La Germania pose sempre molta attenzione alla selezione e all’impiego dei cani per l’esercito, e questo fin dal 1884 quando fu creato un grande centro per l’addestramento dei cani militari e dei gestori a Lechernich, vicino a Berlino (ritenuto la prima scuola militare per cani da guerra del mondo, ma a torto, perché ne esistevano già da secoli, spagnole e ancor prima nell’antica Roma). Una delle razze ritenute idonee era proprio il Dobermann.

In Germania anche i civili furono coinvolti in questo sforzo militare cinofilo. Ne servivano tanti, e ancor di più ne dovevano essere pronti per le sostituzioni. Lo Stato Maggiore tedesco già nel 1888-1889 aveva incentivato la nascita di molte società civili di selezione e addestramento di cani per fini militari  fra cui, in seguito, la Verein für deutsche Schäferhund, associazione per il cane di pastore tedesco che nel 1914 arrivò a oltre 4.000 aderenti in Germania ed in Austria, e a più di 150 filiali. Si organizzavano ovunque manifestazioni e gare di cani addestrati per compiti di difesa e polizia, e per capire quanta scrupolosa pianificazione ci fosse (per il futuro uso bellico), si consideri che i responsabili di ogni associazione cinofila di questo tipo erano sempre ufficiali dell’esercito. Inoltre, ogni associazione cinofila aveva un elenco segreto nel quale venivano indicati tutti i cani, la razza, le relative valutazioni e il tipo di addestramento. Non solo, per incrementare ancor più il numero di cani e di appassionati in Germania e Austria fu attuata una vasta e capillare campagna di propaganda attraverso i giornali, conferenze con proiezioni cinematografiche, volantini e manifesti. Si acquistarono anche cani pagandoli 20-50 marchi l’uno.

I cani venivano inviati ai grandi canili militari di Trepow, Lechernich, Metz, Colonia, Düsseldorf, Monaco e altrove, dove si procedeva a una seconda selezione e poi all’addestramento grazie a personale cinofilo professionalmente abilitato, buona parte del quale già facente parte delle forze dell’ordine. Pertanto, allo scoppio della Prima guerra mondiale, gli altri stati avevano pochissimi cani addestrati, mentre l’esercito tedesco ne aveva ben 6.000 – come paragone, la Francia nel 1914 aveva ufficialmente, in tutto, 20 cani da guardia e 6 da collegamento, saliti a 250 nell’agosto dello stesso anno –  e perdipiù erano pronti all’utilizzo anche quelli della polizia (P.H-Polizeihunde), da ricerca (Z.H-Zuchthunde) e da collegamento (M.H-Meldehunde).

Comunque sia, a Berlino la selezione riguardò innanzitutto l’addestramento di cani da guardia (W.u.B-Wach und Begleithunde), portaordini (Pt.H-Postenhunde) e da soccorso (S.H-Sanitätshunde). Anzi, proprio dalla scuola cinofila di Lechernich furono addestrati i primi cani per la Croce Rossa, sotto la responsabilità del capo settore von Bungartz, in grado di ricercare i feriti. Non solo, erano muniti di un contenitore con medicine di primo intervento. Nel 1885 la scuola produsse diversi manuali – poi tradotti da un ufficiale americano e pubblicati sull’United States Service Journal nel 1904 – che, con teutonica precisione, affrontavano in modo esaustivo l’argomento: i cani dovevano essere almeno due per compagnia e non più di dodici per battaglione; le code, nelle razze indicate, dovevano essere tagliate a un mese d’età; l’addestramento al guinzaglio doveva iniziare al settimo mese. E così via. Inoltre i cani dovevano essere solo di pura razza Barbone, Airedale Terrier o Collie, poi sostituiti in buona parte dai Pastori Tedeschi e Dobermann, e acquistati o allevati con la più attenta selezione.

