(segue dalla parte terza) Anche in Europa ci sono testimonianze sulla cura dei cani nel medioevo. Non solo, ovviamente, quanto a cure veterinarie ma anche per quanto riguarda la toelettatura, intesa come lavaggio, taglio del pelo con le forbici e pulizia del pelo con panni, pettini e spazzole. Esistevano pure pettini di piombo, il cui uso veniva consigliato anche per scurire i capelli, ma non sappiamo se venissero usati pure per pettinare i cani.

Le Livre de Chasse, fol. 31V, composto tra il 1387 e il 1389 da Gaston Fébus
(Gaston III di Foix-Béarn, 1331-1391 )

A proposito invece delle forbici – utensile basilare nella toelettatura dei cani anche oggi – nel medioevo, a seconda dell’area e del popolo che le usavano, esistevano sia quelle di tipo antico sia quelle con perno, entrambe in uso a Roma secoli prima. Ricordiamo che quelle più antiche erano costruite sul modello della leva del terzo genere, in cui la forza motrice (espressa dalla mano) veniva applicata tra il fulcro e la forza resistente (ossia quello che si voleva tagliare) e infatti questo tipo di forbici era composto da due lame la cui base era collegata da un sottile ferro piatto ed elastico a “U”. L’utente andava ad applicare la forza sulla parte iniziale delle lame avvicinandole e sfruttandone la capacità tagliente. Le forbici a perno invece sfruttavano, e sfruttano, il concetto di leva del primo genere. Le due sezioni che comprendono manico e lama sono unite da un perno o fulcro (una vite oppure un rivetto) posizionato tra la lama e il manico. Grazie al tipo di leva utilizzato, la capacità di taglio viene sfruttata quanto più ciò che si vuole tagliare è posto vicino al fulcro. Le forbici rimasero pressoché identiche dall’antichità fino al XVIII secolo quando, nel 1761, Robert Hincliffe aprì la prima manifattura per la produzione di forbici realizzate con acciaio fuso, temprato e lucidato.

Tornando ai cani nel medioevo, si dice (noi ne dubitiamo molto…) che gli si lavassero persino i denti con vari prodotti vegetali utili, come per esempio la mela. Anzi, tale uso – con gli stessi prodotti e modi utilizzati dagli umani, o almeno quelli che lo facevano – si avvaleva di misture più o meno efficaci pestate e mischiate: corteccia, menta e allume (antica Mesopotamia); impasto a base di estratti di crespino e pepe (antica India); verderame, incenso e una pasta a base di birra dolce e fiori come il croco, oppure pomice polverizzata e aceto di vino (antico Egitto); carbone, allume, ossa animali, gusci di molluschi, cortecce ed estratti vegetali di vario tipo, oppure una mistura di sale, allume e aceto (Grecia, IV secolo a.C.); urina invecchiata – quindi contenente ammoniaca – qualche giorno per sbiancare i denti (antica Roma). Ma di ricette e intrugli simili ce n’erano molti.

Sarà bene chiarire che il lavare i denti ai cani – allora sempre funzionali e ben dotati di denti perfettamente sani –, se avvenuto, sarebbe stata cosa ben difficoltosa e comunque una bizzarria rarissima, in quanto dal medioevo incluso e per secoli l’igiene era cosa sconosciuta o addirittura temuta per le persone, figuriamoci per gli animali. Valeva pure per i ricchi nobili, e nei secoli successivi. Il famoso Luigi XIV di Borbone, detto Re Sole (1638-1715) e che in Francia fece realizzare tante opere d’arte – inclusa la Reggia di Versailles – in tutta la sua vita si racconta che non abbia fatto più di due bagni, e in giovane età era già completamente privo di denti. A quell’epoca i ventagli, tanto apprezzati e usati a corte, erano il rimedio ideale per evitare all’interlocutore che stava di fronte la vista di denti mancanti o cariati nonché l’odore del proprio alito. Il profumo in Francia aveva questa funzione di necessaria copertura. Le parrucche venivano mantenute, meglio dire appiccicate, sulla testa con grasso animale e in breve pullulavano di pidocchi.

