Bambini eschimesi a Nome, 1907.

Bambini eschimesi a Nome, 1907.

Quando il 15 dicembre 1924 visitò il bambino eschimese, di due anni d’età, il dr. Curtis Welch diagnosticò una semplice tonsillite. Una infiammazione, appunto, delle tonsille. Ma il bambino morì la mattina dopo. Nei giorni successivi ci fu un numero anormalmente elevato di casi di tonsillite e un altro bambino, precisamente il 28 dicembre, morì.

A quel punto Welch – il solo medico del Maynard Columbus Hospital, che con quattro infermiere era l’unico presidio sanitario nella città e zona circostante di quella parte dell’Alaska setterntrionale – era già molto allarmato e avrebbe voluto fare l’autopsia al bambino, ma la madre non diede il consenso. Altri due bambini morirono, poi si ammalò un altro, Bill Barnett, tre anni. Fu con questo caso che il dr. Welch diagnosticò con certezza che era la difterite a uccidere, e che avrebbe compiuto un’ecatombe. Il medico era stato tentato di somministrare a Bill l’antitossina anche se scaduta, ma sarebbe stato troppo rischioso e non lo fece. Il bambino morì.

 Il dr. Curtis Welch, unico medico di Nome e circondario.

Il dr. Curtis Welch, unico medico di Nome e circondario.

Estremamente contagiosa, ci si salvava con un siero, ma quello immagazzinato all’ospedale era ormai scaduto, mentre quello richiesto da tempo non era arrivato. Anzi, non sarebbe arrivato di sicuro in tempo, perché la malattia si era presentata pochi giorni la partenza della Alameda, l’ultima nave dell’anno. Poi i ghiacci avrebbero bloccato la navigazione per mesi. Il 21 gennaio a Bessie Stanley, sette anni, fu diagnosticata la malattia e allora Welch usò l’antitossina scaduta. La bambina morì. Quella stessa sera il medico partecipò a una riunione d’emergenza nel consiglio comunale e comunicò al sindaco di Nome, George Maynard, che se non avesse ricevuto almeno un milione di unità di antitossina sarebbe stata una strage, poichè senza siero il tasso di mortalità era vicino al 100 per cento. A Nome e nel circondario vivevano circa 10.000 persone, di cui tremila di razza bianca, mentre i restanti erano eschimesi Inupiat e Yup’iks, ancora più soggetti alla malattia. Nel 1918-19 una precedente epidemia di influenza (la terribile Spagnola) nella penisola di Seward aveva già ucciso circa il 50 per cento della popolazione eschimese di Nome, e l’8 per cento in tutta l’Alaska. Nel consiglio comunale si decise di mettere in quarantena tutti gli ammalati, sotto la cura dell’infermiera Emily Morgan, e di inviare telegrammi a tutte le città circostanti e alle autorità del pericolo, invocando nel contempo soccorsi immediati. Nei due giorni successivi morirono altri due bambini e furono diagnosticati altri 20 casi di difterite più altri 50 sospetti.

Famiglia Inupiat, senza data. L'uomo ha in mano un caratteristico tamburo. Ai suoi piedi, il modellino delle loro barche chiamate "umiak".

Famiglia Inupiat, senza data. L’uomo ha in mano un caratteristico tamburo. Ai suoi piedi, il modellino delle loro barche chiamate “umiak”.

Serviva assolutamente il siero, ma non poteva arrivare. Il mare era ghiacciato, e allora gli aerei avevano la carlinga aperta ed erano raffreddati ad acqua: con una temperatura fra i -50° e i -70° sarebbero precipitati senza dubbio. Furono molti i piloti a morire così in quelle zone, negli anni Venti e Trenta. Il sindaco Maynard a dire il vero propose di tentare di portare il siero in aereo a Nome, ma nel 1925 in Alaska erano operativi solo tre aerei biplani J-1 della Fairbanks Airplane company, molto malmessi e residuati della Prima guerra mondiale e tanto inaffidabili in inverno da venire tenuti smontati in un capannone. Inoltre gli unici due piloti in quel periodo erano negli Stati Uniti. Si valutò di chiedere di pilotarne uno all’inesperto Roy Darling, ma il governatore Scott Bone non lo permise poiché erano disponibili solo 300.000 unità di siero (ne servivano 6000 unità a persona) all’Anchorage Railroad Hospital, mentre altre 1,1 milioni di unità di siero erano state messe a disposizione dagli ospedali della West Coast degli Stati Uniti ma sarebbero arrivate con la nave Alameda, causa ghiacci, solo a metà febbraio alla città portuale di Seward, nei pressi di Anchorage, e poi comunque il siero avrebbe dovuto essere portato a Nenana in treno e poi a Nome con altri mezzi. Troppo tardi.

