Quando il 15 dicembre 1924 visitò un bambino eschimese di due anni d’età, il dr. Curtis Welch diagnosticò una semplice tonsillite. Un’infiammazione, appunto, delle tonsille. Ma il bambino morì la mattina dopo. Nei giorni successivi ci fu un numero anormalmente elevato di casi di presunta tonsillite e un altro bambino mori il 28 dicembre. A quel punto Welch – il solo medico del Maynard Columbus Hospital, che con quattro infermiere era l’unico presidio sanitario nella città e zona circostante di quella parte dell’Alaska settentrionale – era già molto allarmato e avrebbe voluto fare l’autopsia al bambino, ma la madre non diede il consenso.

L’ospedale di Nome.

Altri due bambini morirono, poi si ammalò un altro di tre anni. Fu con questo caso che il dr. Welch diagnosticò con certezza che era la difterite a uccidere, e che avrebbe compiuto un’ecatombe. La difterite allora negli Stati Uniti uccideva circa 15-20.000 persone l’anno, e questo non depone a favore del Columbus Hospital e del dr. Welch, perché era loro responsabilità tenere una scorta utilizzabile nei casi di emergenza. Il medico era stato tentato di somministrare all’ultimo bambino ammalato l’antitossina in deposito anche se scaduta, ma sarebbe stato troppo rischioso e non lo fece. Il bambino morì. Estremamente contagiosa, dalla difterite ci si salvava con un siero, ma una nuova fornitura non sarebbe arrivata di sicuro in tempo, perchè la malattia si era presentata pochi giorni dopo la partenza dell’Alameda, l’ultima nave dell’anno. Poi i ghiacci avrebbero bloccato la navigazione per mesi. Il 21 gennaio a Bessie Stanley, sette anni, fu diagnosticata la malattia e allora Welch usò l’antitossina scaduta. La bambina morì. Quella stessa sera il medico partecipò a una riunione d’emergenza nel consiglio comunale e comunicò al sindaco di Nome, George Maynard, che se non avesse ricevuto almeno un milione di unità di antitossina sarebbe stata una strage, poiché senza siero il tasso di mortalita era vicino al 100 per cento. A Nome e nel circondario vivevano circa 10.000 persone. Nel 1918-19 una precedente epidemia di influenza (la terribile Spagnola) nella penisola di Seward aveva gia ucciso circa il 50% della popolazione eschimese di Nome, e l’8% in tutta l’Alaska.

Nel consiglio comunale si decise di mettere in quarantena tutti gli ammalati, sotto la cura dell’infermiera Emily Morgan, e di inviare telegrammi di allerta a tutte le citta circostanti e alle autorità, invocando nel contempo soccorsi immediati. Nei due giorni successivi morirono ancora due bambini e furono diagnosticati altri venti casi, piu altri cinquanta sospetti. Come potevano arrivare i soccorsi? Non per mare perché ghiacciato e non per aereo, in quanto allora avevano la carlinga aperta ed erano raffreddati ad acqua: con una temperatura fra i -20° e i -50°C i piloti sarebbero congelati, e comunque gli aerei sarebbero precipitati. Furono molti i piloti a morire cosi in quelle zone, negli anni Venti e Trenta.

Il sindaco Maynard a dire il vero propose di tentare lo stesso, ma nel 1925 in Alaska erano operativi solo tre aerei biplani J-1 della Fairbanks Airplane Company, molto malmessi e residuati della Prima guerra mondiale, e tanto inaffidabili in inverno da venire tenuti smontati in un capannone. Inoltre gli unici due piloti in quel periodo erano lontani. Si valutò di chiedere di pilotarne uno all’inesperto Roy Darling, ma il governatore Scott Bone (dal 1912 l’Alaska era uno Stato associato, dal 1959 Stato degli Usa a tutti gli effetti) non lo permise poiché se l’aereo fosse precipitato sarebbero andate perse le uniche 300.000 unità di siero disponibili (ne servivano 6.000 unità a persona) all’Anchorage Railroad Hospital. Altre 1,1 milioni di unità di siero erano state messe a disposizione dagli ospedali della West Coast degli Stati Uniti ma sarebbero arrivate con la nave Alameda, causa ghiacci, solo a metà febbraio alla citta portuale di Seward, nei pressi di Anchorage, e poi comunque il siero avrebbe dovuto essere portato a Nenana in treno e poi a Nome con altri mezzi. Troppo tardi.

Il governatore dell’Alaska, Scott Bone.

