Anche i grossi cani, fin dal 1700 e ovunque, erano impiegati per trainare pesanti carrelli nelle miniere e all’esterno. Quindi in miniera erano presenti due tipologie di cani, quelli piccoli e liberi come i terrier per uccidere i ratti, e quelli grossi e potenti per il traino.

Possiamo però affermare senza tema di smentita che quelli che lavoravano più da bestie delle stesse bestie nelle miniere erano gli esseri umani, e in particolare donne e bambini. In effetti, l’uso dei cavalli in miniera fu adottato massicciamente solo dopo il 1842 quando per legge fu vietato di farvi lavorare i bambini sotto i dieci anni e nel 1880 fu vietato farvi lavorare le donne che però rimasero disoccupate, tirando così a campare con le loro famiglie mal pagate. L’uso a dire il vero continuò di nascosto (non c’era sufficiente personale addetto al controllo, anche in Scozia  il dipartimento del ministero degli Interni disponeva di un solo addetto per ispezionare 2.000 miniere di carbone) ma di fatto le proprietà ebbero  “il fastidio” di dovere fare alzare il soffitto, almeno di oltre 120 cm, di tutti i cunicoli per potere dichiarare alle autorità ispettive che là sotto ci andavano i cavalli. Fossero stati più bassi sarebbe stato evidente che i vagoni li tiravano invece i bambini, avanzando carponi e con due ruoli: il facilitatore che tirava il vagone, e lo spingitore che da dietro appunto lo spingeva.
Il loro compito era quello di riempire quattro o cinque vagoncini ciascuno dei quali conteneva 50 kg di carbone. Normalmente riempivano cinque vagoncini in 20 viaggi.

I bambini che lavoravano nelle miniere iniziavano solitamente a 8 anni, talvolta anche a 5, e per dodici ore al giorno. Ai più piccoli solitamente veniva affidato il compito di aprire e chiudere le porte di legno che permettevano all’aria fresca di entrare all’interno della miniera. I più grandi invece riempivano e portavano fuori spingendoli i carrelli contenenti il carbone oppure estraevano con le piccozze il carbone dalla miniera. Questi ultimi erano gli unici autorizzati ad avvalersi di una lampada o candela. Per questa panoramica bastino tre esempi e il primo è l’estratto del verbale del 1836 degli ispettori delle industrie, inserito nei documenti parlamentari inglesi: “Mio Signore, nel caso di Taylor, Ibbotson & Co. ho appreso le testimonianze dai ragazzi stessi. Hanno dichiarato che hanno iniziato a lavorare di Venerdì mattina, il 27 maggio scorso, alle 06:00, e che, con l’eccezione delle ore del pasto e un’ora a mezzanotte , essi non cessano di lavorare fino alle 04:00 del Sabato sera, essendo così impegnati due giorni e una notte. Reputando tale caso quasi impossibile, ho posto a ogni ragazzo le stesse domande, e da ciascuno ricevuto le stesse risposte.

Il secondo esempio è quello della dodicenne Isabella Read, portatrice di carbone, testimonianza raccolta dalla Commissione Mineraria Ashley nel 1842: “Io devo badare a mio fratello e a mia sorella, è un lavoro molto sgradevole; non so nemmeno quante corse o viaggi ho fatto dal fondo della cava alla parete, penso in media 25 o 30; la distanza varia tra 200 e 500 metri. Porto circa 60 kg sulla schiena; devo chinarmi e trascinarmi nell’acqua, che spesso è alta fino ai polpacci“. Il terzo esempio è la dichiarazione della diciassettenne Patience Kershaw, sempre alla Commissione Mineraria Ashley, 1842: “Non so leggere né scrivere; vado in miniera alle cinque in punto del mattino ed esco alle cinque del pomeriggio (…) Lavoro con i vestiti che indosso adesso, pantaloni e una giacca logora; quest’area calva sulla testa è dovuta al fatto che trascino i carrelli minerari per un chilometro e mezzo circa sotto terra avanti e indietro; pesano circa 150 kg; ne trasporto 11 al giorno; indosso una cintura e una catena al lavoro per portare fuori i carrelli“. La mortalità nelle miniere era altissima a causa dei crolli, inondazioni, esplosioni, gas e malattie polmonari (dal respirare polvere di carbone).

