Sul numero dei cani vaganti, inclusi quelli randagi (senza padrone) e inselvatichiti, da decenni in  Italia girano numeri incredibili. Incredibili in quanto stime, supposizioni e persino fantasie. Sia chiaro, potrebbero essere numeri nella realtà più alti come più bassi, e senza dubbio il fenomeno del randagismo dev’essere cancellato innanzitutto nell’interesse di questi cani. Che si possa fare è dimostrato da diversi stati, dove il randagismo non esiste proprio, come l’Austria, Svizzera, Danimarca, Gran Bretagna e altri.

Nell’ottobre 1984 un articolo del quotidiano La Repubblica citava i numeri del randagismo canino in Italia: ben 710.000 esemplari, di cui 410.000 “randagi con padrone” (ossia cani padronali all’occasione vaganti), 220.000 “randagi permanenti” (di nessuno) e 80.000 “inselvatichiti”. Non sappiamo chi abbia fornito tali dati al giornale e chi sia andato a contare minuziosamente ogni esemplare, ma senza dubbio indicare 80.000 cani inselvatichiti non è solo una stima fantasiosa ma pura fantascienza. Un tale spropositato numero di cani inselvatichiti – a fronte nel 1984 di forse 300 lupi in Italia – avrebbe estinto la gran parte degli ungulati selvatici presenti in Italia allora, e pure la maggior parte di qualunque animale selvatico commestibile e predabile. I cani inselvatichiti sono l’evoluzione naturale (per quanto possano esserlo…) dei cani abbandonati, di cui la maggior parte è destinata a morire: sopravvivono solo quelli di media-grossa taglia e adeguati, in grado di cacciare e resistere alle condizioni naturali avverse e che hanno perso il contatto con l’uomo, da cui non hanno più alcuna dipendenza, né alimentare né affettiva, e sono difficili da osservare perché evitano il contatto. Può capitare che cagne isolate del branco si accoppino con lupi isolati e vaganti pure loro e dare vita a prole fertile, aumentando così le caratteristiche ottimali per sopravvivere in natura.

Cane ferale con una zampa di ungulato.

Il dato di 80.000 cani inselvatichiti –  ripetiamo inselvatichiti e non semplici randagi – era (ed è, visto che qualcuno lo cita ancora) del tutto falso. Diciamo che serviva, e molto, nell’interesse della protezione del lupo, dando la colpa della predazione del bestiame sempre ai cani. Perché si asseriva che il lupo preda solo animali selvatici e mai bestiame. Insomma, pura e falsa propaganda, largamente poi smentita dai fatti e a cui oggi praticamente non abbocca più nessuno.

Dovremmo credere che nel 1984 non si riuscisse a contare con buona approssimazione appena poche centinaia di lupi – e pare impossibile pure oggi –, nonostante i tanti fondi e ricercatori in campo, mentre contare 80.000 cani elusivi quanto i lupi era facile? Da notare che Giorgio Morelli, primo dirigente del comando di Frosinone dell’allora Corpo Forestale dello Stato dichiarò al giornale Focus: “La legge impedisce l’abbattimento dei cani vaganti, a differenza di quanto avveniva negli anni ’70, quando venivano abbattuti circa 100 mila cani vaganti ogni anno”. Ricordiamo che il 14 agosto 1991 fu approvata dal Parlamento la Legge n° 281 – Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo, che vieta l’abbattimento dei cani randagi. E allora, visto che prima si abbattevano circa 100.000 cani vaganti ogni anno, di cui una parte senz’altro inselvatichiti, ma rimanevano comunque 80.000, come mai dopo il divieto il numero degli inselvatichiti non aumentò ancor di più? Semplice, perché era un dato falso.

Secondo la stima diffusa dal ministero della Salute, nel 2012 in Italia ci sarebbero stati  tra 500.000 e 700.000 cani randagi, mentre i dati ufficiali più completi sul randagismo risalivano al lontano 2008 e facevano riferimento all’anno 2006. Ma anche questi ultimi si basavano sui dati forniti da una manciata di regioni e dalle Province autonome di Trento e Bolzano, mentre altre regioni non avevano fornito proprio nulla. E allora si fece una estrapolazione su tutto il territorio nazionale. Insomma, una stima più che presunta. Gli unici dati disponibili su cui fare qualche conto sono quelli dei canili (e dai gattili per i gatti), ma quelli sulla totalità dei cani randagi non ci sono.

Da notare lo studio sul randagismo canino basato sui dati 2005-2006 del ministero della Salute, e in particolare Consistenza del randagismo nelle Regioni e Province Autonome che nella tabella nello spazio Numero presunto cani randagi cita per per la Toscana 2.321 esemplari, Liguria 3.841, Lazio 41.782, Puglia 63.145 e via andare. Il bello è che i Dati regionali randagismo 2008 del ministero della Salute erano della stessa minuziosa precisione in Numero presunto cani randagi: Liguria 3.861 (e addirittura sono riusciti a contare pure i ben più elusivi gatti vaganti, 285.762), Emilia Romagna 8.052 (e 97.000 gatti), Marche 2.042 (e 147.678 gatti), Puglia 70.671 (140.700 gatti) e così via. Insomma, a livello nazionale i cani randagi sarebbero stati 441.125.

