(segue dalla parte seconda) Questi piccoli cani – alti al garrese poco meno di 45 cm – erano allevati quasi in “gregge”, visto che ogni famiglia ne aveva 15-20, alimentandoli soprattutto con salmone crudo o cotto miscelato con fegato e sego di grasso di alce al fine di rendere lucente il lungo pelo bianco. Li si teneva su isolette  per evitare incroci con altri tipi di cani, e se ciò non era possibile venivano rinchiusi  permanentemente in recinti o grotte sbarrate.  Venivano tosati in maggio o giugno utilizzando le valve di cozze e di altri molluschi rese molto affilate sfregandone i bordi su rocce adatte. Divenivano in pratica rasoi e ogni donna ne aveva di diverse misure, in modo di poter operare in zone del corpo di diversa ampiezza senza rischiare di ferire il cane. Pertanto si utilizzavano i peli della muta raccolti con spazzole di legno e pettini di osso o di colonne vertebrali di grossi pesci con tanto di lische, ma si faceva anche una vera tosatura annuale.

Il capitano George Vancouver, che esplorò la costa del Pacifico del Nord America sulla nave Discovery, osservò dei cani lanosi che viaggiavano in canoa insieme ad alcuni uomini salish vicino a Seattle nel maggio 1792, descrivendoli così: I cani appartenenti a questa tribù di indiani erano numerosi e ricordano molto i Pomerania, sebbene in generale fossero leggermente più grandi. Sono tutti rasati vicino alla pelle come le pecore. L’attrezzatura dei salish comprendeva vari utensili, incluso arcolaio e spazzole munite – prima dell’avvento del ferro – di molte corte punte in legno. I salish utilizzavano sia il pelo di guardia, ossia quello esterno e più spesso che serve a proteggere la cute e il sottopelo, sia il sottopelo molto soffice, folto e utile come isolante. Lo stesso facevano con il pelo sempre bianco della grande capra selvatica o capra delle nevi (Oreamnos americanus) o aplocero, raccolto in primavera andando in alto in montagna e raccogliendolo dai cespugli contro i quali le capre si erano strofinate per sbarazzarsi del cappotto invernale. Se queste capre non erano presenti (per esempio non ce n’erano nell’isola di Vancouver) il pelo lo si procurava commerciando con tribù dell’interno. Se invece la capra delle nevi era stata uccisa, la pelle intera veniva lasciata inzuppata nell’acqua per diversi giorni al fine di poterne poi strappare il pelo.

Utensili salish, si notino le spazzole da toelettatura per cani.

A questo punto la lana del cane e della capra veniva pulita da erba, ramoscelli e altro, posizionata su un tappetino e pestata con un bastoncino e poi strofinata con argilla bianca (preventivamente cotta in un fuoco di legno di acero e indurita).  Per filare la lana a volte la si faceva  rotolare sulla coscia della gamba.

Coperta salish fatta con pelo di cane sko-mai, di capra selvatica, canapa e lino.
(Burke Museum di Seattle, Stato di Washington, Usa).

Particolare, coperta di pelo di cane sko-mai.

Si dice che le coperte di pelo di cane così filate e tessute fossero tanto fitte da poterne prendere una piccola parte fra due dita e tirarle, senza che si staccasse il minimo ciuffo. Addirittura erano tanto impermeabili che vi si poteva bollire l’acqua, ma sarà bene chiarire che, prima dell’arrivo dell’uomo bianco, i pellirosse non conoscevano le pentole e quindi per fare bollire appendevano a quattro paletti delle sacche di pelle piene d’acqua e ci lasciavano cadere dentro alcune pietre arroventate. Cinque o sei bastavano per portare a ebollizione alcuni litri d’acqua. Ovviamente le pietre appena si raffreddavano venivano tolte dal brodo…

Con l’arrivo del progresso, e quindi la diffusione dell’uomo bianco e della sua cultura, cominciò il declino dei cani sko-mai. Nel 1850 iniziò il commercio delle pellicce e l’Hudson Bay Company cominciò a rifornire i pellirosse di coperte di lana di pecora, molto a buon mercato. E pochi anni dopo mise a disposizione direttamente le pecore. Naturalmente i colonizzatori, seppure involontariamente, portarono con loro malattie sconosciute per gli indiani, i quali non avevano le relative difese immunitarie. A ondate, il vaiolo, l’influenza e altre malattie fecero strage degli indigeni. La stessa cultura dei sopravvissuti fu stravolta. E’ ovvio che questi particolari cani divenissero sempre più inutili e quindi calarono repentinamente di numero. Del resto, a differenza di altri, erano del tutto dipendenti dall’uomo e per nulla capaci di sopravvivere da soli. Quando il loro numero crollò, aumentò l’incidenza delle malattie, causate soprattutto da un parassita presente nelle lumache viventi lungo la maggior parte delle coste  e dei fiumi che in quell’area si gettavano nell’Oceano Pacifico. Questo parassita colpiva in particolare le lontre e i topi muschiati, ma anche i salmoni e proprio questi venivano frequentemente dati crudi come cibo ai cani. Se i salmoni erano infetti, il tasso di mortalità fra i cani poteva arrivare anche al 90%. Alcuni sopravvivevano e diventavano immuni, ma si capirà che per via di tale problema il cane sko-mai poteva perpetuarsi solo grazie al grande numero di esemplari allevati.