Una cosa, alcuni toelettatori e aziende del settore dicono che nel medioevo per pulire i denti ai cani si usassero gli spazzolini, ma tale strumento in Europa arrivò solo dopo. I cinesi l’avevano usato (ma per gli umani) già dalla dinastia Tang (619–907), è vero, con peli di maiale fissati a un ossicino o a un bastoncino di bambù, però le setole erano troppo morbide e si deterioravano presto, divenendo un ricettacolo di batteri. Lo spazzolino a setole si diffuse in Europa, portato dalla Cina, nel XVII secolo e sappiamo che nel 1690 in Inghilterra erano in vendita. Sempre in Inghilerra nel 1780 furono prodotti i primi spazzolini d’Europa.

Apriamo una parentesi e forniamo una precisazione: alcuni toelettatori odierni si propongono pubblicamente per il trattamento di pulizia dei denti dei cani, anche avvalendosi di spazzolini a ultrasuoni, ma in realtà potrebbero semmai solo lavare i denti di un cane o fare un trattamento di mantenimento della pulizia ma non pulirli, in quanto tale complessa attività, ossia la detartrasi, richiede l’anestesia del cane e rientra in ambito medico veterinario. Il termine “pulizia” pertanto è foriero di diffide e procedimenti legali, anche se si specifica che si fa senza anestesia e con questi particolari spazzolini sulla cui efficacia comunque non entriamo nel merito. L’Ordine dei Medici Veterinari infatti spiega: Negli ultimi anni si è assistito al proliferare di figure professionali che si occupano a vario titolo della salute degli animali domestici. Tra queste si annovera quella di “igienista dentale” per cani, che offre la possibilità di effettuare una pulizia dentale ai cani senza anestesia. A seguito di diverse segnalazioni ricevute da questo Ordine professionale, riteniamo opportuno effettuare una informazione dettagliata sui rischi derivanti da un trattamento dentale non eseguito correttamente e secondo le procedure ormai largamente descritte in letteratura medica. E’ opportuno inoltre ricordare che la profilassi dentale e l’“igiene dentale” costituiscono “atto medico veterinario”, e sono pertanto di esclusiva pertinenza del Medico Veterinario laureato, abilitato ed iscritto all’Ordine professionale. La mancanza di tali requisiti prefigura il reato di abuso di professione.

Tornando ai cani nel medioevo, tali compiti erano svolti dai garzoni dei canili di proprietà dei ricchi nobili e dovevano comunque essere limitati a quell’ambito, che era solo una piccola parte delle loro mansioni. Insomma, nel medioevo non esistevano i toelettatori di professione. Ma esistevano senza dubbio molti in grado di farlo e bene, come dimostrato dal Barbone.

Il Barbone – e così altri tipi simili poi divenuti razze – era impiegato nella caccia all’anatra e come cane da riporto in acqua e per questo motivo veniva toelettato per facilitargli il lavoro nell’acqua. La tosatura nella parte posteriore del corpo aveva il fine di lasciargli maggior libertà nel nuoto con gli arti posteriori, mentre nella parte anteriore il pelo veniva lasciato crescere per dare una protezione, dal freddo e dal vento, agli organi più importanti come i polmoni e il cuore, nonché per proteggere il corpo dai graffi delle piante. Il ciuffo sulla coda era invece ritenuto utile per renderlo visibile al padrone quand’era in acqua o fra la vegetazione. Per aumentare tale visibilità a volte gli si legava alla coda anche un nastro colorato. Naturalmente il cane non veniva tosato nei mesi invernali, perché altrimenti tra il freddo e l’acqua gelata in cui doveva cacciare avrebbe sofferto molto e si sarebbe disabilitato, se non peggio. Allora i cappottini per cani non esistevano… Inoltre ricordiamo che in quel periodo non c’erano le norme sulla caccia di oggi e quindi le anatre si cacciavano anche nella bella stagione e non solo in autunno/inverno.

