Osāma bin Muhammad bin ʿAwaḍ bin Lāden, meglio noto come Osāma bin Lāden o Bin Lāden (in arabo: أسامة بن محمد بن عوض بن لادن), è stato un terrorista saudita, fondatore nel 1988 nonché leader di al-Qāʿida, la più nota organizzazione terroristica internazionale fino all’avvento dell’Isis. Fra i tanti attentati fatti da questa organizzazione il più celebre e sanguinoso fu quello al World Trade Center di New York e al Pentagono dell’11 settembre 2001 e che causò la morte di 2.996 persone e il ferimento di altre 6.000.

Le torri del World Trade Center bruciano.

Le torri del World Trade Center bruciano.

La caccia a Bin Lāden – dal 1998 già inserito dalla FBI nell’elenco dei più ricercati terroristi al mondo, con una taglia di 25 milioni di dollari – fu subito una priorità degli Stati Uniti ma l’obbiettivo era non solo latitante ma protetto da nazioni conniventi. Inoltre era straordinariamente accorto (a un certo punto non usò più telefoni cellulari e computer per non farsi intercettare e localizzare), nonché fortunato in quanto si salvò da diversi tentativi di eliminazione solo per caso. Finalmente alcune intercettazioni e interrogatori di prigionieri portarono alla scoperta di un corriere che aveva contatti con Bin Lāden. Tutto faceva pensare che il terrorista si trovasse nella città di Abbottabad, in Pakistan. La cosa a dire il vero era perfettamente nota ai servizi segreti pakistani, e pertanto al governo, almeno dal 2006 ma tenuta segreta. La CIA era al corrente della cosa ma non aveva maggiori elementi su dove si trovasse il latitante, più volte spostatosi in covi segreti in Afghanistan e Pakistan. Insomma, dire che gli Stati Uniti diffidassero della collaborazione del Pakistan è solo un eufemismo.

Osāma bin Lāden (a destra) fotografato nel 1996 a Tora Bora, Afghanistan.

Osāma bin Lāden (a destra) fotografato nel 1996 a Tora Bora, Afghanistan.

Grazie a serrate e segretissime indagini la CIA individuò il covo di Bin Lāden. Un palazzo di tre piani – fatto costruire proprio dal terrorista nel 2004 – a 4 km dal centro della città di Abbottabad ma comunque inserito in un’area residenziale nel nucleo urbano e ad appena poco più di un chilomentro da una base militare pakistana. L’immobile non era certo difficile da individuare poiché, incluso il cortile (con tanto di orto e pollaio), aveva un’area ben otto volte più grande di quelle delle case vicine. Non solo, era circondato da un muro di cemento alto, nei diversi punti, fra i 3,7 e i 5,5 metri e sormontato da filo spinato; aveva due cancelli di sicurezza e il balcone al terzo piano era protetto da un muro alto 2,1 metri e cioè abbastanza da non fare vedere Bin Lāden (alto 193 cm) quando vi andava. Il terrorista era talmente prudente che non fu mai visto dal satellite puntato sulla casa, né dai droni né dagli agenti della CIA che da mesi avevano affittato una casa nelle vicinanze, tenendola sotto controllo anche con telecamere a infrarossi. Neppure la voce del terrorista fu mai ascoltata con i microfoni direzionali. Eppure erano convinti che Bin Lāden fosse lì dentro. La CIA aveva però individuato il numero di persone che vivevano nell’immobile, il loro sesso, età, altezza e probabile ruolo e questo nonostante la cautela degli occupanti, che non utilizzavano telefoni cellulari e Internet (anche se dopo l’incursione nella casa ne furono trovati una dozzina e altro materiale elettronico). Non depositavano sulla strada neppure i sacchi dell’immondizia per evitare controlli, preferendo bruciarli nel cortile (abitudine evidentemente non inusuale in quelle zone e tale da non attirare reclami o controlli, come avverrebbe da noi).

Fotografia aerea dell'abitazione di Bin Lāden ad Abbottabad.

Fotografia aerea dell’abitazione di Bin Lāden ad Abbottabad.

