Chi scrive ha avuto solo due – assolutamente non piacevoli – esperienze con il freddo insopportabile, entrambe affrontate trent’anni fa. La prima fu andare, in agosto e col caldo, in motocicletta a Torino, sapendo di ripartire poco dopo. Purtroppo la cosa andò alla lunga e ripartii verso le 22. Ovviamente scoppiò un temporale violentissimo e che durò ore. Ormai fradicio, e senza tuta (ero in giacca e cravatta, assurdo), decisi che ormai tanto valeva non fermarmi fino a casa.

Lupi appenninici nella neve.

Lupi appenninici nella neve.

Tre ore di viaggio in autostrada, di notte, a 100 km/h, con vento, nubifragio e contando la distanza chilometro per chilometro. Ero talmente congelato che non riuscivo a muovere le gambe e se avessi fermato la motocicletta sarei senza dubbio caduto a terra. La seconda volta fu durante un monitoraggio sulla presenza del lupo sull’Appennino ligure-emiliano, con la tecnica del wolf-howling, ossia l’emissione di ululati registrati sperando che in zona ci siano appunto lupi, non troppo lontani e che decidano di rispondere. Bene, quasi mi congelai dalle 20 circa fino alle 5 del mattino di un gelido gennaio, in una radura sopra il limite degli alberi a circa 1500 metri di altitudine e spazzata da vento molto forte. Temperatura, – 20°, che col vento sembrano -40° anche perché gli indumenti (questa volta mi era attrezzato…) pure se pesanti non bastano a proteggere. Per la cronaca, i lupi, se c’erano, furono tanto saggi da starsene al riparo e al calduccio per tutto il tempo, ignorandoci totalmente.

Macachi del Giappone.

Macachi del Giappone.

Naturalmente la mia esperienza non è minimamente paragonabile a quella degli eroi che nel 1925 portarono a Nome l’antitossina contro la difterite, con temperature fra i -30° e i -70° C e per di più durante una bufera con raffiche di vento fino a 105 km/h. Difatti spesso si parla più della prova – indubbia – sostenuta dai cani da slitta durante l’impresa, piuttosto di quella affrontata dai musher, ossia gli uomini che guidavano le slitte. Prova non inferiore. Difatti i cani, comunque naturalmente più dotati per affrontare il freddo, correvano e quindi si riscaldavano, mentre i musher erano in piedi e fermi sulla slitta. Solo in alcuni tratti dovevano scendere per spingere e correre, riscaldandosi, cosa fra l’altro pericolosa in quanto il sudore avrebbe poi potuto ghiacciare. Credo che questo particolare sia sfuggito a molti, ma non a chi non è nuovo a queste prove. Tutti rischiarono la vita, fra l’altro, anche per assideramento e alcuni ebbero parti del corpo congelate nonostante i guanti e il pesante abbigliamento artico indossato. Proviamo a immaginare cosa dovettero affrontare questi uomini. Prima di tutto una cosa che ad alcuni magari spiacerà (anche se lo sanno): noi esseri umani discendiamo dalle scimmie e pertanto la nostra origine è una bella zona calda, perché è risaputo che le scimmie il freddo non lo sopportano. Lo fanno i macachi del Giappone, ma a fatica e in determinati periodi e con opportuni accorgimenti (arrivando a stare immersi in sorgenti di acqua calda e asciugandosi lì intorno, dove la temperatura è ben più alta).

Pelle d'oca.

Pelle d’oca.

Noi esseri umani possiamo pure essere eschimesi o fuegini – notoriamente popolazioni con grande capacità di resistenza al freddo e che vi si sono fino a un certo punto adattate – ma sempre dalle scimmie discendiamo, solo che non abbiamo l’utilissima pelliccia. Vogliamo stare nudi e a riposo quando il termometro segna 30° centigradi? Nessun problema, anche se la nostra normale temperatura corporea è di 37°. Le prime avvisaglie che qualcosa non va cominciano quando la temperatura interna cala di un grado. A quel punto l’organismo risponde con una vasocostrizione ossia la riduzione della circolazione sanguigna sulla superficie cutanea e la diminuzione della dispersione di calore all’esterno. Anche il ritmo cardiaco aumenta e, se il freddo è intenso, sale anche la produzione di calore interno (termogenesi) e conseguentemente accelera il metabolismo. Ecco la cosiddetta “pelle d’oca”. Un animale mammifero o un uccello con il freddo (o per apparire più grossi di fronte a una minaccia) erigerebbero i peli o gonfierebbero le piume, creando così una ulteriore zona cuscinetto contenente aria calda. Ma noi esseri umani, pur avendo ancora la possibilità di rizzare i peli, la pelliccia o le piume non le abbiamo e pertanto nel caso del freddo dobbiamo fare affidamento agli indumenti, che tratteremo dopo.

