I Pigmei, nelle foreste pluviali africane, anche se privati di parte della foresta per via del disboscamento, massacrati, resi in schiavitù, sfrattati (anche da associazioni ambientaliste), senza diritti e addirittura mangiati manco fossero selvaggina in tempi non lontani (le tribù circostanti li ritenevano subumani, se non animali) – come durante la guerra civile del Congo – sono ancora circa 500.000. La vita media dei Pigmei è di soli 17 anni (non è un refuso, proprio 17), che aumenta però considerevolmente nelle zone in cui riescono ad avere accesso a cure e medicine. I loro cani vengono utilizzati per la caccia e sono stati selezionati per vivere in condizioni tali che un buon cane europeo sarebbe tanto se durasse qualche mese. Basti pensare alle orde di insetti portatori di malattie letali, alle zecche, sanguisughe e tanto altro. I cani dei pigmei (suddivisi in diverse tribù come gli Aka, Baka, Mbuti e Twa) sono i famosi Basenji, detti “cani muti” anche se non lo sono affatto, se serve. Condividono molti tratti unici con i cani randagi pariah, i dingo e il similare Cane della Nuova Guinea.

Uno dei modi con cui vengono chiamati è M’bwa m’kubwa M’bwa wamwitu (Il cane che salta su e giù) per la sua abitudine di saltare per vedere oltre l’erba alta e i cespugli. Ricordiamo che un solo esemplare di questi cani verrebbe chiamato dagli Azande o dai Mangbetu, pure loro viventi in Congo ma non Pigmei, col nome singolare mosɛnzi. Fossero più di uno invece verrebbero chiamati basɛnzi, che è la forma plurale. In pratica, il nome sarebbe Mbwá na basɛnzi. Gli Azande del Sudan meridionale invece chiamano questi cani Ango angari, mentre per gli Swahili, che sono di lingua bantu dell’Africa orientale, il termine è Mbwa shenzi che significa “cane selvatico”. Sarà bene chiarire che il Congo – il cui nome attuale è Repubblica Democratica del Congo, mentre in precedenza si chiamava Zaire e ancor prima Congo Belga – è il secondo più grande paese dell’Africa e l’undicesimo al mondo, più grande delle aree combinate di Spagna, Francia, Germania, Svezia e Norvegia.

Ovvio che non ci stanno solo i Pigmei e conseguentemente si parlano diverse lingue e dialetti (solo la lingua bantu degli Swahili si compone di circa 400-700 dialetti, alcuni talmente differenti che tra loro manco si capiscono) e quindi pure i nomi di questi cani sono diversi. Da una lettera del 1985 del famoso giornalista, scrittore e giudice cinofilo Maxwell Riddle, pubblicata poi in The Basenji:  “Una volta nel vecchio Congo belga, chiesi ai funzionari di accompagnarmi per visitare le tribù che avevano Basenji. Sembravano perplessi. Alla fine, hanno detto: ‘Intendi i cani che non abbaiano?’ Ho risposto di sì. Così hanno deciso di portarmi ad una piccola pista di atterraggio e poi di portarmi con la barca a motore più in alto sul fiume fino a un villaggio dove avrei visto i cani. ‘Ma non chiamateli Basenji’, dissero. ‘Nella nostra lingua significa selvaggio. I nativi potrebbero pensare che ti stavi riferendo a loro e potresti prenderti una zagaglia nella schiena. Li chiamiamo Saba Dogs, che significa cani della regina di Saba”. Quindi chi anche oggi andasse laggiù a vedere questi cani stia attento, se non vuole finire con una zagaglia, ossia una lancia, nella schiena, perché basenji per alcune tribù è un insulto.

Foresta dell’Ituri, accampamento dei pigmei.

