di Freddy Barbarossa*

Durante la lettura dell’inchiesta pubblicata da K9 Uomini e Cani sul caso dell’attacco di un cane delle unità cinofile della Polizia penitenziaria di Asti (https://www.k9uominiecani.com/n27-settembre-ottobre-2021/grave-attacco-di-cane-al-carcere-di-asti/) ho riscontrato una serie di inesattezze e di disattenzioni gravi da parte di chi avrebbe dovuto conoscere meglio il proprio mestiere. Sempre partendo dal presupposto che si tratta di un mio punto di vista.

Quasi non so da dove cominciare. Intanto specifichiamo che non è lo Staffordshire Terrier che deriva dal Pitbull ma è esattamente il contrario, ma questo è veramente l’ultimo dei problemi. Intanto si continua a sostenere che il pedigree (anche se nel caso del Pitbull, come in altre razze affini, non è riconosciuto dagli enti cinofili ufficiali) sia sinonimo di garanzia sul carattere di un cane, quando è ormai arcinoto che chi seleziona per vincere e vendere, farsi un nome nell’ambiente, tutto seleziona meno che il carattere. Semmai è vero esattamente il contrario, ovvero che gli allevatori improvvisati di certe razze come i Pitbull e simili, li allevano proprio per la loro innata aggressività al fine di  incentivarla. Vogliono cani cattivi che incutano timore, facendone un loro blasone animato. Quindi in questo caso sì che vi è una selezione del carattere, anche se in senso negativo. E sono proprio questi i primi a non avere scrupoli nel cedere i loro cuccioli a persone poco raccomandabili che certo non esitano se devono abbandonare un cane perché divenuto scomodo.

È per questo, a mio avviso, che nei canili si trova un po’ di tutto, e spesso il peggio. Cani con un passato dubbio e con traumi a volte indelebili. Non mi stanco mai di  ribadire che i traumi subiti da tutti gli esseri viventi, nel periodo dell’età evolutiva, diventano permanenti e si ripercuotono sull’individuo in età adulta. Quante volte, anzi spessissimo, sentiamo di gesti folli o assurdi da parte di persone apparentemente tranquille o giudicate tali da amici, parenti e  conviventi,  e che ci lasciano sgomenti? Basta un elemento attivante il trauma latente celato nel nostro subconscio, che il malessere si scatena e diventa palese, solo apparentemente senza una vera ragione. Questo vale tanto per l’essere umano quanto per gli animali.

È per questo che contesto l’idea di adottare un cane già adulto per addestrarlo per determinati fini. Se sufficientemente giovane e giocoso imparerà facilmente, senza dubbio, ma non gli si cancellerà gli “scheletri nell’armadio”. Non sappiamo se, quando e quanti traumi abbia subito il nostro amico a quattro zampe finito nel canile. A lume di naso però è logico ipotizzare che ne abbia subiti, se non altro quello dell’abbandono. Fosse anche non per cattiveria o negligenza, ma per esigenze reali. Per esempio che il padrone sia deceduto e non avendo parenti che potessero adottare il cane, lo si sia dovuto gioco forza togliere dal suo ambiente familiare, lontano da affetti e luoghi rassicuranti. Il cane ovviamente lo vive come un abbandono e se questo avviene in una data fascia di età, specialmente in razze che legano più con le persone che con altri cani, il soggetto può subire un trauma grave.

Poi c’è un ulteriore aspetto, a volte sottovalutato. Il cane addestrato non lavora per abitudine o amor proprio, ma per compiacere il suo alter ego umano, il suo amico del cuore, il suo amante, il suo tutto. È proprio la simbiosi empatica che nasce tra cane e conduttore che consentono di ottenere gli straordinari risultati di tanti cani da lavoro. Non è pensabile di addestrare un cane per un certo tipo di lavoro e strada facendo cambiare conduttore, o meglio partner, più volte come fosse una autovettura di servizio che cambia conducente. Un cane da lavoro dovrebbe iniziare e finire la sua carriera lavorativa con il medesimo compagno o compagna che sia.