Il governatore Bone ordinò quindi che il trasporto fosse effettuato prima in treno da Seward a Nenana (680 km) e poi da Nenana a Nome (1.085 km) con una staffetta composta dalle slitte dei postini, coraggiosi ed esperti di quei tragitti, anche se non in quelle condizioni invernali estreme. A loro si dovevano aggiungere dei validi musher volontari disposti a correre il concreto rischio di morire. Dovevano utilizzare l’unica pista – per usare un eufemismo – esistente e cioè parte della Iditarod Trail. Ma in questa emergenza dovevano farlo in pochi giorni, giorno e notte senza sosta.

Il percorso affrontato dai soccorritori in slitta.

Mentre il siero era in viaggio in treno per Nenana, il governatore Bone via telegrafo aveva già ordinato a Edward Wetzler, ispettore dell’US Post Office, di scegliere i migliori musher e cani per l’impresa. La parte piu difficoltosa fu assegnata a Leonhard Seppala – era stato lui stesso a proporre il trasporto a mezzo slitta –, un 48nne emigrato norvegese molto stimato e capace trasferitosi da decenni in Alaska, dove andò a lavorare prima con altre mansioni e poi come musher a Nome per la società mineraria del suo amico Jafet Lindeberg, pure lui norvegese e fondatore proprio di Nome (dopo avervi scoperto l’oro) insieme agli svedesi Erik Lindblom e John Brynteson. Incredibilmente abile e resistente, percorreva con la sua slitta fra gli 80 e i 160 km al giorno, quando per gli altri un tragitto di 50 era gia molto, e ogni anno faceva trasporti per un totale di oltre 10.000 km.

Fu proprio Lindeberg a fargli conoscere dei piccoli cani da slitta fatti arrivare dalla Siberia, ossia i famosi Siberian Huskies. Lindeberg li aveva acquistati nel 1913 per regalarli all’esploratore Roald Amundsen, affinchè li utilizzasse per la sua imminente spedizione al Polo Nord. Ma poi l’impresa saltò e allora li mise a disposizione di Seppala, che con quei cani vinse molte gare, divenendo infine famoso. Ecco il motivo della scelta del governatore Bone di fare affidamento su Seppala, il quale fra l’altro aveva pure altri motivi per partecipare, in quanto anche la figlia Sigrid si era ammalata di difterite. La spedizione per salvare Nome metteva in campo una staffetta di venti musher e circa centocinquanta cani, in particolare  Alaskan Malamute ma anche Siberian Huskies. Ogni musher avrebbe utilizzato delle capanne abitate già esistenti che fungevano da punti di sosta e ristoro lungo le tappe della staffetta.

Le fiale erano state avvolte ognuna nella carta, poi avvolte in coperte e infine rinchiuse in una cassetta metallica pesante in tutto nove chilogrammi. Sapendo che si sarebbero comunque congelate a causa del terribile freddo – e che dopo 144 ore dalla partenza non avrebbero più avuto efficacia – ogni musher avrebbe dovuto riscaldarle nei punti definiti stazioni di sosta. L’immane problema era che di norma quel tragitto di 1.085 km veniva coperto dai corrieri postali in un mese circa, con un record di nove giorni. Ora dovevano farlo in massimo 144 ore. Vediamo chi furono questi eroi.

Prima tappa, dalla stazione ferroviaria di Nenana a Minto poi fino a Tolovana (84 km, pari a 52 miglia): musher, Willard J. “Wild” Bill Shannon, con una muta di undici Alaskan Malamute, cane capomuta Blackie. Shannon era un tuttofare snello, biondo e impavido, noto per avere la muta più veloce della zona. Per questo motivo durante la notte fu svegliato dal forte bussare alla sua porta da parte dello sceriffo di Nenana, Heid, il quale gli chiese di partecipare alla missione. La scelta dello sceriffo, attivato dal governatore dell’Alaska, era ovvia poiché Shannon era un tipo duro, esperto e temprato, nel vero senso della parola.

I cani e l’uomo nel Grande Nord.