Tutta questa lunga parte sulla vita della popolazione povera dello Staffordshire – ma era lo stesso in tutto il Regno Unito – perché è stata inserita? Per farvi capire che la vita quotidiana era miserabile, rischiosa e dura dalla mattina alla sera. E i luoghi, fin dal medioevo quando furono scavate le prime miniere di carbone (bastava scavare un po’ la terra in superficie e spuntavano depositi di carbone di metri e metri di profondità), non erano certo paradisiaci, tanto che tutta la zona a un certo punto fu chiamata semplicemente la Contea Nera, The Black Country, essendo divenuta una delle zone più industrializzate della Gran Bretagna con miniere di carbone, cokerie , fonderie di ferro, fabbriche di vetro, murature e acciaierie che producevano un micidiale livello di inquinamento atmosferico.

Una guida del 1851 della London and North Western Railway, la ferrovia, così descriveva la zona: In questo Paese Nero regna un crepuscolo perpetuo durante il giorno, e durante la notte ovunque i fuochi illuminano il paesaggio scuro con un bagliore infuocato.  Il piacevole verde dei pascoli è quasi sconosciuto, i corsi d’acqua, nei quali non nuotano pesci, sono neri e malsani (…) e per miglia e miglia si accumula un rifiuto nero, dove le fornaci fumano continuamente, i motori a vapore tuonano e sibilano (…) La maggior parte della popolazione locale è in piena sintonia con lo scenario: selvaggi ma senza la grazia dei selvaggi, vestiti con abiti sporchi, senza cambio di fine settimana o di domenica, conversano in un linguaggio che difficilmente può essere riconosciuto come lo stesso dell’Inghilterra civilizzata. Samuel Sidney in Rides on Railway riportò che In certe rare feste queste persone si lavano i volti, si vestono con indumenti decenti e, dall’apertura della South Staffordshire Railway, approfittano degli sconti ferroviari e scendono a Birmingham per divertirsi e fare acquisti.

Questa povera gente resa nera, che viveva in un ambiente reso nero, era dotata pure di umorismo nero, strano, soprannominato Black Country Humour. In effetti, nelle fonderie della zona furono create le catene e l’ancora (ben 100 tonnellate totali) della famosa nave Titanic, ritenuta inaffondabile ma che si inabissò al primo viaggio, quello inaugurale…

Insomma, visto come si viveva, il divertirsi facendo lottare i cani fra loro o con altri animali non faceva sorgere remore di sorta. Inoltre con le scommesse, se il proprio cane vinceva, si poteva guadagnare quanto un’intera giornata in miniera. Si faceva lo stesso anche con i combattimenti fra galli, muniti di affilati speroni di acciaio lunghi 5 cm e passa e che se morivano, pazienza, finivano in pentola.

Di cani terrier ne esistevano molti tipi, tutti validi, ma certo era impensabile impiegarli contro tori, orsi e altri animali, finché fu permesso. Per questo c’erano i bulldog, per diversi aspetti simili a certi attuali Pitbull o Amstaff. Il loro compito era quello di schivare le corna del toro (legato, con le corna imbottite e fatto inferocire buttandogli nelle narici polvere di peperoncino rosso) o l’abbraccio possente dell’orso (incatenato, con la museruola e spesso con gli artigli tagliati o coperti da imbottiture), mordere nel punto giusto e non lasciare più la presa facendosi sbatacchiare come uno straccio. Se afferrata al naso, la vittima provava dolore e alla lunga si affaticava con quel peso all’estremità. E cedeva. Durante la lotta i cani potevano venire uccisi, ma non era un problema, se ne liberavano altri.

Terracotta smaltata, Staffordshire, prima metà XIX secolo.