Di solito il sangue e la pelle funzionano da impianti di raffreddamento: il sangue caldo che esce dagli organi interni viene raffreddato scorrendo attraverso la pelle. Ma in questo caso, con il freddo, deve invece avvenire l’opposto e quindi molti capillari della pelle si restringono, riducendo il flusso sanguigno a un quinto del normale circa. Di norma se si è anche relativamente grassi, in modo uniforme, la protezione è migliore. Dopo questi interventi di difesa dell’organismo, arrivano i brividi. Difatti le più importanti fonti di calore interno sono i muscoli, che lo producono utilizzando circa il 70% dell’energia consumata. Non sottovalutate questa energia, perché in condizioni normali i muscoli generano il calore bastante a fare bollire ogni ora oltre un litro d’acqua fredda. L’energia consumata, e il relativo calore emesso, aumentano moltissimo quando per combattere il freddo battiamo i piedi e ci battiamo con braccia e mani. Il movimento pertanto è utilissimo: considerate che se una persona rimanendo ferma e con un normale vestiario rimane calda con una temperatura di 20°, se cammina in fretta può rimanere calda anche a 5° e se corre lo rimane anche a -20°. Senza cambiare vestiario. Se non facciamo questi movimenti e rimaniamo fermi, allora si mettono in moto automaticamente i muscoli provocando, appunto, il tremito. Insomma, è come se entrasse in funzione lo starter di un motore appena acceso e con freddo. I giri aumentano e così la potenza. Ovviamente il motore consuma di più, e vale anche per il nostro organismo. Ma dopo un po’ lo starter, ossia i brividi, si spegne. Ovviamente i musher durante l’impresa di Nome non potevano battere troppo i piedi o darsi pacche stando su una slitta in corsa e con violente raffiche di vento, altrimenti sarebbero stati sbalzati via.

Quando la temperatura corporea interna cala a circa 33° i brividi cessano e subentrano crampi e rigidità muscolare. La situazione peggiora. La temperatura corporea è decisamente bassa e quindi siete in ipotermia. Se qualcuno fosse insieme a voi potrebbe capirlo, poiché parlate a scatti, siete confusi, perdete l’equilibrio e il coordinamento degli arti, siete stanchi e affaticati. Quando la temperatura corporea interna scende a 32°, in diminuzione, subentra uno stato soporoso, si vuole solo dormire e riposarsi. Se foste dei musher sulla slitta verso Nome forse a questo punto o anche prima avreste preso una bottiglietta, al caldo sotto i vestiti, e avreste bevuto parte del contenuto e cioè sangue di caribù misto ad alcool. Veniva bevuto da cacciatori e taglialegna per avere maggiori energie e contrastare gli effetti del freddo. La si beve anche oggi ma non contiene più sangue, essendo composta da vino e whisky. Lo chiamano ancora oggi Caribou. Tuttavia consumare alcool col freddo non serve a nulla, anzi è dannoso. Il problema è che, essendo sempre sulla slitta in movimento, e ancor peggio con vento forte come nel caso di Nome, una parte del calore del vostro corpo viene disperso. Mentre l’aria ferma è un buon isolante, l’aria mossa porta via rapidamente il calore: basta un vento leggero per dissipare una quantità di calore interno otto volte maggiore di quella perduta nell’aria ferma. Considerate che un vestito invernale pur di buona lana perde circa metà del suo potere isolante quando chi lo indossa cammina a passo rapido, e questo a causa delle correnti d’aria che il moto provoca all’interno dell’abito. Naturalmente non è nulla di paragonabile ai -30° fino a -70° con raffiche di vento fino a 105 km/h che affrontarono i musher in Alaska durante il trasporto dell’antitossina. https://www.youtube.com/watch?v=jhdOgkV83Oo