Arrivò in Alaska come sergente del 14° fanteria e dopo essersi congedato divenne direttore del negozio NC Co. di Nenana. Nel giugno 1920, Bill, la moglie Anna e suo fratello Edward si misero a cercare l’oro a Slippery Creek, in un’area selvaggia. Erano avvezzi alle difficoltà e rischi: una volta lui e Anna si trovavano nella zona del Monte McKinley e all’inizio di primavera avevano lasciato la loro capanna di Kantishna per un viaggio di ricerca di tre settimane attraverso il Rainy Pass. La slitta si ruppe irrimedialmente e i due con i loro cani – che durante il percorso morirono tutti – camminarono per quasi 900 chilometri in quell’immensa zona coperta di montagne e foreste affrontando ogni sorta di pericoli, attraversando fiumi in piena su zattere improvvisate, e disagi, soprattutto i miliardi di zanzare presenti in primavera (persino i caribù, ossia le renne selvatiche, emigrano per evitarle). A causa delle continue punture Anna pensava che sarebbe impazzita. Affamati, si salvarono perché a metà giugno trovarono una capanna abbandonata sul fiume Yentna, con una scorta di provviste. In Alaska era la regola, chiunque in difficoltà avrebbe potuto rifugiarvisi e utilizzarne il contenuto. Persino le locande venivano lasciate aperte in inverno per lo stesso motivo. Tre settimane dopo gli Shannon raggiunsero un accampamento minerario a Dollar, nel distretto di Cache Creek, da cui poi arrivarono nella città ferroviaria di Talkeetna.

Tornando alla nostra storia, Shannon capì subito il dramma: dall’altra parte del fiume, su una scogliera, c’erano 46 croci bianche che indicavano le tombe degli indiani athabaska morti a Nenana sei anni prima, quando non c’era siero contro l’influenza detta spagnola. Preparò subito la slitta e i cani, e intorno alle 23 del 27 gennaio 1925 era già alla stazione di Nenana insieme allo sceriffo Heid. C’era una tale bufera di neve che sentì il rumore della locomotiva e lo stridio dei freni, ma senza riuscire a vederla. Il macchinista Frank Knight ne saltò giù e consegnò al direttore delle poste di Nenana, Edward Wetzler, la cassetta col siero. Wetzler lo diede a Shannon insieme alle relative istruzioni scritte e gli disse che avrebbe dovuto partire alle prime luci dall’alba, per via dell’oscurità, della bufera e del terribile freddo, che di giorno invece avrebbe dovuto essere meno atroce. Gli disse però che tutti dovevano compiere l’impossibile e arrivare a Nome entro 144 ore, perché sennò il siero avrebbe perso l’efficacia. Ma in quei luoghi d’Alaska adatti solo a uomini e donne dure, il soprannome “Wild”, selvaggio, lo si dava a chi era veramente speciale, e Shannon lo era. Rispose: Diavolo, Wetzler, se le persone stanno morendo, cominciamo subito.

Il piano prevedeva che tutti i musher dell’operazione di salvataggio usassero la parte dell’Iditarod Mail Trail che costeggiava il fiume Yukon e collegava Fairbanks con la piccola città mineraria di Iditarod. Il nome derivava dalla parola athabaska haliditarod, che significa luogo distante. Era nella terra abitata dagli athabaska e dagli inuit, quelli che noi chiamiamo eschimesi. I due popoli in passato si erano più volte combattuti sanguinosamente. Invece di andare a sud-ovest fino a Iditarod, tuttavia, i musher avrebbero lasciato la pista postale subito dopo aver girato a sud e si sarebbero diretti a ovest per collegarsi con l’Iditarod Gold Trail, che correva all’incirca a nord-sud per collegare Nome e Iditarod e infine Seward. A quel punto, i mushers avrebbero quindi girato a nord verso Nome, una località un tempo florida grazie alla corsa dell’oro – vi aveva aperto per un breve periodo un saloon pure il famoso sceriffo pistolero Wyatt Earp – ma nel 1925 Nome si era ridotta a una comunità di 974 bianchi e 455 eschimesi e indiani athabaska, con la Hammon Consolidated Gold Fields principale datore di lavoro della città. In effetti, l’unico contatto che Nome aveva con il mondo esterno era un nuovo trasmettitore radio sotto il comando dell’esercito statunitense e un sistema di scali, ossia capanne di sosta, e corrieri postali lungo le piste di Iditarod. Ovviamente a rischio difterite era tutta la collettività.

Shannon, che aveva ulteriormente protetto la cassetta avvolgendola nelle pellicce, partì, con la temperatura di -50° Fahrenheit, ossia -27° C. Ben presto però scoprì che il percorso utilizzato solitamente dai corrieri postali era stato distrutto da un precedente passaggio di cavalli da tiro.

L’immane carico trainato da due poveri cavalli.

