(Segue dalla prima parte) Questo antagonismo canino “mediatico” ha fatto addirittura credere e divulgare da pseudo-cinofili che Carlini (forse perché venivano chiamati pure “mastini olandesi”) e Keeshond combattessero tra loro negli scontri militari, cosa assurda. Comunque sia, i patrioti alla fine persero e i loro avversari, olandesi pure loro essendo due fazioni pro e contro, li perseguitarono, bruciandogli le case e costringendoli a trasferirsi. Ovvio che avere un Keeshond in certe zone poteva attirare l’attenzione di questa gente, e pertanto era meglio liberarsene. Sulle barche, in campagna e in luoghi più tranquilli invece i Keeshonden furono mantenuti e utilizzati come sempre, ma passò più di un secolo prima che tornassero all’attenzione del pubblico.

Questi cani venivano appunto usati anche sulle imbarcazioni, e in particolare sulle chiatte, che navigavano (e navigano) in una enorme area solcata da fiumi e canali e che riguardava i Paesi Bassi e il Belgio (dal XVI secolo fino al 1830 furono tutt’uno), la Germania e la Francia. Solo per fare un esempio, il Deule, Lys e lo Scarpe sono affluenti dello Schelda, mentre il Sambre, Mosa e la Mosella sono affluenti del Reno che ha una foce quasi in comune con la Schelda, ossia il Mare del Nord, nei pressi di Rotterdam. Per fare capire, il Reno attraversa la Svizzera, Austria, Liechtenstein, Francia, Germania e Paesi Bassi e come affluenti ha ben 35 altri fiumi. Ovvio che i trasporti fluviali avessero enorme diffusione, in un’area dove, oltre alla delinquenza comune, in vari periodi ci furono guerre, sommosse, crisi sociali ed economiche e così via. Pertanto le chiatte fluviali e le loro merci dovevano essere vigilate (i comandanti e le loro famiglie comunque abitavano quasi sempre nelle imbarcazioni), e per questo si usavano i cani poi chiamato Wolfspitz o Keeshonden.

Inutile dire che non si badava alle razze – allora esistevano solo i tipi di cani e non le razze ufficiali – ma alla loro efficacia, e pertanto i più grandi spitz potevano essere incrociati con cani più grossi e potenti, che certo non mancavano in quell’area. Ricordiamo che oggi un Wolfspitz arriva a 25 kg, e un tempo erano anzi più leggeri. L’impiego degli Spitz non riguardava solo le imbarcazioni e la protezione – e magari pure conduzione – di bestiame e oche, ma pure la guardia ai carri dei commercianti e alle fattorie.

Spitz a guardia di un carro, Bewachen das Fuhrwerk, incisione di F. Specht, 1772, dal libro Mensch & Hund di Anton Schoberwalter, 1990.

Che i grandi Wolfspitz venissero usati di solito contro i ratti invece non è corretto: un grosso cane non avrebbe potuto raggiungerli nelle stive e ponti ingombre di casse e sacchi. Tra l’altro il Wolfspitz, a differenza di altri Spitz, non ha una spiccata attitudine venatoria. Insomma, tranne eventuali casi eccezionali, mettere in campo questi cani contro i ratti sarebbe stata una pessima scelta. Basti pensare che in Germania esisteva la Reichsbund Deutsche Jägerschaft (RDJ, Società tedesca di caccia), guidata dal 1934 al 1945 dal potente nazista Hermann Göring in qualità di Reichsjägermeister e appassionato cacciatore. L’iscrizione era obbligatoria per tutti coloro che possedevano una licenza di caccia. La RDJ era suddivisa in un certo numero di Jagdgaus, ossia distretti di caccia. Se un agricoltore lasciava vagare il suo cane, che quindi poteva recare danno alla selvaggina, i guardiacaccia abbattevano il cane a vista e multavano l’agricoltore. Tuttavia, in sostituzione del cane morto gli consegnavano un Wolfspitz (Wolfsspitz per i tedeschi, con la doppia esse) per la guardia, sapendo che tale razza non aveva istinti predatori. Questo si verificava soprattutto nella Prussia orientale.

