L’Africa equatoriale, la parte meno conosciuta del cosiddetto Continente Nero, dal XIX secolo attirò nel mondo frotte di appassionati da tavolino, quelli che oggi usano Internet. Ma allora c’erano solo i libri, zoo (quasi tutti pessimi) e circhi e infine i film. I diari degli esploratori andavano a ruba. Anche il Congo e il meridione del Sudan erano luoghi sognati da bambini e adulti, ed erano l’area del Basenji. Del Congo si era infine saputo di più dopo il genocidio di indigeni (10 milioni di morti) perpetrato da un re delinquente, Leopoldo II del Belgio, che ne aveva fatto una proprietà personale con l’inganno e la violenza. Ma chi divulgò il tema della foresta tropicale africana a livello mondiale fu lo scrittore Edgar Rice Burroughs con il suo personaggio Tarzan, apparso per la prima volta nel romanzo Tarzan delle Scimmie (Tarzan of the Apes) pubblicato nel 1912 e seguito da tutta una serie di decine libri, fumetti, televisione e film. Il personaggio di Tarzan è successivo come creazione a quello di Mowgli de Il Libro della Giungla (The Jungle Book, 1894) di Rudyard Kipling, ma Mowgli viene allevato dai lupi nella giungla indiana, invece Tarzan dalle grandi scimmie della giungla africana.

 

Una curiosità: sia dalla descrizione nel romanzo sia in molti fumetti del primo periodo appare evidente che queste scimmie non fossero affatto gorilla, ma una sorta di giganteschi scimpanzé. Bene, gli indigeni e pure i cacciatori come Merfield sapevano benissimo di questi particolari animali. Merfield negli anni Trenta pubblicò persino un libro con le fotografie di queste scimmie chiamate dagli indigeni con vari nomi, come Choga, ma che sono comunque scimpanzé, seppure più grandi. Ebbene, la scienza ufficiale li scoprì solo nel 1996 in Congo (Repubblica Democratica del Congo), chiamandoli Bili e dando la notizia come sensazionale. La classica scoperta dell’acqua calda… Questo per fare capire quanto il Congo e la foresta pluviale africana – lo stesso mondo dei Pigmei e del Basenji – possano ancora stupirci e affascinarci.

Con i primi film di Tarzan ebbe grande incremento la produzione cinematografica di altre opere ambientate nelle foreste, con protagonisti rudi cacciatori come quelli interpretati da Stewart Granger in Le miniere di re Salomone (King Solomon’s Mines) del 1950 diretto da Compton Bennett e Andrew Marton, e Clark Gable nel 1953 in Mogambo diretto da John Ford (alla ricerca dei gorilla e girato nell’allora Congo Belga e in Uganda). Alcuni dei protagonisti dei vari film avevano la parte di cacciatori soprattutto fornitori di animali selvatici per gli zoo di tutto il mondo, come appunto il personaggio interpretato da Robert Mitchum nel film Tempeste sul Congo (White Witch Doctor, 1953) diretto da Henry Hathaway. Si svolge nel 1907 nel  Congo Belga.

E proprio il fascino e l’interesse dato da Tarzan fece crescere tutta una serie di “cacciatori bianchi”, di cui solo pochi, come l’italiano Attilio Gatti o Fred G. Merfield, uccidevano i gorilla. Gli altri cacciatori reputavano un’infamia ammazzare questi animali. Troppo facile e troppo inoffensivi o quasi.

E i Basenji, direte voi? Ci arriviamo subito, con il tedesco Henry Heribert Fredrich Trefflich, nato e cresciuto al Tiergarten di Fockelmann, uno zoo di Amburgo di cui suo padre era il direttore (nonché importatore di animali selvatici e fornitore di serpenti all’istituto Pasteur per la ricerca sugli antiveleni). Henry Trefflich si trasferì negli Stati Uniti ottenendo poi la cittadinanza e divenendo uno stimato importatore e commerciante di animali dall’Africa, Asia e Sud America, che vendeva a zoo, circhi, studi di Hollywood e anche a vari istituti di ricerca privati e governativi. La sua attività aveva sede a Manhattan, New York City, finché anche quell’area fu acquistata  per la costruzione del grattacielo World Trade Center di New York (quello poi distrutto nel 2001 dall’attentato dei terroristi).

