I a.C., legionario romano con Cane Corso (Manifestazione storico-cinofila Onore e Gloria, Pizzighettone).

I a.C., legionario romano con Cane Corso
(Manifestazione storico-cinofila Onore e Gloria, Pizzighettone).

Prima di tutto meglio chiarire una cosa: la guerra è sia attacco che difesa, non la fa solo chi attacca ma pure chi difende. La lancia contro lo scudo, il cannone contro le trincee, la granata a razzo contro il carro armato, il missile contro il bunker. E così via. La guerra la fa anche chi trasporta i rifornimenti e le truppe, e un tempo si usavano buoi, muli, yak, cavalli, cammelli e cani. E la fa anche chi gestisce i depositi e i magazzini, perché i soldati se non mangiano non combattono e le scorte e i rifornimenti sono vitali, dall’antichità a oggi. E la fa anche chi vigila su basi, accampamenti e fortificazioni, come i soldati e i cani. Quindi, i cani che supportano i soldati vigilando accampamenti, magazzini e fortificazioni, portando messaggi, perlustrando il territorio per scoprire eventuali agguati o gruppi di nemici, custodendo i prigionieri e così via, la guerra la fanno pure loro? Certo! Quindi un cane può legittimamente essere definito da guerra anche se non viene utilizzato per attaccare fisicamente il nemico in battaglia. E’ il caso del molosso romano: non veniva messo in campo nella battaglia, ma la guerra la faceva, eccome. Abbiamo aperto il servizio specificando questo perché buona parte degli appassionati cinofili non ha ben chiari questi concetti.

Ricostruzione di cane da guerra con corsetto in cuoio e protezioni e punte in bronzo.

Ricostruzione di cane da guerra con corsetto in cuoio e protezioni e punte in bronzo.

Altra cosa che è meglio sottolineare è che i cani vengono utilizzati militarmente anche oggi praticamente per le stesse funzioni, nonostante la tecnologia offra ormai soluzioni quasi fantascientifiche. Ciò è subito spiegato dicendo che i cani sono sempre stati ausiliari, hanno supportato e affiancato l’uomo e non vi si sono mai sostituiti. Neppure nell’antichità. Ma la loro efficacia è rimasta immutata. Ebbene, se li si usa oggi con grandissimi risultati, com’è pensabile che non li si impiegasse in epoche lontane in cui tutti questi apparati moderni non erano neppure immaginabili e pertanto non esistevano? E com’è pensabile che siano stati usati prima dei romani – e durante, basti pensare ai celti della Gallia o ai macedoni di Filippo II nel IV secolo a.C. – e dopo di loro dal medioevo in poi, ma dai romani no? Neppure è pensabile che i romani non conoscessero questo utilizzo bellico del cane, visto che per esempio Gaio Valerio Flacco nella sua opera epica in otto libri Argonautica scritta nel I dopo Cristo cita: quis turba canum non segnius acres / exsilit ad lituos pugnasque capessit eriles (Libro 6, 107). Nel testo racconta che i cani da guerra affiancano i Caspiadi, una delle popolazioni della Scizia scese in campo contro Giasone: Vien poi la falange drangèa e vengono i Caspiadi usciti dalle chiostre dei loro monti e li segue la turba dei cani e balza, non più pigramente, agli aspri squilli delle trombe e combatte insieme ai padroni. E questi cani hanno in morte anche onori uguali e, accolti nelle tombe, son posti fra gli avi degli eroi; poiché la loro coorte, coi petti e le terribili giubbe corazzate di ferro, si precipita, tenebrosa schiera, con latrato simile a quello onde rimbomba l’orrida porta di Dite o a quello della torma che accompagna Ècate alle aure del giorno.

Non solo, i romani combatterono contro i cani da guerra in alcune occasioni. Non contro quelli dei Britanni, i famosi pugnaces Britanniae, visto che in realtà non è accennato in nessun testo dell’epoca checché se ne dica, ma contro quelli di altre popolazioni sì, come si verificò quando le legioni del console Gaio Mario annientarono le orde dei cimbri nel 101 a.C. nella battaglia dei Campi Raudii, vicino a Vercelli. Difatti i legionari dovettero combattere contro i cani cimbri che difesero strenuamente gli accampamenti. Non sappiamo quanti fossero questi cani, ma l’ordine delle migliaia è possibile visto che l’orda dei cimbri era immensa e che comprendeva non solo i guerrieri ma pure le loro famiglie e i relativi carri usati come abitazione. Si consideri che i cimbri ebbero 140.000 morti e 60.000 feriti. Se i romani, come riporta Plinio, diedero tanta importanza all’azione di questi cani da inserirla nelle cronache, dobbiamo ritenere che ne furono impressionati. Ma non tanto da impiegarli pure loro in battaglia.

Particolare della Colonna di Marco Aurelio, Roma, disegno di Giovan Pietro Bellori, XVII secolo.

Particolare della Colonna di Marco Aurelio, Roma, disegno di Giovan Pietro Bellori, XVII secolo.

Tuttavia i romani, pur ben consapevoli di questo particolare utilizzo dei cani nella battaglia, non li impiegarono così, ma per motivi ben ponderati militarmente. Uno dei motivi è che spesso le legioni romane erano affiancate da alleati che erano identici ai nemici. Stessa razza, stesso modo di vita, stesso abbigliamento, molto probabilmente stesso odore. Il cane da guerra deve attaccare il nemico, e non gli alleati. Ora, possiamo arguire che i cani romani riconoscessero, forse, i legionari in base all’armatura, all’abbigliamento e ad altri particolari, ma come appena scritto certo non potevano distinguere i loro alleati. Sarebbe ovviamente eccessivo pensare che, su un campo di battaglia, un cane possa sapere che certi uomini sono alleati dei loro padroni e altri invece sono nemici, e pertanto è evidente che i cani fossero semmai utilizzabili solo in determinate situazioni e non certo nel caos di una battaglia. Inoltre in uno scontro in campo aperto fra eserciti organizzati e armati in modo simile – per esempio fra romani e cartaginesi o macedoni – ci sono seri dubbi che i cani da guerra avrebbero potuto distinguere fra i vari soldati tutti ricoperti da elmi, corazze e scudi.

