Chiariamo da subito una cosa fondamentale: il Wolfspitz, detto nei Paesi Bassi Keeshond, è una varietà della razza German Spitz e quindi come qualunque cane fa parte del Canis lupus familiaris, che è una sottospecie di lupo, Canis lupus. Pertanto pure il Wolfspitz non discende affatto da ipotizzati (ma nel XIX secolo!) e scientificamente inesistenti “Canis familiaris palustris Rüthimeyer”, così come non esiste alcuna razza canina – e lo dicono gli esami e studi scientifici ormai reperibili facilmente da chiunque – che dopo Canis non abbia obbligatoriamente un fondamentale lupus. Stupisce che allevatori, club di razza ed enti cinofili continuino ancora oggi a fornire tali informazioni vetuste e del tutto errate, che ovviamente non ci si aspetterebbe da loro. Tra questi c’è persino il club tedesco “Der Verein für Deutsche Spitze eV”, fondato nel 1899, ma non capiamo da chi curato scientificamente oggi. Infatti la scienza vale pure per loro.

Spiz è un termine generico, visto che spitz è una parola tedesca che significa solo appuntito, relativamente al muso. Anche se molte razze sono originarie del nord Europa, ve ne sono pure in altri continenti, per esempio il sudcoreano Jindo. Il Wolfspitz è stato riconosciuto come razza germanica e la Germania del nord nel medioevo faceva parte dell’area vichinga. Con il termine vichinghi si intendono solitamente i guerrieri norreni originari della Scandinavia (quindi Norvegia, Danimarca, Svezia e parte della Finlandia), della penisola dello Jutland (oggi suddiviso tra Germania e Danimarca) e Germania settentrionale. I vichinghi spostandosi a bordo delle loro navi dette drakkar fecero scorrerie in Europa fra la fine dell’VIII e l’XI secolo, facendo una caterva di morti e distruzioni.

Stanziamento dei norreni nei secoli VIII (marrone), IX (rosso), X (arancione) e XI (giallo).
Il verde indica le aree frequentemente colpite da razzie vichinghe.

Ma già prima, quando non erano ancora chiamati vichinghi o normanni, fecero lo stesso. I cimbri, come descrissero i romani, vivevano proprio nello Jutland, che in alcuni testi classici era chiamata penisola cimbra, ma nel II secolo a.C. partirono in massa – uomini, donne e bambini sui carri – cercando una nuova area in cui stabilirsi (pare a causa di catastrofiche inondazioni) e invasero il territorio romano, battendo diverse legioni e causando oltre 100.000 morti tra i soldati romani. Nel 101 a.C., quando ormai erano giunti in Italia, furono però sconfitti e annientati nella battaglia di Vercellae. I legionari nello scontro dovettero combattere contro i cani cimbri che difesero strenuamente gli accampamenti. Se i romani, come riporta Plinio, diedero tanta importanza all’azione di questi cani da inserirla nelle cronache, dobbiamo ritenere che ne furono impressionati. Non sappiamo quanti fossero questi cani, ma probabilmente molte migliaia visto che l’orda dei cimbri era immensa e comprendeva non solo i guerrieri ma pure le loro famiglie e i relativi carri usati come abitazione. Si consideri che i cimbri ebbero 140.000 morti e 60.000 feriti. I sopravvissuti finirono nelle arene gladiatorie o venduti come schiavi e i cimbri praticamente scomparvero, così come i loro cani, di cui non rimase più traccia.

Infatti nel nord Europa, in seguito, i cani erano praticamente tutti di tipo Spitz, escludendo il Broholmer e i Bovari nelle Fiandre entrambi di origine medievale, e il Mastino Belga che discende dai molossi al seguito dei romani che occuparono quelli che poi divennero il Belgio e i Paesi bassi.

Una donna guida un carro, pittura rupestre, Gotland, Svezia. Si noti il cane tipo Spitz.

Una curiosità: quando i vichinghi entrarono in contatto con i cani inglesi tipo Irish Wolfhound o Deerhound li apprezzarono molto, anche acquistandoli. Quanto valevano? Nelle Leggi di Hywel Dda (Hywel il Buono) che fu re di Deheubarth in Galles nel X secolo e amico del re Aþelstan, si registra che: Il valore del cane da cervo del re è 240 denari quando addestrato; 120 denari se non addestrato, 60 all’età di 1 anno, 30 quando è cucciolo e 15 dalla nascita fino a quando apre gli occhi. Un normale cane da fattoria valeva solo 4 denari. Ma se i cani appartenevano a stranieri valevano molto meno a prescindere: Qualunque cane possa possedere uno sconosciuto, il suo valore sarà lo stesso di un cane di letame, cioè 4 pence. Per fare un confronto, nella Legge Merciana del IX secolo un uomo libero (ceorl) valeva 1.000 denari, un æþeling, ossia un nobile di famiglia reale, valeva 6.000 denari. Un gallese valeva solo 500 denari. Queste stime servivano per rifondere la famiglia in caso di morte per omicidio. La Brennu-Njáls saga, scritta in Islanda nel XIII secolo e lì ambientata nel periodo tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, riporta che il vichingo Gunnar da Hlidarende riceve in dono un grande levriero irlandese.

