(prosegue dalla prima parte) Questi cani tanto comuni furono visti da altri esploratori, forse prima di Schweinfurth. Per esempio dal famoso David Livingstone il quale, ossessionato dal desiderio di scoprire le sorgenti del fiume Nilo, nel 1866 iniziò l’esplorazione fino ad arrivare al fiume Lualaba, che altro non è che la parte iniziale del fiume Congo. Livingstone, di cui da tempo si erano perse le notizie, fu ritrovato nel marzo 1871 da una grande spedizione finanziata dal giornale New York Herald comandata dal giornalista ed esploratore Henry Morton Stanley, dopo 1.100 km di marcia anche attraverso la foresta tropicale.

H.M. Stanley.

Stanley si unì a Livingstone nell’esplorazione della regione. Non solo, Stanley nel 1874 guidò l’esplorazione e la mappatura dei Grandi Laghi e dei fiumi dell’Africa centrale, circumnavigando i laghi Vittoria e Tanganica. In seguito fu assoldato da re Leopoldo II del Belgio per esplorare il Congo (di cui il re si era impossessato in maniera fraudolenta) e creare piste per carri e una catena di stazioni commerciali sul fiume Congo. Nel 1886 Stanley guidò la spedizione di soccorso al governatore del Sudan meridionale, Emin Pasha. Insomma, Stanley girò, tra l’altro, in lungo e in largo il Congo e il Sudan meridionale, terre di Basenji.

Tra l’altro Stanley era appassionato di cani. Nel giornale The Daily Telegraph del 10 agosto 1876, pagina 3, col. 5, il reporter scrisse: Lungo le rive del Lago Victoria, a Usukuma, ho sentito parlare di un popolo vivente più a nord, in possesso di cani di grandi dimensioni dalla natura feroce che sono stati spesso usati per lottare contro i nemici dei loro padroni. La tribù fu poi indicata essere quella dei wakedi, vivente a nord di Usoga (intorno al Lago Kyoga, Uganda). Ma come abbiamo visto nel caso dei Bantu, questi cani erano grandi solo per le qualità non fisiche. Stanley, nella sua imponente spedizione africana, portò con sé diversi cani, di cui i due mastiff Castor e Captain, mentre gli altri tre, ossia Black, Bull e Jack, sarebbero stati bulldog o bull terrier.

1877, H.M. Stanley (seduto al centro, verso il fotografo) con due dei suoi cani.

Una curiosità: i cani di Stanley morirono per varie cause e pertanto, anche se fossero stati ammalati di cimurro o ne fossero sopravvissuti, non lo trasmisero ai cani dell’Africa equatoriale, che non ne erano affetti. Ricordiamo che il primo vaccino fu sviluppato nel 1923 dall’italiano prof. Vittorio Puntoni, dell’Università di Roma. Tuttavia, un vaccino fu in commercio solo negli anni ’40.  Gli altri esploratori bianchi in Africa equatoriale non avevano cani con loro. Pertanto per parecchio tempo i Basenji importati nel mondo occidentale erano altamente a rischio di cimurro, si ammalavano immediatamente e morivano. Si verificava anche con la vaccinazione, ai tempi ancora da migliorare. Non andò purtroppo così per gli indigeni, in quanto le spedizioni esplorative si avvalevano di portatori indigeni a volte ammalati (l’incubazione può essere molto lunga) della cosiddetta e mortale malattia del sonno, il cui vettore è la mosca tze tze, ma pure altre. Queste spedizioni in pratica diffuseo la malattia anche in aree in cui non era presente, provocando un’ecatombe umana.

Nel 1882 fu la spedizione di sir Harry Hamilton Johnston a descrivere i Basenji nella zona della foce del Congo, a Bolobo: Orecchie dritte, testa da volpe e dal manto corto e colorato, non abbaiano mai, mentre l’attaccamento tra queste graziose creature e i loro padroni africani è profondo e completamente ricambiato.

Le popolazioni del Congo – e quindi pure i loro cani – calarono terribilmente a causa dello sfruttamento e distruzione ordinate da re Leopoldo II del Belgio, il quale con la scusa di combattere la schiavitù fece di quell’area un dominio personale chiamato Stato Libero del Congo, durato dal 1885 al 1908. In realtà lo schiavista fu proprio questo spregevole individuo, di cui a Bruxelles ci sono tuttora statue e di cui gran parte dei belgi pare essere ancora fiera.

Donne congolesi amputate delle mani. Al centro re Leopoldo II del Belgio.