Questi cani in Germania, in particolare nelle regioni vinicole meridionali, di giorno facevano la guardia al cortile e di notte, nei periodi opportuni, venivano mandati nelle vigne, da cui il nome “Weinbergspitze”. Tra i razziatori – inclusi i ladri umani – nei vigneti c’erano i cinghiali, avversari pericolosi. Non necessitavano cani grandi. Va notato che un grosso cane è svantaggiato rispetto a uno piccolo a causa della sua stessa massa, in quanto un cane più piccolo è molto più agile e soprattutto nei vigneti poteva sfuggire rapidamente tra le viti. Non solo la sua taglia media, anche la folta pelliccia gli offriva una buona protezione dalle pericolose zanne del cinghiale. Tuttavia il cane non cacciava i cinghiali o altri animali come caprioli, volpi o tassi, ma difendeva il raccolto.

Monumento a Stoccarda, vignaiolo con spitz.
Il monumento fu fuso durante la Seconda guerra mondiale.

Passiamo ora agli inglesi: il primo riferimento a un cane di Pomerania risale al 2 novembre 1764. Ricordiamo che Pomerania era un termine generico e includeva varietà oggi classificate separatamente anche se facenti tutte parte della razza Deutscher Spitz (o German Spitz, che dir si voglia), incluso il Wolfspitz che in Germania veniva anche chiamato “Pommer”, da Pomerania. Vale la pena ricordare che i tedeschi non usarono ufficialmente la classificazione Pomerania fino al 1998 e a partire da quell’anno lo Standard FCI definì il Pomerania/Zwergspitz come la taglia più piccola del Deutscher Spitz, lo Spitz Tedesco. Prima non esisteva una differenza così marcata tra queste varietà, tanto che a Londra nel 1765 una femmina di cosiddetto Pomerania fu accoppiata con un lupo semi-addomesticato. Intorno al 1860 in Gran Bretagna c’erano già circa 200 persone che allevavano, possedevano o esibivano Spitz, ma l’interesse aumentò quando la regina Vittoria nel 1888 ne acquistò di taglia medio-piccola a Firenze. Del resto già dal 1886 la varietà dei piccoli Pomerania o Dwarfkees erano inferiori a dieci libbre. La successiva regina Carlotta portò questi cani, ancora più piccoli, dal Ducato di Meclemburgo, vicino alla Pomerania, quando sposò re Giorgio III. Gli allevatori tardo vittoriani/primo edoardiani incrociarono a volte piccoli Spitz importati dalla Germania e dall’Italia con esemplari più piccoli. La gente, e non solo i nobili, preferiva i cani piccoli e tali Spitz presero piede.

Finché non scoppiò la terribile Prima guerra mondiale, con immani distruzioni, milioni di morti e la fame, quella vera e che uccide. Venendo al Wolfspitz/Keeshond, era il cane della gente comune e dovevano essercene tanti, e pochissimi registrati. Nel 1913 quelli registrati come cani di razza erano 215 ma nel 1932 – ancora quattordici anni dopo la fine della guerra – ne furono registrati appena 59, e 85 nel 1936. Alcuni scrivono che questi cani erano “attrezzati” per affrontare periodi difficili, essendo poco esigenti e così frugali da sopravvivere mangiando solo patate bollite. Ma il calo dei numeri dice l’opposto. La realtà era ben altra: già nel 1915 in Germania si era assistito alle prime Hungerkrawalle, le sommosse della fame. L’inverno 1916-1917 fu molto rigido e in Germania fu anche chiamato Kohlrüberwinter, l’inverno della rape, che prima della guerra erano usate come foraggio per il bestiame, e che invece furono razionate in sostituzione delle patate. La sola Germania alla fine del conflitto dichiarò 762.000 morti di fame. Non in battaglia o per i bombardamenti, ma solo per la fame, non trovando neppure una patata da mangiare. E qualcuno dice che le patate si davano ai cani?