Un’altra cosa, vista l’immensità del Congo, allora ancora più grande di oggi, è ovvio che i Basenji non fossero tutti uguali ma più o meno difformi. Per esempio, quelli dei succitati Azande del Sudan meridionale, a vedere la stampa d’epoca pubblicata qui, erano più robusti e si suppone anche più aggressivi visto che la tribù pare li usasse anche per la caccia all’uomo. Gli Azande infatti venivano chiamati dalla tribù Dinka Nyam-Nyam, inteso come “grandi mangiatori”. Sì, ma di carne umana, tra le altre prede.

Guerrieri Nyam-Nyam con i loro cani.

Passiamo ora alla storia, e anticipiamo che non sarà breve. Il Basenji è senza dubbio un cane molto antico, ma non sappiamo se fosse lo stesso allevato dagli Egizi migliaia di anni prima di Cristo, detto Tesem e impiegato nella caccia. Le raffigurazioni dell’epoca, lo presentano come snello, con coda arricciata verso il dorso e orecchie lunghe, appuntite e diritte. Dal confronto con altri tipi di cani egizi, attraverso i reperti archeologici, parrebbe essere stato più grande del Basenji. Infatti nel reperto sotto si notano che le dimensioni del cane si avvicinano a quelle della preda, che – escludendo l’antilope orice dalle corna simili ma troppo grande – potrebbe essere una gazzella del deserto o dorcade (Gazella dorcas) oppure una gazzella di montagna (Gazella gazella), entrambe presenti in Egitto e alte al garrese circa 60 cm. Naturalmente gli Egizi, grandi amanti dei cani, avevano anche cani molto simili, ma più piccoli.

Reperto archeologico raffigurante un Tesem a caccia di gazzelle, Egitto.

Osservando alcuni reperti egizi, questi cani parrebbero dotati di un collare con appeso un campanaccio forse di legno. Dal momento che questi strumenti vengono effettivamente legati ai Basenji in alcune aree, per esempio in Congo dai Pigmei, allo scopo di individuare la loro presenza nella buia foresta (per non confonderli con le prede cacciate), si può ipotizzarne un loro simile impiego in Egitto. Infatti millenni fa la desertificazione in Nord Africa, Egitto incluso, non era così diffusa e dovevano esserci anche foreste intricate, soprattutto lungo il Nilo. Ovviamente, legare un campanaccio al collo di un cane usato per cacciare in zone aperte e con grande visibilità, non avrebbe avuto alcun senso.

Notare sotto il collo del cane in alto.

Un particolare interessante. Il Basenji non solo ha un calore all’anno – come poche altre razze canine – e non abbaia, anche se non è un cane muto, ma in una certa percentuale ha pure piedi dotati di ponticello, ossia le due dita centrali sono unite all’inizio (dal cuscinetto plantare, centrale) così come si verifica nello sciacallo, per esempio quello dorato. Questo ha fatto supporre ad alcuni che i progenitori del Basenji possano essere cani accoppiatisi con sciacalli. Ma non è così: l’accoppiamento fecondo tra cane e sciacallo, che seppure entranbi canidi sono tuttavia di specie diverse, è rarissimo e inoltre i soggetti nati sono quasi sempre sterili oppure lo diventano la generazione successiva o poco dopo. Il cosiddetto ponticello – come si nota nella foto qui pubblicata di un esemplare dell’Allevamento Le Orme della Fenice – lo hanno quasi sempre i lupi, e pure esemplari di alcune razze canine (o loro incroci). Non c’è quindi motivo di scomodare gli sciacalli per le origini del Basenji. Tra l’altro, non tutti i Basenji hanno questa caratteristica e gli standard Enci/Fci infatti manco la citano.

Ponticello (per gentile concessione dell’Allevamento Le Orme della Fenice).

I Basenji venivano tenuti in grande considerazione, ma – tranne che subito dopo le battute di caccia di successo alla grande selvaggina, in cui ricevevano della carne di scarto – dovevano contare soprattutto sulla loro capacità di trovare autonomamente cibo in natura. Quelli che non ci riescivano morivano di stenti. Gli esemplari non validi o comunque non più utili venivano sovente mangiati. Esisteva ed esiste tuttora l’uccisione di esemplari in sacrifici per fini rituali.