Si potrebbe ipotizzare allora che in genere i cani da guerra venissero aizzati – ma da altri eserciti – contro le schiere nemiche nelle prime fasi di uno scontro, magari contro reparti vulnerabili come gli arcieri e la cavalleria, e che subito dopo venissero richiamati per lasciare il passo ai soldati del proprio esercito. Impresa francamente molto difficile da avverarsi, considerando anche il fatto che il cane da guerra, di qualsiasi tipo usato nell’antichità, era un animale aggressivo, determinato e che difficilmente arretrava dalla lotta, poiché in caso contrario sarebbe semplicemente fuggito alla prima difficoltà o ferita. E comunque nessuna cronaca dell’epoca descrive simili situazioni per quanto riguarda i romani. Inoltre, se i cani fossero veramente stati richiamati dopo il primo attacco, sarebbero tornati verso le proprie fila per rientrare nei ranghi, e per fare ciò sarebbero proprio dovuti passare fra i soldati già schierati in formazione di battaglia, rompendone la granitica, disciplinatissima e serrata formazione che nel caso dei romani era la più formidabile delle tattiche. https://www.youtube.com/watch?v=j7KuTo_s1jI

A meno che non si ipotizzi che i cani fossero addestrati a raggiungere i lati dello schieramento, a volte avente una lunghezza anche di un chilometro, correndo verso la cavalleria – col rischio di spaventare i cavalli – di norma disposta proprio ai lati in formazioni che per l’appunto venivano chiamate ali. Del resto, pensare che dei cani – pur appositamente addestrati e in grandi mute – possano avere la temerarietà di attaccare un esercito nemico schierato e organizzato, pare abbastanza dubbio. Mettendosi dalla parte del cane, significherebbe correre verso una massa sterminata di nemici, di norma decine di migliaia, coperti da luccicanti armature e armi, con il boato delle urla e delle spade battute contro gli scudi appositamente per spaventare il nemico, il tutto accompagnato dal suono dei tamburi e delle trombe. https://www.youtube.com/watch?v=zgywD3XJaWU

Altare di Pergamon, Museo di Pergamon, Berlino.

Altare di Pergamon, Museo di Pergamon, Berlino.

E per di più sotto il tiro di migliaia di frombolieri e arcieri. Non sono poche le cronache che descrivono cieli divenuti improvvisamente bui a causa della quantità di frecce contemporaneamente scoccate e che oscuravano il sole. Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Tito Flavio Giuseppe, nel suo eccezionale testo Guerra giudaica – era presente, anzi da capo della rivolta tradì i suoi passando ai romani – racconta che durante l’assedio di Jotapata del 67 d.C. le frecce lanciate dai romani erano “così numerose da oscurare il cielo”. Se veramente sono esistiti cani capaci di tanto, dal comportamento del tutto innaturale e privi d’istinto di conservazione, dobbiamo ipotizzare che al loro confronto qualsiasi razza odierna, assolutamente qualsiasi, debba apparire del tutto docile ed equilibrata. Che questi cani non fossero comunque proprio agnellini lo si capisce dalla frase cane milite peior“, ossia più feroce dei cani da guerra, riferita a un sanguinario guerriero scoto nell’opera (Apotheosis, 216) di Clemente Aurelio Prudenzio, del IV secolo d.C.

L’impiego militare dei cani da parte dei romani includeva la perlustrazione in territori ostili e questo veniva effettuato dagli exploratores, che precedevano le legioni in marcia. Un’idea di quanti fossero questi esploratori ce la dà l’opera De Munitionibus Castrorum, di un autore sconosciuto detto Igino Gromatico, anche se si suppone, vista la grande e manifesta conoscenza dell’argomento, che si trattasse di un militare di professione, forse Publio Tarutieno Paterno, scrittore di diritto e tattica militare che era stato segretario ab epistulis latinis di Marco Aurelio. In effetti l’opera risale al tempo delle guerre marcomanniche del 166-188 d.C. dell’imperatore Marco Aurelio. Ebbene, ecco cosa cita il De Munitionibus Castrorum: “Conteremo quindi le unità (presenti nel campo N.d.A.) come segue: 3 legioni (pari a 15.000-18.000 legionari), 1600 vexillarii, 4 coorti praetorie (pari a 2000 pretoriani), 400 cavalieri pretoriani, 450 cavalieri singulares dell’imperatore, 4 ali milliarie (pari a 3000 cavalieri) e 5 quingenarie (pari a 2500 cavalieri), 600 cavalieri mauri, 800 cavalieri pannonici, 500 classiarii della classis Misenensis e 800 della classis Ravennatis, 200 esploratori, 2 coorti equitate milliarie (pari a 2000 ausiliari) e 4 quingenarie (pari a 2000 ausiliari), 3 coorti peditatae milliariae (2400 ausiliari) e 3 quingenariae (1500 ausiliari), 500 Palmireni, 900 Getuli, 700 Daci, 500 Britanni, 700 Cantabri e due centurie di statores“. Quindi circa 43.000 soldati – che durante lo spostamento, inclusi i carriaggi, dovevano formare una fila di alcune decine di chilometri – protetta appunto da 200 esploratori a piedi e a cavallo, di cui una parte con cani.

