(Seguito di Il Dobermann come cane militare, prima parte) Altro impiego, come già scritto, che vide in azione i Dobermann fu quello di portaordini, detti anche messaggeri, nei casi in cui fosse impossibile comunicare con i telefoni da campo, cosa frequente quando le esplosioni tranciavano i cavi. In realtà tali funzioni canine belliche esistono fin dall’antichità.

Un percorso che un uomo agile e veloce potrebbe percorrere in tre ore, un cane lo copre in meno di mezz’ora. I cani sono in grado di percorrere in pianura quasi cinque chilometri in dieci minuti, e sei chilometri in salita, in montagna, in venticinque minuti. Non sono solo più veloci, sono anche molto più resistenti e incomparabilmente più agili, anche perchè l’involucro metallico o di cuoio legato al collare – al cui interno si inserivano i fogli recanti gli ordini – era piccolo e poco pesante. Colpire un cane non era un tiro facile, in quanto l’animale è un bersaglio ridotto, scattante, agile e si muove in un terreno che offre una gamma di ripari, come i crateri delle bombe, le cunette di terra provocate dalle esplosioni, rovine e tutto ciò che costella i campi di battaglia.

Seconda guerra mondiale, soldato tedesco con due cani portaordini, un Dobermann e un Pastore Tedesco.

Gli Stati Uniti, così com’era accaduto alla vigilia della Prima guerra mondiale, si fecero cogliere alla sprovvista e iniziarono la Seconda guerra mondiale con pochissimi cani militari. Dovettero fare un appello alla popolazione affinché mettesse a disposizione i propri cani. La risposta fu grande, inclusa quella della Doberman Pinscher Club Association, che ne fornì molti esemplari. Il Corpo dei Marine utilizzò in stragrande maggioranza i Dobermann (ma anche Pastori Tedeschi, Labrador Retriever e altre razze fornite dall’esercito), che chiamavano Devildogs non tanto perché fossero feroci come diavoli ma per via delle corte orecchie (tagliate) che ricordavano, appunto, le corna del demonio. I motivi della scelta – dettati dalla consapevolezza che parte della guerra si sarebbe svolta nelle torride isole dell’Oceano Pacifico – erano che il Dobermann, oltre alle altre note qualità, aveva il pelo corto e quindi resisteva meglio al caldo e non soffriva, in genere, il mal di mare. Tuttavia, non furono pochi i cani morti per colpi di calore e per infezioni dovute a tagli e abrasioni ai polpastrelli. I tagli che si verificavano nelle isole del Pacifico, durante gli sbarchi o le perlustrazioni nella giungla, si infettavano velocemente.

Il primo centro di addestramento cinofilo dei Marine fu quello di Quantico Bay, Cuba, diretto dal capitano Samuel T. Brick. Fu lì che arrivarono i primi quattordici Dobermann, provenienti da Baltimora, Maryland, Ohio  e Canton,  tutti facenti capo a membri del Doberman Pinscher Club of America. Dopo poco tempo il centro di addestramento cinofilo fu trasferito a Camp Lejeume, North Carolina. Durante la Seconda guerra mondiale, in questa base furono addestrati un totale di sette Marine War Dog Platoons, tutti inviati  nel Pacifico contro i giapponesi. Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, i Dobermann dei Marine non erano troppo grandi, bastava che non pesassero meno di 25 kg e che non fossero alti al garrese meno di 50 cm. Misure che farebbero scandalizzare qualsiasi allevatore odierno, e crediamo a ragione.

Tutti gli esemplari dei Marine erano tatuati nella parte interna dell’orecchio destro e avevano un loro libro di servizio con nome, razza, data di nascita e di arruolamento. Inoltre si conservavano i dati dei proprietari, in quanto alla fine del servizio, se sopravvivevano, dovevano essere restituiti a chi li aveva messi a disposizione. Una curiosità: avevano anche un grado militare. Dopo tre mesi di servizio venivano promossi soldato di prima classe, a un anno caporale, a due anni sergente e così via, fino al massimo di sergente Master Gunner (un grado USA) al 5° anno. Alcuni conduttori quindi teoricamente erano subalterni ai loro cani. Ogni Dobermann, oltre che con il suo conduttore, veniva fatto socializzare anche con un altro, nel caso servisse nei casi di emergenza.

I Dobermann, dopo una severa selezione soprattutto caratteriale, venivano addestrati (come al solito simulando quanto più possibile le condizioni di un vero campo di battaglia, inclusi spari ed esplosioni) come cani messaggeri, infermieri, porta-munizioni, sentinella (questi abbaiavano, anche), esplorazione (questi invece non abbaiavano mai) e all’attacco. Tuttavia, per quest’ultima funzione non furono quasi mai utilizzati, poiché erano troppo preziosi e validi per esporli a inutili  scontri diretti, meglio affrontabili dai soldati.