I Pigmei si nutrono in maggior parte di insetti arrostiti, tuberi, frutta, miele e molti vegetali, però integrano la dieta cacciando e mangiando quasi tutte le specie presenti (a eccezione del leopardo, ritenendo che possa avere mangiato carne umana), dai topi ai gorilla fino agli elefanti, grazie alle lance e frecce avvelenate. Da notare che il loro impatto sulla fauna selvatica è praticamente nullo, essendo nomadi. Molto importanti per i Pigmei erano e sono i cani, utilizzati per seguire e rintracciare la selvaggina in lunghissimi spostamenti (il ritmo dei Pigmei nel camminare instancabilmente nella foresta non è sostenibile neppure da  veri e propri atleti occidentali). I cani, diversi e liberi, una volta individuata la preda la inseguono e, se piccola, la uccidono loro stessi, oppure la costringono a salire sugli alberi. I Pigmei la colpiscono allora con le frecce. Se si rifugia in tronchi cavi accendono un fuoco e la snidano col fumo.

I Basenji sono agilissimi, pure loro instancabili e coraggiosi ma prudenti, perché una volta fermata la preda devono comunque attendere l’arrivo dei cacciatori. Sovente le specie cacciate vivono in branco, come nel caso dei grandi e aggressivi cinghiali ilocheri e potamocheri, dei cercopitechi, babbuini e scimpanzé, molto temuti dai cani. Come già scritto, i Basenji sono utilizzati anche da altre tribù.

Cacciatori Bashilele con Basenji e un potamochero ucciso.

Una tecnica invece consiste nel piazzare in un punto delle grandi e lunghe reti in cui le prede, inseguite dai cani, vanno a impigliarsi. Quelli che non vi finiscono intrappolati si rifugiano sugli alberi, come i gorilla, venendo colpiti con le frecce avvelenate. Anzi, questi poveri primati, una volta ucciso il maschio dominante che difende il gruppo, neppure tentano di difendersi. Ma i Pigmei cacciano per mangiare, non per diletto.

Altre volte invece i cacciatori si appostano e aspettano che le prede arrivino, sempre spinte dai cani. Poiché la caccia avviene nella tenebrosa e fittissima foresta tropicale pluviale, con la volta di alberi che spesso non fa passare neppure la luce solare, i Basenji corrono anche il rischio concreto di essere colpiti erroneamente dalle frecce. Fra l’altro sono cani silenziosi e quindi diversi da quelli europei e ancor più nordamericani che sono grandi abbaiatori e svelano quindi la loro presenza al cacciatore. Per questo motivo i Pigmei di foresta per la caccia dotano i cani di grossi campanacci di legno legati al collo. In tal modo capiscono l’arrivo dei loro cani nella zona di appostamento. Nelle zone aperte durante la caccia i cani e le prede sono ben visibili e pertanto i cani non hanno alcun campanaccio.

Un gorilla maschio ucciso in una battuta di caccia.

Tuttavia l’uso del campanaccio ha anche un’altra funzione e cioè quella di spaventare ulteriormente la selvaggina snidata, tanto che spesso il campanaccio di legno aveva, e ha, il batacchio in osso di scimmia o ancor meglio un osso cavo di uccello, producendo un suono più forte. Dobbiamo anche aggiungere che i cani da caccia di altre tribù di foresta, per esempio i Nyanga della zona del Lago Kivu in Congo e che avevano rapporti con i Pigmei Twa (chiamano questi cani ntoso), potevano abbaiare come qualsiasi altro cane poiché accoppiatisi con altre razze. Ricordiamo che un Basenji incrociato con un altro tipo di cane è quasi sempre in grado di farlo. Quelli dei Nyanga (ma non con orecchie erette) abbaiavano ma avevano ugualmente il campanaccio.

Cani da caccia dei Nyanga, Congo.