Henry Trefflich.

Henry Trefflich si occupava di molti tipi diversi di animali, ma le scimmie erano la sua specialità (lo chiamavano Re Scimmia) e ne fornì pure alla NASA per il programma spaziale, alcune delle quali effettivamente partite per lo spazio e tornate con successo.  Trefflich fornì diversi scimpanzé nel ruolo di Cheeta per i vari Tarzan, visto che per ogni film ne servivano alcuni e dovevano tutti essere di piccole dimensioni e giovani di pochi anni (vivono fino a 35 anni e arrivano sino a 70 kg) in quanto imprevedibili e pericolosi. Anche così alcuni dovettero essere abbattuti perché attaccarono e ferirono gli stessi attori o altri, come la Cheeta che nel 1957 in California aggredì il proprietario e fu abbattuta dalla polizia mentre stava attaccando un gruppo di bambini. Insomma, Trefflich – oltre a fornire Leo, l’ultimo leone che apparve ruggendo all’inizio dei film della casa cinematografica Metro-Goldwyn-Mayer – con le scimmie ci guadagnava, e così pure con i gorilla, grandi e grossi ma che morivano spessissimo per un nonnulla pure negli zoo. Trefflich prese a importarli da piccoli dal Congo (la mortalità era altissima), unendoli a Basenji, di cui due, Kindu e Kasenyi, sono nei pedigree di moltissimi cani di questa razza.

In una foto del giornale Life del 22 settembre 1941 si vede un Basenji insieme a due piccoli di gorilla. In realtà questi gorilla erano otto ed erano prenotati così: quattro allo Zoo di S. Louis, due a quello del Bronx (i poi famosi Makoto e Oka) e due a quello di S. Diego. Erano stati catturati nell’Africa francese libera, che includeva Ciad, Camerun francese, Ubangi-Shari, Gabon, Congo francese. I cani che li accompagnavano, e che avevano fatto amicizia con i gorilla, provenivano dal Congo francese e furono riuniti a Brazzaville. Una curiosità a proposito di questa città, capitale della Repubblica del Congo (confinante con la ben più grande Repubblica Democratica del Congo): sarà bene ricordare che fu fondata dall’esploratore italiano Pietro Paolo Savorgnan di Brazzà, dai modi gentili verso gli indigeni e dal comportamento lontanissimo da quello degli altri esploratori bianchi dell’epoca per via dei suoi metodi non violenti e la sua repulsione verso lo sfruttamento coloniale. L’esempio che lasciò fu tale che il nome della capitale non è stato mai cambiato.

Tornando all’arrivo dei cani, si trattava di un maschio e femmina di Basenji. Dovevano essere di più: Phillip Carroll, referente di Henry Trefflich in Africa, infatti ne aveva raccolti undici, ma poco prima della partenza della nave ne fuggirono sette. Altri due morirono durante il viaggio. Trefflich li esibì – chiamandoli Congo e Libra – nel 1942 al Westminster Kennel Club Show, poi li vendette all’allevatore cinofilo californiano John Taaffe, che li chiamò Kindu e  Kasenyi. Nel 1945 negli Stati Uniti il costo di un cucciolo di Basenji era di 250 dollari i maschi e 350 le femmine (per un esempio, un insegnante di scuole pubbliche percepiva circa 1.500 dollari per un intero anno).

Trefflich, che morì nel 1978 all’età di 70 anni, era esperto pure in marketing e sapeva come funzionavano i giornali:  una volta dalla sede della sua azienda di New York fuggirono un centinaio di scimmie, aggirandosi poi per Wall Street, ma non mancarono gli scettici per nulla convinti che la fuga fosse accidentale. Il gorilla suscitava anche allora grande fascino, basti pensare che l’esemplare chiamato Gargantua esposto al The Ringling Bros. e Barnum & Bailey Circus attirò da solo così tanti visitatori da salvare dal fallimento il circo, in gravi difficoltà economiche.