Si penserà che l’arrivo dei cani sia stato visto positivamente dai marine, ma non fu così. In effetti erano scettici sulle loro possibilità. Ma dopo lo sbarco nel novembre 1943 a Bouganville, la più grande delle Isole Salomone, dovettero ricredersi, vedendo quei ventuno dobermann e tre pastori tedeschi, (e ovviamente i loro conduttori del 1° Marine Dog Platoon, per un totale di 48 uomini) avanzare sotto il bombardamento nemico e agire  indefessamente sotto una pesante pioggia che continuò, a momenti alterni, per ben undici giorni. Basti dire che i reparti in esplorazione accompagnati da questi cani da perlustrazione non ebbero neppure un morto, perché i Dobermann scoprirono sempre il nemico già a distanza. I giapponesi, colti alla sprovvista dall’efficacia dei cani del nemico – li avevano anche loro, ma li tenevano male e addestravano poco o niente –, cominciarono a cercare proprio i cani come bersagli ma non ne uccisero nessuno, ferendone solo quattro. Tuttavia, avevano capito la lezione.

La battaglia di Guam, la più grande delle Isole Marianne, iniziò il 21 luglio 1944 e i 18.500 soldati giapponesi sapevano di non potere vincere. Non potevano essere riforniti e le truppe statunitensi erano il doppio e con un volume di fuoco, sia aereo che navale, spaventoso. I soldati americani erano riusciti a occupare una striscia di costa profonda circa due km, che i giapponesi tentarono vanamente di rioccupare con sanguinosi attacchi. Inflissero comunque perdite con infiltrazioni notturne che i cani non riuscirono a sventare per tempo. Alla fine di luglio i sopravvissuti giapponesi avevano quasi finito cibo e munizioni, ma resistevano ancora nella parte più montuosa e selvaggia dell’isola. I Dobermann usati per le esplorazioni, contrariamente a quanto era accaduto a Bouganville, furono presi di mira, specie dai cecchini. Quattordici furono uccisi e altri dieci morirono di malattie, stenti o per incidenti. L’11 agosto il generale Hideyoshi Obata si suicidò, dopo avere ordinato ai suoi soldati di resistere fino alla morte. E dei 18.500 giapponesi infatti ne morirono oltre 18.000. Le truppe USA ebbero oltre 1.700 morti e più di 6.000 feriti. A Guam in seguito venne eretto anche un monumento in memoria dei cani – e la statua raffigura un Dobermann – che vi morirono.

Il Corpo dei Marine nella Seconda guerra mondiale utilizzò circa 1.047 cani, molti dei quali  Dobermann. Finita la guerra, ne tornarono a casa 491 (di cui 19 furono soppressi perché ammalati), quindi all’appello ne mancavano oltre 550, anche se i dati dicono che quelli caduti in combattimento furono solo 29. Se è così, significa che malattie e incidenti colpirono significativamente, oppure che molti non superarono il contro-addestramento che, subito dopo la guerra, le forze armate statunitensi impartirono a tutti i cani militari affinché non fossero pericolosi nella vita civile. Quelli la cui riabilitazione fallì o fu dubbia e che quindi non furono ritenuti idonei alla reintroduzione nella vita civile rimasero nei canili o, probabilmente, furono soppressi. Comunque sia, i cani sopravvissuti e idonei furono riconsegnati ai proprietari, con una lettera di ringraziamento ma anche con la spiegazione che il governo non poteva garantire il loro comportamento e non si assumeva alcuna responsabilità in merito.

Si potrebbe pensare che, dopo il primo addestramento e l’esperienza bellica, questi cani fossero comunque pericolosi o che potessero diventarlo. Non è vero. Basti pensare che di circa 3.000 cani addestrati militarmente e tornati a casa dopo la Seconda guerra mondiale (compresi quindi i Dobermann), solo quattro dovettero essere riconsegnati alle forze armate. Tutti gli altri bramavano solo di poter ritornare a casa dai loro padroni, riprendere l’antica vita e dimenticare la guerra. Uno di loro addirittura, una volta portato a casa e aver salutato calorosamente tutta la famiglia, corse nel giardino e andò subito a disseppellire un osso che aveva nascosto due anni prima.