La CIA, in collaborazione con le forze armate statunitensi e ovviamente sotto l’attento controllo del presidente Obama e del suo staff, propose vari interventi. Uno fu il bombardamento della casa, che però essendo stata fatta costruire appositamente da Bin Lāden avrebbe potuto essere dotata di bunker sotterranei e cunicoli blindati per la fuga. Per avere la ragionevole certezza di raderla al suolo, e uccidere il terrorista e gli altri occupanti, si sarebbero dovute usare ben 32 bombe speciali con sistema di guida JDAM, ognuna delle quali contenente 910 kg di esplosivo ad alto potenziale. Insomma, sarebbero state uccise anche le persone innocenti delle case vicine. Inoltre, non ci sarebbe stata la possibilità di trovare il corpo del terrorista e avere quindi la certezza della sua eliminazione. Bisogna inoltre considerare che l’attacco avrebbe provocato la reazione del Pakistan, già tanto sospetto da non venire minimamente informato di quel che si stava preparando. C’era difatti il timore, o meglio la certezza, che qualcuno avrebbe subito avvisato il terrorista. Si decise infine di intervenire con un raid di commando, con gli elicotteri, e di catturare Bin Lāden se possibile, o di ammazzarlo se costretti. Tuttavia da fonti interne si seppe poi che si trattava di un’operazione di eliminazione fisica.

Una volta decisa l’operazione, la si pianificò attentamente nei minimi dettagli. Non solo simulazioni al computer, ma anche addestramento sul campo. Difatti, si utilizzarono alcune basi militari negli Stati Uniti e cioè in North Carolina, dove, grazie alle fotografie satellitari della casa di Bin Lāden, si costruì una perfetta replica di 4.000 m² della residenza. Non sappiamo se questa replica contenesse anche la delimitazione interna, ossia le stanze, della casa. Ma è probabile di sì, almeno in parte. Poi fu usata una base in Nevada perché si trova a 1200 metri di altitudine, ossia molto simile a quella del loro obbiettivo e cioè il covo di Bin Lāden ad Abbottabad, a circa 1250 metri d’altitudine. Questo necessitava per capire le difficoltà che avrebbero avuto gli elicotteri ad atterrare in quella zona e precisamente in un cortile circondato da un alto muro, quindi con i vari problemi causati dal vortice d’aria provocato dalle pale degli elicotteri in uno spazio chiuso.

La casa di Bin Lāden.

La casa di Bin Lāden.

Una replica a grandezza naturale della casa di Abbottabad fu poi costruita anche a Camp Alpha, una zona ad accesso limitato dentro all’aeroporto di Bagram, in Afghanistan. Vi si addestrarono (senza sapere però quale fosse la missione) alcuni membri dei Navy Seals del Red Squadron del Naval Special Warfare Development Group della base di Dam Neck, in Virginia. Si decise che l’operazione Neptune Spear sarebbe stata compiuta da 24 Navy Seals, supportati da alcuni agenti della CIA, da altri militari e da un interprete, per un totale di 81 componenti. Altri elicotteri erano nelle vicinanze, per sbarcare rinforzi in caso di guai e per contrastare un eventuale intervento dell’esercito e aeronautica militare pakistana. Si intuì che necessitava il supporto di un cane addestrato, di cui sono dotati i Navy Seals. Il problema erano i terroristi, maestri nell’usare gli esplosivi, anche realizzando ordigni artigianali, i cosiddetti IED (Improvised Explosive Device). Il covo di Bin Lāden poteva esserne farcito. Inoffensivi per gli abitanti della casa, che ne conoscevano il posizionamento, e letali per gli intrusi. Serviva pertanto un cane non solo efficiente nel fiutare l’esplosivo, ma anche a farlo velocemente, durante un’incursione. Cosa molto difficile. Gli Stati Uniti sono dotati di circa 2800 cani da guerra, soprattutto Pastori Tedeschi e Malinois nonché Labrador, ma questi ultimi sono adatti solo per la ricerca di esplosivi e non contro l’uomo. Ad Abbottabad il cane avrebbe dovuto fare anche altro e cioè vigilare il cortile durante l’irruzione nel caso arrivassero elementi ostili e contrastarli fisicamente. Meglio specificare che questi cani (vale anche per quelli militari italiani) del valore stimato di circa 50.000 dollari, sono protetti da giubbetti altamente tecnologici del costo di circa 30.000 dollari l’uno. Il giubbetto permette la comunicazione visiva fra conduttore e cane, nel caso non fossero insieme, grazie a una telecamera ad alta definizione montata sul giubbetto e che viene azionata a distanza. La lente della telecamera si adatta automaticamente alla visione notturna e l’obiettivo è protetto da una schermatura resistente agli urti. La comunicazione audio fra gestore e cane è resa possibile da un microfono e un altoparlante. Il giubbetto, che in pratica è un armatura ma flessibile e realizzata su misura, è progettato per resistere a colpi di pistole calibro 9 millimetri e .45 Magnum.

