di Freddy Barbarossa.

Nonostante naturalisti ed etologi scomparsi da decenni avessero da tempo collocato il termine aggressività in un contesto diverso e più costruttivo di quanto percepito nell’accezione comune, ancora oggi viene accomunato quasi esclusivamente ad un comportamento negativo e violento. La derivazione dal latino della parola aggressività, si compone dalle parole ad  (moto a luogo) e gredior dall’origine celtica gradi (procedere per gradi o passi). Dunque, nella ricostruzione etimologica  comunemente più condivisa  adgredior viene tradotto con  “andare verso”, ovvero raggiungere un obiettivo. Le varie sfaccettature e derivazioni dell’aggressività costituiscono il leitmotiv, o filo conduttore, che dir si voglia, del mio ultimo libro che pubblicato.

Dopo il libro sul cane pastore abruzzese, che ho voluto scrivere affinché venissero fissate nella memoria storica dell’evoluzione di quella razza alcuni fatti ed evidenze spesso omesse o addirittura negate, mi sono voluto addentrare maggiormente nel mondo dei cani da guardiania. Dal momento che la mia tesi di laurea parlava delle origini filo e ontogenetiche dell’aggressività nei canidi, ho voluto sfruttare le conoscenze maturate per applicarle appunto nel contesto dei cani da guardia al bestiame da reddito. Da sempre, nei progetti da me organizzati e/o seguiti, per il reinserimento di questi cani nelle diverse realtà di allevamento di bestiame al pascolo brado o semibrado, ho applicato tecniche collaudate che vanno ben oltre i suggerimenti che si sono tramandati nei secoli all’interno dell’ambiente della pastorizia.

Troppo spesso ho visto in progetti paralleli, gestiti da veterinari, biologi ed educatori cinofili, certamente competenti nei rispettivi ambiti professionali, un po’ di improvvisazione e l’andare a braccio per quanto concerne le tecniche d’inserimento dei cuccioli e la successiva gestione dei futuri guardiani. A volte ho trovato anche chi sembrava essere partito con il piede giusto, basando il proprio lavoro su esperienze collaudate e riportate per iscritto (come faccio io a termine di ogni progetto), ma perdendosi puntualmente per strada perché ogni situazione crea delle criticità diverse, delle situazioni anomale che necessitano di interventi mirati. Questo semplicemente perché, purtroppo, quasi sempre a coloro che si cimentano in questo campo mancano le basi conoscitive del comportamento animale. Ovvero, il non sapere perché alcune cose avvengono, da cosa sono scaturite e quali potrebbero essere i possibili rimedi.

Qui ci muoviamo nell’ambito della psicobiologia animale, e in particolare di quella canina, e non è possibile andare per tentativi. Il semplice fatto che nella maggior parte di questi progetti, partiti erroneamente sulla base di tecniche di condizionamento operante, sia previsto una sorta di esame finale per testare l’efficacia e affidabilità dei guardiani ormai cresciuti, dimostra che non si ha affatto la certezza di centrare l’obiettivo. Non si tratta di casualità, fortuna, mera predisposizione genetica o che Dio ce la mandi buona. Il risultato deve essere garantito alla partenza, altrimenti cosa ci facciamo con dei cani adulti non idonei? Li impicchiamo con il fil di ferro come facevano i pastori fino a neanche un secolo fa? Non è oggi questo il caso, ma comunque non possiamo permetterci di creare uno “scarto” con cui non sappiamo cosa fare; mentre seguendo poche regole fondamentali,  in modo pedissequo,  il problema non si pone affatto.

Certo, come dico sempre, non tutte le ciambelle riescono col buco e atteggiamenti imprevedibili possono sporadicamente sorgere. Ma si tratta evidentemente di un problema di tare individuali latenti. Dico questo perché, utilizzando cani geneticamente predisposti i cui avi  per generazioni hanno proficuamente operato in tale ambiente, è pressoché impossibile non ottenere il massimo risultato se si applicano le giuste tecniche di gestione, basate sul paradigma che io chiamo “condizionamento passivo nelle diverse fasi dell’età evolutiva”.

Mentre, come detto, lo scopo del mio primo libro era quello di tramandare ai posteri informazioni taciute o negate su una meravigliosa razza di cani come il pastore abruzzese, questo nuovo testo vuole costituire uno strumento di formazione e consultazione per chi si avvicina al mondo della guardiania. Una base sulla quale poter porre le fondamenta per un lavoro serio e sensato nell’ambito della gestione dei cani guardiani del bestiame. Voglio mettere a disposizione di tutti le mie conoscenze ed esperienze affinché possano fare scuola per chi si vuole cimentare in questo ambito. Del resto non esistono testi in lingua italiana che trattino a fondo questa tematica così precipua. Ma per dirla tutta, non ho trovato neanche opere in inglese che trattassero questo argomento in modo così viscerale. Il libro, infatti, riporta anche qualche comparazione con gli studi dell’esimio prof. Ray Coppinger, uno dei massimi studiosi dei cani da protezione al gregge, con il quale su alcune cose concordo mentre su altre meno; dissensi sempre liberamente da me manifestati anche direttamente nei suoi confronti finché era ancora tra noi.

Ho, in più, volutamente inserito nel testo un capitolo che apparentemente non sembrerebbe entrarci nulla, quantomeno con il discorso dei cani da guardiania. Ma si tratta di un capitolo molto interessante che dà un’apertura mentale e una visione più omnicomprensiva del fenomeno del comportamento aggressivo e delle sue devianze, mostrando come esso cambia con il maturare delle culture, per noi animali razionali evidentemente fortemente legati allo sviluppo antropologico. Si tratta di una comparazione della psiche umana e di quella animale, più specificatamente per quanto riguarda il rapporto uomo-cane da combattimento. Anche qua non ho trovato letteratura che ponesse sotto esame lo specifico fenomeno e quindi mi ci sono buttato a capofitto.

In buona sostanza, il libro, appunto dal titolo L’aggressività come garanzia per una pacifica convivenza, oltre a focalizzare l’attenzione su come l’aggressività svolga un ruolo fondamentale nell’attività dei cani da guardiania, evidenzia anche tratti comuni o diversificanti tra le diverse razze esistenti, nate a tale scopo.

Ho voluto infine inserire un breve capitolo sulla biomeccanica per spiegare come essa incide nella costruzione fisica di questi cani. Spesso viene tralasciato e disatteso questo particolare, invece importante, a scapito di arbitrarie esigenze estetiche o presuntuosamente migliorative.  Ho dovuto addentrarmi anche qui in un campo, per la verità, poco esplorato nel contesto cinofilo. Ritengo che che questo aspetto meriterebbe un maggiore approfondimento e non è escluso che il mio prossimo libro possa trattare proprio di quest’ultimo argomento.

Dulcis in fundo. Ecco il pezzo forte, o meglio, la vera novità di questo saggio. Si tratta sostanzialmente di un videolibro che ovviamente non c’entra nulla con l’e-book. Al termine di alcuni capitoli o paragrafi dove spiego dei concetti e/o comportamenti, al fine di facilitarne la comprensione ho inserito dei brevi filmati che mostrano scene relative agli assunti trattati. In che modo? Basta inquadrare con il proprio telefonino o tablet il QR stampato nella pagina e verrete condotti sul link dove apparirà il video caricato sul mio canale Youtube.

Ora non mi vorrei però “autospoilerare” troppo, come si direbbe oggi, ma spero di avere quantomeno stuzzicato l’interesse di qualcuno. Per maggiori informazioni sull’argomento potete consultare anche il mio sito www.freddybarbarossa.jimdofree.com