Nelle Óláfs saga Tryggvasonar del XIII secolo, sulla vita del re norvegese  Óláfr Tryggvason del X secolo, c’è invece una menzione del suo cane, e sembra fosse un grosso cane da pastore, non si sa proveniente da quale regno europeo, razziato o acquistato. Questo cane fu però menzionato nel 1632 nel libro Dalia di Gunno Brynolphi Blutherus e da altri testi che narrano di quanto questo grande cane fosse valido nell’uccidere lupi, combattere orsi e proteggere le fattorie e il bestiame. Una grande pelle marrone (180 cm totali) è conservata a Hindås, in Svezia e si ritiene fosse di un cane cosiddetto Dalbo. Pare si sia estinto nel 1870 (ma esistono foto dell’inizio XX secolo) a causa della quasi scomparsa in Svezia del lupo (1890) – ma gli orsi rimanevano, e tanti, per cui la cosa pare strana –, dell’esplosione della rabbia nel 1854 e soprattutto della grande carestia svedese del 1867-1868. Nessun cane di questo tipo fu trovato durante una ricerca nel 1913.

Fine XIX secolo, donna con Dalbo.

Anche i vichinghi consideravano i cani i migliori amici dell’uomo. Servivano per la caccia, fornivano compagnia, protezione e aiutavano a spostare il bestiame. Sono state trovate tombe dell’era vichinga che contenevano scheletri sia umani che di cani. Ciò significa che i cani erano così amati da alcuni vichinghi che di norma i cani seguivano i loro padroni nell’aldilà, ergo venivano uccisi. La pietra dell’immagine di Tjängvide, trovata nei pressi della svedese Gotland, mostra l’arrivo di un guerriero morto nel Valhöll, il Valhalla. Viene accolto da una valchiria, che porta un corno di idromele, ma dietro di lei attende il fedele cane del guerriero. In effetti i due manuali norreni poetici Edda, del XIII secolo, registrano che il cane Garmr sorvegliava l’ingresso agli inferi. Forse si riteneva che, durante il viaggio verso il Valhalla, avere un cane con sé avrebbe aiutato l’anima a passare attraverso il portale. I vichinghi a volte venivano sepolti all’interno di navi, anche affondate appositamente. Nella nave di Oseberg furono trovati quattro scheletri di cani, in quella di Gokstad e in quella di Ladby, a Funen/Fyn in Danimarca, di quattro cani e un collare in bronzo dorato e decorato.

Statuetta di ferro vichinga fine IX-inizio X secolo, trovata in una tomba nel quartiere dublinese di Islandbridge (Museo Nazionale d’Irlanda). Notare la coda.

Ecco in norreno alcuni termini attinenti i cani: bikkja, cagna; bikkju-sonr, figlio di una cagna; bú-rakki, cane da fattoria; dýrhundr, cane da cervo; etjuhundr, cane da cervo, cane da volpe; etjutík, cane da caccia; garmr, cane; hjarðhundr, hjarðtík, cane da pastore; hundgá, cane che abbaia; hundr, cane da caccia; hundtík, cagna da caccia; kofarn, kofarnrakki, smárakki, cucciolo; otrhundr, segugio da lontra; rakki, cane; rakki-víg, combattimento tra cani; sporhundr, segugio da sangue; varðhundr, cane da guardia; veiðihundr, cane da caccia.

Si racconta, e si riporta nei vari siti sul Wolfspitz, questa storia: si dice che qualche migliaio di anni fa una nave vichinga (ma qualche migliaio di anni fa i cosiddetti vichinghi non esistevano…) sia affondata al largo della costa della Frisia, provincia del nord dei Paesi Bassi. Attenzione, esiste anche una versione più “recente”, ossia medievale. Comunque, tutto l’equipaggio  annegò, tranne un uomo che fu salvato da un pescatore locale che si trovava lì con il suo cane. Tentarono di raggiungere la costa con la barca del pescatore ma furono sorpresi da una tempesta e spinti verso sud, finché alla fine riuscirono ad approdare. Lì costruirono una piccola cappella per ringraziare il loro dio che li aveva salvati, ed è qui che Aemstelredamme, poi chiamata Amsterdam, crebbe fino a diventare una importante città. Ovviamente il cane viene definito come un Keeshond, anche se francamente non sembra.

Tuttavia il cane è stilizzato e potrebbe appartenere a qualsiasi tipo. Il Grande Sigillo di Amsterdam riguarderebbe questa storia, tuttavia in realtà è relativo a ben altro. Infatti quello a sinistra sulla nave è  il vescovo di Utrecht in Olanda, Guy van Avesnes (ossia Gwijde van Henegouwen, visse tra il XIII e il XIV secolo). Quello a destra sulla nave invece è il suo lanzichenecco a rappresentazione del popolo, e il cane che guarda oltre il bordo è il simbolo della lealtà del vescovo Guy van Avesnes al suo popolo.

Il Grande Sigillo di Amsterdam. Notare il cane.