Il cane Cairo doveva anche individuare Bin Lāden nel caso si fosse nascosto in qualche spazio segreto o avesse tentato di fuggire in eventuali cunicoli. In tal caso il cane, con ogni probabilità, avrebbe potuto ricevere il comando “uccidi”. Perché il terrorista non doveva in nessun caso riuscire a fuggire. E il cane era perfettamente in grado di eseguire l’ordine. Sono due le razze impiegate dalle forse armate degli Stati Uniti in grado di assolvere tutti questi compiti e sono per l’appunto il Pastore Tedesco e il Pastore belga Malinois, il secondo appena più piccolo pesando i maschi circa 30 kg. Si tratta di cani eccezionali, con un fiuto circa 40 volte superiore a quello umano, in grado di correre tre volte più velocemente di un uomo allenato, incredibilmente atletici e attenti, determinati e coraggiosi e con un morso deciso e letale. Ma per contro molto intelligenti, equilibrati, addestrabili e affettuosi con il padrone e la famiglia.

Pastore belga Malinois con giubbetto protettivo.

Pastore belga Malinois con giubbetto protettivo.

Anche il Corpo dei Marine apprezza molto il Malinois. Il fatto che sia mediamente più piccolo dei Dobermann usati in precedenza, o dei Pastori Tedeschi ancora in uso, non ha importanza. I Marine sottolineano che un Malinois di 25-30 kg è in grado di correre contro una persona e di accelerare ancora poco prima dell’impatto, mentre di solito i Pastori Tedeschi rallentano. In piena velocità azzannano ovunque sia conveniente, non comportandosi quindi come i cani addestrati a scopo sportivo. Per chiarire l’efficacia di questi cani, spiegano: “Un uomo, fosse anche un giocatore grande e grosso di rugby, quando viene azzannato al tendine del ginocchio va giù senza scampo”. E’ per questo che un Dobermann o un Rottweiler non servirebbero, tutta quella potenza in più sarebbe inutile.