Si dice che all’inizio del XIX secolo nella selezione dello Staffordshire Bull Terrier sia stato introdotto il Blue Paul, un cane da combattimento scozzese tipo terrier/bulldog, ma per alcuni proveniente dagli Stati Uniti nel 1770 al seguito del marinaio Paul Jones. Il colore detto blu nello Staffordshire Bull Terrier sarebbe dovuto a questo cane (che in realtà aveva vari colori, incluso il rosso) ed è molto richiesto dagli acquirenti – e conseguentemente prodotto da alcuni allevatori accoppiando a volte due esemplari con questo mantello, cosa comunque permessa dalla Fci – nonostante il blu sia associato al gene DD legato alla malattia della pelle, poco conosciuta e di cui non si conosce cura, Alopecia da Cani Blue (CDA Color Dilution Alopecia), patologia che si manifesta a partire dai sei mesi di vita ed entro i primi tre anni con la caduta del pelo (il cucciolo  ingannevolmente risulta normale alla nascita) e irritazioni e infezioni che portano il cane a ferirsi.

Comunque sia, si dice che tali cani blu siano stati importati da Paul Jones a Kirkcudbright – nel Dumfries e Galloway, Scozia sud-occidentale –, sua città natale. Sarà, ma questa ipotesi non ci convince in quanto Paul Jones, figlio di un giardiniere, si imbarcò già a 13 anni e non pare fosse un patito di cani. Inoltre, è vero che Jones, ormai comandante di navi, nel 1770 tornò a Kirkcudbright ma finì subito nel carcere di Tolbooth poiché durante la navigazione aveva fatto fustigare un falegname della sua nave talmente gravemente da farlo morire.

Rilasciato su cauzione, si imbarcò prudentemente su un’altra nave per un anno e mezzo (alla fine uccise un altro marinaio a colpi di spada) e pertanto  se non voleva venire sul serio incarcerato o giustiziato passò a fianco degli americani durante la Guerra d’indipendenza, causando tali danni alla flotta inglese da venire definito pirata da loro, ed eroe dagli americani poiché divenne ammiraglio e fu il fondatore della Marina statunitense. Se fosse tornato in Gran Bretagna sarebbe stato subito impiccato. Inoltre, non è possibile che su una nave mercantile civile ci fossero cani da combattimento, perché contro i ratti in marina si usavano piccoli cani in grado di intrufolarsi ovunque. Chi volesse saperne di più sull’arrivo e arresto di Paul Jones in Scozia potrà farlo leggendo i documenti originali tuttora conservati presso gli Archivi nazionali scozzesi, Kirkcudbright Sheriff Court, riferimento SC16/28/5.

Tuttavia non bisogna pensare che in Scozia, Irlanda e Galles non ci fossero cani simili a quelli dello Staffordshire e del resto dell’Inghilterra, poiché c’erano molte miniere pure lì, con le stesse terribili condizioni di vita dei minatori, le stesse attività lavorative, la stessa presenza di ratti nelle miniere e così via. E venivano allevati pure lì ottimi terrier che in seguito furono accoppiati con gli onnipresenti bulldog, dando vita a bull and terrier gallesi, irlandesi e scozzesi. Si racconta che gli zingari della zona di Galloway almeno fin dagli inizi del XVIII secolo allevassero cani per i combattimenti. Sarà bene chiarire che questi “zingari” erano scozzesi, così chiamati spregiativamente dagli inglesi a causa della loro attività di mercenari nonché razziatori, ladri e assassini con crimini effettuati con il soprannome di Border Reivers fino al XVII-XVIII secolo lungo il confine anglo-scozzese. Insomma, per questi motivi gli scozzesi non erano certo ben visti.

I terrier scozzesi, spesso a pelo duro, erano molto feroci, anche perché i loro proprietari – bestie umane quanto gli omologhi inglesi del crudele mondo dei combattimenti – avevano un sistema spiccio per selezionarli; mettevano dentro un grosso barile una lontra, un tasso o un gatto selvatico, poi buttavano dentro il cane e chiudevano. Quando tutto era finito aprivano la botte e se il cane aveva ucciso il nemico (e se sopravviveva alle ferite comunque terribili) veniva ritenuto valido e fatto riprodurre, mentre se era rimasto ucciso il problema non si poneva.