Abbiamo anche un monumento rappresentante pure i cani da guerra ed è la Colonna di Marco Aurelio a Roma, eretta tra il 176 e il 192 per celebrare proprio le vittorie dell’imperatore Marco Aurelio – quello citato poc’anzi – sulle popolazioni germaniche dei Marcomanni, Sarmati e Quadi, stanziate a nord del medio corso del Danubio. La colonna, alta quasi 30 metri più la base, ha un fregio scultoreo a spirale intorno al fusto che, se fosse svolto, supererebbe i 110 metri in lunghezza. Bene, fra le tante scene scolpite sulla colonna ecco quella raffigurante l’attraversamento di un fiume, forse il Danubio, con barche. Davanti, verso la riva ma con le zampe ancora nell’acqua, ecco due cani da guerra. Che siano da guerra appare chiaro, visto che sono insieme ai soldati in azione e che non c’è intorno bestiame di sorta. Si scorgono meglio i particolari osservando i disegni fatti nel XVII secolo dallo scrittore e storico dell’arte Giovan Pietro Bellori, che copiò minuziosamente le sculture della Colonna di Marco Aurelio. I disegni furono pubblicati nel 1704 col titolo Columna Cochlis M. Aurelio Antonio Augusto Dicata eius rebus gestis in Germanica, atque sarmatica expeditione insignis, ex SC Romae annuncio viam Flaminiam erecta, ac utriusque belli imaginibus anaglyphice insculpta.

Altare di Pergamon, Museo di Pergamon, Berlino. (particolare)

Altare di Pergamon, Museo di Pergamon, Berlino. (particolare)

Bene, i romani non facevano nulla per caso e il fatto che i due cani siano stati rappresentati davanti alle barche pone degli interrogativi. E che si tratti di cani e indubbio, non sono leoni poiché si vede che al termine della coda non c’è nessun ciuffo (che invece hanno i leoni, sia maschi che femmine). Una curiosità, i primi mezzi da sbarco furono le barche a fondo piatto fatte costruire appositamente da Giulio Cesare per la seconda invasione della Britannia, nel 54 a.C. Questo perché nell’invasione dell’anno precedente le navi troppo grandi non avevano potuto avvicinarsi alla spiaggia e i legionari appesantiti dalla corazza non volevano scendervi temendo di affogare. La situazione fu risolta da un aquilifero (ossia il portatore dell’aquila, emblema sacro e imperdibile della legione) che si gettò in mare, subito seguito dai legionari. A quell’aquilifero si ispirano anche le attuali truppe da sbarco di molte nazioni. Non per nulla i Marines americani come motto hanno il detto latino Semper fidelis“.

Tornando ai due cani della Colonna di Marco Aurelio, perché sono raffigurati lì? Forse per significare che precedevano i soldati, quindi a fianco degli exploratores, anche in alcune operazioni anfibie. Del resto in tali frangenti sarebbe stato del tutto lecito attendersi l’attacco di forze nemiche nascoste e in agguato.

I cani venivano impiegati anche per cercare i nemici, e non solo dai romani. Quando Filippo II di Macedonia nel 352 a.C. ampliò i suoi domini verso nord, si scontrò con gli orbeliani, che erano traci della zona del Monte Orbelian, oggi chiamato Monte Lekani, in Grecia. Fa parte della catena montuosa dei Monti Rodopi, che sorge in Grecia e in Bulgaria. Bene, i traci si ritirarono su quelle montagne coperte di boschi, ai piedi della quale c’era una grandissima palude. Da là scendevano improvvisamente e attaccavano i macedoni – che nella zona fondarono la città di Filippi – mettendoli in difficoltà. Allora Filippo II decise di impiegare i cani, cercandoli in quelle fitte foreste, trovandoli e sconfiggendoli. Lo storico romano Polieno scrisse (in Stratagemmi, libro 4, capitolo 2, 16): Il paese dei Orbeliani, che Filippo aveva invaso, era aspro e scosceso, e coperto di foreste. I barbari si erano nascosti nel folto, dove Filippo, straniero di quel paese, non sapeva come seguirli, ma ci riuscì tracciando i loro passi con cani da sangue“. I greci in battaglia (come accadde a Maratona) utilizzavano i cani addestrati, sia da caccia sia da pastore, nel mito come nella realtà.

II d.C., pattuglia romana in perlustrazione con molossi. (Manifestazione storico-cinofila Onore e Gloria, Pizzighettone).

II d.C., pattuglia romana in perlustrazione con molossi. (Manifestazione storico-cinofila Onore e Gloria, Pizzighettone).

Qualcuno potrà pensare come potessero riuscirci i cani, in territori tanto vasti e boscosi. La risposta è semplice: mica cercavano una sola persona o un gruppetto di persone! Si trattava di tribù composte da migliaia di persone, magari suddivise in villaggi di centinaia, e che dovevano comunque accamparsi, cucinare, allevare cavalli o altro bestiame, espletare bisogni corporali e così via. In pratica, lasciavano tracce odorose certo non lievi. Non deve stupire che i cani e i loro gestori – che potremmo definire unità cinofile –, perlustrando quelle zone quotidianamente, alla fine li abbiano trovati. Lo stesso impiego, alla bisogna, lo facevano i romani, come avvenne nel 231 a.C. in Sardegna, quando il console romano Pomponio Matone impiegò cani addestrati nella caccia all’uomo per snidare i peliti dai loro rifugi. Anche in questo caso non si trattava di persone isolate ma di centinaia o migliaia e con al seguito mandrie numerose di bestiame, con tutti gli inconvenienti citati sopra.