Non solo, la bufera trasporta violentemente fiocchi di neve o particelle di ghiaccio che si depositano sulla pelle del viso o penetrano sotto i vestiti, sciogliendosi. Umidità! E l’umidità bagna e poi congela. Prima insorge una sensazione di bruciore e di prurito, di solito alle estremità del corpo: lobi delle orecchie, naso, talloni, dita dei piedi e delle mani, che assumono una colorazione bianca o giallo-grigia. Poi appaiono i geloni, che sono lesioni della cute reversibili. Se la situazione peggiora arriva il congelamento: prima cute pallida, fredda, edematosa, poi arrossata fino a divenire cianotica, con comparsa di bolle e dolore. Infine compaiono piccole zone di gangrena. Siete stanchissimi e volete solo lasciarvi andare, dormire. La temperatura corporea interna è scesa a 28° e il polso è assente, siete in condizione di morte apparente. Se la situazione corporea non migliora la temperatura interna sarà scesa a 24°, e l’assideramento porta alla morte, perché il blocco delle funzioni vitali comincia a livello delle cellule, che se la temperatura scende eccessivamente non riescono a produrre l’energia necessaria a mantenere inalterati i potenziali elettrici a livello della membrana. Questo compromette l’attività elettrica delle fibre nervose del cuore (quelle che stimolano la contrazione) e del cervello. Anche i polmoni si fermano, perché cessa l’attività del centro cerebrale del respiro, il quale stimola i muscoli che attivano la respirazione. Finalmente potete dormire, ma quella che vi stringe a sé e vi culla è lei. La Morte. L’ipotermia, a 14 -16 gradi e per un tempo massimo di un’ora, viene però impiegata in medicina nelle operazioni in cui è necessario arrestare completamente il cuore e il circolo sanguigno: le cellule non ricevono ossigeno, ma il loro metabolismo è così rallentato che possono sopportarlo.

Ma tutto questo non accadde con gli eroi che portarono il siero a Nome, perché erano forti, esperti e soprattutto ben coperti, raggomitolandosi sulle slitte il più possibile, riducendo l’ampiezza della superficie attraverso la quale il calore interno viene dissipato e conservando così il calore del corpo. Gli indumenti più adatti a quel clima erano ovviamente quelli di coloro che da migliaia di anni vivevano in quell’ambiente e cioé gli Inuit, i quali a loro volta usavano le pelli di animali che da centinaia di migliaia di anni si erano adattati a quelle condizioni climatiche: orsi, caribù, foche, ghiottoni, lupi o volpi.

ghiottone

ghiottone

Gli Inuit nei mesi molto freddi indossavano una casacca e pantaloni in pelle di caribù (uccisi in inverno, quando la pelliccia è più folta), leggeri e col pelo morbido e caldo contro la pelle. Sopra portavano spessi pantaloni e una pesante casacca, l’anorak detto anche parka, di pelliccia di orso polare, volpe o lupo e in doppio strato, ossia una parte col pelo verso il corpo, con sopra un’altra parte col pelo verso l’esterno. Le pesanti casacche avevano cappucci, spesso di lupo o meglio ancora di ghiottone, dal pelo unto idrorepellente e quindi impermeabile. Gli indumenti erano sempre larghi, in modo da dare libertà di movimento e di creare fra i vari strati di indumenti sacche di aria calda. In estate il numero di pelli si riduceva e si preferivano quelle di foca, impermeabili. I guanti erano fatti con la pelle del ventre dei caribù (che è la renna selvatica), sempre con il pelo contro la pelle della mano, e avevano un foro in cui passava il pollice. Sopra si portavano altri guanti interi, col pelo verso l’interno. I piedi potevano essere protetti da vari strati: una sorta di calze di caribù o foca col pelo rivolto verso la pelle, poi stivali di orso o lupo sempre col pelo verso l’interno e infine copri-stivali di lontra, foca o ghiottone. Negli stivali veniva messo uno strato di muschio secco per assorbire il sudore. Gli eschimesi, come altri popoli viventi a contatto con una natura difficile, avevano rispetto di molte cose e per esempio del freddo, che per loro non era un elemento ma un potente dio che li osservava e sovrastava. I vecchi raccomandavano ai giovani di non vantarsi di essere più forti del freddo e di non averne paura, perché il dio l’avrebbe sentito e sentendosi sfidato li avrebbe puniti.

A proposito dell’orso polare, la pelliccia trattiene trattiene tanto bene il calore del corpo – che è di 37° C come nell’uomo – che non c’è nessuna perdita. Pertanto gli orsi polari sono individuabili con le telecamere a raggi infrarossi solo per via di alcune parti del corpo (per esempio quando aprono la bocca ed emettono quindi calore). Si capisce quindi quanto sia accorta la scelta della pelliccia di orso polare da parte degli eschimesi, anche se questi ultimi non conoscevano affatto le telecamere a raggi infrarossi (del resto inventate dopo la Seconda guerra mondiale).

