Chukchi fotografati lungo il fiume Anadyr nel 1906.

Chukchi fotografati lungo il fiume Anadyr nel 1906.

Cominciamo specificando che spesso si scrive che il Siberian Husky – razza americana, anche se i russi non sono d’accordo (in russo Sibirskiy haski) – trae origine da similari cani allevati in Siberia nella zona del fiume Anadyr dalla popolazione dei chukchi. Bene, non è vero. O almeno, è riduttivo. Difatti in quell’area della Siberia nord-orientale vivevano molte tribù di cacciatori e pescatori e tutti usavano cani da slitta.

Lo stesso vale per l’Alaska che, ricordiamolo, aveva e ha ambienti, animali e popolazioni con stili di vita del tutto identiche a quelle siberiane nord-orientali. Del resto l’Asia orientale e il Nord America – ossia la Siberia e l’Alaska – nella preistoria erano collegati dalla Beringia, una striscia di terra (striscia per modo di dire, raggiungeva i 1600 km di larghezza!) che poi con lo scioglimento dei ghiacciai a livello planetario e il conseguente innalzamento degli oceani divenne l’attuale Mare dei Ciukci, che difatti ha una profondità di soli 30-50 metri. Parrà strano ma la Beringia, a differenza del Canada, non era coperta di ghiacci, aveva un clima temperato e fino a circa 15.000 anni fa (secondo altre ipotesi anche meno) permise il passaggio delle popolazioni siberiane, cani inclusi, in America. Oggi lo Stretto di Bering è largo 82 km, da Capo Dezhnev in Russia a Capo Prince of Wales, Alaska e quindi Stati Uniti. In effetti, Russia e Stati Uniti geograficamente sono molto più vicini di quanto comunemente si creda.

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Anzi, sempre comunemente si pensa che i Siberian Husky – cioè quei cani che poi furono riconosciuti come razza dagli Stati Uniti – siano stati introdotti in Alaska ai tempi di Leonhard Seppala. Nient’affatto. A parte gli indigeni (di cui molti vivevano in entrambi i continenti, come gli aleutini presenti sia nella Kamčatka in Russia sia nelle Isole Aleutine dell’Alaska. Anzi, il nome Alaska deriva da alaxsxaq, “terraferma” nella lingua unangan degli aleutini), in Alaska arrivarono prima i russi, nel XVII secolo. E aumentarono dopo le prime esplorazioni avvenute nel 1721, anno in cui Vitus Jonassen Bering, per conto dell’impero russo, scoprì il cosiddetto passaggio a nord-est, nonché lo stretto omonimo. Stiamo parlando, in Alaska, di circa 40.000 coloni, buona parte dei quali aleutini, cacciatori e pescatori che usavano molto i cani da slitta. Insomma, difficile pensare che in Alaska non siano arrivati già prima di Seppala i cani siberiani poi divenuti Siberian Husky. Comunque sia, per i russi l’Alaska non era redditizia, tanto che a fronte di una specifica richiesta statunitense si affrettarono a vendergliela il 9 aprile 1867 al prezzo di 7.200.000 dollari (di allora). Del resto i russi pure nella Siberia orientale, dopo lunghe e sanguinose contro i chukchi e altre tribù, decisero di cessare la conquista perché economicamente conveniente.

Guerrieri koryak in armatura, 1901.

Guerrieri koryak in armatura, 1901.

Fu proprio durante l’invasione russa della Siberia orientale che gli huskies ebbero un primo utilizzo militare, almeno per quanto ne sappiamo. Quando i russi – avvalendosi soprattuto dei cosacchi – raggiunsero il fiume Kolyma (1643) e il fiume Anadyr (1649) e incontrarono i chukchi e le altre popolazioni, i rapporti furono subito problematici, anzi ostili, anche se l’impero russo inizialmente non ci badò troppo. Del resto, partendo dal presidio russo più vicino e cioè Nizhnekolymsk ci volevano ben sei mesi di viaggio per giungere la base di Anadyrsk, fondata nel 1652 sul fiume Anadyr, e pertanto quelle zone e quei popoli ai russi non interessavano più di tanto. Fra l’altro quelle tribù, e specialmente i chukchi, erano notoriamente bellicose e del tutto restie a sottomettersi ai nuovi venuti. Ma all’inizio del XVIII secolo l’impero russo decise di espandersi a oriente e fondò diversi centri anche nella Penisola di Kamchatka e così scoppiarono le ostilità, con diversi sanguinosi tentativi di conquista. Quelle popolazioni si dimostrarono tenaci e feroci combattenti, battendo i russi più volte anche in battaglia, ma presto si resero conto che contro truppe regolari meglio organizzate ed armate la migliore strategia era la guerriglia.

