A causa dell’opinione pubblica sempre più disgustata e contraria, e all’azione dell’associazione Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals che era (ed è) la prima al mondo per la protezione degli animali essendo stata fondata nel 1824, i combattimenti fra cani e altri animali  furono infine vietati da una legge, la Cruelty to Animals Act del 1835 (sostituita da un’altra nel 1849), intesa a proteggere gli animali, e in particolare i bovini, dai maltrattamenti. Ma riguardava anche i combattimenti indicati prima. Quel che accadde naturalmente fu che i bulldog finirono “disoccupati”. Del resto, anche lo zoo presente fin dal XIII secolo alla Torre di Londra – con centinaia di esemplari detenuti, di cui una parte finiva prima proprio nei combattimenti con i cani – cessò l’attività nel 1835 per effetto della stessa legge.

Si cominciarono allora, in relativo segreto in quanto divenuto illegale, a fare combattere i bulldog fra loro ma ben presto si appurò che lo “spettacolo” era statico e noioso. I due cani si afferravano e stringevano, e inoltre avevano abbastanza sagacia da non ammazzarsi. In effetti precedentemente li si vedeva sballottati, lanciati, smembrati, ma chi faceva queste azioni erano i tori, leoni od orsi. I bulldog si limitavano a stringere. Fu a quel punto che si decise che ci volevano altri cani, potenti come bulldog ma che lottassero selvaggiamente mordendo in precisi punti dell’avversario, scuotendo e lacerando, ammazzandosi. Quei cani erano i bull and terrier, non grossi (anzi, alcuni decisamente piccoli) ma comunque potenti e agili tanto da potere combattere non solo fra loro ma anche sterminando fulmineamente decine di ratti in pochi minuti negli appositi ring.

Il giornalista e sportivo John Henry Walsh scrisse: Il terrier usato per la caccia è un cagnolino molto utile, con una grande resistenza e coraggio, e con un naso quasi altrettanto ottimo quanto quello del Beagle o Harrier. Grazie al suo aumentato coraggio quando è incrociato con il Bulldog, è stato generalmente utilizzato per affrontare animali il cui morso avrebbe dissuaso lo Spaniel o il Beagle, ma che avrebbe solo reso più determinato il terrier. In effetti questi bull and terrier venivano usati anche per la caccia, specialmente al tasso, e ve n’erano di diversi tipi, più o meno robusti. Quelli dal petto troppo ampio non erano preferiti in quanto a volte facevano fatica a passare negli stretti cunicoli scavati dal grosso mustelide ma soprattutto perché nello scontro sotterraneo con il tasso, il petto veniva facilmente azzannato, come accadde al famoso Fearless Joe, trattato dopo. Ricordiamo che il tasso ha la pelle molto dura ed elastica difficilmente penetrabile dai denti del cane, mentre il cane non ha questo vantaggio.

Non sappiamo quando nacquero esattamente questi “incroci” ma da loro discendono i Bull Terrier – ben diversi da quelli odierni dallo strano muso, modifica che ha motivazioni solo estetiche – e gli Staffordshire Bull Terrier, seguiti poi dagli altri tipi o razze. C’erano i bull and terrier tipo Walsall (con sangue anche di levriero Whippet), Darlaston (maggiore apporto di terrier) e infine Cradley Heath, che aveva più sangue di bulldog. Erano tutte cittadine (Darlaston oggi fa parte di Walsall) della Black County che davano il nome a questi cani. Il tipo Walsall seguì gli immigrati negli Stati Uniti e confluì nell’American Pit Bull Terrier, il Darlaston scomparve, mentre il Cradley Heath molto dopo, nel 1935, venne ribattezzato Staffordshire Bull Terrier.

Nell’ordine, i tre tipi: Cradley Heath, Wallsal e Darlaston.