Leopoldo si arricchì enormemente col Congo, con l’esportazione di avorio e poi costringendo la popolazione locale a raccogliere caucciù dalle piante, con cui allora si producevano pneumatici per autoveicoli e altro. Interi villaggi vennero requisiti per farne luoghi di deposito e lavorazione della gomma stessa, causando la morte di un numero stimato di 10 milioni di indigeni, su una popolazione totale di 25 milioni. Inoltre chi non lavorava veniva frustato anche mortalmente, ucciso con altri mezzi, e le donne sequestrate e violentate. Era normale punire chi non produceva abbastanza amputandogli le mani. Per risparmiare i proiettili dei fucili si mettevano uno dietro l’altro, vicini, fino a sei indigeni, e il proiettile li trapassava e uccideva tutti.

Un indigeno congolese di nome Nsala osserva le mani e i piedi della figlia di 5 anni.

Congo, indigeni con Basenji.

L’amministrazione del Congo da parte di Leopoldo II viene ancora oggi ricordata come uno dei crimini più infamanti della storia mondiale e Leopoldo II, dopo le accuse da parte di funzionari inglesi e le proteste mondiali, fu infine costretto a cedere nel 1908 la sovranità dello stato e la sua amministrazione al governo belga, che amministrò la colonia fino alla sua indipendenza nel 1960. Vivendo prima quelle popolazioni anche di caccia, cosa che non poterono più fare essendo schiavizzati, anche il numero dei Basenji del Congo crollò.

Il ministro alle Colonie del governo belga Louis Marie Franck in Congo intorno al 1920 osserva il cotone prodotto dagli indigeni. Notare il Basenji sulla destra.

In precedenza, nel 1880 e in Inghilterra, ci fu chi ipotizzò una sorta di standard del Basenji, impresa a dire poco azzardata vista la vastità dell’area di presenza, la scarsissima conoscenza di come fossero realmente questi cani e l’esiguità del numero degli esemplari studiati. Li si chiamò con vari nomi, come Congo Terriers, Bongo (dal nome di un’altra tribù del Sudan meridionale che li usava), Nyam Nyam-Zande Dogs e Lagos Bush Dogs.

I primi Lagos Bush Dogs (ossia i Basenji) furono esposti al Cruft’s Dog Show ad Islington nel 1895. Furono subito acquistati da un privato, ma morirono di cimurro poco dopo l’esposizione. In quello stesso periodo ce n’erano tre al Jardin d’Acclimatation di Parigi e si chiamavano Bosc, Dibue e Mowa. Poi col nome di African Bush Dogs nel 1905 allo Zoo di Berlino, ma chi osservò sia quelli del Cruft che questi scrisse che quelli di Berlino erano notevolmente più grandi. Ma il cimurro era inesorabile. Nel 1912 un Basenji, ma imbalsamato, fece parte della ricostruzione di un villaggio pigmeo allestito al Museo di Storia Naturale di New York City. Helen Nutting acquistò a  Khartum, in Sudan, sei Basenji nativi della zona a ovest di Meridid. Nel 1923 li portò in Gran Bretagna in nave ed erano in buona salute, ma subito dopo essere stati vaccinati morirono a causa proprio degli effetti collaterali della vaccinazione.

Sei anni dopo ci tentò Olivia Burns, in breve anche questi esemplari morirono dopo l’arrivo. Tuttavia la Burns ebbe successo nel 1936 con un’altro gruppo di Basenj e partecipò l’anno dopo al Cruft. Il 9 febbraio 1939 fu istituito  il Basenji Club of Great Britain, il primo club al mondo di appassionati di Basenji. In seguito ne furono introdotti altri e lo standard fu approvato nel 1942. L’American Kennel Club riconobbe il Basenji l’anno dopo.

La ricostruzione del villaggio pigmeo (con Basenji imbalsamato)
al Museo di Storia Naturale di New York.

Per capire le difficoltà incontrate basti leggere cosa scrisse nel 1973 la signora Veronica Tudor-Williams, pioniera della razza: Penso spesso a quanto siano stati coraggiosi i primi allevatori e sono orgogliosa di essere stata una di loro. Stavamo affrontando ogni tipo di sfida, di cui gli attuali allevatori non hanno idea, e spesso penso tra me e me che se non fossi stato molto giovane e molto entusiasta, non avrei potuto continuare.

Per dare una breve panoramica dei problemi: durante il periodo 1939-1943 almeno il 20% dei cuccioli non è sopravvissuto. All’inizio, circa il 50% di tutti i cuccioli presentava gravi ernie inguinali o scrotali, ma per fortuna questo problema è stato tenuto sotto controllo più rapidamente rispetto a una cattiva dentizione, sebbene le ernie ombelicali gravi persistessero a lungo. E quando dico grave, intendo grave, con ernie a volte grandi come noci. Poi abbiamo avuto il problema dei cani color crema: un bel colore, ma piuttosto rovinato da nasi rosa, palpebre rosa e occhi gialli. Direi che il 20% dei primi cuccioli nati erano color crema, e talvolta erano più numerosi dei rossi in una cucciolata. Oltre a tutto ciò, nei primi giorni avevamo un po’ di palatoschisi, ma questo è andato rapidamente via. E abbiamo avuto le Sindromi del cucciolo nuotatore, che sono cuccioli con zampe che cedono, pochi di numero ma abbastanza da essere un problema, e sono felice di dire che non ne abbiamo visti in così tanti anni.

