mastino Tibetano progenitore dei molossoidi? Probabilmente perché non ci si documenta abbastanza. (segue nella seconda parte)