Per concludere, visto che i Pigmei e altri durante le battute di caccia si muovevano nella scura foresta in parecchi e non meno silenziosamente dei loro Basenji, per evitare che si colpissero accidentalmente tra di loro avrebbero dovuto portare indosso un campanaccio… ma non è così. Ipotizziamo quindi che il campanaccio servisse per spaventare la selvaggina, spingendola verso le reti dei cacciatori.

Si consideri che le frecce – la cui punta in ferro coperta di veleno è prudentemente protetta da un astuccio vegetale per evitare che ci si ferisca nel maneggiarle, e che viene tolto solo un attimo prima dello scocco – , a seconda delle zone e disponibilità sono avvelenate con estratti di piante del genere  Acokanthera, Strichnos e Strophantus e che sono in grado di uccidere un animale di medie dimensioni in pochi istanti (inclusi i cani), mentre non riescono a farlo con ippopotami e rinoceronti perchè il veleno spalmato sulla punta della freccia e in parte dell’asticella non è semplicemente sufficiente. Gli elefanti sono più sensibili, comunque possono morire anche dopo 4-5 giorni fuggendo così lontano che la loro carne non è trasportabile da uomini a piedi. Insomma, il gioco non vale la candela. Se proprio intendono cacciare un elefante, i Pigmei gli si avvicinano quando dorme (in piedi) e con un machete gli recidono i tendini di una zampa posteriore e fuggono subito. A quel punto l’elefante, non più in grado di allontanarsi troppo, viene ucciso con le lance o le frecce avvelenate. La carne degli animali così uccisi è comunque mangiabile, asportando o lavando la sola parte in cui la freccia è penetrata.

Cane dei pigmei con campanaccio.

A parte gli arabi che facevano incursioni anche in quelle zone per catturare indigeni da vendere come schiavi nel mondo, forse i primi Basenji furono visti nel 1772 dal geografo francese Jean-Baptiste Bourguignon d’Anville, il quale esplorò la zona del fiume Bahr al-Ghazāl, nel Sudan del Sud.

Fatto sta che tali cani furono descritti poi, nel 1868 e in quella zona, dall’esploratore prof. Georg August Schweinfurth, botanico ed etnologo, il quale li vide prezzo gli Azande, ossia i cosiddetti Nyam nyam: Gli unici animali domestici che i Nyam nyam si preoccupano di allevare sono galline e cani. Questi ultimi sembrano piccoli spitz come razza ma con pelliccia liscia e corta e con grandi orecchie sempre verticali e una coda corta e sottile che viene sempre rannicchiata simile alla coda dei maialini. Il loro colore è un giallo cuoio chiaro con un colletto bianco sul collo. Il muso piccolo e appuntito si distacca nettamente dalla testa arcuata. Le loro gambe sono piuttosto lunghe e dritte e dimostrano che questa razza non ha nulla a che fare con il bassotto, come i cani nelle immagini dell’antico tempio egizio. Questi cani Nyam nyam mancano, come tutte le altre famiglie di cani dell’area del Nilo, anche degli speroni delle zampe posteriori. Gli si appendono campanelli di legno al collo, apparentemente per evitare che si perdano tra le erbe della savana. Gli animali tendono fortemente all’obesità, proprio come i loro padroni, che li ingrassano intenzionalmente perché la carne di questi cani è una delle loro prelibatezze preferite.

Pigmeo con Basenji.

Il prof. Schweinfurth, sempre in quella spedizione su incarico della Fondazione Alexander von Humboldt di Berlino, arrivò fino al territorio dei Mangbetu sul fiume Uele, in Congo, e incontrò anche i Pigmei Akka. Entrambe popolazioni che utilizzavano i Basenji. Schweinfurth, al fine di studiare quei cani, prese una femmina particolarmente intelligente. Voleva portarla con sé in Europa. Purtroppo ad Alessandria d’Egitto la povera cagna – vuoi per l’impulso di libertà dei Basenji, vuoi perché non era mai stata in un palazzo – saltò giù dal secondo piano di un hotel, morendo sul colpo. (segue nella seconda parte)