Esattamente, ma al contempo presunti… Altro che presunto, li avevano contati fino all’unità, scovandoli evidentemente tutti in ogni bosco, stradina, campagna, discarica ed edificio abbandonato? E facendo il computo esatto e in tempo reale, senza che ne mancasse qualcuno magari passato nel frattempo a miglior vita, perché si ritiene che il computo riguardasse gli esemplari vivi. Appare chiaro che al conteggio non glien’era scappato manco uno! Ergo, o in questi settori abbiamo infallibili addetti ai lavori oppure i dati sono inventati, sennò a che serviva scrivere presunto?

Le cause del randagismo, quasi sempre rappresentato da incroci, vanno cercate nella riproduzione non programmata o spontanea da parte di privati. Le cucciolate crescono in un ambiente protetto e con adeguato nutrimento, la presenza dei cuccioli è normalmente apprezzata e i problemi gestionali insorgono in tutta la loro complessità solo quando l’ambiente diventa insufficiente o le esigenze/caratteristiche degli animali diventano difficili da sostenere. Ed è proprio a questo punto che gli animali vengono spesso lasciati senza controllo o deliberatamente abbandonati, benché sia un reato punibile con l’arresto fino a un anno o un’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. Inoltre ognuno ha il dovere di denunciare alle forze dell’ordine chi abbandona un animale.

Altra causa del randagismo è la prolificazione degli animali rinselvatichiti o in libertà, che però riesce solo con grande difficoltà a portare a maturità un numero significativo di soggetti. La mortalità dei cuccioli data dalla fame, clima, competizione, incidenti e malattie, e pure della pregressa perdita di selvaticità nelle specie domestiche, è alta.

Anche il traffico internazionale può rappresentare un altro importante fattore, con soggetti delinquenziali che importano illegalmente e vendono cuccioli di dimensioni o carattere problematici o affetti da patologie e a rischio sanitario. Il business criminale di cani e gatti di razza in Italia coinvolge oltre 400.000 cuccioli per un giro d’affari da 300 milioni di euro all’anno. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati dell’Osservatorio Agromafie. Cuccioli di poche settimane di vita, ceduti prima del periodo di svezzamento, senza il microchip d’identificazione stabilito dalla legge, siringati di farmaci una volta esposti ai creduloni (come le gammaglobuline e talvolta anche di eccitanti per mascherare la situazione reale, che si manifesta sempre e solo dopo la vendita) per farli apparire in buona salute e accompagnati da documentazione falsa che ne attesta la nascita in Italia e che riporta trattamenti vaccinali e profilassi mai eseguiti. Di solito vengono trasportati per lunghi tragitti dentro gabbie e altri ambienti chiusi, stipati in furgoni e camion non autorizzati e inadeguati. Anche se di norma i veri allevatori sono seri, è capitato che allevatori italiani purtroppo anche noti, supportati da veterinari conniventi, abbiano fatto parte di questo malaffare, quindi meglio informarsi bene prima.

Gli acquirenti di tali individui sono come minimo sprovveduti i quali, con l’acquisto, diventano complici di questo malaffare. Vogliono spendere poco, infrangere la legge e in pratica sentirsi furbi, finendo però spesso con cani che per cure sanitarie costano una fortuna. Oppure li abbandonano.

Queste persone compassionevoli/furbette non causano problemi solo ai cani, spingendone una produzione e vendita scorretti, ma alla collettività, perché i costi li paghiamo tutti noi (o almeno, quelli che pagano le tasse…) e basterà fare qualche esempio: nel 2018 si sono spesi circa 345.000 euro al giorno per il solo mantenimento (3,50 euro al giorno a cane) dei cani detenuti nei canili rifugio per una spesa annua di circa 126 milioni di euro. La sola Campania ha speso 73.000 euro al giorno per un totale annuo che sfiora i 27 milioni di euro, e la Puglia oltre 24 milioni di euro l’anno, seguiti da Lazio e Sardegna con una cifra che si aggira intorno agli 11,5 milioni. Invece la Provincia Autonoma di Bolzano spende solo 63 euro al giorno per un totale annuo di 22.995, la Provincia Autonoma di Trento 353 euro al giorno per un totale annuo di 129.000 euro e la Valle d’Aosta 430 euro al giorno per un totale annuo di poco più di 157.000 euro. Queste enormi differenze di spese non sono dettate tanto dall’estensione dei singoli territori, ma dalla capacità e sensibilità ben superiori di chi gestisce la cosa pubblica.

In pratica, le false o errate informazioni di vari enti e associazioni, sommate alle attività delinquenziali che ci lucrano e al pressapochismo e connivenza dei tanti acquirenti di tali cuccioli hanno dato vita a un business enorme che paghiamo tutti – cani inclusi – e di cui non si vede attualmente una concreta soluzione.