La città di Nome, aprile 1907.

La città di Nome, aprile 1907.

La decisione del governatore Bone di non fare trasportare il siero con l’aereo era dettata da un timore: se l’aereo fosse precipitato, come tanto spesso avveniva, le 300.000 unità di antitossina sarebbe andate perse e nulla più avrebbe salvato quella gente. Il governatore Scott Bone ordinò quindi che il trasporto fosse effettuato prima in treno da Seward a Nenana (680 km) e poi da Nenana a Nome (1.085 km) con le slitte dei postini, coraggiosi ed esperti di quei tragitti, anche se non in quelle condizioni invernali estreme. Dovevano utilizzare l’unica pista – per usare un eufemismo – esistente e cioè parte della Iditarod Trail. Un percorso di circa tre settimane e mezzo e di circa 1.085 km. Ma in questa emergenza dovevano farlo in pochi giorni, giorno e notte senza sosta.

Il percorso affrontato dai soccorritori in slitta.

Il percorso affrontato dai soccorritori in slitta.

Mentre il siero era in viaggio in treno per Nenana, il governatore Bone ordinò a Edward Wetzler, ispettore dell’US Post Office, di scegliere i migliori musher e cani per l’impresa. La parte più difficoltosa fu assegnata a Leonhard Seppala, un 48nne norvegese molto stimato e capace trasferitosi da decenni in Alaska dove andò a lavorare come musher a Nome, per la società mineraria del suo amico Jafet Lindeberg, pure lui norvegese e fondatore proprio di Nome (dopo avervi scoperto l’oro) insieme agli svedesi Erik Lindblom e John Brynteson. Incredibilmente abile e resistente, percorreva con la sua slitta fra gli 80 e i 160 km al giorno, quando per gli altri un tragitto di 50 era già molto, e ogni anno faceva trasporti per un totale di oltre 10.000 km. Fu proprio Lindeberg a fargli conoscere dei piccoli cani da slitta fatti arrivare dalla Siberia, ossia i famosi Siberian Huskies. Lindeberg li aveva acquistati nel 1913 per regalarli all’esploratore Roald Amundsen, affinché li utilizzasse per la sua imminente spedizione al Polo Nord. Ma poi l’impresa saltò e allora li mise a disposizione di Seppala, che con quei cani vinse molte gare, divenendo famoso. Ecco il motivo della scelta del governatore Bone di fare affidamento su Seppala, il quale fra l’altro aveva pure altri motivi per partecipare in quanto anche la figlia Sigrid era a rischio per la difterite.

Seppala con la moglie Constance e la figlia Sigrid,1914.

Seppala con la moglie Constance e la figlia Sigrid,1914.

La spedizione per salvare Nome metteva in campo una staffetta di 20 musher e circa 150 cani, in particolare Siberian Huskies e Alaskan Malamute. Ogni musher avrebbe utilizzato delle capanne già esistenti che fungevano da punti di sosta e ristoro, cani inclusi. Il prezioso siero – un pacchetto di 9 kg – fu consegnato alla stazione ferroviaria di Nenana al primo musher, “Wild Bill” Shannon. Erano le 21 del 27 gennaio 1925. Shannon partì subito con la sua slitta trainata da 9 cani validi ed esperti, con capomuta Blackie. La temperatura era di -50° C. Ma cominciò a scendere ancora. Il musher scoprì che la pista era stata distrutta dai cavalli (quindi il terreno era ora molto mosso e congelato, mettendo troppo sotto pressione la struttura della slitta) e allora Shannon guidò la slitta sulla superficie ancora più gelida del fiume ghiacciato. La temperatura scese a -62° e allora il musher, per riscaldarsi, scese dalla slitta e si mise a correre vicino. Nonostante questo alle 3 di notte, quando fece una sosta a Minto, era in ipotermia, con parti del volto divenute nere per il congelamento. Accese un fuoco, fece riscaldare il siero (operazione necessaria), si riposò per 4 ore, staccò tre cani esausti e proseguì con gli altri sei. Alle 11 del mattino giunse a Tolovana, dopo avere percorso 84 km, e consegnò il siero a Edgar Kallands, che percorse 50 km con una temperatura di -56°. Quando arrivò alla tappa di Manley Hot Springs il gestore della stazione di posta dovette usare l’acqua per aprirgli le mani che, pur con gli spessi guantoni, erano rimaste bloccate al manubrio della slitta. Intanto da Nome avevano telegrafato che i casi di difterite stavano ancor più aumentando e allora il governatore Bone fece aggiungere altri musher e cani. https://www.youtube.com/watch?v=IQipgKqm7a4