La verità, che quasi nessuno dice, è che i cani venivano uccisi e mangiati, non solo in Germania ma pure nei Paesi Bassi, neutrali ma invasi dai profughi dal Belgio e colpiti dall’interruzione di molte rotte commerciali che rese difficoltosi il commercio e l’approvvigionamento di cibo. Stessa crisi in Belgio. In Germania, dove la carne di cane veniva mangiata da sempre, già prima del conflitto mondiale i prezzi elevati della carne portarono a un consumo diffuso di carne di cavallo e di cane e questo consumo aumentò enormemente durante la guerra. All’inizio del XIX secolo in Germania nacque la macellazione professionale di cani e la vendita pubblica della loro carne. Queste macellazioni e la vendita erano praticate principalmente dai macellai di cavalli, in particolare a Sachsen, Schlesien, Anhalt e Bayern. Dal 1905 al 1940 fu ispezionata la carne di 235.144 cani, ma il vero numero di quelli macellati fu certamente maggiore. Il numero annuo di cani macellati dipendeva da fattori economici come salari, prezzi della carne, disponibilità di carne e tassa sui cani. I cani venivano anche macellati per produrre grasso come rimedio per curarsi. La cosa proseguì negli anni Cinquanta e cessò dopo il 1960 anche se sporadicamente la carne di cane fu  utilizzata come cibo umano fino al 1985. La legge che vietò questo uso risale al 1986.

In pratica, i cani, Wolfspitz/Keeshond inclusi, sopravvissero solo grazie a quei pochi che potevano alimentarli e nel contempo salvarli dalla fame della popolazione. Solo i cani militari e di polizia non corsero questo rischio. Fortunatamente i Wolfspitz venivano già allevati in altri stati.

Nella Seconda guerra mondiale, i problemi furono simili, almeno negli stati più belligeranti – solo nel 1939 in Gran Bretagna, appena iniziata la guerra, nel timore di non avere cibo bastante per tutti, i proprietari fecero sopprimere oltre 750.000 animali domestici, e ancor più l’anno dopo –, tuttavia nelle campagne la gente seppe organizzarsi meglio. E i cani proprio lì soprattutto si salvarono. I Wolfspitz se la cavarono tanto bene che nel 1948 ne furono registrati 1.583.

Tra i due conflitti mondiali gli appassionati si erano dati da fare. Negli anni Venti la baronessa van Hardenbroeck si interessò alla razza e iniziò a ricostituirla, mentre il Nederlandse Keeshond Club fu fondato nel 1924, e il Dutch Barge Dog Club of England della signora Gwendolyn Wingfield Digby lo fu nel 1925 venendo accettato nel British Kennel Club nel 1926. Carl Hinderer, dell’allevamento Schloss Adelsburg fondato nel 1922 in Germania, riuscì dopo molti sforzi a farlo riconoscere nel 1930 dall’American Kennel Club, ma con il nome Keeshond, visto che Wolfspitz era sgradito: a quel tempo, pochi anni dopo la Prima guerra mondiale, la Germania e tutto ciò che fosse tedesco era mal visto. La FCI invece non riconobbe il Keeshond poiché considerava Wolfspitz e Keeshond la stessa varietà di German Spitz. Nel 1997 il Club tedesco aggiornò però il suo standard in modo che potessero essere inclusi i Keeshonden tipicamente più piccoli preferiti in Olanda, America e in altri paesi di lingua inglese. Ciò ampliò il pool genetico e unificò lo standard a livello internazionale.

Un Wolfspitz dell’Allevamento Petra del Lario.

Allevato da molte generazioni come cane da compagnia, il Keeshond divenne ancor più un amorevole membro della famiglia, con il solo difetto – ed è meglio educarlo da cucciolo per evitarlo – di essere sovente un abbaiatore forsennato (del resto era il suo lavoro, l’istinto non scompare). Di sicuro non è un cane da tenere da solo in giardino o in un box, ma questo vale per qualsiasi cane. Non è di norma aggressivo nei confronti dei visitatori, anzi a volte può essere timido. È importante educarlo a rispettare ma non a temere i loro proprietari e la famiglia. Vuole trascorrere del tempo con i  proprietari, ama le attenzioni e compiacere il padrone, quindi è errato dare una punizione dura quando il cane non obbedisce con la rapidità desiderata.