I Dobermann furono impiegati anche in altri conflitti, come le guerre di Corea e del Vietnam, e tutt’oggi vengono utilizzati da alcuni stati per compiti militari. Anche l’esercito israeliano, dotato di oltre 7.000 cani addestrati, usa il Dobermann, oltre a Pastori Belga Malinois e Tedeschi, Rottweiler e Bloodhound. Per inciso, Arthur Ruppin – il primo leader sionista, uno dei fondatori della città di Tel Aviv e che realizzò  cooperative e kibbutz – era conscio dell’importanza dei cani per difendere gli insediamenti ebraici e nel 1913 decise di inviare in Germania degli addetti per imparare le relative tecniche di addestramento. Gli addetti tornarono con due cani, un maschio e una femmina. Erano i primi cani con questi compiti di Israele, ed erano Dobermann. In seguito i cani furono impiegati anche in modo spregiudicato. Il governo israeliano non smentì l’accusa di avere utilizzato due Dobermann nel dicembre 1988 nell’attacco vicino a Beirut (Libano) a una base dei guerriglieri palestinesi del Fronte Popolare per la Liberazione del Comando Generale della Palestina. I due cani, muniti di esplosivo, prima di portare a termine (involontariamente) il loro compito furono però uccisi dai guerriglieri, che poi li mostrarono. Avevano ognuno una sacca contenente un ordigno con nove kg di esplosivo innescato.

Il Dobermann tuttavia ha accusato la concorrenza del Pastore Tedesco e del Belga, ormai i multiruolo più in uso al mondo, e lo stesso vale anche per l’Italia i cui ultimi esemplari, a quanto ci risulta, furono messi in campo nelle missioni internazionali Libano 1 (23 agosto 1982 -11 settembre 1982) e Libano 2 (24 settembre 1982 – 6 marzo 1984).

Libano, unità cinofila dell’Esercito Italiano.
(Per gentile concessione SME Agenzia Cine Foto Televisiva e Mostre dell’Esercito Italiano)

Persino il Corpo dei Marine non li utilizza più. Come spiegato dal sergente Greg Massey, responsabile del canile di Camp Pendleton – oggi il più grande centro cinofilo del Corpo dei Marine, in cui vengono addestrati tutti i cani usati nelle missioni all’estero, Iraq e Afghanistan inclusi–: “Il Corpo dei Marine ha cominciato ad avere problemi con Rottweiler e Doberman. Sono buoni cani d’attacco, ma non bravi nella rilevazione”. Francamente, abbiamo fortissimi dubbi sulla veridicità di questa affermazione, essendo stato il Dobermann fin dagli albori una razza dotata di eccezionale olfatto. A nostro parere a un certo punto a livello militare sono state scelte altre razze perché valide praticamente ovunque e pertanto nei canili militari non sono più stati allevati e selezionati esemplari funzionali anche a livello operativo-bellico. E nel contempo i Dobermann da allevamento, o almeno la grandissima maggioranza, per tali ambiti hanno perso moltissimo, anche per quanto riguarda  l’aspetto caratteriale. Ovviamente ci sono ancora allevatori molto validi.

Un esemplare dell’Allevamento Casa Gaia di Mauro Luccardini.

Il Dobermann è usato dal Pograničnaja Služba Federal’noj Služby Bezopasnosti Rossijskoj Federacii (Servizio federale di frontiera russo) facente parte del Federal’naja služba bezopasnosti Rossijskoj Federacii (Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa), noto con la sigla di FSB e che è il servizio segreto della Federazione Russa, erede del KGB sovietico.

Operò fino al 2005 anche per i controlli fra Afghanistan e la Repubblica di Tagikistan. Quest’ultima aveva chiesto alla Russia tale supporto  per contenere le incursioni dei ribelli islamici e vi furono numerosi scontri con trafficanti di droga ed estremisti islamici. I cani sono scrupolosamente addestrati e curati, con una razione di carne doppia rispetto a quella dei soldati. Il Servizio federale di frontiera russo è suddiviso in dieci settori, ognuno dei quali con molte postazioni di controllo. Ognuna di queste postazioni ha a disposizione diversi cani specializzati per specifiche mansioni: rilevamento di armi ed esplosivi, ricerca di droga e alcolici, guardia e attacco e così via. Le razze usate sono in totale una quindicina, inclusi Dobermann, Pastore Tedesco, Rottweiler e Spaniel (ovviamente da fiuto). Il confine passa per aree difficili da controllare con le moderne tecnologie – si tratta del Pamir, altopiano di 3-4.000 metri d’altitudine sovrastato da montagne alte oltre 7.000 metri, con valloni boscosi, aree rocciose quasi impenetrabili, gelidi fiumi impetuosi e gole in cui a volte non filtra neppure la luce del sole, con terreni aridi eppure soggetti a pesanti nevicate – e quindi sono basilari i controlli a piedi e l’uso di cani forti, resistenti e tenaci, e se necessario pronti all’attacco. Nonostante il segreto militare a cui è sottoposto il Servizio federale di frontiera, si sa che ha almeno un centro in cui ogni anno vengono addestrati centinaia di cani e conduttori.