1912, Mary Adams e il suo cane Jumbo, uno degli ultimi sko-mai  (Suquamish Museum Archives).

Non solo, il calo delle cure verso questi cani, che non venivano più selezionati e tosati adeguatamente, unito probabilmente all’emergere di uno o più geni recessivi, causò il difetto della crescita eccessiva del sottopelo rispetto ai cosiddetti peli di guardia (quelli superficiali), con il risultato che i cani si ricoprivano di neve che in quel clima induriva in brevissimo tempo. La mancanza di questo isolamento della pelliccia dal ghiaccio è un difetto letale a quelle latitudini, visto che anche scrollandosi il ghiaccio non si stacca, come invece avviene con i peli superficiali. Risultato di tutti questi fattori fu che questi cani, oltre che accoppiarsi con altri tipi di cani, furono ritenuti estinto come razza già nel 1858. Tuttavia ne sopravvissero ancora nel secolo successivo, ormai imbastarditi, fino a estinguersi intorno al 1940.

1946,  penisola di Saanich. Un esemplare non puro sko-mai di 14 anni, che veniva ancora tosato.

Questi cani venivano allevati dai salish già 1500 anni prima di Cristo, come evidenziò Grant Keddie, curatore archeologico del Royal British Columbia Museum di Victoria, il quale scoprì i resti di due piccoli cani sepolti nell’isola di Vancouver meridionale, insieme a materiali per la filatura e pettini di corno, in strati del terreno risalenti a quel periodo. Lo stesso risultato vale per Roy Carlson della Simon Fraser University e per altri studiosi, i quali in strati risalenti allo stesso periodo portarono alla luce utensili per la filatura in osso di cervo e balena. Periodo in cui, come già scritto, l’unica lana era quella dei cani sko-mai.

Come già accennato, non bisogna pensare che solo i salish avessero cani simili, perché ne avevano anche tribù molto lontane – migliaia di chilometri a sud – come i navajo in Arizona, Utah e Nuovo Messico, che con il loro pelo creavano coperte e indumenti. L’introduzione della pecora da parte degli spagnoli però fece preferire queste ultime, mentre i cani furono utilizzati solo per la guardia, caccia e cucina (li mangiavano). Tuttavia la qualità della lana dei cani navajo, non soggetti a selezione particolare, era molto inferiore a quella dei cani salish.

Pastorella navaho con gregge e cani, 1948.

Si legge in alcuni testi che gli inuit, ossia gli eschimesi, usassero guanti tessuti con pelo di cane ma non abbiamo trovato alcun riscontro nella letteratura scientifica. Infatti gli inuit yupik dell’Alaska sudoccidentale – il più grande gruppo tribale nativo dell’Alaska – per i bambini usavano guanti o interi parka (giaccone, più pantalone e stivali) di pelo, ma si trattava di pelle con pelo di cuccioli di cane di uno o due mesi d’età, e quindi morti. Nulla a che fare con il solo pelo tagliato o raccolto e con filatura e tessitura. In Russia con il pelo dei cani si imbottivamo i kopyttsa, gli zoccoli, o si tessevano calze e calzettoni ritenuti validi pure per le proprietà antinfiammatorie, in grado di alleviare il dolore alle ossa, alla colonna vertebrale e persino per le coliche renali.

Nel mondo islamico, anche se parrà strano in un ambito in cui tale animale era ritenuto impuro, una piccola parte della popolazione amava i cani, con cui aveva contatti fisici al punto di toelettarli. Diversi libri di scrittori arabi medievali davano consigli su come prendersi cura di loro e ciò includeva che i cani potessero dormire vicino ai loro gestori (anche se non nello stesso letto) in quanto questo li rendeva più amichevoli, più obbedienti e persino più puliti (ricordiamo che all’epoca gli arabi erano attenti all’igiene personale e si lavavano ben più dei cristiani, che lo facevano forse una volta l’anno o anche più) in quanto lavati e spazzolati. Il cane doveva anche avere un giaciglio morbido su cui sdraiarsi e bisognava evitare che vivesse a stretto contatto con altri cani, poiché potevano essere infettati da loro o semplicemente riempirsi di pulci e zecche. La spazzolatura quindi serviva anche per eliminare tali parassiti.

Nel suo libro Mamluks and Animals: Veterinary Medicine in Medieval Islam, Housni Alkhateeb Shehada cita che alcuni scrittori islamici medievali sottolineavano che il cane è un animale che richiede un’attenzione speciale, incluso l’accarezzarlo e pettinarlo e che queste erano azioni che ogni conduttore (proprietario N.d.A.) doveva compiere nella sua cura quotidiana del cane per garantirgli la buona salute.  Attenzione, nel mondo arabo però esistevano i cani – da guardia e da pastore, comunque tollerati dalla legge islamica Sharia in quanto utili – e i levrieri, a pelo corto e lungo, altamente considerati tanto da non reputarli cani come gli altri. Tuttavia non crediamo che, religione o no, nella vita quotidiana chi utilizzava questi ausiliari e ne constatava l’utilità, come nella pastorizia, non ci si affezionasse e non avesse migliore atteggiamento. (segue nella parte quarta)

Żart, 1882, di Jean-Leon Gerome (1824-1904).