Nel 1835, come già accennato, il governo inglese proibì i combattimenti fra animali ma non il rat-baiting, tanto che solo a Londra c’erano almeno 70 luoghi in cui si effettuavano queste stragi e caratterizzati dal relativo gioco d’azzardo. L’ultima gara pubblica di questo genere si tenne a Leicester nel 1912. Di norma non erano i bull and terrier i prescelti nei rat-baiting in quanto usare un simile cane avrebbe significato alti rischi di perdere i propri soldi (visto che si scommetteva) perchè certo non avevano l’agilità ottimale. I migliori erano considerati il Bedlington Terrier, Fox Terrier, Black and Tan Terrier, Manchester Terrier e il ruvido Yorkshire Terrier (oggi ridotto a un pallido ricordo di ciò che era). Secondo Jack Black, famoso nel XIX secolo a Londra come cacciatore di ratti – quelli dai colori insoliti li allevava e li vendeva alle signore che li tenevano  in gabbiette come fossero scoiattoli – e fornitore di questi per i rat-baiting, i migliori erano i Black and Tan Terrier e in particolare il suo Billy, di soli 1,5 kg.

Si consideri che in questi eventi vinceva il cane che aveva ucciso più ratti in meno tempo: uno ogni 5 secondi andava bene, 15 in un minuto ancora di più. Secondo l’annuario del Chronicle Sporting il record del mondo spetta al bull and terrier Jacko, di soli 6 kg, che nel maggio 1862 uccise 100 ratti in soli 5 minuti e 28 secondi (3,3 secondi a ratto). Cani più grossi, delle dimensioni dell’attuale Staffordshire Bull Terrier – benchè tutto sommato ridotte – erano svantaggiati, anche se si ricorda il bull and terrier Billy, del peso di circa 12 kg, che sfiorò il record di Jacko impiegando solo due secondi in più. E dire che gli mancava un’occhio, staccatogli con un morso proprio da un ratto. Ecco perchè i cani migliori erano ritenuti quelli a muso lungo.

Il bull and terrier, incluso quello che, ulteriormente selezionato, poi sarà chiamato Staffordshire Bull Terrier, diede vita negli Stati Uniti all’American Pitbull Terrier a causa della massiccia emigrazione dall’Irlanda e dalla Scozia. In particolare gli irlandesi emigrarono in massa a seguito della cosiddetta “peste delle patate” causata dalla peronospora, che si verificò in Irlanda nel settembre 1845, cancellandone il raccolto. A dire il vero, questa malattia aveva colpito i tuberi in tutta Europa, ma il fatto era che in Irlanda (e in misura minore in Scozia) la patata, insieme al latte, era da almeno tre secoli il cibo principale della classe povera, ossia della maggioranza delle persone. La malattia infuriò anche l’anno dopo, nel 1846. Non c’erano più patate. La popolazione, che contava 8-9 milioni di persone – compresi i ceti medi e ricchi, che però potevano acquistare cereali –, fu colpita dalla carestia e poi, conseguentemente, da tifo, scorbuto e colera. Morì circa un milione di persone e un altro milione e mezzo fu costretto a emigrare, buona parte negli Stati Uniti. Nonostante la carestia, molti cani erano stati comunque nutriti e così furono portati in America dagli emigranti.

Cowboy, Texas.

Tornando all’Inghilterra, abbiamo accennato al fatto che dal 1860 circa il bull and terrier si divise in due rami,  quello che sarà poi conosciuto come Staffordshire Bull Terrier e il bianco Bull Terrier creato dall’irlandese – ma trasferitosi all’età di 22 anni con la famiglia, nel 1851, a Birmingham – James Hinks. I cani creati da quest’ultimo erano frutto degli accoppiamenti fra il vecchio bulldog inglese, White Terrier, Dalmata e forse Greyhound (in seguito furono aggiunti il Pointer, Whippet, Borzoi e Rough Collie e ancora Staffordshire Bull Terrier). Non erano cani impiegati per il combattimento (del resto ormai illegale), nel senso che non cercavano la lotta ed erano buoni cani per normali famiglie.