Naturalmente si doveva insegnare anche altro ai cani – come il non abbaiare se non a comando, a reprimere l’istinto della caccia e a non socializzare con nessuno, eccetto l’addestratore e il conduttore –, ma i manuali non lesinavano dettami pure agli addetti, spiegando che l’addestramento doveva essere fermo ma rispettoso del cane, basato più sulle carezze che sulla bieca autorità. Inoltre, si precisava che solo le persone con un genuino amore per i cani dovevano essere prescelte come addestratori in quanto la riuscita dell’addestramento dell’animale dipende essenzialmente da questo (…) l’efficienza di un cane dipende basilarmente dall’atteggiamento e comportamento del suo istruttore. Un addestramento difettoso ridurrà l’efficienza dell’animale; attenzione speciale deve essere data anche al suo canile, che sia pulito e asciutto. Visto che le carezze (in questo caso i soldi) fanno piacere a tutti e non solo ai cani, le direttive prevedevano premi fino a un massimo di 16 marchi per gli istruttori i cui cani davano i migliori risultati. I manuali avevano sempre una speciale sezione con disposizioni veterinarie e con tutte le prescrizioni utili alla salute e benessere dei cani.

L’efficacia e l’utilità dei cani militari, non solo Dobermann, fu evidente durante le grandi manovre svolte dall’esercito tedesco nel 1905 e 1912. Era stato constatato che il Dobermann andava benissimo come cane portaordini, sentinella, esploratore e soccorso. La Prima guerra mondiale fu una spaventosa carneficina che sterminò decine di migliaia di cani da guerra ma soprattutto sterminò gli uomini, ben dieci milioni di soldati, più sei milioni di civili deceduti anche per fame e malattie. Senza contare gli invalidi. La guerra di trincea fu soprattutto un logorante e altalenante susseguirsi di difese, attacchi e contrattacchi, e basti un esempio: nella battaglia della Somme morirono in totale oltre un milione di uomini, e solo per conquistare otto chilometri! In pratica, morì un soldato ogni mezzo centimetro o poco più. Fra le trincee nemiche c’era la cosiddetta terra di nessuno, ricolma di pezzi di cadaveri frutto dei vari attacchi e in cui si lamentavano i feriti, che nessuno si azzardava di andare ad aiutare. Lo facevano solo i cani da soccorso e gli infermieri. I tedeschi furono i primi a dotarsi di cani infermieri, capaci, grazie ai sensi infinitamente superiori a quelli umani, di udire un rantolo, una parola sommessa, forse anche il battito di un cuore.

Quelli tedeschi della Croce Rossa, e poi quelli degli altri, sovente avevano una sorta di sella munita di sacche contenenti acqua, bende e medicinali. Il ferito, se in grado di farlo, poteva quindi curarsi alla bene meglio in attesa dei soccorsi. Finché le condizioni lo permisero, il cane era addestrato a trovare i feriti, accucciandosi a fianco e abbaiando per chiamare gli infermieri, poi si preferì addestrarli a operare in silenzio e a strappare il cosiddetto brinsel, un pezzo di stoffa appositamente cucito alla divisa. E se non c’era, a raccogliere un indumento come un fazzoletto o un guanto o in mancanza a strappare con i denti un pezzo di divisa. Fatto questo tornavano nelle proprie linee o raggiungevano gli infermieri, mostrando ciò che avevano con loro. Era l’inequivocabile conferma che avevano trovato un ferito e che erano pronti a condurre i soccorsi fino a lui. Naturalmente, non lo facevano con i morti. A questo punto il conduttore-infermiere assicurava un lungo guinzaglio al collare del cane – altrimenti, se buio, avrebbe perso il contatto con l’animale – e lo seguiva, insieme con un altro infermiere dotato di barella. Si potevano fare in una sola notte anche una decina di tali interventi.

 

Il Dobermann, grazie alla velocità e agilità, durante la Prima guerra mondiale fu usato anche per stendere i cavi delle linee telefoniche volanti. E non erano certo casi isolati, visto che solo sul Fronte Occidentale ne furono usati oltre 200. Tuttavia questo numero non deve impressionare, poiché il fronte era sterminato. Portavano anche messaggi, naturalmente. Hans n°9 (c’è da immaginare che fine fecero i precedenti otto) era in grado di portare, racchiusi nel contenitore di metallo o cuoio appeso al collo, ordini anche a 10 km di distanza, senza particolari problemi, a parte la concreta e ovvia possibilità di venire ucciso in qualsiasi momento.