Tornando alla nostra storia, il cane prescelto – ammesso fosse uno solo – per l’Operazione Neptune Spear fu Cairo, un maschio di Pastore belga Malinois e di cui praticamente non si sa nulla per motivi di segretezza militare. Non è disponibile neppure una fotografia. Si suppone fosse un esemplare eccezionale anche fra altri cani eccezionali attentamente selezionati e addestrati dai militari. Bene, cane, Navy Seals e agenti della CIA partirono dalla città afghana di Jalalabad, a una sessantina di chilometri dalla città pakistana di Abbottabad a bordo di due elicotteri Black Hawk versione “stealth” ossia resi invisibili ai radar. Era quasi l’una di notte del 2 maggio 2011 quando i due elicotteri scesero sul covo di Bin Lāden, solo che – a dispetto di tutte le prove fatte per mesi – il primo elicottero, quello con Cairo, precipitò all’interno del cortile a causa proprio a causa della turbolenza dell’elica, colpendo la palazzina, finendo sul pollaio e infine piantandosi nel terreno di muso. Secondo alcune voci, smentite dagli USA, sarebbe stato invece abbattuto. Nel trambusto, mentre dall’esterno gli agenti della CIA provocavano un blackout che fece mancare la luce a tutto il quartiere, i soldati dell’elicottero ne uscirono illesi, mentre dal secondo elicottero finito fuori posizione si calavano velocemente con le funi gli altri Navy Seals, che dovettero scavalcare il muro. Su quest’ultimo elicottero c’era il cane Cairo, che insieme a quattro soldati tenne lontani i curiosi attirati dal frastuono. A detta dei portavoce americani non ci fu alcun conflitto a fuoco, anche se appare strano che le tre guardie del corpo di Bin Lāden (incluso uno dei suoi figli) siano stati tanto sprovveduti da non accorgersi di un elicottero che precipitava nel cortile e da non reagire… fra l’altro i Navy Seals, dotati di visori notturni e quindi in grado di vedere nella casa buia, fecero saltare con cariche esplosive i cancelli e le porte che si trovavano davanti ed entrarono dal pianoterra, combattendo stanza per stanza fino al terzo piano per ben 15 minuti. Nel conflitto a fuoco furono uccisi Bin Lāden, suo figlio e altre due guardie del corpo, più la moglie di uno di questi ultimi. In totale nella casa c’erano ventidue persone, incluse donne e una decina di bambini, ma pur nel marasma della situazione i Navy Seals riuscirono a distinguerli e a non sparargli, tanto che sopravvissero tutti. Da parte americana non ci sarebbero state vittime, anche se corre voce che non fu così e che furono aggiunte quattro mesi dopo a quelle di un elicottero (leggi alla fine dell’articolo NdA).

Casa Bianca, il presidente Obama segue con lo staff l'operazione contro Bin Laden.

Casa Bianca, il presidente Obama segue con lo staff l’operazione contro Bin Laden.

Il presidente Barack Obama era nel suo ufficio alla Casa Bianca insieme a tutto il suo staff e quando il capo della squadra dei Navy Seals, in video e in diretta, disse “Per Dio e per paese Geronimo, Geronimo, Geronimo” tirò il sospiro di sollievo. Un attimo dopo arrivò la conferma ufficiale come d’accordo: “Geronimo EKIA”, in cui Geronimo indicava Bin Lāden ed EKIA era l’acronimo di “Enemy Killed In Action” (nemico ucciso in azione). Allora Obama disse semplicemente: “L’abbiamo preso”. In totale il raid durò 38 minuti, dall’arrivo alla partenza prima che arrivassero i militari pakistani. L’elicottero caduto fu fatto esplodere dagli stessi Navy Seals per non fare scoprire la sofisticata tecnologia di cui era dotato. Tutti evacuarono con l’elicottero rimasto e un altro sopraggiunto poco dopo e in attesa non lontano per eventuale rinforzo. Il corpo di Bin Lāden fu trasportato sulla portaerei USS Carl Vinson, esaminato e, dopo il rito funebre musulmano, gettato in mare all’interno di una sacca appesantita da una zavorra di 140 kg in ferro. Nessuna fotografia del cadavere del terrorista (colpito alla testa da due o tre proiettili) è stata divulgata e quelle circolanti su Internet sono un falso. Alcuni giorni dopo l’operazione Neptune Spear il presidente volle ringraziare e incontrare alla base militare di Fort Campbell in Kentucky i membri del Team Six dei Navy Seals, quelli che avevano portato a termine l’intervento. C’erano anche gli agenti della CIA e altri. C’era pure il cane Cairo, che Obama aveva detto di volere conoscere.

cane-malinois-usaCi si domanderà: che fine ha fatto Cairo? Perché non c’è neppure una sua fotografia? Non possiamo rispondere con certezza, ma solo dirvi che quattro mesi dopo, la notte del 6 agosto, a sessanta miglia dalla capitale afghana Kabul, nel distretto di Wardak Sayad Abad, un elicottero Chinook americano venne inviato all’assalto di una casa piena di combattenti talebani. L’elicottero, contrariamente alla norma di contenere non più di dodici Navy Seals, ne trasportava – così dichiarò il governo statunitense – ben ventidue, oltre a sette piloti e membri dell’equipaggio, sette soldati afghani e un interprete. L’elicottero, privo di scorta, finì in quella che parve subito una trappola, venendo colpito con lanciagranate RPG. Morirono tutti (la scatola nera dell’elicottero non fu mai trovata) e poi si seppe che dei ventidue Navy Seals morti, ben sedici appartenevano al Team Six, proprio lo stesso dell’attacco a Bin Laden. Con loro c’era un cane…