I contingenti russi difatti durante i rastrellamenti dovevano essere autosufficienti e pertanto trasportare in territori ostili tutto il necessario per periodi medio-lunghi (viveri, tende, munizioni, attrezzature, ecc.). Ovvio che i cani da slitta fossero più adatti a questo tipo di traino e non velocissimi, mentre le tribù nemiche non solo conoscevano i luoghi ma potevano contare su depositi nascosti e aiuti. Nelle incursioni potevano quindi limitare al minimo il peso e utilizzare cani veloci. Arrivavano improvvisamente con le slitte, colpivano e fuggivano senza poter essere raggiunti. I chukchi e le altre popolazioni che vivevano nelle terribili condizioni climatiche di quelle zone avevano selezionato cani in grado di vivere con venti gelidi e temperature anche di -60° C e avevano bisogno, per sopravvivere, di esemplari in grado di percorrere anche 100 miglia in un solo giorno per andare a caccia e ritornare. Questi cani pertanto dovevano essere resistenti e mangiare poco e per questo motivo i maschi da traino erano quasi tutti castrati ed erano anche più facilmente gestibili essendo meno aggressivi verso gli altri cani.

Cani sacrificati dai koryak

Cani sacrificati dai koryak

I russi naturalmente non subivano passivamente e distruggevano villaggi e scorte alimentari, sterminando anche donne e bambini. Quelle stesse tribù fra l’altro, se prese in trappola e senza via di fuga, praticavano l’uccisione dei propri figli e mogli, l’incendio dei propri beni e il suicidio o il combattimento fino alla morte. Nel 1750 le ostilità si fermarono “per stanchezza e senso di inutilità” da ambo le parti e nel 1764 il presidio militare più grande, Anadyrsk (600 soldati e artiglieria), venne abbandonato. Non erano però stati i chukchi a vincere sul campo, ma il dio denaro. Difatti ci si rese conto che mantenere il presidio militare costava ben 1.380.000 rubli, mentre le tasse locali davano solo 29.150 rubli. Il gioco non valeva la candela. Nel 1778 fu firmata la pace e la Čukotka entrò a far parte dell’impero russo, anche se in modo blando. I chukchi, capita comunque la lezione, non attaccarono più i russi, che fecero lo stesso, e alla fine i rapporti e i commerci divennero buoni. Questo anche grazie all’apporto dato durante i conflitti dagli huskies siberiani, i Sibirskiy haski.

Il pedaggio pagato alla guerra era stato pesante, con decine di migliaia di nativi morti. Non solo, i sopravvissuti furono falcidiati da una terribile epidemia di vaiolo. Naturalmente erano morti, per fame e altre cause, anche i loro cani. In quell’area della Siberia nord-orientale, come scritto sopra, non vivevano solo i chukchi, c’erano altri popoli dotati di cani forse persino superiori, come quelli degli yukaghir, iakuti, kamchadal, koryak e altri gruppi tribali, tutti utilizzati per il tiro, guardia e caccia. Venivano anche sacrificati per chiedere la benevolenza delle divinità, a dimostrazione del grande valore dell’offerta propiziatoria e del loro ruolo di messaggeri ultraterreni.

Volpini Tungusi.

Volpini Tungusi.

Una leggenda – non solo dei chukchi – racconta che le Porte del Cielo sono custodite da due cani da slitta che respingono e non fanno entrare coloro che sono stati crudeli con i cani. Un’altra leggenda racconta che in un periodo di carestia morirono molte persone e che rimasero solo due cuccioli orfani di cane, ma la specie si salvò perché una donna li allattò al seno.

Non si deve pensare che i cani di queste genti fossero fra loro identici, viste le enormi estensioni in cui vivevano, con piccole popolazioni pur nomadi. Basti pensare che le varie tribù yukaghir in certi casi addirittura non si capivano neppure fra loro, e questo può dare l’idea delle distanze e degli ostacoli che li separavano. Per esempio, la lingua parlata nella tribù vadul rispetto a quella degli odul si differenziava come accade fra il tedesco e l’olandese. Con questi presupposti si può capire anche l’estrema variabilità dei cani nativi siberiani. Le popolazioni siberiane, a differenza degli eschimesi, non lasciavano fuori dalle capanne i cani ma li ospitavano per il semplice motivo che, accucciandosi a fianco delle persone, le tenevano calde. Straordinaria razza, tanto affettuosa da dormire a fianco dei bambini per riscaldarli e nel contempo capaci di procacciarsi se necessario il cibo cacciando in branco e uccidendo le prede come fossero lupi.