Doveva quindi passare sul fiume ghiacciato. Il coraggiosissimo uomo sapeva che il freddo poteva anche essere un alleato: passando sulla superfiche ghiacciata del fiume Tanana il vento avrebbe abbassato ancor più la temperatura e quindi sarebbero diminuiti i rischi di trovare ghiaccio sottile. Se fosse caduto in acqua infatti sarebbe scomparso morendo congelato insieme ai cani in poco più di un minuto, e il siero sarebbe andato perduto. Era anche buio ma del resto Shannon sapeva perfettamente che lì la luce solare in inverno durava solo quattro ore e quindi che anche molti degli altri musher avrebbero dovuto viaggiare nell’oscurità.

Fu “fortunato”, perché la temperatura scese a -62° Fahrenheit, pari a -34° C. Con vento, che è molto peggio. Nonostante i pesanti indumenti – pellicce solitamente di scoiattolo, orso o ghiottone, caldissime, e stivali di pelle di renna imbottiti di pelo e con la suola interna di pelle e pelo di cane (la migliore per proteggere dal freddo e umidità) – Shannon capì che stava andando in ipotermia. Decise quindi di scendere dalla slitta – a cui era comunque legato con una corda di pelle – e correre per scaldarsi. Ma non riusciva a proteggere la faccia, nonostante le sciarpe fin sotto gli occhi e il cappuccio di pelliccia. Alcuni dei suoi Alaskan Malamute avevano cominciato a perdere sangue dal naso, brutto segnale. Shannon sapeva che doveva controllare la velocità, perché in quelle condizioni estreme se i suoi cani correvano troppo veloci e quindi aspiravano troppo spesso e profondamente in condizioni così gelide, gli si potevano congelare i polmoni.

Alle 3 circa, arrivò al punto di sosta Campbell’s Roadhouse a Minto, mise la cassetta vicino al fuoco (il siero si era comunque congelato) e riposò per quattro ore prima di ripartire. Dovette abbandonare lì tre cani e cioè Cub, Jack e Jet perché a causa dell’aria gelida avevano subito tali danni ai polmoni da morire poco dopo. Ripartì con la muta ridotta a otto cani, mentre parte della sua faccia si congelava e diventava nera.  Alle 5,30 intravide la zona di Tolovana, mentre altri cani perdevano sangue dal naso. Arrivato alle 11 circa, entrò subito nella capanna per riscaldare il siero davanti al fuoco, mentre Edgar Kalland, il successivo musher della staffetta che lo aspettava lì, gli diceva che nel frattempo a Nome la difterite aveva ucciso altri bambini.

Bambini eschimesi a Nome, 1907.

Interrompiamo il racconto: che fece poi  Willard J. “Wild” Bill Shannon? Acclamato come l’eroe che era stato, con la moglie Anna e sette dei loro cani furono ingaggiati per un tour di conferenze, con l’organizzatore che gli prospettava una vita celebre e ricca. Gli proposero di interpretare pure un film e lui ci credette, tanto da dire che stava lasciando l’Alaska e portando i suoi cani sopravvissuti a Hollywood “per entrare nel cinema”. Pur con il viso annerito dal gelo, poteva interpretare degnamente quel che difatti era, un duro eroe in grado di affrontare il Grande Nord. La fama invece durò poco e Shannon e la moglie dopo meno di un anno tornarono delusi  in Alaska a cercare l’oro.  Non lo trovarono, ma scoprirono una ricca vena d’argento immediatamente a nord del Monte McKinley, in una zona praticamente inesplorata dai minatori, e nel 1937 scoprirono pure l’oro sul limite sinistro del ghiacciaio Muldrow, lungo quella che oggi è la Denali Park Road. La percentuale d’oro estratto dava da 7,10 a 115,30 dollari per tonnellata di minerale vario scartato (oggi sarebbero da 650 a 10.500 dollari). Ma pochi mesi dopo “Wild” Bill Shannon scomparve.

Oggi, anche nella zona, circolano assurde voci che vorrebbero Shannon ucciso o fatto uccidere dalla moglie. Fantasie. La moglie e gli amici invece temevano che fosse stato ucciso da un orso grizzly. Shannon aveva già avuto incontri ravvicinati con questi animali da tutti molto temuti e proprio vicino alla miniera una volta notò il suo cane allarmarsi improvvisamente, cosa che gli diede appena il tempo di girarsi e uccidere a fucilate l’orso che lo stava attaccando. Bill ammise che doveva la vita al suo cane. (Segue nella seconda parte)

Un buon fucile e un fedele cane, importanti in Alaska.