A questo punto sarà bene chiarire che i cani usati dai romani erano sagaci, ma non segugi come li si intende oggi. Questi cani venivano definiti sagaces, che in latino significa accorti, avveduti, con spirito d’intuizione e buon fiuto. E naturalmente il buon fiuto dovevano averlo per forza, altrimenti non li avrebbero impiegati per cercare le piste odorose dei fuggiaschi. In pratica, i romani non chiamarono segugio alcun cane, anche perché il termine deriva dalla voce di origine gallica segusius e risale al tardo medioevo. Difatti i romani i cani come il segugio li chiamavano canis villaticus, e non sagaces. Pertanto volere accostare sagaces a segusius e quindi a segugio è un errore madornale. Sovente si pensa che i romani suddividessero i cani in pochi tipi, come il canis pastoralis (anche detto pecuarius) da pastore e guardia o il molossus (da guardia, caccia grossa e anche guerra). Ma in realtà indicavano anche il canis vigilax anche detto catenarius, il lanionius (da macello), il villosus o aquarius (da acqua), il catulus (da pagliaio), il terrarius (per la caccia in tana), il leporinus (bracco), il vertagus (levriere), il pugnator o bellator (da combattimento e guerra) e così via. Questi cani erano tutti accorti, avveduti, con buon fiuto e con spirito d’intuizione? Allora erano sagaces. Non si tratta di un tipo ma di una qualità che si può trovare in qualsiasi cane, grande o piccolo, tozzo o snello, da caccia o da guardia o da slitta o meticcio.

Inutile sottolineare che in ambito militare, e anche di polizia, se esiste la possibilità di avere uno scontro con elementi ostili pericolosi sia preferibile avere a fianco un cane addestrato non solo dotato di buon fiuto ma anche atletico, coraggioso, di adeguate dimensioni e se necessario pure aggressivo e mordace. Come i Pastori Tedeschi e Belga di oggi, per capirci, e non come i bracchi o i segugi. Il fatto è che sovente si pensa che i cani come quelli da pastore o i molossoidi non abbiano buon olfatto, e ci si sbaglia di grosso. Ne hanno certo meno di un Bloodhound ma comunque più che suffientemente per seguire una pista. Prova ne è che quelli usati dai conquistadores in Sud America contro gli indios e quelli di Cuba per rintracciare gli schiavi fuggiti erano incroci fra levrieri e cani da pastore o molossi. Non c’era immissione di cane da caccia. Il connubio era l’agilità, velocità e vista del levriero uniti alla potenza, tempra e aggressività dei cani da pastore e molossi. L’olfatto era già presente.

Cane in scena di caccia, Hortii Liciniani, Museo Centrale Montemartini, Roma.

Cane in scena di caccia, Hortii Liciniani, Museo Centrale Montemartini, Roma.

Sottolineiamo che i cani impiegati storicamente per la ricerca dei nemici erano con ogni probabilità appositamente addestrati per quello e non per altro, e questo perché se faremo fiutare a un cane non addestrato qualcosa di umano da seguire non otterremmo alcun risultato. Il cane istintivamente non caccia l’uomo. Un coniglio, un capriolo o un pollo magari sì, ma un essere umano no. Bisogna addestrarlo. Peggio ancora se si userà un cane da caccia (non addestrato), in quanto nella ricerca incrocierà senza dubbio molte piste di animali, che privilegerà nella ricerca perché quella è la sua natura. Solo cani da caccia particolari come gli attuali Bloodhound e Segugi Bavaresi (più qualche altra razza) vengono usati per la ricerca dell’uomo, ma con uno scrupoloso addestramento che li porta a ignorare l’odore delle specie animali selvatiche. Dobbiamo ritenere che i cani usati da macedoni, romani e altri avessero questo specifico addestramento, anche perché all’epoca c’erano molti più animali selvatici di oggi e pertanto distrazioni che avrebbero invalidato le ricerche.

Come li si addestrasse non lo sappiamo, ma probabilmente non andremmo lontani pensando a come si faceva con i cani per la ricerca degli schiavi fuggiti in America, fino al XIX secolo. I cani venivano tenuti isolati e legati fin da cuccioli e poi, all’età giusta, uno schiavo li frustava o infastidiva facendoli inferocire. Dopo alcune volte lo schiavo doveva correre e il gestore, con gli irritati cani al guinzaglio, gli stava appresso poco distante. Lo schiavo poi veniva sostituito con altri (e anche con uomini bianchi, volendo). Il passaggio successivo, dopo le solite provocazioni ai cani, era quello di fare fuggire lo schiavo (chiamiamolo, in un certo qual modo, figurante) facendogli lasciare un indumento sul terreno e facendolo fiutare ai cani, che ben riconoscevano quello dell’ormai “nemico”. A questo punto si dava il comando di ricerca ai cani e li si liberava, ma con la museruola. Una volta quasi raggiunto, l’uomo si arrampicava su un albero, con i cani sotto e i padroni gli davano da mangiare (ai cani). L’addestramento portava infine alla ricerca del figurante dopo parecchie ore o addirittura qualche giorno dopo la sua “fuga”, con i cani al guinzaglio o liberi con o senza museruola. In pratica, i cani una volta sentito l’ordine dato dopo avergli fatto fiutare un indumento o le tracce lasciate (soprattutto odorose) dal fuggitivo, imparavano che avrebbero mangiato solo una volta trovatolo.

I a.C., legionari romani e Cani Corsi (Manifestazione storico-cinofila Onore e Gloria, Pizzighettone).

I a.C., legionari romani e Cani Corsi (Manifestazione storico-cinofila Onore e Gloria, Pizzighettone).