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Come abbiamo detto, per produrre e mantenere il calore corporeo a quelle latitudini occorre una dieta ricchissima e grassa, appunto come quella degli eschimesi, che di carne e soprattutto di grasso ne mangiavano – e ne mangiano – tanto e pure crudo. Sarà bene chiarire però il vero nome degli eskimo, che noi chiamiamo eschimesi, non è quello ma Inuit. Che poi non è un solo gruppo etnico, ma due (ognuno con una propria lingua): gli Inuit (dell’estremo nord dell’Alaska, del Canada e della Groenlandia) e gli Yupik (dell’estremo occidente dell’Alaska e delle zone ad est della Russia). Il nome eskimo deriva dalla parola dei pellirosse Cree aayaskimeew, che significa “fabbricante di racchette da neve” e non “mangiatori di carne cruda” come si dice. Insomma, il vero termine – che comunque agli Inuit non è mai piaciuto – non era così dispregiativo, anche se non era tanto quello il motivo del contendere. Difatti ogni volta che Inuit e Cree (e altre tribù) si incontravano, si ammazzavano a prescindere. E comunque sia, gli Inuit mangiavano veramente carne o pesce crudo.

Mangiavano pure il fegato crudo, specie quello di balena, che era molto salutare. Loro magari non sapevano il perché, però ve lo diciamo noi: gli Inuit mangiavano raramente vegetali, soprattutto bacche, però era come se lo facessero grazie al fegato di balena, da cui ricavavano l’importante vitamina C (quella presente nei peperoni, broccoli, pomodori, fave, arance, limoni, lattuga, ecc., che certo gli Inuit non mangiavano perché lì non esistevano) in quanto questi cetacei si nutrono di plancton, di cui una parte è fitoplancton costituito da micro-organismi vegetali, ricchi di clorofilla e – appunto – vitamina C, che si accumula in grandi quantità nel fegato delle balene. Insomma, per gli Inuit mangiare un pezzo di fegato di balena era come farsi una mega insalata tipo “dieta mediterranea”! Anzi mangiavano qualsiasi fegato, a parte quello di orso bianco (la carne però sì) perché era, ed è, mortale in quanto contiene dosi abnormi di vitamina A. Una persona adulta in un pasto può assimilare persino 10.000 UI di vitamina A, ma solo mezzo chilogrammo di fegato di orso polare ne contiene 9.000.000. La balena era, e lo è pure oggi, una fonte alimentare molto importante. https://www.youtube.com/watch?v=xjptuS7c4q0

La dieta degli Inuit è basata principalmente sul pesce, circa 150 kg l’anno (noi italiani siamo intorno ai 10 kg) e pertanto hanno un notevole accumulo dei cosiddetti grassi omega-3, che hanno il potere di mantenere giovani le arterie. Gli omega-3 sono in grado di abbassare il livello dei trigliceridi nel sangue e cioè il fattore di rischio per l’aterosclerosi, limitano il rischio di trombosi e abbassano la pressione arteriosa. Per capire, questo fa sì che in media l’apparato circolatorio di un uomo di razza caucasica di 30 anni corrisponda a quello di un eschimese di 50-60 anni.

I musher che compirono l’impresa di Nome erano tutti uomini forti, esperti e validi e la cosa è evidenziata dal fatto che ognuno di loro portò a termine il proprio compito. Senza dubbio prima di iniziare la loro corsa si erano alimentati a dovere, ma non come avrebbero fatto degli Inuit semplicemente perché non potevano farlo. Gli Inuit – si intendono quelli americani ma pure quelli siberiani – infatti tollerano grandi quantità di acidi grassi animali grazie a una mutazione genetica selezionata dal clima estremo e che determina pure la loro statura. Insomma, sono prevalentemente carnivori. Si potrebbe pensare che un regime così radicale sia carente in micronutrienti, invece questi popoli sono coperti sotto ogni aspetto nutrizionale: la carne contiene abbondanti fosforo e ferro; il pesce garantisce le vitamine A, D, E e i grassi essenziali; il fegato di foca e di balena crudo è ricco di vitamina C, e ciò come abbiamo già scritto sopperisce all’assenza di vegetali freschi. Inoltre il genotipo degli Inuit si è evoluto per accumulare grasso non viscerale ma sottocutaneo, fondamentale per la protezione dal freddo (e che non provoca il diabete). In quelle aree tutti, se in buona salute, sono dotati di grasso sottocutaneo: eschimesi, orsi polari, foche, trichechi e così via. I magri hanno vita dura e breve. Gli Inuit grazie a questa dieta, che ucciderebbe noi occidentali, non muoiono quasi mai di infarto e ictus, i loro capelli rimangono folti e neri fino alla morte, e in più sono di norma di buonumore. https://www.youtube.com/watch?v=4lDtDswBHKs

Attenzione, sopra abbiamo scritto che la dieta degli Inuit ucciderebbe noi occidentali, ovviamente alla lunga. Questo perché il genoma degli Inuit è particolare, in quanto hanno un cluster di mutazioni – nei geni che sovrintendono al metabolismo degli acidi grassi – presenti in solo il 2% degli europei. Dette mutazioni, dettate dalla selezione in ambienti ostili, sarebbero apparse già nelle popolazioni siberiane, che poi arrivarono in America.