Chi la pensa diversamente potrà fare una prova empirica entrando in mutande in acqua in inverno e passeggiando poi, sempre in mutande, per alcune ore, magari in presenza di vento. Sarà bene chiarire che tale uso storico si basa su pure opinioni nate sul campo e poi diffusesi, e non corroborate da alcuna vera necessità, altrimenti sarebbero così anche le altre razze da riporto che pur operando in ambienti identici non venivano né vengono toelettate, eppure sono altrettanto valide. Senza andare troppo lontano, il simile Lagotto Romagnolo oggi viene usato per la ricerca del tartufo ma prima era un cane da riporto in acqua – nato ben prima del Barbone o del  Cane d’acqua portoghese (si arriverebbe fino agli etruschi) – e largamente impiegato nelle zone paludose del delta del Po e in particolare nel Ravennate e nelle pianure di Comacchio. Gli veniva tagliato il pelo come il Barbone? No. Il Lagotto funzionava lo stesso in acqua e tra la vegetazione delle paludi? Sì.

Lagotto Romagnolo. Andrea Mantegna 1450, Camera degli sposi (particolare), Palazzo Ducale, Mantova.

Comunque il Barbone grazie a questa toelettatura funzionale, e soprattutto alla sua bellezza e particolare pelo, può essere considerato la razza da cui nasce l’arte della toelettatura. I re e il loro seguito nobiliare ne divennero grandi detentori e appassionati dal XVI secolo e il successo fu tale che questa rustica razza è stata infine inserita tra i cani da compagnia dalle associazioni cinofile internazionali. Fortunatamente, nonostante questo, non ha perso nulla caratterialmente e morfologicamente e viene tuttora impiegato con successo nella caccia. Anzi, una cosa ha perso: il manto con parti di più colori, in quanto il colore “solido”, monocolore, di oggi è solo una scelta selettiva e non ha nulla di storico. Una curiosità: il Barbone per via della toelettatura citata prima e quindi con quella sorta di criniera intorno alla testa e sul petto, veniva chiamato anche “cane leone”. Il lettore attento ricorderà che dall’inizio di questo articolo cani cosiddetti leone sono citati più volte. L’auge partì nel XVI secolo e proseguì in quello successivo. Un motivo di questo successo del Barbone fu dovuto alla somiglianza tra le parrucche tanto in voga e l’aspetto del cane toelettato, che era simile. Insomma, tale cane tale padrone. In effetti, la parrucca dipinta nel quadro raffigurante Luigi XIV, il re Sole, non pare essere molto lontana dalla testa di un cane Barbone.

Luigi XIV, Re di Francia, in un ritratto di Charles Le Brun del 1661.

Cane Barbone in una stampa d’epoca.

Tale successo della toelettatura proseguì e anzi aumentò nel XVIII secolo sotto il successivo re di Francia, Luigi XV, grande cultore della caccia e appassionatissimo di cani da caccia, tanto da averne 250 di cui conosceva il nome di ciascuno. Ma a corte ne aveva di altro tipo, incluso un Barbone, anche se Dufort de Cheverny nelle sue memorie scrisse che il preferito del re era Filou, un King Charles Spaniel. Ovvio che la corte e il resto della nobiltà si adeguasse, copiando, a quelli che erano i gusti del re – anzi dei re, come abbiamo visto – procurandosi cani Barboni con le stesse caratteristiche e che erano veri status symbol. Naturalmente non bisogna pensare che i Barboni fossero tutti così privati di pelo, perché per esempio quelli che seguivano gli eserciti come mascotte o come cani da guardia (detti Barbet, ma allora erano la stessa cosa) il pelo l’avevano eccome, e tutto. Basti pensare ai moltissimi che seguirono l’esercito napoleonico in Russia nel secolo successivo, di cui alcuni sopravvissero in inverno e con temperature rigidissime nonostante non avessero sottopelo. Tuttavia non sappiamo se un secolo e passa fa questi cani avessero il sottopelo (il Lagotto per esempio oggi l’ha, ma prima non sappiamo) o no, e naturalmente potevano accoppiarsi liberamente con altri cani dotati di sottopelo. Insomma, ogni ipotesi è buona, inclusa quella che in determinate condizioni atmosferiche estreme al Barbone/Barbet crescesse il sottopelo o almeno un po’.