Quando due reparti avanzati tedeschi necessitarono di collegamenti telefonici per coordinarsi, essendo distanti uno dall’altro e sotto il tiro dell’artiglieria francese, il conduttore di Hans n°9, luogotenente Muller, gli fece srotolare ben un chilometro di cavo telefonico, fino a raggiungere l’altro reparto. Naturalmente non bisogna pensare che il cane portasse sulla schiena l’apposito rotolo di cavo, poiché questo lo si faceva solo su distanze molto inferiori. Il cavo pesava e 1.000 metri dovevano superare il quintale. Il Dobermann si limitò a trascinarlo, mentre dal luogo di partenza il cavo veniva man mano srotolato da una sorta di mulinello piazzato a terra. Ciò non toglie che comunque dovesse trascinare buona parte di quel peso sul terreno, con uno sforzo enorme. L’impresa era tanto ardua – ma Hans n°9 ci riuscì – che il Kaiser Guglielmo in persona ne fu colpito, tanto che volle assolutamente conoscerlo.

Fante tedesco con Dobermann, Prima guerra mondiale.

Nelle lunghe distanze, si faceva la staffetta. Il Dobermann Citto n°16 riuscì a percorrere come un fulmine un lungo tratto, saltando crateri delle bombe e barriere di filo spinato oppure strisciandoci sotto, fra gli spari del nemico che cercava di colpirlo. Tuttavia, il primo tratto era meno pericoloso, in quanto i soldati nemici di norma non avvistavano subito il cane. Era peggio dopo, quando ormai il nemico era sul chi va là. Il messaggio portato dal cane fu messo nel contenitore di un altro Dobermann, Scherek von Peronne, che subito partì. Dopo poco fu colpito a una zampa, eppure riuscì a completare la missione.

Capitava anche che questi cani venissero catturati dal nemico, dopo essere stati feriti. Roff fu preso il 3 maggio 1918 dal caporale M. Roach del 13° Battaglione AIF australiano mentre vagava nella zona di Villers-Bretonneux, in Francia. Aveva al collo il cilindro contenente i messaggi e, appunto, uno nel quale il comandante di un plotone tedesco richiedeva l’invio di viveri poiché lui e i suoi soldati non mangiavano da 48 ore. Rolf il messaggio lo aveva diligentemente recapitato, tanto che il comando gli aveva risposto che entro sera gli avrebbero inviato il tutto. Il cane fuggì ma poi fu ripreso da altri soldati australiani. I militari, che lo avevano chiamato Digger e lo avevano accudito da maggio a settembre poiché era socievole – lo usavano anche per tirare un carretto – , notarono col tempo un cambio di comportamento e così il comando decise di mandarlo prima in Inghilterra e poi allo zoo di Sydney. Si scoprì poi che i regolamenti vietavano l’importazione di cani in Australia e così rimase al canile militare di Southampton, dove sviluppò un grosso ascesso al collo nel settembre 1919. Dimagrito ma apparentemente guarito, Roff tuttavia morì la notte tra il 14 e il 15 ottobre 1919.

Un paio di giorni dopo fu deciso di farlo imbalsamare da Roland Ward di Picadilly (strada di Londra), al costo di otto sterline. Oggi è esposto all’Australian War Memorial di Camberra. Se fosse sopravvissuto sarebbe stato, a quanto se ne sa, il terzo Dobermann arrivato in Australia, dopo Fritz e Olga, testati in via sperimentale dalla polizia del Queensland dal 1912 al 1917 e poi ritenuti non idonei al servizio. Strano, dopo cinque anni… Probabilmente erano gli australiani a non avere capacità in tal senso, anche perché quelli furono i primi cani poliziotti impiegati in quel continente. I successivi Dobermann arrivarono in Australia solo nel 1952, a quanto si sa.

Roff.