Naturalmente, un eschimese moderno e non soggetto alla terribile prova della vita di un tempo, assaggiandoli, noterà subito che c’è una bella differenza fra il mangiare della carne cruda – dura, fibrosa nonché sgradevole per via della ricchezza di grassi polinsaturi che tendono a irrancidire velocemente – e il gustare una bella bistecca alla fiorentina con patate arrosto. Però con la nostra alimentazione andrà incontro a ipertensione a causa del sale, ingrasserà ma con depositi viscerali e non sottocutanei (quindi pericolo di diabete) in quanto è venuta meno l’esigenza di proteggersi dal freddo. Non solo, la vita e l’alimentazione moderna agli Inuit porta anche altri pericoli, come l’osteoporosi causata anche dalla carenza di vitamina D derivante dalla diminuzione di grassi e oli di pesce nella loro dieta. Non solo, a causa del gran freddo gli eschimesi sono pesantemente vestiti da capo a piedi e pertanto non riescono a captare come dovrebbero i raggi solari che consentirebbero di compensare la succitata carenza dietetica aumentando la sintesi endogena di vitamina D3.

Che dire del calcio, prima ben più presente per via del grande consumo di pesce? La vitamina D è necessaria all’organismo per assorbire il calcio dagli alimenti, e la mancanza di calcio rallenta la formazione e la crescita delle ossa e dei denti, e provoca il loro indebolimento. Bene, gli eschimesi mangiavano molta carne (anche oggi, dai 250 ai 400 grammi al giorno), anzi praticamente quasi solo carne e pesce, e la carne è ricca di fosforo. Bene, fosforo e calcio nell’organismo devono essere bilanciati, ma se diminuisce il calcio che fa l’organismo? Lo prende dalle ossa. Signore e signori, ecco arrivata l’osteoporosi! Ovviamente le cose possono sempre peggiorare, e di solito va proprio così. E allora un eschimese, nella cui dieta mancavano i dolci (esclusi bacche e frutti di bosco in brevi periodi) anche se gli piacevano, impazziva e impazzisce davanti alla Coca Cola, che però contiene acido ortofosforico. E la situazione peggiora. Voi direte, allora che l’eschimese si beva un bicchiere di latte al giorno e mangi formaggi, assimilando calcio! Solo che gli eschimesi sono allergici al lattosio. L’unico latte assimilato è quello da poppanti, poi basta. Insomma, una dieta varia ed equilibrata è proprio ciò che non va per gli Inuit che per millenni hanno mantenuto uno spettro alimentare assai ristretto.

Terminiamo con l’alimentazione dei cani da slitta (perché qualche ruolo l’hanno avuto pure loro nell’impresa di Nome…) dell’epoca, anche se è l’ottimale pure oggi nel caso di cani da lavoro di quelle zone: circa un chilogrammo e mezzo di foca congelata, fra carne, grasso e pelle, al giorno, che in termini energetici equivalgono a 3.000-6.000 calorie. Nutrendoli con mangimi o prodotti in scatola si è riscontrato l’insorgere di diarrea e calo di peso e questi problemi rimanevano anche utilizzando carne di foca. Evidentemente è il processo di trasformazione a provocarli, tanto che quando questi cani da lavoro sono stati alimentati con mangimi o prodotti in scatola ma gli è stata data anche carne di foca o pesce crudi i problemi non sono più emersi e i cani hanno recuperato il giusto peso e forma fisica. Naturalmente i cani non mangiavano regolarmente tutti i giorni – e neppure i loro padroni se caccia e pesca andavano male – però la cosa non era dannosa, né per gli Inuit né per i cani. La fame era un’esperienza normale, però quando c’era abbondanza tutti mangiavano molto, anzi moltissimo. I cani fra l’altro se liberi e se c’era selvaggina erano in grado di procurarsi autonomamente il cibo, altrimenti arrivavano a rubare e mangiare persino gli indumenti e i finimenti in cuoio delle slitte. Il bello è che non accusavano problemi, che invece emergevano con i prodotti in scatola.