Per ipotizzare da dove arrivi il mantello blu degli Staffordshire Bull Terrier – ammesso non l’avessero già i loro avi fra i vari colori – non serve ipotizzare misteriosi arrivi da oltremare come quello presunto di Paul Jones, poiché quel colore, dal grigio scuro al nero, era presente per esempio anche nei duri, grintosi ed efficaci, contro ratti e nocivi vari, cani Aberdeen Terrier, poi chiamati Scottish Terrier, esistenti almeno dal 1700 e aventi all’epoca pelo sia lungo sia corto, conosciuti infatti comunemente come short-haired.

La fotografia e relativa descrizione di un bull and terrier o Staffordshire Bull Terrier blu o nero la inviò nel 1879 il proprietario  W.W. M. Miller al giornale londinese The Country Life Illustrated. Il cane si chiamava Joe e all’epoca della foto aveva tre anni e mezzo e pesava 60 libbre, ossia circa 26 kg. Fu descritto come un cane da combattimento vincitore di molte lotte, anche se il proprietario nella lettera al direttore specificò di essere contrario e, dopo l’acquisto, di non averlo più fatto combattere.

Joe.

Una curiosità: si usa dire che la prima parte del termine “pit-bull” inteso come combattimento fra cani e toro – da cui poi il nome dei cani Pitbull – derivi dall’inglese pit e cioè fossa o buca. Insomma, queste lotte si sarebbero svolte in ampie buche del terreno. Ci si potrebbe, e dovrebbe, però domandarsi allora il perché le tantissime illustrazioni anche dell’epoca raffigurino questi combattimenti in prati aperti o nei recinti, ma mai in una buca. Con ogni probabilità si tratta di un errore perpetuatosi solo per il sentito dire, pedissequamente copiato errore dopo errore. Pit semmai discenderebbe dal verbo to pit, ossia confrontare, contrapporre. Non solo, pit significa anche miniera, cava (ossia miniera all’aperto) e sappiamo che nelle miniere i vari settori erano indicati da un numero progressivo: Pit 1, Pit 2 e così via. Visto che nello Staffordshire c’era l’uso di fare combattere i cani, anche contro i ratti, c’erano le miniere (pit) e c’erano appunto i cani da combattimento, si potrebbe supporre che l’origine del termine Pitbull sia attinente geograficamente proprio alla contea dello Staffordshire. Senza dimenticare però, come scritto prima, analoghe possibilità in zone minerarie gallesi, irlandesi e scozzesi.

A volte si sbaglia di molto con i nomi, se non si conosce. Per esempio, i combattimenti fra cani e/o altri animali venivano organizzati due volte alla settimana al tempo di Anna Stuart (regina d’Inghilterra dal 1702 al 1714) a Hole, fuori Londra. Ora, va bene che hole significa buca, ma pure foro, alias pozzo. Infatti il nome completo della località era Hockley-in-the-Hole, vicino a Clerkenwell (nei pressi di Londra) e c’era appunto un pozzo di acqua potabile, in seguito chiuso perché inquinato. Difficile pensare che si organizzassero combattimenti in un piccolo e profondo pozzo pieno d’acqua… Clerkenwell allora era un sobborgo di origine medievale dotato di terme, però brutto, con stradine strette, sporche e puzzolenti popolate da orde di ratti, disordinato e poco raccomandabile, ricettacolo di vagabondi, malviventi e prostitute, costellato di locande e taverne e con tante opportunità di divertimenti, ma pure rischi. I combattimenti – dopo la chiusura alla fine del XVII secolo del Beargarden (Giardino degli orsi) ossia lo stabile londinese dove si svolgevano gli spettacoli di combattimento fra animali – si facevano lì perché c’era lo spazio, era molto frequentato ed era perfettamente servito. Difatti c’era il carcere… Ma nessuna “buca” per i combattimenti fra animali. Chi aveva buoni cani o galli da combattimento partiva anche da lontano e andava lì per venderli o per scommettere su di loro. Un’altra famosa sede londinese per i combattimenti fu Westminster Pit.

Westminster Pit, illustrazione di George Cruikshank pubblicata su Life in London nel 1821.