Seppala e Togo.

Seppala e Togo.

Magari sarà un po’ lunga, ma visto che questi uomini (e i loro cani) furono degli eroi, li menzioniamo tutti: Dan Green (da Manley Hot Springs a Fish Lake, 45 km), Johnny Folger (da Fish Lake a Tanana, 42 km), Sam Joseph (da Tanana a Kallands, 55 km), Titus Nikolai (da Kallands a Nine Mile Cabin, 39 km), Dan Corning (da Nine Mile Cabin a Kokrines, 48 km), Harry Pitka (da Kokrines a Ruby, 48 km), Bill McCarty (da Ruby a Whiskey Creek, 45 km), Edgar Nollner (Whiskey Creek a Galena, 39 km), George Nollner (da Galena a Bishop Mountain, 29 km), Charlie Evans (da Bishop Mountain a Nulato, 48 km), Tommy Patsy (da Nulato a Kaltag, 58 km), Jackscrew (da Kaltag a Old Woman Shelter, 64 km), Victor Anagick (da Old Woman Shelter a Unalakleet, 55 km), Myles Gonangnan (da Unalakleet a Shaktoolik, 64 km). A quel punto toccava a Henry Ivanoff che però, appena partito, si scontrò con un caribou, ossia una renna selvatica, sbucato improvvisamente dalla foresta, con il risultato che si aggrovigliarono i legacci e le funi della slitta e dei cani. Ma proprio quando sembrava che tutto andasse storto, sbucò veloce dalla fitta nebbia Leonhard Seppala, che aveva fortunatamente preso uno scorciatoia sul Norton Sound – passando proprio da Shaktoolik – per recarsi al suo posto nella staffetta. Seppala infatti era andato incontro – partendo da Nome (era in viaggio già da tre giorni e aveva percorso ben 270 km!) – alla slitta prevista senza sapere che nel frattempo gli ordini erano cambiati e che il suo percorso di ritorno era stato accorciato con l’inserimento per ultimo di Gunnar Kaasen. Fortunatamente Ivanoff lo vide e attirò la sua attenzione gridandogli: “Il siero! Il siero! L’ho qui!”. Seppala ripartì velocemente, perché stava per scoppiare una bufera. La temperatura si era un po’ rialzata, essendo di -34° C ma quella percepita, a causa del vento sempre più forte, era di -65°. Seppala aveva cone cane capomuta il suo preferito, il fidato Togo, che benché avesse già 12 anni era ritenuto dal musher norvegese infinitamente superiore a Balto, pure questo di Seppala. Difatti Balto – divenuto mediaticamente e immeritatamente l’eroe canino di questa impresa, anche se si comportò alla grande pure lui – era stato assegnato alla slitta di Kaasen.