Gargantua era stato catturato da piccolo nel Congo Belga ed era pacifico, finché un marinaio ubriaco non gli gettò sulla testa dell’acido che lo sfigurò a vita, lasciandogli un’espressione digrignante. Si affezionò molto all’allevatrice di cani San Bernardo, parecchio eccentrica, Gertrude Ada Davies Lintz  – che lo teneva addirittura vestito con abiti da uomo nel suo appartamento di Brooklyn, a New York, e lo portava per la città seduto sul sedile anteriore dell’automobile  – la quale però per sicurezza personale infine lo vendette al circo per 10.000 dollari (pari a oltre 170.000 euro di oggi). Gargantua, tenuto sempre in gabbia e ingiustamente definito come un feroce mostro per attirare le masse, era tuttavia effettivamente pericoloso, e ne aveva tutte le ragioni. Che facesse paura era ovvio, visto che pur essendo alto solo 168 cm su due zampe, pesava ben 270 kg. Morì di polmonite nel 1949, nonostante la gabbia con vetri e aria condizionata.

Ovvio quindi che un cane nativo dell’Africa equatoriale – di quelle stesse foreste misteriose popolate da gorilla e pigmei e percorse da esploratori e cacciatori bianchi, luogo di vita del personaggio di Tarzan e mostrato in tanti film hollywoodiani – beneficiasse anche se solo in parte di una eccezionale visibilità mondiale.

Il povero Gargantua.

Un Basenji lo si vede nel film del 1952 La regina d’Africa (The African Queen) diretto da John Huston e con interpreti principali Humphrey Bogart (che vinse l’Oscar come Migliore attore protagonista) e Katharine Hepburn. Si svolge nel 1914 in Africa orientale tedesca, durante la Prima guerra mondiale. Bogart faceva la parte di un burbero e gran bevitore capitano di un battello fluviale che aiuta una donna contro i tedeschi. La parte era ottima per Bogart il quale nella vita beveva superalcolici come una spugna, così come il regista Huston. Anzi, visto che le riprese esterne furono fatte nell’allora Congo Belga e in Uganda (il villaggio e la chiesa che si vedono all’inizio del film furono costruiti appositamente a Port Butiaba sulla riva del Lago Albert in Uganda, al confine con quella che oggi è la Repubblica Democratica del Congo) c’erano problemi sanitari e la Hepburn e la troupe bevevano solo acqua in bottigle sigillate portate dagli Stati Uniti, ma nonostante questo furono colpiti dalla dissenteria. Ma Bogart e Huston no, visto che bevevano solo  superalcolici.

Da dove spuntò fuori il Basenji utilizzato nel film? Con ogni probabilità da qualche figurante locale che ne aveva uno e che Huston notò e riconobbe. Il regista infatti era appassionato di caccia, anche con i cani. Anzi, addirittura sospese le riprese del film andandosene a caccia e portandosi pure dietro la  Hepburn la quale oltre trent’anni dopo scrisse di come si salvò per miracolo da un branco di animali selvaggi. Su questa curiosa vicenda venatoria, riferendosi proprio a Huston, nel 1990 Clint Eastwood diresse e interpretò il film Cacciatore bianco, cuore nero (White Hunter Black Heart).

Il Basenji in La regina d’Africa.

Il Basenji rispunta in un film indiano del 1955, di grandissimo successo in quello stato e pluripremiato nel mondo, ossia Pather Panchali, diretto da Satyajit Ray e prodotto dal governo del Bengala occidentale. Fu il primo di una trilogia. La trama descrive l’infanzia del protagonista Apu (Subir Banerjee) e di sua sorella maggiore Durga (Uma Dasgupta) e la dura vita del villaggio della loro povera famiglia. Apu fa amicizia con un cane randagio, interpretato da un Basenji. Di come sia capitato lì un cane di questa razza non abbiamo nessuna idea. Comunque il regista Ray, che aveva contatti nel mondo, mostrò un primo passaggio di Pather Panchali proprio al regista John Huston, che era in India alla ricerca di location per un suo film.

Una scena di Pather Panchali.

Tuttavia il film che più di altri fece conoscere il Basenji fu Good-bye, My Lady, del 1956, diretto da William A. Wellman e adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di James H. Street.

