(segue dalla prima) Un grave problema si presentò nel 1943 ed erano le mine tedesche di nuovo tipo, soprattutto antiuomo. Non avevano l’involucro di metallo, che i metal-detector individuavano, ma di legno. Uccidevano lo stesso, però le si scopriva solo quando le si calpestava, ed era troppo tardi. A differenza dell’esercito statunitense, che ritirò i cani antimina dopo avere constatato che non servivano affatto, l’esercito britannico ottenne dei risultati. Non totali, ma incoraggianti. Visto che le mine venivano poste sotto terra, si scoprì che i cani sentivano la differenza di odore di quella rimossa, almeno per un po’ di tempo. Allora non si sapeva ancora che i cani sono in grado di fiutare proprio l’esplosivo, cosa scoperta poco dopo. Il Pastore Tedesco si rivelò adatto allo scopo.

Nel 1946, la Francia combatté la Guerra d’Indocina, uscendone sconfitta nel 1954 e perdendo tutti i domini coloniali posseduti, appunto, in Indocina. Secondo i francesi, il nemico – ossia il movimento per l’indipendenza del Vietnam, meglio noto come Viet Minh – non avrebbe mai potuto fare molte cose. Il problema invece fu che le fece tutte. Finì che la Francia perse circa 80.000 soldati. I francesi avevano sottovalutato un fatto e cioé che il territorio vietnamita è caratterizzato per l’80% da colline e montagne con una folta vegetazione, mentre solo il restante 20% è costituito da zone pianeggianti. Trovare il nemico era cosa improba, a meno che non volesse farsi trovare lui, e per spostarsi ci si
doveva basare molto sull’aviazione. Anche i validi Pastori Tedeschi francesi dovevano essere trasportati in aereo, però si scoprì che in quell’area dalle frequenti piogge e con vasti canali e risaie i cani faticavano a individuare e seguire gli odori.

I cani francesi ottennero risultati ben maggiori nella Guerra d’Algeria o Guerra d’indipendenza algerina (1954-1962), combattuta dal Front de Libération Nationale (FLN) e dal Mouvement National Algérien contro l’esercito francese e i suoi sostenitori (anche algerini). I ribelli – ma naturalmente in Algeria e altri Paesi si consideravano ed erano patrioti – attuarono con successo la tattica della guerriglia, specializzandosi in imboscate e raid notturni. Gli attentati esplosivi non si contavano, nel solo mese di marzo 1962, anche nelle scuole e ospedali, ci fu una media di 120 ordigni esplosi al giorno. L’esercito francese in totale impiegò 4.000 cani, quasi tutti Pastori Tedeschi, facenti capo a tre settori militari, ossia Orano, Algeri e Constantine, aventi in totale alle dipendenze anche un centinaio di veterinari che prima di essere mandati in Algeria avevano seguito un particolare stage presso il centro di istruzione del servizio veterinario dell’esercito a Compiègne. Parrà strano, ma questi cani ebbero bisogno di cure non tanto per ferite da arma da fuoco, da taglio e da esplosione ma a causa di morsi (fra loro, naturalmente), insolazione, torsione intestinale e taglio ai cuscinetti plantari. In otto anni di guerra i cani uccisi furono 157.

Gli utilizzi dei cani in Algeria furono per il 23% da guardia, 55% perlustrazione, 18% scorta, 3% antimina e 1% perlustrazione di grotte. I cani erano addestrati per diversi compiti. Quelli da guardia erano utilizzati nelle basi, per interventi repressivi di ordine pubblico durante tumulti e sommosse e anche come scorta dei soldati. Erano in grado di individuare una presenza sospetta fino a 3-400 metri di distanza. I cani da pattugliamento avevano un addestramento più lungo e complesso ed erano in grado di percepire la presenza di un estraneo fino a circa un centinaio di metri e, se lasciati liberi, di esplorare in perfetto silenzio e velocemente i dintorni, fosse anche in aree selvagge e accidentate oppure case sospette. All’ordine eseguivano anche l’attacco, e spesso venivano usati in coppia. Alcuni esemplari articolarmente calmi e addestrati venivano utilizzati anche durante le imboscate, essendo in grado di non muoversi né emettere suoni fino al comando. Questi cani erano quindi basilari per le pattuglie. I cani da traccia, sempre Pastori Tedeschi, erano in grado di seguire l’odore per ore – in alcuni casi anche dodici, se le condizioni meteorologiche lo permettevano – e per velocizzare i tempi spesso venivano portati nel punto di partenza direttamente con automezzi o elicotteri, in quanto l’odore della benzina non pareva causargli eccessivi problemi. Questi cani da traccia erano pure d’attacco, se serviva, e del tutto letali, anche se affezionati al conduttore.