Come si può capire, tutti questi problemi principali non lasciavano molto spazio per la selezione dei tratti fisici, né permettevano di essere eccessivamente selettivi. Avevamo bisogno di determinare quali fossero i buoni cani e come li avessero influenzati i sei mesi di isolamento in quarantena necessari per consentire l’ingresso in Gran Bretagna. E quali non erano originariamente così buoni, il che con tutte le migliori intenzioni poteva essere determinato solo per tentativi ed errori.

La signora Tudor-Williams andò a cercare esemplari tipici nei luoghi più disparati di quell’area africana. Dove si potevano trovare esemplari che non avevano contatti con altri cani? Per esempio in un lebbrosario del sud del Sudan, dove ovviamente nessuno si azzardava ad andare (che avesse un cane al seguito o no). E infatti li trovò. La Tudor-Williams raccontò che, pur in mezzo a tale malattia, povertà, segregazione e squallore, una donna indigena non solo si rifiutò di venderle il cane ma si offese quasi per la proposta. L’allevatrice scrisse: Parliamo di altre nazioni e soprattutto di quelle di colore che non amano i cani, ma come si potrebbe chiamare questo se non amore?L’esemplare infine trovato dalla Tudor-Williams fu Fula, presso una tribù della provincia di Equatoria nel sud del Sudan. Fu portata in Inghilterra nel 1959 e i suoi discendenti sono tra i migliori Basenji del mondo.

Veronica Tudor-Williams con indigeni e Basenji nel sud del Sudan.

Una opinione comune è che il Basenji abbia beneficiato dalla selezione, come dichiarò già nel 1982 il giudice cinofilo statunitense Rayne: I primi Basenji che giudicai 40 anni fa non erano eleganti come oggi,  c’è stato un miglioramento delle andature, ma la razza oggi spesso manca di rughe e di espressione tipica. I cani dell’epoca erano raramente tricolore, per lo più rosso con meno bianco rispetto ad oggi. Il Basenji è una delle poche razze che nel complesso è migliorata da quando ho iniziato a giudicare 40 anni fa.

La razza si affermò gradualmente prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti e in Canada, trovando un pubblico sempre più vasto nei paesi anglosassoni. Tuttavia oggi è una razza meno diffusa: per esempio negli Stati Uniti, secondo l’American Kennel Club, è diminuita negli ultimi dieci anni, calando dal  71 ° posto del 1999 al 93° nel 2011.

La signora Veronica Tudor-Williams con uno dei suoi esemplari.

I Basenji, come poche altre razze di cani, entrano in estro solo una volta all’anno. E non abbaiano, ma la teoria che sostiene sia il risultato di un’apposita selezione affinché non attirino l’attenzione di potenziali nemici è quantomeno fantasiosa. Infatti non sono muti, e i suoni emessi comunque avrebbero attirato tribù nemiche ben capaci di muoversi in natura. Inoltre, i cani dei vicini Nyanga del Lago Kivu, incrociati con i Basenji, abbaiano nonostante anche lì esistessero tribù nemiche e in pratica gli stessi modi di vita e rischi.

Un Basenji dell’Allevamento Lamadì.

Come già scritto, originariamente (e così tuttora in Africa dove li si usa) i Basenji erano di diverse dimensioni, ma oggi esiste un preciso standard. Quello che bisogna sapere è che sono atletici, veloci, agili, essendo cani da caccia con un alto istinto predatorio. Insomma, non sono cani da divano – anche se si adattano obtorto collo – e necessitano di movimento. Ma al guinzaglio, a meno che non si voglia rischiare che spariscano all’orizzonte dietro a qualche gatto sconosciuto o altro piccolo animale. Questi cani, tuttora poco diffusi pure in Italia, non temono tanto il (normale) freddo, quanto l’umidità e la pioggia, cosa stranissima visto che le foreste del Congo da cui provengono sono pluviali e quindi piove tantissimo, anche alcune tonnellate d’acqua l’anno per metro quadrato.

Sono cani molto attaccati al padrone, curiosi e attenti, rustici e di norma longevi. Ovviamente  intelligenti, ma usano la testa loro e si comportano di conseguenza, e quindi non sono facilmente addestrabili come altre razze meno primitive. L’addestramento ripetitivo li annoia presto, ma se vorranno fare qualcosa a loro gradito si dimostreranno degli Einstein, poco ma sicuro!