La trama è semplice: il giovane orfano Skeeter (interpretato da Brandon deWilde) viene cresciuto in una capanna nella palude del Mississippi dal suo povero e sdentato zio Jesse Jackson (Walter Brennan). Vita dura e grama. Una notte si sente un rumore misterioso e scoprono che è stato causato da una piccola cagna randagia che, constateranno poi, non abbaia come gli altri cani. Anzi, non abbaia proprio, anche se non è muta. La cagna è buona per la caccia, e la usano. Tempo dopo Skeeter scopre che mesi prima era stato esposto un annuncio riguardante una femmina di Basenji (e il bambino e lo zio manco sanno cosa sia). Skeeter risponde all’annuncio, arriva un rappresentante del legittimo proprietario del cane, il quale nota quanto siano ormai affezionati i due. Regala il cane al bambino? Manco per sogno, piglia il cane e se ne va. Però dà una ricompenso di 100 dollari con cui zio Jesse acquista finalmente una dentiera, e gli rimangono pure un po’ di soldi per versare un acconto per un buon fucile da caccia. Sia i lettori del libro che gli spettatori del film rimasero, e rimangono, basiti dall’epilogo, e li si capisce. https://www.youtube.com/watch?v=EEB3kelnpqM

Il cane protagonista del film era My Lady of the Congo, un cucciolo di Basenji di sei mesi di  proprietà dell’allevatrice inglese Veronica Tudor-Williams – tra l’altro autrice nel 1946 del fondamentale libro Basenjiis, the Barkless Dog – , che lo portò a Hollywood insieme ad altri quattro esemplari della stessa razza, tra cui il fratello di Lady,  My Lord of the Congo, e Flageolet of the Congo, successivamente Campione internazionale. Ma le scene le fece quasi tutte My Lady. Quando si gira un film non si usa solo un cane, ma diversi simili per dare il cambio o per altri motivi. Insomma, meglio averne in più. E parve una scelta giusta, infatti due Basenji – sull’aereo che li trasportava  ad Albany, Georgia (location del film) – stavano tranquilli nell’area passeggeri, ma gli altri tre in gabbia presero a ululare per ore e con tanta foga che il pilota stava per farli buttare fuori, e con tutta la gabbia.

My Lady of the Congo anche quando non c’erano le riprese trascorreva tutto il tempo con Brandon deWilde e divennero molto amici. Del resto era stato pattuito prima che alla fine del film My Lady sarebbe divenuta proprietà personale del ragazzo. A riprese del film da poco iniziate – era l’agosto 1955 – l’allevatrice ricevette una lettera dagli Stati Uniti. Ecco il testo: Gentile signorina Tudor-Williams, mi dispiace molto di non aver scritto prima ma ero semplicemente troppo occupato. Voglio ringraziarla così tanto per il cane, My Lady, e per il libro sui Basenji. Il libro fornisce tutte le informazioni sui Basenji. Amo moltissimo Lady e non vedo l’ora che il film sia finito così posso portarla a casa e tenerla per me. Le riprese iniziano l’8 agosto e Lady è meravigliosa in esso. Grazie ancora, cordiali saluti. Brandon de Wilde.

Una scena di Good-bye, My Lady.

Il protagonista di Good-bye, My Lady, Brandon deWilde, a 11 anni aveva avuto un ruolo nel film Il cavaliere della valle solitaria (Shane, 1953) per il quale era stato nominato per l’Oscar come Miglior attore non protagonista. Bravo attore, anni dopo – quando ne aveva 30 – stava guidando un camper vicino a Denver quando uscì di strada, ribaltandosi e fratturandosi anche la schiena e il collo. Morì poco dopo, era il 1972.

Una curiosità: il film fu prodotto dalla Batjac Productions, società di produzione cinematografica indipendente co-fondata dall’attore John Wayne, che poi ne divenne l’unico proprietario. Wayne era un appassionato di cani, specialmente bassotti. Anzi, uno dei suoi bassotti durante l’assenza dell’attore una notte salvò, svegliandola, sua moglie dall’incendio della casa, che fu completamente distrutta.

Un Basenji apparve al teatro Kammerspiele, a Vienna, nella commedia del 1993 Verlängertes Wochenende, con sceneggiatura di Curth Flatow e vari interpreti, incluse Susanne Altweger e Klaus Kaluscha. Si tratta di un’opera divertente basata su un weekend e una casa in cui una hostess appena divorziata vorrebbe spassarsela con l’amante, certa che la coinquilina hostess pure lei sia fuori città, mentre invece è rimasta lì con un altro… spunta pure la presenta moglie di uno dei due, con Basenji al seguito!