Soldati francesi scortano con un Pastore Tedesco un sospetto algerino

Poi arrivò la Guerra del Vietnam, che terminò nel 1975 con la sconfitta degli Usa, che già avevano abbandonato il Paese due anni prima, e l’unificazione di tutto il Vietnam sotto il dominio comunista. L’incredibile tenacia ed eroismo di vietcong e nordvietnamiti, nonostante le enormi perdite subite, unito al fatto di agire in un territorio ripido e coperto da foreste impenetrabili difficili da perlustrare, resero vano lo strapotere tecnologico statunitense. Insomma, le stesse insormontabili difficoltà incontrate dai francesi, le trovarono le forze USA. I soldati statunitensi impararono ben presto che il nemico conosceva perfettamente il territorio, si nascondeva nella giungla e poteva essere in agguato ovunque, anche sotto terra in quanto erano stati addirittura scavati tunnel lunghi centinaia di chilometri e su più livelli, con tanto di dormitori, infermerie e depositi. Gli ingressi, coperti da tombini in legno ricoperti di terra e arbusti (dopo uno o due giorni cominciavano a seccare e venivano continuamente sostituiti!), erano praticamente invisibili.

Vietnam, si ispeziona un punto sospetto.

Il nemico di notte e di giorno spuntava letteralmente dal terreno o dalla giungla, attaccava e poi spariva. Appare quindi evidente che servisse il supporto di cani da guardia per le basi e di cani scout per le perlustrazioni, eppure fu solo nel marzo 1965 che l’esercito approvò il loro invio e utilizzo. Al 17 luglio dello stesso anno, le squadre (cane e conduttore) erano 40, dispiegate nelle basi di Tan Son Nhut, Ben Hoa e Da Nang. A dicembre erano 99 e oltre 500 nel settembre 1966. I cani erano quasi tutti Pastori Tedeschi acquistati nella Germania occidentale, ma c’erano anche Labrador usati come tracciatori.

I cani salvarono molte vite in Vietnam segnalando gli attacchi nemici, ma c’è disaccordo sulla loro effettiva efficacia nello scoprite le mine e i tunnel dei vietcong. A volte ci riuscirono, molte altre volte no. In effetti, un territorio tropicale, con frequenti acquazzoni che lavano il terreno dagli odori lasciati dall’uomo è quanto di peggio ci possa essere per il fiuto dei cani. Inoltre, molte delle micidiali trappole antiuomo predisposte dai vietcong erano fatte di semplice legno e poste persino dentro i villaggi e le capanne. Una trappola di legno fatta da un uomo è impossibile da scoprire in un villaggio fatto di legno e abitato da uomini. A volte i vietcong disseminavano l’erba di legnetti di bambù piantati nel terreno e sporgenti pochi centimetri, ma dalla punta acuminata e sporcata con feci o veleno di serpenti. Per evitare questi pericoli, ai soldati furono fornite scarpe con rinforzi in acciaio ai tacchi e alle suole, ma i cani ne erano sprovvisti. Un cane che fosse finito su queste trappole, e fosse sopravvissuto, in seguito sarebbe avanzato con lentezza e titubanza, che potevano essere pericolose, oppure cercare di non farlo affatto. https://www.youtube.com/watch?v=jo7XBaG_-SE

Pastore Tedesco dell’Allevamento Von Lechenich in addestramento.

Le mine antiuomo e le trappole esplosive posizionate in punti allagati invece erano del tutto fuori dalla portata di qualsiasi cane da fiuto, in quanto non è in grado di fiutare qualcosa che è posizionato sotto mezzo metro d’acqua. E questo in Vietnam, teppezzato da immense risaie, era ovviamente un problema diffusissimo. Contro queste trappole, che si fosse uomo o cane, l’unica speranza era non finirci dentro. Il 33% delle vittime (morti e feriti) statunitensi nella Guerra del Vietnam – e la maggior parte, il 28%, morì – è stato ufficialmente attribuito alle mine, incluse
quelle artigianali.

Nel 1970 gli USA iniziarono a ritirare le proprie truppe e qualcuno fra i conduttori cominciò a chiedersi che fine avrebbero fatto i cani che avevano rischiato la vita quanto loro e a cui, ovviamente, erano affezionati. E avevano ragione a preoccuparsi, in quanto si scoprì che il Comando generale intendeva lasciarli in Vietnam poiché si temeva portassero malattie in patria. Per solo 200 cani fu deciso il rimpatrio ma di fatto solo 105 arrivarono finalmente negli Stati Uniti, nelle basi di Lackland AB e Fort Benning. Durante la guerra furono utilizzati in Vietnam oltre 4.000 cani, di cui 281 morirono in combattimento. I restanti furono soppressi o semplicemente abbandonati. I soldati da loro salvati in tutto il conflitto sono stati stimati in circa 10.000. Un disegno di legge che stabiliva la riqualificazione o il pensionamento dei cani militari non ebbe seguito (fu attuato poi, durante la presidenza Clinton).