Anche i russi impiegarono i Dobermann nell’esercito imperiale durante la Prima guerra mondiale, in particolare come portaordini sul Fronte sud-occidentale. Alla Scuola dei cani da guardia e dei cani sanitari, formata nell’aprile 1915 a Lviv ma poi trasferita a Kiev, si addestravano anche esemplari di questa razza. Per esempio, sappiamo che nel settembre del 1916  la scuola aveva 97 cani, di cui 12 Dobermann. I primi cani addestrati furono assegnati il 23 settembre dello stesso anno, insieme ai loro gestori, al 12° Reggimento Ussari di Akhtyrsky; Reggimento di fanteria a cavallo di Kabardinsky; 136° Reggimento Fanteria di Taganrog; e al 145° Reggimento Fanteria di Novocherkassk. In seguito, finché l’addestramento e disponibilità dei cani non crebbe, un reggimento ne aveva di norma 3-5. I Dobermann, per via della velocità e agilità, come detto erano frequentemente addestrati per recapitare messaggi e rifornimenti e il comando del fronte e della scuola di addestramento erano già attivamente impegnati nella raccolta di informazioni sul servizio di combattimento dei cani.

Così, il maggiore generale Usov, comandante del 3° Reggimento di fanteria delle Guardie riferì il 17 gennaio 1916: “In considerazione degli indubbi benefici apportati dai cani nell’esecuzione del servizio di comunicazione, vi chiedo di non negarmi di mandare al reggimento sei cani, a me affidati “. Questa frase di  Usov è emblematica e serve a capire che se i cani, nel marasma della guerra e con la ribellione che covava fra i soldati russi (non dimentichiamo che, con la Rivoluzione comunista, la Russia si ritirò dal conflitto nel 1917), finivano ad altri, potevano essere inutili perché i comandanti locali non credevano al loro impiego, scrivendo a volte addirittura ai comandi, invece dei cani mandateci del pane. Così, il 26 marzo 1916, il comandante del 16° Reggimento di Fanteria chiese di espellere i cani che erano arrivati al reggimento nell’ottobre del 1915, perché secondo lui non erano adatti al servizio. Lo stesso si verificò nel 4° Reggimento di Fanteria di Zaamur, dove, secondo il rapporto del comandante del reggimento, un cane è sordo, due si sono ammalati e due mal custoditi, apparentemente perdendo il loro talento.  A luglio i cani furono restituiti alla scuola insieme ai loro gestori del 103° Reggimento di Fanteria di Petrozavodsk, arrivati appena a marzo.

Eppure i cani, Dobermann ma non solo, furono ripetutamente utilizzati per consegnare i messaggi e con successo, nonostante il numero di quelli uccisi. Il comandante del 71° Reggimento di fanteria Belevskij, colonnello Galkin, scrisse: Vi ringrazio sinceramente per il cane inviato. Se possibile, vorrei riceverne un altro, perché uno per il servizio non è sufficiente. All’inizio dell’autunno del 1916 il principe Shcherbatov, direttore della succitata scuola cinofila, si sentì richiedere un numero maggiore di cani addestrati (almeno 2.000 esemplari) ma il centro poteva produrne solo 300-350 l’anno e così si procedette alla requisizione dei cani ai privati, comunque pagandoglieli 25-45 rubli quelli senza alcun addestramento e 60-125 rubli quelli con un addestramento di base. Le razze dovevano essere Dobermann, Airedale Terrier, Rottweiler, Pastore Tedesco e cani caucasici.

In seguito, fra la Prima e la Seconda guerra mondiale, l’apparato sovietico decise di non impiegare più le razze di cani a pelo corto ma di puntare sul Pastore Tedesco (e altre razze più resistenti al gelo). Tuttavia questi cani non scomparvero del tutto. Ad esempio, il 17 marzo 1931 Pavlovsky, il capo della scuola di cani militari dell’Armata Rossa caucasica, scrisse che due cani maschi Dobermann, Votan e Charlie, erano stati trasferiti all’allevamento ZakGPU perché troppo aggressivi, ma poi erano stati  abbattuti. Fu durante la Seconda guerra mondiale che l’Unione Sovietica cessò – ma la decisione si concretizzò in tempi lunghi, addirittura nel 1972 – di impiegare il Dobermann poiché si affezionava troppo a un unico gestore, mentre le necessità operative (e le vittime delle guerra, poiché naturalmente pure i gestori morivano) richiedevano che un cane fosse utilizzabile da diversi soldati.

Reparto cinofilo sovietico con Dobermann.

I Dobermann, come altre razze o tipi di cani idonei (mai bianchi, perché troppo visibili), furono impiegati in entrambe le guerre mondiali da vari eserciti anche – naturalmente  – nella vigilanza.

Soldato tedesco con Dobermann.