Naturalmente il cane sulla nave sarebbe anche potuto essere un Keeshond, ma non c’è alcuna certezza. Potremmo dire che alcune rappresentazioni del  Grande Sigillo di Amsterdam sono andate via via verso questa razza di cani…

Altra rappresentazione del Grande Sigillo di Amsterdam. Il cane è diverso.

Da dove arriva il nome Keeshond? Dal XVIII secolo. Non che prima tali cani non esistessero, è che grandi o piccoli che fossero venivano chiamati genericamente Spitz oppure Spitzhund. La parola “Spitz” riferita ai cani apparve per la prima volta nell’odierna Renania-Palatinato dopo il 1450 sulle regole (un regolamento scritto di casa) del conte Eberhard von Sayn-Wittgenstein (circa 1450-circa 1494) che proibiva ai suoi domestici di insultarsi a vicenda come “Spitzhundt”, pena una severa punizione. Spitzhundt era ovviamente una parolaccia offensiva all’epoca, da cui possiamo concludere che lo Spitz non fosse sempre apprezzato all’epoca. Fino ai tempi moderni, questi cani abbaianti venivano spesso paragonati alle donne fastidiose.

Cane tipo Spitz, Bestiario di Aberdeen, manoscritto miniato inglese del XII secolo,
Biblioteca dell’Università di Aberdeen, inventariato MS 24, Jh. 13.

Keeshond letteralmente significa “cane di Kees” e Kees era il molto diffuso diminutivo del nome Cornelis. Nel caso specifico si trattava Cornelis de Gijselaar (1751-1815), politico e patriota olandese nonché leader nella ribellione contro la Casa d’Orange. Cornelis veniva comunemente chiamato “Kees” e visto che aveva sempre con sè un cane di tipo Spitz – di cui non si conosce il nome – l’animale ormai divenuto famoso veniva sbrigativamente chiamato “il cane di Kees”, ossia keeshond. Questi cani divennero i keeshonden (in olandese plurale di Keeshond). Prima di questi fatti nei Paesi Bassi e in Germania venivano chiamati genericamente Wolfshond o Spitz.

Quasi tutti i siti cinofili su questo tema, nonché la quasi totalità degli allevatori di Wolfspitz/Keeshond italiani ed esteri, ripetono pedissequamente un breve scritto di tale Anne Burnett, descrivendola “specialista della razza”. Eccone una parte: Il nome con il quale era (ed è tuttora) indicato in Olanda (il Keeshond N.d.R.) sembra gli derivi da William Cornelis Van Gijselaaer, chiamato dai suoi seguaci col diminutivo di Kees, che guidò i rivoltosi olandesi contro la casa d’Orange, nel diciassettesimo secolo. Nell’intero testo c’è qualche inesattezza, ma ne citiamo solo due: 1) Cornelis de Gijselaaer non si chiamava affatto William, ma appunto Cornelis; 2) La ribellione non si svolse nel diciassettesimo secolo (in cui Van Gijselaaer non era neppure nato) ma nel diciottesimo.

A questo punto noi di K9 Uomini e Cani ci siamo incuriositi e chiesto chi fosse mai la signora Burnett. Bene, nonostante gli sforzi non abbiamo trovato nulla su questa “specialista della razza”… Alla fine, contattando vari esperti all’estero e soprattutto della Gran Bretagna – i quali hanno dovuto a loro volta informarsi, non sapendone nulla –, ci hanno comunicato che Anne Burnett, crediamo senza dubbio appassionata, non figura tra gli esperti di ieri o di oggi e non era affatto una specialista della razza anche perché negli anni Ottanta nel nord dell’Inghilterra ebbe solo una coppia di Wolfspitz, e produsse una sola cucciolata. Punto. Siamo convinti che, invece di fare i soliti copia/incolla, gli addetti ai lavori dovrebbero fare maggiori ricerche e accertarsi delle cose. Oppure non riportare taluni scritti e non fare menzioni se non certi.

Comunque sia, questi rivoltosi (ma loro si definivano patrioti e venivano chiamati Kezen, sempre da Kees) nel 1787 furono battuti, però grazie ai prussiani, da Guglielmo V, principe d’Orange, e chi ne fece le spese, però solo in alcune zone, furono proprio i cani Keeshonden, presi a immagine della rivolta proprio dai rivoltosi, a partire da quello di Cornelis Van Gijselaaer. I cosiddetti patrioti facevano girare anche illustrazioni, monili e utensili decorati in cui un Keeshond orinava contro un albero di arancio, ovvia allusione agli Orange, mentre gli avversari ossia i cosiddetti tradizionalisti controbattevano con immagini di cani Carlini che montavano un Keeshond. Il bello è che la casata degli Orange aveva incontrato e adottato i Carlini proprio nei Paesi Bassi, lì importati dall’oriente! Anzi, Guglielmo V d’Orange era nato proprio lì, all’Aia (segue nella seconda parte).

Incisione su un bicchiere: un Keeshond orina contro un albero di arancio.

The Armed Kees, in un volantino del 1787 dei rivoltosi olandesi.