Verlängertes Wochenende.

Nella serie animata statunitense The Wild Thornberrys (trasmessa negli Usa dal 1998 al 2004) poi su Italia 1 con il titolo La famiglia della giungla, nell’episodio Tyler Tuck, I Presume (questo titolo si rifà alla famosa e storica frase dell’eploratore Stanley incontrando il dr. Livingstone in Africa) della terza stagione questa famiglia di documentaristi incontra nella Repubblica Democratica del Congo una ragazza sconosciuta, appunto Tyler Tucker. Incontrano anche un gruppo di membri della tribù insieme ai loro cani da caccia, ossia i Basenji. Il regista della serie, Mark Risley, possedeva diversi Basenji, e i suoi cani fornirono le voci registrate per le loro controparti animate.

C’è un Basenji anche in The Pups Who Loved Me, terzo episodio della terza stagione nonché quarantaduesimo episodio della serie d’animazione Pound Puppies. Fu trasmesso per la prima volta l’8 giugno 2013 negli Stati Uniti. Questo Basenji, che si chiama Bondo, è un agente segreto in quella che è una parodia dei film di 007 e in particolare, mutuandone quasi il titolo, di The Spy Who Loved Me. Quando gli chiedono il nome risponde: The name è Bondo. Just Bondo (Il mio nome è Bondo. Solo Bondo), mentre il vero 007 dei film risponde sempre: My name is Bond. James Bond. La trama: l’agente Bondo mentre gioca con la sua automobile volante, capita a Londra. Lì incontra il cane Lucky e altri compagni di avventura e si uniscono per portare il cucciolo Yakov alla padrona  che vive con suo padre in una fabbrica di cibo per cani su un’isola nel Mar Mediterraneo.  Alla fine della missione lo stesso Bondo viene adottato dalle due guardie della fabbrica. https://www.youtube.com/watch?v=Vbbk07ntDGg

Bondo.

Per quanto riguarda i fumetti, ecco tornare Tarzan, le grandi scimmie e i Basenji nel fumetto Tarzan of the Apes n°167 dell’aprile 1966, al cui interno c’è la breve storia in quattro pagine Bantu, Dog of the Arande, disegnata da Jesse Marsh e ripubblicata negli anni successivi. C’è da dire che l’autore probabilmente non vide mai, allora, un Basenji, poiché lo raffigura robusto e grande come un Boxer… La trama è questa: il padrone sta dormendo nella capanna con la porta aperta, una iena entra e sta per attaccarlo ma Bantu la caccia e insegue, solo per scoprire che le iene sono due e stanno per ammazzarlo. Fortunatamente, o quasi, Bantu si trova davanti una pantera che invece di attaccare lui, si scaglia contro le iene. Il cane una volta al villaggio viene premiato dal riconoscente padrone con una ciotola di frattaglie cotte di maiale. https://www.erbzine.com/mag41/4175a.html

In altri film del passato si vedono di sfuggita dei Basenji ma insieme a truppe di altri cani, e quindi non vale la penna di menzionarli. Nel 2015 Anubis, un Basenji, apparve nel film indipendente Tales of Halloween di Axelle Carolyn, dopo avere interpretato una parte similare in Soulmate (uscito su Netflix): qual è la parte? Quella del cane che  percepisce i fantasmi! Il film, presentato a molti concorsi, ha avuto entusiastiche lodi da parte della sceneggiatrice, della regista, della produttrice e dell’addestratrice di Anubis. Che sono sempre la stessa persona nonché la proprietaria del cane…Insomma, piace vincere facile!

Per finire, nel 2021 è uscito un film dramma/horror/thriller ossia Basenji. Neppure l’IMDB, la “Bibbia” mondiale del cinema, spiega che c’entri il nome della razza con un film sulla paranoia. Non lo spiegano manco nel sito internet della casa cinematografica Basenji, che ha prodotto il film Basenji…forse mancano di originalità o magari qualcuno di loro ha avuto o visto un tal cane da qualche parte. Ringraziamo in anticipo eventuali eroici lettori che ci spieghino il fatto dopo avere visto questo film nepalese, girato in Nepal e in lingua nepalese.