A volte lo schiavo doveva correre veramente per non farsi uccidere, ma ai tempi della schiavitù in America o nel periodo greco e soprattutto in quello romano di schiavi ce n’erano tantissimi e purtroppo la loro vita non valeva nulla, se non per il padrone. Pertanto una volta che il cane veniva aizzato verso l’obiettivo – una o tante persone – sapeva che non avrebbe più mangiato fino al risultato oppure, nel caso di ricerche della durata di giorni, che avrebbe mangiato solo un minimo per continuare le ricerche. Spinto dalla fame, dall’enfasi della caccia e anche dall’istinto predatorio, il cane tornava lupo.

I romani naturalmente utilizzavano i cani per la guardia delle postazioni romane, ed è spiegato anche da Publio Flavio Vegezio Renato ne L’Epitoma rei militaris (conosciuta anche come De re militari o con il titolo italiano di L’arte della guerra), testo scritto fra il IV e il V sec. d.C. Si tratta di un compendio di opere precedenti scritte da Catone il Censore, Varrone, Aulo Cornelio Celso, Paterno, Frontino e altri. Nel testo (Libro IV, cap. XXVI) c’è scritto: Illud quoque usus inuenit, ut acerrimos ac sagacissimos canes in turribus nutriant, qui aduentum hostium odore praesentiant latratuque testentur. In pratica, Vegezio dice che sulle torri venivano tenuti cani da guardia aggressivi e di grande fiuto che percepivano l’arrivo del nemico e abbaiando davano l’allarme. Da notare: sulle torri, quindi con i soldati, in posizione elevata per meglio vedere e fiutare e al sicuro da eventuali nemici esterni o traditori interni che avrebbero potuto avvelenarli o comunque uccidere. Insomma, pare di leggere la vecchia – ma mai recepita abbastanza – raccomandazione che vuole che il cane da guardia specie di notte sia meglio tenerlo in casa, e non in giardino dove può essere neutralizzato prima che possa svolgere il suo compito. Solo che i militari romani lo sapevano già allora. Ovviamente ciò non deve fare pensare che i cani non potessero essere tenuti all’interno del castrum, ossia le grandi fortificazioni complesse, temporanee o no, nelle quali durante la notte i soldati potevano rilassarsi sapendo di essere ben protetti. E’ ipotizzabile che i cani nel castrum venissero posizionati anche nell’intervallum, che era una fascia di terreno libero fra la palizzata (vallum) e le prime tende: costeggiava in ogni lato l’interno e di norma era largo 200 piedi, ossia 71 metri circa. Serviva per avere spazio a disposizione in caso di necessità o di attacco, per tenervi il bestiame e altro bottino catturato al nemico e, ultimo ma non meno importante, per distanziare le prime tende dall’esterno, in modo che fosse difficile arrivarvi e colpirle anche con le frecce.

Cane da guerra, con corsetto, statuetta romana, II secolo d.C. (Collezione privata).

Cane da guerra, con corsetto, statuetta romana, II secolo d.C. (Collezione privata).

Probabilmente i cani della legione – dobbiamo supporre sempre in numero relativamente basso – di notte dovevano essere tenuti in quella zona, distanziati uno dall’altro e ovviamente alla catena, vista la loro pericolosità, altrimenti già il solo recarsi alle latrine per i soldati sarebbe stato un rischio. I cani, forse su scelta dei loro gestori e in particolare quando utilizzati nelle perlustrazioni, potevano essere protetti da corsetti in spesso panno pressato o cuoio, a volte con ulteriori lamelle metalliche.

I cani della legione servivano contro gli uomini ma pure per contrastare le belve e i romani nella vastità del loro impero ne incontrarono di molte specie. L’area circostante il castrum poteva nasconderne e a volte potevano persino entrarvi. Nel 218 d.C. le legioni romane si erano accampate nei pressi del fiume Ticino, nella zona fra le odierne Piemonte e Lombardia, preparandosi ad affrontare l’esercito di Annibale, ma i legionari erano demoralizzati a causa di un prodigio appena avvenuto: un lupo era entrato negli accampamenti e, dopo aver dilaniato quelli che gli venivano incontro, era scampato illeso (Ab urbe condita, Livio, Libro 21; 46).

Cagna da caccia con cucciolo, Musei Vaticani, Roma.

Cagna da caccia con cucciolo, Musei Vaticani, Roma.

Sull’alimentazione dei cani da guerra nei castrum e pure negli stanziamenti permanenti non sappiamo nulla, ma doveva essere la stessa dei cani dei civili ed era curata direttamente dal gestore. Le fave, sia per i cani sia per gli uomini, erano un alimento importante e proprio con una parte dell’acqua tiepida di cottura di queste leguminose si faceva il pastone aggiungendovi il panis furfureus, fatto di crusca e pensato proprio per i cani, forse non molto inferiore al duro panis militaris castrensis dato ai soldati e al panis nauticus dato ai marinai militari. Il migliore alimento per i cani però, come spiega anche l’ex ufficiale romano divenuto poi agricoltore Lucio Giunio Moderato Columella nel De re rustica (I secolo d.C.), era il pastone di farina d’orzo e siero di latte, con l’aggiunta di qualsiasi cosa fosse commestibile e digeribile dal cane. In pratica era la stessa alimentazione data dai pastori pure oggi e che è perfetta per il cane. Con quella alimentazione il cane doveva operare tutto il giorno, aggiungendo gli eventuali spostamenti della legione, che erano di circa 35 km al giorno.