Ora, mi pare di avere letto che in due episodi sono stati aggrediti, una volta una neo istruttrice e nel caso più grave, un istruttore neo assegnato a quel cane. Infatti si legge tra parentesi, testualmente: “prima era gestito da un altro”. Mi vengono i brividi solo a leggere la parola gestito. Senza voler parlare del caso specifico, riguardo al quale  non ho sufficienti informazioni: immaginate uno di questi allevatori esaltati che comincia a fare incroci tra cani da combattimento come appunto anche il Pitbull x Amstaff (che anche qui parlare di incrocio è un tantino azzardato, visto che sostanzialmente è lo stesso cane), esaltando la loro aggressività attraverso accoppiamenti mirati e condizionamenti specifici che ne fanno una perfetta macchina da guerra, un vero cane da combattimento. Poi, magari deluso perché il cane non ha dato i risultati sperati, lo abbandona anche perché risulta difficile da ricollocare.

Quindi abbiamo un cane potente, potenzialmente aggressivo e traumatizzato a causa dell’abbandono da parte del suo padrone. Il Pitbull, come molte razze molossoidi, spesso si lega morbosamente al suo compagno umano. Nulla di più facile che un cane così, dopo questo indelebile trauma e i vari sballottamenti, finalmente convinto di  avere trovato l’amore della sua vita (il suo conduttore), ad un certo punto subisca la rievocazione di quel trauma perché cambia il suo conduttore. Alla prima sostituzione penserà che magari non è potuto venire; alla seconda che magari è malato, ma quando alla terza lo assale il panico di essere stato abbandonato di nuovo e definitivamente, come pensate possa reagire un cane con un temperamento così aggressivo? Per quanto mi riguarda, anche nel campo dell’addestramento o dell’educazione cinofila non si può prescindere dalla psiche animale, che va tenuta in considerazione e rispettata.

Voglio concludere le mie considerazioni in modo da non lasciare fraintendimenti. Utilizzare cani con una determinata predisposizione caratteriale per un certo tipo di lavoro e andare su cani di razza certificati da pedigree non è sbagliato. È sbagliato invece convincersi che il pedigree costituisca una garanzia assoluta. Come è altrettanto sbagliato sostenere che i meticci non siano affidabili o adatti al lavoro. Anzi, spesso la loro miscellanea di geni diviene sinonimo di particolare duttilità. Quali sono allora le cose che possono fare la differenza? Dopo la scelta del cane è fondamentale che lo si prenda da cucciolo in modo che cresca senza subire traumi o devianze caratteriali indotte.

È vero che mediamente un cane da uno fino a tre anni di età è molto predisposto all’apprendimento e quindi addestrabile o educabile, ma avrà già superato il periodo più importante della formazione della propria psiche, che resta un bagaglio indelebile. Il secondo elemento fondamentale per ottenere un cane che lavora con piacere a che dia la massima affidabilità è che resti con il proprio partner e non diventi un arnese utilizzato da chi capita. Questo dovrebbe essere l’ABC, e se venisse applicato in modo pedissequo magari si eviterebbero spiacevoli sorprese.

 

* Freddy Barbarossa, prima Sostituto commissario della Polizia di stato e poi investigatore privato, da sempre è appassionato di cinofilia. I suoi studi, non direttamente collegati a questa passione, gli hanno però consentito di traslare quanto appreso anche nel mondo animale e dunque di dedicarsi successivamente allo studio dell’etologia. Proprio il suo spirito investigativo lo ha sempre portato a cercare di indagare a  fondo sulle cose e a non accontentarsi delle soluzioni troppo banali. Pertanto nel tempo libero si dedica allo studio delle origini, sviluppo e situazione attuale del Cane da Pastore Abruzzese in particolare, ma anche dei cani da guardiania più in generale. E’ autore di libri fondamentali negli ambiti trattati.