Il Keeshond – come detto, in Usa e altrove lo si conosce con questo nome e non come Wolfspitz – è il protagonista del libro Jan the Dutch Barge Dog del 1951, scritto e illustrato da George W. Barrington: Jan, un cucciolo di keeshond, viene acquistato dal vecchio Piet Hoek per essere il suo cane da chiatta. Suo figlio, di 14 anni, si dedica al cane che gli si affeziona e così quando parte per l’Inghilterra, Jan, all’ultimo minuto, gli corre dietro e riesce a saltare sulla barca. Durante il viaggio, Jan quasi annega, perde il suo padrone e affronta molte peripezie. Alla fine viene catturato e la polizia interviene. Tutto sembra perduto, ma Jan ha degli amici… Una curiosità: George W. Barrington, nato nel Nebraska nel 1875, ebbe una vita avventurosa: cercatore d’oro in Klondike, barman in un saloon, marinaio mercantile facendo il giro del mondo tre volte (dove conobbe il Keeshond), militare volontario nella guerra ispano-americana, idraulico, imbianchino, addestratore di cani, pescatore, fantino, giornalista, membro dell’ufficio stampa del presidente statunitense Theodore Roosevelt (altro patito di cani) e infine scrittore con circa 500 racconti pubblicati e diversi romanzi. Insomma,  Barrington, da conoscitore dei cani, contribuì alla diffusione del Keeshond.

Questa razza, anche se pochi lo sanno, ebbe un ruolo in Un lupo mannaro americano a Londra (An American Werewolf in London), film horror del 1981 diretto da John Landis. Gli effetti speciali vennero curati da Rick Baker: il suo lavoro fu premiato con un premio Oscar per il Migliore trucco, categoria introdotta per la prima volta proprio con questo film. Nelle scene finali il lupo mannaro non è bipede come al solito, ma quadrupede. Baker e Landis erano in disaccordo sull’aspetto: Baker lo voleva bipede, mentre Landis voleva un animale a quattro zampe che “venisse dall’inferno”. La spuntò ovviamente il regista ma Baker non sapeva che fare. Poi lo sguardo cadde proprio su Bosco, il suo cane Keeshond e allora decise di fare il make-up basandosi su di lui. Raccontò: Era un cane molto peloso e quasi simile a un lupo. Molte volte mi guardavo allo specchio e creavo facce, è un po’ come lavorare sulle sculture, e mi sembrava che io e il mio cane ci fondessimo, quindi andava bene. Era un po’ come un lupo, sai, aveva quattro zampe, questi grandi ciuffi di pelo che ha anche il lupo. Quindi sì, il lupo mannaro era basato molto sul mio cane Bosco. https://www.youtube.com/watch?v=WjlGsCIqFH4

La razza così com’è.

Il lupo mannaro del film.

Il Keeshond riapparve in un’altra produzione statunitense, ossia il mitico video musicale Thriller del 1982 di Michael Jackson. Il cantante, che aveva visto al cinema il film Un lupo mannaro americano a Londra, ne rimase tanto colpito da assumere proprio John Landis e Rick Baker per realizzare il video musicale, ad altissimo budget e che di fatto è un film corto. La base “Keeshond” del lupo mannaro rimase, ma Baker dovette naturalmente modificarla affinché quello del video non fosse lo stesso del film. https://www.youtube.com/watch?v=sOnqjkJTMaA

Michael Jackson truccato in Thriller.

Naturalmente non bisogna farsi influenzare da film e video musicali, trattandosi di grande arte ma pure di finzione. Chi pensasse che il Wolfspitz/Keeshond sia una sorta di belva farebbe un grosso errore. Questa razza è invece giocosa, affezionatissima alla famiglia, intelligente e del tutto affidabile.