Per quanto riguarda la cura di malattie e ferite, era il gestore a intervenire secondo quel che si sapeva. Lo stesso Columella citato prima scrive sbrigativamente che erano le stesse usate per il bestiame: per le fratture alle zampe due legnetti dritti tenuti insieme all’arto con una fasciatura con panni di lana imbevuti di olio e vino; un impasto di olio e mandorle amare tritate (contengono amigdalina, capace di liberare acido cianidrico e pertanto cianuro, 20 mandorle amare possono uccidere una persona adulta), da spalmare sulle punture delle zecche; nei casi di infezione gocce di pece liquida bollita e mescolata con grasso di maiale; contro le pulci, cumino triturato mischiato a pari quantità di elleboro e diluiti con l’acqua; contro la scabbia, un impiastro da spalmare di gesso e sesamo pestato e mischiato con pece liquida. Proprio nel Libro VII, Capitolo XIII del De re rustica a proposito della cura dei cani c’è questa frase di Columella: Reliqua vitia, sicut in caeteris animalibus praecepimus, curanda sunt“, ossia “Le altre malattie vanno curate come abbiamo insegnato per gli altri animali“.

Basti pensare che fu proprio Columella a coniare il termine veterinarius e quindi veterinario, nonostante tali addetti esistessero già da migliaia di anni in India, Egitto, Cina e Mesopotamia. Diversi appassionati – ma evidentemente non lettori di testi storici – asseriscono che non essendoci descrizioni di servizi veterinari o di strutture e specifici addetti, i cani non venissero in realtà utilizzati dalle legioni. Non è vero. Come abbiamo visto esisteva persino un tipo di pane per cani. E non esistevano “cucine per cani” per il semplice motivo che non c’era neppure un “servizio mensa” per i legionari in quanto ogni contubernium – la più piccola unità militare dell’esercito romano, composta da otto soldati che occupavano la stessa tenda – cucinava autonomamente i pasti (inclusi quelli dei cani, se a loro assegnati) all’ora stabilita. E i cani venivano curati, se necessario, dai veterinari del bestiame presenti nella legione (come nella vita civile). Erano il mulomedicus (specializzato in equini come il cavallo, l’asino e il mulo, basilari per la guerra e come animali da soma) e il veterinarius, che curava gli altri animali. Anche l’esercito negli accampamenti aveva una particolare area recintata, il veterinarium, ove si controllavano ed eventualmente si curavano gli animali – detti veterina – destinati al trasporto e al seguito dell’esercito, sia che fossero destinati all’uso in battaglia, da soma e traino, oppure come fonte alimentare.

Qualcuno potrà obiettare che non esisteva un addetto veterinario militare specifico per i cani, ma questo non può essere usato per asserire che i cani non fossero presenti nella legione, perché allora anche i cani (e i gatti) ben diffusi nella vita civile e secolare dei romani non dovrebbero essere esistiti, quando invece sappiamo ben presenti, poiché non c’era uno specifico addetto ai cani e gatti. Il fatto, spiegato semplicemente, è che i cani militari dovevano essere ben pochi in ogni legione, al massimo qualche decina (ripeto, per la guardia e le perlustrazioni), e pertanto del tutto marginali rispetto alle migliaia di cavalli, muli, bovini e altro bestiame al seguito. Non avrebbe avuto senso indicare uno specifico addetto, dal momento che tale figura generica per tutti gli animali parrebbe essere stato il pecuarius (o talvolta pequarius), che comunque faceva parte del settore veterinario e pertanto era un valido assistente. Si consideri che cani e gatti furono ritenuti di scarsa importanza, anche dai veterinari, per molti secoli e ciò perché l’apporto dato dal bestiame come forza lavoro e alimentazione era abissalmente più importante.

A questo punto cerchiamo di descrivere i cani impiegati nelle legioni. Attenzione, c’è un particolare non di poco conto: i romani erano maniaci dell’efficienza e del dovere. Valeva anche per i cani. Quindi non bisogna ritenere che i loro fossero tutti uguali in base alla bellezza o all’aspetto esteriore. Erano invece tutti efficienti, e quelli che non lo erano avevano vita breve, come accadde con quelli che non segnalarono per tempo l’attacco dei galli di Brenno i quali, durante l’assedio di Roma del 390 a.C. (per alcuni, nel 387 a.C.), tentarono di penetrare con un’incursione notturna al Campidoglio. Fortunatamente furono delle oche, spaventate, a mettere in allarme i Romani, che rintuzzarono l’attacco. I cani da guardia del Campidoglio, rei di non avere svolto le proprie mansioni, furono tutti crocifissi.

Sarà bene non legarsi troppo all’immagine che ci è stata data di questi cani, a pelo corto o con la coda mozza e così via. Parrà strano ma anche i cosiddetti cani lupo esistevano e venivano usati. E pure i cani da caccia, ma non erano certo come li si intende oggi, tipo Pointer o Setter. Erano forti, agili, coraggiosi e grintosi, in quanto usati (i tipi più atletici e grandi) per cacciare in muta animali pericolosi e potenti come il cinghiale, cervo, orso, uro, bisonte o lupo in Europa, e il leopardo, leone, bufalo e altre specie in terre esotiche.

Moneta della Tessaglia raffigurante un molosso, 450 a.C.

Moneta della Tessaglia raffigurante un molosso, 450 a.C.

A questo punto affrontiamo un tema ostico, ossia com’erano i molossi romani? In quella che oggi chiamiamo Italia i cani esistono da migliaia di anni, ovviamente. Ma prima non erano molossoidi, perché questi con ogni probabilità giunsero in Grecia solo nel V secolo a.C. al seguito dell’esercito persiano invasore. Ben prima quindi delle imprese di Alessandro Magno di cui spesso si racconta e che avrebbe riportato questi cani in patria dopo la conquista di parte dell’Oriente. Ma ci si dimentica che Alessandro non tornò affatto in Macedonia poiché morì a Babilonia. Ritornò in patria, con relativo bottino, solo quel che rimaneva del suo esercito.