Sarà bene ribadire che in quei tempi non esistevano le razze canine ma solo tipi e all’epoca Barbone e Barbet erano lo stesso cane. Barbet, che significa barba o barbone (termine usato nel XVI secolo dal cinofilo Jacques du Fouilloux), venivano infatti chiamati tutti i cani di questo genere e di tale aspetto. Anche il Lagotto Romagnolo era praticamente indistinguibile dai primi due. Dobbiamo anche chiarire che sia il Lagotto sia il Barbet sono stati “ricostruiti” dopo che i pochi esemplari rimasti erano stati incrociati con altri cani  di diverse razze – di cui alcuni addirittura di origine ignota – e quindi quelli di oggi non sono quelli del passato. Addirittura i Barbet, secondo l’unica allevatrice italiana della razza e che ha gli esemplari più puri al mondo, istintivamente puntano la selvaggina come un Pointer…

Un altro cane della corte francese, e non solo, era il Bichon Petit Chien Lion, risalente almeno alla fine del medioevo e avente sangue di Barbone/Barbet, oltre che di Bichon (quest’ultima non è una razza, ma diverse piccole razze simili da compagnia). Bichon deriva dal francese barbichon, che significa petit chien barbet, ossia piccolo cane Barbet. Nelle corti francesi già nel XVII secolo si indicavano con lo stesso nome generico “cane-leone” sia il Barbone/Barbet sia il più piccolo Bichon Petit Chien Lion, che aveva circa le dimensioni del Barbone di taglia nana attuale. Non ebbe il successo del Barbone neppure alla corte dei re francesi, tanto che Georges-Louis Leclerc, dal 1773 conte di Buffon e in ottime relazioni personali con re Luigi XV, nella sua opera Histoire naturelle, générale et particulière, avec la description du Cabinet du Roi in 36 volumi e pubblicata tra il 1749 e il 1789, descrisse il Bichon Petit Chien Lion specificando però che era raro. Oggi è ancora più raro. Comunque veniva toelettato pure lui e, parimenti agli altri cani soggetti a questi trattamenti, i toelettatori usavano anche misture ritenute valide per la cura del pelo di questi animali, come l’utilizzo di liquori e il latte acido per dare brillantezza al manto nonché gli impacchi di crusca tiepida.

Bichon Petit Chien Lion (particolare) nel quadro Banquet Still Life, 1644,
di Adriaen van Utrecht (1599-1653), Rijksmuseum, Amsterdam, Olanda.

Prima della Rivoluzione Francese (1789-99) ed esattamente nel 1774 la toelettatura di un cane fatta da un coiffeur pour chiens veniva pagata dal nobile proprietario (ai contadini, che erano i poveri nonché la stragrande maggioranza, era vietato tenere i cani) 1 franco e 4 soldi: ossia il salario giornaliero di un operaio. Quindi i toelettatori della corte di re Luigi XV erano meno a buon mercato dei toelettatori di oggi (considerando lavaggio e tosatura), i cui costi aumentano però anche notevolmente con la strippatura e nel caso di grandi esemplari.

La moda dei cani elegantemente toelettati si diffuse presso le corti reali europee, tra principi, altri nobili e semplici ricchi fino a diventare un fenomeno internazionale. Sia chiaro, sempre legato alle classi abbienti e non certo al popolino che viveva nei secoli XVIII e XIX in condizioni sociali e igieniche che potremmo definire spaventose secondo i canoni attuali e occidentali. Chi poteva permetterselo e ne era attirato, in Francia trovò persone che – intuita la possibilità di sbarcare il lunario e guadagnarsi la classica pagnotta giornaliera (cosa allora non scontata) – si dedicarono a questa attività, normalmente lungo le rive di canali o fiumi. Venivano chiamati tondeuses de chiens e anche les toutous bourgeois perché toelettavano i cani della gente borghese, quindi non povera ma neppure ricca. (segue nella parte quinta)