Nel 1933 il bull and terrier dello Staffordshire (perché lo Staffordshire Bull Terrier non esisteva ufficialmente) fu menzionato nella rivista Our Dogs nell’articolo scritto da John Bull sui cani da combattimento dei minatori. La cosa interessò il lettore Stewart Poole di Tipton (cittadina della Black County) il quale alla fine del 1934 scrisse una lettera, pubblicata dal giornale, nella quale si chiedeva a chiunque di contattarlo nel caso fosse interessato alla creazione di un club relativo a questi cani. Alla fine ricevette solo nove risposte. Our Dogs pubblicò altri articoli su questi cani, accennando che la loro cattiva fama era cosa ormai legata al passato, anche perché le condizioni di vita della gente e in particolare dei minatori erano migliorate. Circa tre mesi dopo, Joe Dunn chiese al collega di lavoro – lavoravano come fabbri nella produzione di catene alla William Griffins & Sons – Joseph Thomas Mallen, detto Joe, se gli interessasse  creare un club e organizzare un raduno. Dove? Lì a Cradley Heath, al The Cross Guns Inn, che era il pub gestita da Lil, la moglie di Mallen. The Staffordshire Bull Terrier Club fu fondato lì nel 1935.

Tutti gli appassionati della razza che collaborarono con il Club ne erano anche esperti sul campo e pertanto possiamo ben immaginare le animate discussioni fra loro con il fine di stabilire come dovesse essere il vero Staffordshire Bull Terrier, sia morfologicamente sia caratterialmente. E che i punti di vista fossero diversi è evidenziato dal fatto che  lo standard  fu elaborato due volte. Tuttavia, l’opinione comune era che gli esemplari dovessero essere tutti funzionali. Non c’era spazio per lo show se prima questi cani non erano l’espressione perfetta di come doveva essere un cane di tal tipo sul campo. Assolutamente da evitare – e difatti sono gravi difetti – gli occhi chiari, il tartufo rosa (detto “Dudley”), la chiusura molto prognata o enognata delle mascelle (in entrambi i casi quando gli incisivi superiori e inferiori non combaciano) e le dimensioni eccessive sia in altezza sia in peso.

Al pub The Cross Guns Inn si stava in bella compagnia e si inframmezzavano i boccali di birra con sonore e amichevoli scazzottate e il motto di Joe – che quando non lavorava in fabbrica (ci stette 54 anni) allevava cani e galli da combattimento e dava una mano alla moglie – era in pratica: “Che le si prenda o le si dia, dopo facciamoci una bella bevuta”. Del resto era di origine irlandese e quindi pugnace, e si sapeva che i Mallens, Maley e Man della Black Country discendevano dagli operai che dall’Irlanda alla fine del XVIII secolo erano venuti in Inghilterra per costruire i tanti canali della zona (l’acqua era basilare per le industrie). Mallen derivava dal cognome irlandese O’Malley. Ovvio pensare che con gli irlandesi in quella zona siano arrivati anche i cani da combattimento d’Irlanda, che si accoppiarono con quelli locali. Mallen era grande, molto forte e pronto alla rissa, ma lo erano pure gli altri, forgiati dal duro lavoro manuale e dalla vita. Solitamente indossavano pantaloni di fustagno, stivali pesanti, il tipico berretto di stoffa locale e nel caso una sciarpa, poiché le camicie non avevano colletti in quanto – ci si vantava – non se ne producevano di abbastanza grandi per i colli dei fabbri produttori di catene. I cani di Mallen, come i famosi Crossguns Johnson, Gentleman Jim e The Great Bomber, stavano in gabbia nell’ampia cantina, in mezzo ai barili di birra, ma nel pub ce n’erano anche fra gli avventori.

Il pub The Cross Guns Inn. A sinistra col berretto Joe Malle, al centro la moglie Lil.