Tutti erano al corrente che sarebbe spettato a Seppala tentare di superare il percorso più lungo e pericoloso. Difatti, usando una scorciatoia estremamente pericolosa, ritornò sul Norton Sound e poi a Isaac’s Point durante la notte, con la ruggente bufera che non permetteva di vedere nulla e neppure di sentire lo spezzarsi dei ghiacci che coprivano il mare e su cui passarono. Il mare era ghiacciato e si erano formate una moltitudine di collinette fra le quali i cani passavano scegliendo il miglior percorso e che in parte almeno proteggevano dal vento. Ad un certo punto il ghiaccio si spezzò e Seppala con i cani fu bloccato per diverse ore su un lastrone di ghiaccio alla deriva e cozzante contro gli altri pesanti pezzi di ghiaccio galleggianti. Fortunatamente Seppala notò che il lastrone si era avvicinato di quasi due metri alla banchisa ghiacciata e allora legò Togo con una imbracatura e una corda e ordinò al cane di saltare. Togo lo fece e iniziò a tirare avvicinando il lastrone, mentre Seppala cercava di fare presa come poteva. Ma l’imbragatura si ruppe. Allora Togo si tuffò in acqua – la temperatura era di -70°, c’era una terribile bufera, il cane aveva 12 anni e pesava solo 22 kg – afferrò con i denti la corda e nuotando tirò il lastrone pesante tonnellate fino a dove il ghiaccio era rimasto integro. Seppala riattaccò Togo e ripartirono. Lui non vedeva nulla ma Togo e Fritz sapevano dove andare. Dopo aver percorso 134 km in un giorno, il team riposò per sei ore e ripartì alle 2 di notte, con una temperatura di – 40° e raffiche di vento fino a 105 km/h. Arrivarono su una zona di ghiaccio a rischio rottura, avanzarono, superarono i 1500 metri di altitudine del Little Mountain McKinley, ridiscesero a Golovin e a questo punto Seppala diede il siero al penultimo della staffetta e cioè Charlie Olson, che percorse 40 km con grande fatica. Fra l’altro una violentissima raffica di vento aveva scaraventato la slitta fuori dalla pista, su un mucchio di neve fresca. Olson dovette scavare una via d’uscita e districare i suoi sette cani ma prima di iniziare il lavoro li coprì con delle coperte e per fare questo dovette togliersi i guanti, che si congelarono. Rischiò così di perdere le dita delle mani. La temperatura era scesa a -70°.

Il mare ghiacciato a Norton Sound.

Il mare ghiacciato a Norton Sound.

Al punto convenuto a Bluff, Olson consegnò il pacco a Gunnar Kaasen. Erano le 7 di sera dell’1 febbraio ma la bufera era così impetuosa che Kaasen, su consiglio dello stesso Olson, decise di aspettare sperando che calasse un po’, ma alle 10 era semmai peggiorata e così il musher decise di partire lo stesso e con il vento contrario, ulteriore e grande difficoltà. Addirittura riusciva a scorgere solo i primi cani dei tredici che trainavano la slitta. Per fortuna il capomuta Balto riusciva a vedere il percorso. A un certo punto il vento capovolse la slitta e il pacco finì sulla neve, venendone immediatamente coperto. Kaasen allora si tolse i guanti e a mani nude e al buio – congelandosi – frugò lì intorno finché lo ritrovo. Benché lontano pochi metri dalla slitta e dai cani ebbe difficoltà a trovarli, tanto i fiocchi di neve erano fitti e tumultuosi. Riposizionata la slitta e risistemate le corregge dei cani, ripartì.

Finalmente, alle 3 di notte, arrivò all’ultima stazione di posta, dove avrebbe consegnato il siero al musher Ed Rohn ma questi, credendo che Kaasen per via della bufera si sarebbe fermato a Solomon (come aveva deciso e comunicato l’organizzazione, ma Kaasen non lo sapeva), dormiva. I suoi cani pertanto non erano neppure legati alla slitta. A quel punto Kaasen, stimando che i suoi cani potessero farcela, proseguì. Sempre sotto la bufera Kaasen percorse gli ultimi 38 km, arrivando all’ufficio postale di Fort Street di Nome alle 5,30 del mattino, tra gli applausi della popolazione. In tutto aveva percorso ben 85 chilometri. Il siero salvò moltissime vite.

Gunnar Kaaser con la sua muta di cani. Balto è il secondo da sinistra, in alto.

Gunnar Kaaser con la sua muta di cani. Balto è il secondo da sinistra, in alto.