I cani esistenti prima nell’Epiro, al confine fra la Grecia e l’attuale Albania meridionale, venivano chiamati molossi, ma solo perché erano allevati dalla tribù dei Molossi. Questi cani però erano lupoidi. Tuttavia poi diedero il nome ai molossi portati dai persiani, che invece erano molossoidi. Parrà confuso, però è così. I cani da guerra molossoidi persiani catturati o trovati dai greci furono accoppiati con i cani da pastore locali e nacque il Molosso d’Epiro, ancora oggi esistente come razza nella Grecia nord-occidentale, ma in numeri scarsissimi. Il Molosso d’Epiro fu poi adottato dai romani, che probabilmente lo accoppiarono con altri tipi dando vita al Molosso Romano, utilizzato anche in guerra (come del resto i suoi progenitori greci e persiani) e definito canis bellator, canis pugnator o canis pugnax (canes pugnaces è il plurale).

Com’erano morfologicamente? Prima di tutto chiariamo come non erano, perché ormai troppi allevamenti ed enti cinofili hanno umiliato un cane millenario, glorioso, funzionale, rustico e adattabile, rendendolo una patetica caricatura e sconfinando in certi casi, a nostro parere, persino nel maltrattamento di animali. Come avvenuto purtroppo anche in altre razze modificate dalle bizze di allevatori fantasiosi. Tanti allevatori di Mastini Napoletani li descrivono come i diretti discendenti del molosso romano, ma i loro cani non hanno nulla a che fare con questi antichi esemplari. Già accostarli anche solo come nome è a nostro parere un insulto. Per esempio, quello della foto sotto non ha nulla a che fare con il molosso romano.

molosso12Il molosso romano, seguendo le legioni in tutto l’impero, doveva adattarsi e operare in contesti diversissimi, dalle colline della piovosa Scozia ai torridi confini del deserto sahariano, dalle montagne iberiche sferzate dal vento alle aride pianure mesopotamiche, dalle brulle montagne anatoliche alle sconfinate e gelide foreste germaniche. Forse solo il Pastore Tedesco ha operato e opera in ambiti tanto diversi, con la differenza che lo fa da meno di 150 anni. Nulla rispetto all’utilizzo millenario del molosso romano. Una cosa (che parrà non c’entrare nulla, ma poi capirete…), ricordiamoci che l’abbigliamento dei legionari romani era standard ma fino a un certo punto, perché era gente concreta. I sandali e le corte tuniche a gambe nude usati nelle aree calde venivano sostituiti da stivaletti foderati di pelliccia, indumenti più pesanti e dai pantaloni, scoperti durante le invasioni galliche. Come possiamo pensare che i loro molossi, una volta stanziati e selezionati permanentemente in un’area climaticamente molto diversa, rimanessero uguali? La base – ossia lo standard, che per i romani significava il massimo livello e non quello mediocre inteso oggi – era sempre il molosso romano, ma con degli adattamenti, in particolare per quanto riguarda la pelliccia. Questi adattamenti si attuavano anche per mezzo di accoppiamenti con idonei cani locali, quelli ritenuti all’altezza o quasi del loro cane. Lo fecero pure altri, per esempio gli europei nel XIX e XX secolo in Sud Africa incrociarono i loro esemplari con i cani Khoikhoi degli indigeni, adattati alle violente escursioni termiche fra giorno e notte e immuni alle orde di zecche che invece attaccavano i cani europei. Pertanto il molosso romano esteriormente poteva essere un poco diverso da un’area all’altra, ma sempre di immutata validità.

Il passaggio delle legioni in nuovi territori con ogni probabilità non portava ad accoppiamenti fra i cani da guerra romani e quelli locali, in quanto non è possibile ritenere che durante la marcia i cani potessero impunemente allontanarsi. Ciò cozzerebbe, fra l’altro, con la rigida mentalità dei romani, per la quale ogni infrazione doveva essere punita severamente, anche con la morte. L’indisciplina non era tollerata per i soldati e, suppongo, neppure nel caso di cani che abbandonavano il “posto assegnato” e pertanto “il servizio”. Tuttavia, una volta fondato un caposaldo protetto da una guarnigione, con ogni probabilità venivano lasciati in loco per svolgere le varie funzioni militari. Altri esemplari forse erano di proprietà di ex legionari che, terminato il servizio, si stanziavano in quella zona come coloni. Era in questa fase che più probabilmente i molossi romani potevano entrare in contatto con i cani locali, accoppiandosi e dando così vita ai progenitori di razze attuali quali il Rottweiler, Dogue de Bordeaux, bovari svizzeri e altri. Basti pensare che, solo per quanto riguarda una delle strade costruite dalle legioni romane e che valicando le Alpi conducevano al nord Europa, sono diverse le località collegate dove i canes bellator dettero vita, accoppiandosi con cani locali, a nuove razze oppure le rinsanguarono. Dal San Gottardo – e sarebbe anacronistico non ipotizzare accoppiamenti con quelli che poi saranno i progenitori dei cani di San Bernardo – la strada portava verso nord-est, dove nacque il Bovaro dell’Appenzell. Non è detto che tutte le razze o tipi molossoidi nati lungo questo percorso discendano dai canes pugnaces, ma buona parte sì. Tornando al tragitto delle legioni romane e dei loro cani, lo stesso accadde oltre i passi del Furka e di Haslital seguendo il corso dell’Aar che porta a Berna e alla valle dell’Emmen – patria del Bovaro del Bernese e del Bovaro dell’Entlebuch – fino ad arrivare a Schaffhausen e Donauschilngen (nel Baden-Württemberg, Germania) e infine alla città di Rottweil. Quando la legione XI “Claudia pia fidelis” giunse nel 73 d.C. in quella zona della Germania, esisteva solo un piccolo villaggio ma grazie al presidio romano divenne così un importante centro militare e commerciale, chiamato prima Rotuvila e poi Rottweil.