L’invasione sovietica dell’Afghanistan cominciò alla fine di dicembre 1979 e terminò il 2 febbraio 1989, anche se il ritiro si concluse ufficialmente solo nel febbraio dell’anno dopo. Nel 1986, per fronteggiare circa 160.000 mujaheddin, l’Unione Sovietica aveva in Afghanistan 329.000 soldati. Alla fine della guerra i sovietici avevano avuto quasi 14.000 morti, e gli afgani circa 1.500.000 (nonché 3 milioni di disabili e mutilati, 5 milioni di profughi e milioni di mine antiuomo sparse ovunque, e che ancora in parte sono lì). I mujaheddin ovviamente non potevano sperare di battere in scontri aperti i sovietici, ma grazie anche al territorio montagnoso e inospitale effettuarono un’efficacissima lotta basata sulla guerriglia e con largo mezzo di esplosivi, sia per quanto riguarda le granate anticarro che le mine e trappole esplosive. I sovietici allora adottarono largamente cani addestrati a fronteggiare queste minacce. La razza maggiormente utilizzata fu il Pastore Tedesco.
Nel caso di movimenti di truppe, i cani venivano trasportati nei lunghi tragitti a bordo di elicotteri o camion pervasi dall’odore di benzina e olio bruciato, tuttavia il loro olfatto parve non subirne eccessivamente. Per cercare di far sì che i cani sovietici non percepissero l’odore dell’esplosivo delle mine, i mujaheddin, prima di seppellirle, le imbrattavano di olio da motore oppure le avvolgevano in sacchetti di plastica. Ma in molti casi furono comunque scoperte dai cani.

Afghanistan, pattuglia sovietica di sminatori con Pastori Tedeschi e mine individuate.

Il problema era che raramente i reparti sovietici potevano muoversi facendo esaminare il terreno dai cani, cosa ovviamente lunga e che li esponeva ad agguati e incursioni. I cani furono utilizzati anche per la pista, ossia per le ricerche del nemico isolato, in gruppi o postazioni, e naturalmente per la guardia di basi, depositi e altre aree d’importanza militare. Tutti i cani, a prescindere dal tipo di utilizzo, erano addestrati anche all’attacco sull’uomo nelle diverse situazioni e, come al solito, “dovevano mordere forte”.


Dal momento che la Seconda guerra del Golfo, in Iraq, presentò per le truppe statunitensi e della coalizione le stesse problematiche – facile vittoria in campo aperto nel 2003, seguita però da guerra civile e guerriglia – e che lo scontro di fatto è ancora aperto, tratteremo entrambi i conflitti (Afghanistan e Iraq) insieme. Le razze di cani più usate dalla coalizione in entrambi i conflitti sono il Pastore Tedesco e il Pastore Belga Malinois, che sono polivalenti, e il Labrador Retriever solo come cane da fiuto. Queste razze – ma anche altre sono in grado di farlo, anzi praticamente quasi tutte, incroci inclusi – grazie all’olfatto sono in grado di fare cose incredibili, il cui limite è dato solo dall’addestramento e dalle capacità dei conduttori di interpretarne i segnali.
Le guerre del Vietnam, Afghanistan (sovietica prima e della coalizione poi) e Iraq insegnano che un nemico molto determinato che lotti con la guerriglia non è battibile. Perde in battaglia, ma continua con gli attentati. E’ disposto a subire perdite terribili, mentre gli eserciti nazionali devono comunque tenere conto dell’opinione pubblica. Alla fine, abbandonano. Gli stessi cani usati per rilevare questi ordigni, pur facendo un grande lavoro, non sono sufficienti, né sempre utilizzabili. In Iraq e Afghanistan un altissimo numero di vittime è causato dai cosiddetti IED (Improvised Explosive Device), ossia bombe artigianali piazzate dai guerriglieri. Sono stati utilizzati in vari conflitti in tutto il mondo, incluse la Prima guerra cecena (1994-96) e la Seconda (1999-2008). L’esplosivo, a parte quello fornito da governi conniventi o da associazioni terroristiche internazionali, lo si trova smontando i tanti proiettili e bombe inesplose usate nel conflitto da anni o conservate nei depositi militari poi abbandonati. Secondo il Pentagono, 250.000 tonnellate (su un totale di 650.000 tonnellate) di ordigni iracheni sono stati saccheggiati dai ribelli. In mancanza d’altro, gli esplosivi vengono preparati da persone esperte miscelando fertilizzanti chimici e altre sostanze.

Militare statunitense in Iraq con il proprio cane e gli ordigni ritrovati.

I militari italiani usano spesso i Pastori Tedeschi e Belga, addestrati con diverse specializzazioni: EDD (Explosive Detection Dog, ricerca di esplosivi di ogni tipo, trappole esplosive in superficie o nascoste su automezzi o infrastrutture) e MDD (Mine Detection Dog, ricerca di mine e ordigni esplosivi collocati sotto il terreno). Alcuni sono Scout, per cui sono addestrati per entrambe queste ricerche e cioé sia l’individuazione di depositi di esplosivi sia di mine o IED, nonché a riconoscere e segnalare a distanza la presenza di elementi ostili. Poi ci sono i Patrol, da pattuglia, impiegati per ricercare elementi ostili. Tutti i cani provengono dal Gruppo Cinofilo dell’esercito, creato nel 2000 in seno al Centro Militare Veterinario (Cemivet) di Grosseto, istituito nel 1870. E’ un reparto dotato di un proprio comando e specializzato nell’allevamento e addestramento dei cani nelle differenti specializzazioni e che vengono forniti ai contingenti militari all’estero, nonché a quelli operanti in Italia.