Joe era appassionato di cani fin da giovane – il padre era appassionato di Whippet e poi di bull and terrier – e crebbe alla sua ombra nonché di quella del vecchio Steve Bannister e di Jack Garratt, uomini che avevano trascorso una vita nel mondo del game. Fu con queste e altre persone che stabilì  “The Rules”, le diciassette regole da osservare rigidamente in occasione dei combattimenti e che ricalcavano quelle adottate decenni prima, solo che ora includevano come comportarsi in caso di arrivo della polizia: il rinvio dei combattimenti in un’altra data e luogo già prefissati, e il pareggio nel caso il combattimento fra i cani fosse già iniziato al momento dell’irruzione della polizia e questo in pratica per salvare le scommesse che si facevano: così nessuno vinceva o perdeva soldi obbligatoriamente già puntati. I proprietari dei cani arrivavano a Cradley Heath anche da lontano per mettere alla prova i propri cani e fare scommesse.

A questo proposito sarà bene dire – visto che nessuno vi accenna – che Mallen e gli altri del club erano tutti fuorilegge, perché facevano combattere cani e galli spesso a morte e nonostante ciò fosse vietato, appunto, dalla legge. Si sbaglia quando si vede quella gente sotto un alone di romantica epopea, perché erano delinquenti che guadagnavano (o perdevano) molto con le scommesse facendo massacrare e spesso uccidere i cani propri e altrui. Per soldi, e forse anche per passione, ma sempre sulla pelle dei cani. Del resto, se giustamente oggi si combatte la piaga dei combattimenti clandestini perché le vittime sono i cani, non è che allora i cani non ne subissero analogalmente e crudelmente le conseguenze.

Joe Mallen.

 Un amico di Mallen, Harry Pegg, possedeva Fearless Joe, un noto combattente. Un certo Croom di Gloucester disse che il suo cane era più forte e ovviamente si organizzò un combattimento.  Fearless Joe vinse in poco tempo e allora Croom invitò Joe Mallen e Harry Pegg a una caccia a brock (nomignolo del tasso) nella sua tenuta. Una volta trovata la tana, Croom mandò dentro un suo Jack Russell, che riapparve poco dopo, ferito e zoppicando. Croom ne mandò un altro e pure quello uscì con la bocca e la testa massacrati dal tasso. A quel punto nella tana si infilò il cane Fearless Joe e là sotto accadde un gran trambusto. Gli uomini scavarono e trovarono il cane che lottava col tasso, tenendolo per la gola. Quando li separarono però Fearless Joe cadde a terra, ferito e sanguinante, anche se non pareva messo molto male. Ma quando lo lavarono e la terra venne via, videro le ferite: aveva perso un occhio, il muso e le labbra erano lacerati e la pelle e la carne della parte anteriore del corpo era stata in buona parte strappata. Croom voleva sopprimere Fearless Joe subito, ma Pegg non ne volle sapere e lo portò al pub per curarlo. Il cane morì prima dell’alba. Era morto per una stupida scommessa. Il tasso invece fu tenuto in una gabbia nella cantina del pub e, poiché morì di vecchiaia, si suppone abbia fatto, pur costretto, analoghi lavori di “bassa macelleria” anche con altri cani.

Mallen nel 1939 fece combattere il suo miglior cane Gentleman Jim (acquistato da cucciolo per uno sterlina dall’amico Dunn e rimasto nella storia della razza) addirittura tre volte nello stesso pomeriggio. Vinse sempre, anche se perse un dente. Gentleman Jim partecipò a diverse mostre canine – fu vincitore del primo Challenge Certificate al Cruft del 1939 – ma, come invece ci si potrebbe aspettare, in tali occasioni lui e gli altri cani non cercavano di ammazzarsi a vicenda. In effetti questi cani erano molto amichevoli, pure dentro al pub The Cross Guns Inn, con i clienti, gli amici e ovviamente la famiglia, e giocavano con qualsiasi bambino. Anche fra loro di norma non accadeva nulla. Ma si tramutavano una volta nel ring di combattimento.

Proprio l’inoffensibilità, di norma, verso gli esseri umani dev’essere spiegata. Se uno di questi cani si fosse dimostrato anche in minima misura pericoloso per l’uomo e soprattutto per i bambini sarebbe stato immediatamente ammazzato. Gli stessi esemplari impiegati nei combattimenti non dovevano rivoltarsi mai né contro il padrone del cane avversario né contro l’arbitro, che regolarmente stava nel ring. E tantomeno contro il proprio padrone, il quale durante le lotte doveva essere in grado di afferrare e portare via il suo cane – vincente o perdente – senza rischiare un morso.