In tutto, erano state percorse 674 miglia (1084 km), in 127 ore e mezza, un record mondiale. Diversi cani erano morti di fatica e congelamento. I musher che parteciparono all’incredibile impresa furono pagati 25 dollari al giorno, incluso Seppala che a detta di tutti fu il vero eroe, insieme a Togo. L’azienda HK Mulford, che produceva l’antitossina, assegnò una medaglia a ciascuno. A Gunnar Kaasen andò molto meglio: la HK Mulford gli donò 1000 dollari, gli proposero di interpretare un film e fece – insieme a Balto – una lunga tournée (sponsorizzata) in America, acclamato ovunque. A Balto fu dedicata una statua in bronzo, e ancora adesso si trova al Central Park di New York City. Un’altra statua di Balto venne posta nel centro di Anchorage. Tutto questo non fece piacere a Leonhrad Seppala, il quale sapeva che il vero eroe canino della straordinaria impresa era il suo Togo (insieme al fratello Fritz, che fu uno dei grandi stalloni da cui discendono i siberian huskies. Fritz, tassidermizzato, è esposto al Carrie M. McLain Memorial Museum di Nome) e che Balto, sempre di sua proprietà, era molto meno valido, tanto che l’aveva fatto castrare. Infatti dichiarò: “Quello che mi spiace di più è il fatto che Balto, quel cane miserabile, ha ottenuto gli onori invece di Togo, che li meritava”.

Seppala abbraccia Fritz.

Seppala abbraccia Fritz.

Triste è la vita, e spesso si viene dimenticati e si passa dalle stelle alle stalle. Balto – spacciato dai media come ibrido cane e lupo ma in realtà husky – era castrato e quindi come riproduttore non serviva. Kaasen non lo volle tenere con sé, e neppure l’azienda che aveva sponsorizzato la tournée. Neppure in Alaska ci fu interesse. Alla fine svendettero lui e gli altri sei cani – Alaska Slim, Fox, Billy, Sye, Old Moctoc e Tillie – rimasti della slitta di Kaasen, che finirono alla catena in una misera mostra-circo della caldissima Los Angeles, di proprietà di una persona già al centro di episodi di maltrattamenti di animali. Fortunatamente dopo un po’ li vide, malconci e denutriti, un ex pugile divenuto imprenditore a Cleveland, il quale, scandalizzato, si offrì di portarli con sé, facendogli fare una vita migliore. Il proprietario però voleva 2.000 dollari e allora Kimble chiese e ottenne il supporto del giornale di Cleveland Plain Dealer per fare una pubblica raccolta di fondi, alla quale aderirono pure la Lega protezione degli animali, la Western Reserve Kennel Club e il giudice James Ruhl. Il dieci giorni furono raccolti 2.300 dollari e così i cani il 19 marzo 1927 furono portati – con una parata trionfale – e ospitati in migliori condizioni al Brookside Zoo (ora Cleveland Metroparks Zoo). Balto morì nel 1933, all’età di 14 anni.

Balto nel 1933 al Brookside Zoo, poco prima di morire. Con lui il veterinario dr. WT Brinker e il custode Curly Wilson.

Balto nel 1933 al Brookside Zoo, poco prima di morire. Con lui il veterinario dr. WT Brinker e il custode Curly Wilson.

Il corpo di Balto fu donato al Cleveland Museum of Natural History, dove fu tassidermizzato, e lì è sempre rimasto, se si esclude una permanenza in prestito per cinque mesi, nel 1998-99, all’Anchorage Museum of History and Art. Per quanto riguarda Gunnar Kaaser, tornò in Alaska e poi si trasferì a Everett, Washington, dove morì di cancro all’età di 78 anni. L’incredibile impresa di quegli uomini e cani comunque non fu mai dimenticata e viene commemorata con una gara annuale molto famosa, la Iditarod Trail Sled Dog, che si svolge all’inizio di marzo su un difficile percorso di circa 1,868 km, da Anchorage a Nome.

La cosa più strana è che Togo, con il nome di Steele, nel film d’animazione Balto (1995, prodotto dalla Amblimation e diretto da Simon Wells) viene fatto passare per il cattivo di turno! Seppala, essendo morto a Seattle nel 1967, almeno non subì questo ulteriore affronto.

Balto, esposto al Cleveland Museum of Natural History.

Balto, esposto al Cleveland Museum of Natural History.

Togo era già morto da quasi quarant’anni, esattamente dal 1929. https://www.youtube.com/watch?v=kXR2h9ch-QM 


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