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BOX

Il generale David Petraeus, ex comandante delle forze USA in Afghanistan, sintetizzò così l’efficacia dei cani: “Le loro capacità non possono essere replicate da uomo o macchina”. Basti pensare che nel 2010 il Pentagono – dopo quattro anni di ricerche e avere speso l’incredibile somma di 19 miliardi di dollari per affrontare la minaccia degli ordigni esplosivi – ammise che: “Non ci è venuto in mente nulla di meglio di un buon cane”. Si calcola che nel corso della sua vita operativa mediamente un cane antiesplosivo salvi la vita a circa 150 persone. Il più grande centro di addestramento di cani militari al mondo è la Lackland Air Force Base di San Antonio, nella contea di Bexar, Texas. Copre un’area di oltre novemila acri e ha una base di circa 800 cani in addestramento (in ogni momento, ossia sempre presenti) soggetti al Military Working Dog Program del 341° Training Squadron. Dal 1958, quando fu istituito, ha formato decine di migliaia di cani. Le razze maggiormente addestrate sono il Pastore Tedesco, il Pastore belga Maninois e il Labrador Retriever, quest’ultimo solo per la ricerca di esplosivo e persone.

boxDopo circa sei mesi di addestramento a Lackland, la maggior parte dei cani è pronta per la fase ulteriore e cioè l’addestramento in condizioni ostili, con raffiche di mitragliatore, esplosioni, incendi ed elicotteri in azione. Questa preparazione alla battaglia viene fatta alla base Yuma Proving Ground, in Arizona. Gli esemplari migliori vengono poi assegnati alle unità speciali, come i Rangers e i Navy Seals. Ci sono anche agenzie esterne che hanno appalti milionari e che forniscono alle forze armate cani già addestrati in tutto e per tutto, anche a tuffarsi in acqua dagli elicotteri o a farsi lanciare, assicurati con robuste imbracature ai paracadutisti, da 7.000 metri d’altezza. Purtroppo sono proprio i cani delle agenzie esterne quelli che rischiano, se non c’è più l’appalto, a essere soppressi. Insomma, questi cani muoiono a decine vittime di mine e proiettili al fronte, e probabilmente in numeri molto maggiore quando non ci sono più soldi. Solo che nel primo caso li uccide il nemico, e nel secondo gli amici o presunti tali e nel nome del dio denaro.

Questo non accade con i cani delle forze armate poiché nel 2000 il Congresso, allora il presidente era Clinton, approvò la Robby Law, che autorizza l’adozione dei cani militari vecchi, menomati, inadatti, ecc. da parte di altre istituzioni, dei loro gestori militari ma a livello familiare, e dei privati. Prima non era concesso. Le richieste sono tali – e sono aumentate enormemente dopo la vicenda del cane Cairo e dell’operazione Neptune Spear – che tutti i cani non utilizzabili trovano una sistemazione. Anzi, c’è una lunga lista d’attesa e severi controlli anche attitudinali (per gli adottanti) prima dell’affidamento, che vieta assolutamente il loro utilizzo anche sporadico in ambiti simili a quelli per cui sono stati addestrati. Venendo adottati, in pratica, passano a una tranquilla vita familiare e così dev’essere fino alla morte. La cosa bella è che quasi sempre vengono assegnati in adozione ai loro stessi gestori militari, quelli con cui hanno rischiato la vita tante volte e a cui sono legati da qualcosa di unico e indescrivibile. Questi cani non vanno più in missione con loro, ma li aspettano a casa, insieme alla famiglia di cui fanno parte a tutti gli effetti.