Una reazione istintiva possibilissima in quei momenti, e a farlo si rischierebbe con qualsiasi tipo di cane, piccolo o grande che sia, fosse pure un Chihuahua. Ma in questi cani l’inibizione verso l’uomo era fortissima ed è per questo motivo – a parere di K9 Uomini e Cani, che sia condiviso o no – che sia lo Staffordshire Bull Terrier che l’American Pitbull Terrier e l’Amstaff non dovrebbero essere addestrati seppure nella difesa contro l’uomo, poiché si invaliderebbe una selezione inibitoria portata avanti scrupolosamente da secoli. Anche perché non si è affatto certi che taluni allevatori oggi non riproducano e vendano esemplari magari morfologicamente perfetti ma aggressivi verso l’uomo.

Lo Staffordshire Bull Terrier è un cane relativamente tozzo ma agile, molto performante nelle attività sportive con linee adeguate, di norma più piccolo del suo discendente Pitbull ma non necessariamente sempre più leggero. Un maschio può superare i 17 kg e quindi pesare più di alcuni Pitbull. Tuttavia non è alto, arrivando nei maschi a 40 cm al garrese. Di carattere è piacevolissimo, giocoso, affettuoso e affidabile, con in più innegabili doti di coraggio e a volte una certa cocciutaggine. In pratica, è rimasto lo stesso cane tanto amato dalle famiglie medie britanniche di un tempo. Con gli altri cani dello stesso sesso può essere litigioso, retaggio del passato, ma francamente esistono razze ben più ostiche anche se generalmente ritenute socievoli. Del resto ogni cane ha il suo carattere e perdipiù moltissimo dipende da come li si alleva, seleziona e gestisce.

Tuttavia dobbiamo precisare che non è il nanny dog descritto da tanti allevatori, come non lo è qualsiasi razza in quanto, come già detto, ogni cane ha una sua personalità e il generalizzare non va mai bene. Inoltre nessun cane dovrebbe mai essere lasciato solo con bambini, specie se neonati.

La prima volta in assoluto in cui si citò un nanny dog fu nella rappresentazione teatrale londinese di grandissimo successo Peter Pan,  apertasi il 27 dicembre 1904 al Duke of York Theatre e tratta dal racconto del 1902 dello scrittore scozzese James Matthew Barrie. Nella commedia Nana, la bambinaia, ha un cane San Bernardo, anche se nel romanzo Barrie si ispirò al suo Terranova Landseer. Insomma, lo Staffordshire Bull Terrier (allora ancora bull and terrier dello Staffordshire) non c’entrava nulla. Quasi settanta anni dopo, nel 1971, il giornalista  Walter R. Fletcher  del New York Times intervistò William R. Daniels e la signora Lilian Rant, presidente dello Staffordshire Bull Terrier Club of America. Lilian Rant dichiarò che lo Staffordshire Bull Terrier aveva sì una spiacevole reputazione per via dei combattimenti del passato ma che era talmente adatto ai bambini da essere definito nanny dog. Il problema è che in nessun testo inglese del XIX-inizio XX secolo c’è scritto qualcosa di simile. Semplicemente la Rant prese qualcosa da Peter Pan e lo plasmò su un cane che non c’entrava nulla, e gli allevatori da quel momento lo menzionarono come verità storica, come fece nel 1987 sul Toronto Star nell’articolo titolato intitolato Move to Outlaw Pit Bulls Under Study in Several Cities l’allevatrice nonché presidente della Staffordshire Bull Terrier Association Kathy Thomas, dichiarando: “In Inghilterra, i nostri Staffies erano soprannominati baby-sitter perché erano gentili con i bambini”.

Fortunatamente gli  Staffordshire Bull Terrier, se allevati da persone serie ed educati e gestiti bene dai proprietari, come qualsiasi altro cane, gentili con i bambini lo sono davvero.