La scultura detta Il cane di Alcibiade è la copia del II secolo di una statua del II a.C. raffigurante un molosso romano. British Museum, Londra.

La scultura detta Il cane di Alcibiade è la copia del II secolo di una statua del II a.C. raffigurante
un molosso romano. British Museum, Londra.

Torniamo al punto, come doveva essere il molosso romano? Innanzitutto atletico e mobile, perché quando si spostava con le legioni non veniva trasportato su carri ma andava a piedi come i soldati, percorrendo almeno 35 km al giorno, dalle 6 del mattino alle 3 del pomeriggio circa (poi le legioni si accampavano). Un attuale Mastino Napoletano da show, discendente da questi cani, forse riuscirebbe a percorrere 3 chilometri (o forse 300 metri?) prima di schiattare. Il molosso romano di norma non era completamente a pelo corto ma l’aveva abbastanza lungo sul collo e petto e anche sulle zampe anteriori (sempre da descrizione di Columella). La selezione nel Centro e Sud Italia probabilmente nei secoli privilegiò cani del tutto a pelo corto ma sempre molto folto così come il sottopelo. Non avevano neppure pelle lassa sul corpo, ma solo al collo e neppure sempre (non esiste nessuna specie animale selvatica con la pelle lassa). E così pure non avevano il muso corto – come si vede in certi Mastini Napoletani e Cani Corsi da show di oggi –, che è pura invenzione. Difatti Columella li descrive con una grande testa, e basta. Il muso sarà stato relativamente largo ma non corto, o almeno non così corto come si vorrebbe oggi. Brachicefalo sì, ma moderato. 

Un cane come il nostro antico molosso doveva operare in climi caldi e freddi e per poterlo fare doveva essere, in qualsiasi condizione atmosferica od operativa, ben efficiente e attento (ricordate? Sagace, sagaces). Come? Con un cervello ben funzionate, e per ottenere questo il cervello doveva (e deve anche oggi in tutti i cani) essere mantenuto a temperatura accuratamente regolata. Questo – senza entrare troppo nello specifico – avviene grazie a naso e bocca che fungono da radiatori. Se sono troppo corti non funziona bene e difatti i cani come gli odierni Boxer, Carlino, Pechinese, Bulldog Inglese e altri non reggono a sforzi prolungati e al caldo, e possono pure morire. Questa deformazione, ottenuta dagli allevatori da show (perché queste razze in passato non erano così), si chiama brachignatismo ed è deleteria. Non solo – man mano che questa deformazione è stata aumentata fino a livello estremo – un tal cane avrà anche denti mancanti o maldisposti e non in linea (lo spazio è quel che è). Avrà anche una ridotta presenza di cellule immunitarie nella sottomucosa nasale e quindi correrà maggiori rischi di malattie respiratorie batteriche e virali. Bene, se foste antichi romani vorreste un cane da lavoro così?

Sopra accennavamo che anche i molossoidi sono in grado di seguire una pista, avendo comunque buon olfatto. Cosa evidenziata dagli stessi cani San Bernardo impiegati per trovare le persone sepolte sotto la neve, anche metri. E’ vero che i San Bernardo un tempo avevano muso più lungo ma di olfatto ne hanno anche oggi a sufficienza. E difatti possiamo notare che la forma della testa del San Bernardo è praticamente identica a quella del molosso romano e pertanto dobbiamo supporre che questi ultimi avessero capacità olfattive di quel livello, anche se usate per altre finalità sfruttate dall’uomo. Tuttavia – anche se è vero che la lunghezza della canna nasale non è così prioritaria – è certo che un Pastore Tedesco dal muso lungo ha circa 200 milioni di ricettori olfattivi mentre un Bulldog Inglese solo 100. Ovviamente il cervello del cane si è evoluto in modo da elaborare e decodificare perfettamente gli odori recepiti.

Il molosso romano è il progenitore, fra gli altri, del Cane da Presa Meridionale e pertanto degli odierni Mastino Napoletano (riconosciuto come razza dall’ENCI nel 1948) e Cane Corso (riconosciuto come razza nel 1994). Oggi sono due razze separate, ma non troppi decenni orsono erano la stessa. I cuccioli più pesanti e tarchiati venivano utilizzati per la guardia alle case, quelli più snelli e attivi invece per la guerra o la caccia grossa. Comunque sia, anche nel caso del tipo più pesante, non esistevano certo esemplari come quelli selezionati oggi da alcuni allevatori, linfatici, con eccesso di pieghe e in pratica operativamente inutili o quasi. C’è però da dire che superlativi Mastini Napoletani e Cani corsi esistono davvero (sono sempre rimasti sul campo, operativi e funzionali in alcune zone d’Italia) e in non pochi casi gli esemplari sono praticamente identici anche come stazza e funzionalità, cosa del resto logica essendo di fatto lo stesso cane. Ovviamente se non si bada a quanto stabilito dagli enti cinofili ufficiali e da molti allevatori che cercando di motivare l’esistenza delle due razze le hanno sempre più modificate creando spesso, per entrambe, dei veri e propri obbrobri praticamente inutilizzabili nel lavoro, da una parte troppo grevi, linfatici, con pelle lassa ovunque e musi troppo corti, e nell’altra esemplari piccoli, troppo snelli, con teste da boxer. La stessa decadenza in questi casi a volte vale pure per il carattere.


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