Attenzione, come lupi, ma non lupi: la storiella che eschimesi o siberiani incrociassero i loro cani con i lupi è solo una leggenda, tanto che analisi genetiche hanno dimostrato che il Siberian Husky e l’Alaskan Malamute, insieme a dodici altre razze, da migliaia di anni non hanno avuto alcuna immissione di sangue di lupo, ossia del loro progenitore selvatico (la specie difatti è la stessa). Ovviamente si parla in generale e non di casi sporadici. Gli huskies siberiani dovevano essere nel contempo coraggiosi e docili, perché dovevano lavorare in muta e pertanto non dovevano – nel limite del possibile – ferire o farsi ferire in una lotta, perché la menomazione di uno o più cani in quelle condizioni terribilmente ostili poteva significare la morte, musher incluso. Vale anche per gli odierni Siberian Huskies. Nel 1860 i chukchi e altre popolazioni della zona furono colpite da una serie di devastanti carestie che portarono alla morte per fame non solo moltissime persone ma anche i loro cani. Quelli che sopravvissero furono uccisi e mangiati. Fu solo anni dopo che i pochi cani rimasti ripresero ad aumentare di numero, ma spesso con incroci con altri tipi come il più piccolo Volpino Tunguso.

Alcuni cani da slitta non adatti all'Alaska.

Alcuni cani da slitta non adatti all’Alaska.

Nel mese di settembre 1898 il norvegese Jafet Lindeberg (l’amico di Leonhard Seppala, come raccontato nell’altro articolo) e gli svedesi Erik Lindblom e John Brynteson trovarono un giacimento d’oro ad Anvil Creek e così fondarono il distretto minerario di Nome, e conseguentemente anche l’omonima città che solo l’anno dopo raggiunse una popolazione di ben 10.000 persone, giunte da ogni dove attirate dall’oro. Poi divennero 20.000. Fu pertanto la Corsa all’Oro, appena minore a quella famosa del Klondike. Finché la cosa durò, ossia dal 1899 al 1909 (in totale furono trovate quasi 112 tonnellate d’oro), Nome divenne la più grande città dell’Alaska, tanto che aveva scuole, chiese, giornali, un ospedale, bar, negozi e un ufficio postale. Il primo telegrafo senza fili degli Stati Uniti che permetteva di collegare località distanti più di 150 km fu installato nel 1904 proprio a Nome.

Per cercare l’oro ma anche per svolgere i vari servizi servivano cani, che divennero richiestissimi e furono un vero business. Con l’oro intorno c’era la possibilità per tutti di diventare ricchi – e di perdere tutto in tempo ben più breve nei saloon o rapinati. A ben pensarci chi ci perse sempre e comunque furono i nativi, poiché quell’orda di persone mangiava e tanto, al punto che quasi scomparvero caribù, alci, orsi, salmoni e altra selvaggina, riducendo i nativi alla fame (e alla morte per alcolismo e per malattie importate dai bianchi). Fra l’altro non potevano neppure cercare l’oro perché era un’attività autorizzata solo alle persone civili, e loro erano legalmente considerati incivili. La Corsa all’Oro di Nome la si vede anche in diversi film, come Nord in Alaska (1960), diretto da Henry Hathaway e interpretato da John Wayne, Stewart Granger, Ernie Kovacs, Fabian e Capucine. Benché girato (ma in California) in modo rocambolesco ebbe buon successo. https://www.youtube.com/watch?v=JSt0NEESrUA

Divenne subito evidente che servivano i cani per trainare le slitte con materiali e rifornimenti e pertanto la richiesta di questi animali divenne subito altissima, poiché quelli esistenti non bastavano. Fu così che in Alaska (e pure in Canada) furono inviati migliaia di grossi cani quali San Bernardo, Mastiff e di altre razze similari che però, evidentemente, non avevano le qualità fisiche adatte a questo uso e in quelle aree (e che inoltre diffusero malattie sconosciute fra i cani nativi).

Jafet Lindeberg (primo a sinistra) fotografato nella sua azienda a Nome. I lingotti d'oro sono la produzione di una sola settimana della sua miniera.

Jafet Lindeberg (primo a sinistra) fotografato nella sua azienda a Nome. I lingotti d’oro sono la produzione di una sola settimana della sua miniera.

Visto il business, il commerciante di pellicce russo William Gdosak ritenne giustamente che di ottimi cani adatti a quel clima ce ne fossero a usura ben più vicino e cioè in Siberia e fu così che nel 1908 ne importò una decina a Nome. Evidentemente in certe zone le carestie del 1860 avevano colpito meno e i cani si erano salvati. Gdosak l’anno dopo li iscrisse a una gara per slitte trainate da cani – molto in voga in zona e caratterizzate da forti scommesse – che andava da Nome a Candle, con un percorso fra andata e ritorno di 408 miglia. A dire il vero i cani siberiani, ben più piccoli di quelli fino ad allora usati, furono subito derisi con il dispregiativo di “ratti siberiani” e le loro probabilità di vittoria erano ritenute talmente inesistenti che le quote furono fissate addirittura di 100 a 1. Quando però la squadra di Gdosak, guidata da Louis Thurstrup, partì come una saetta, lo stupore fu grande e si dice persino che un allibratore cercò di corrompere Thurstrup per non subire una disastrosa perdita economica.

Come andarono effettivamente le cose non si sa, comunque il team di Siberian Huskies arrivò terzo, suscitando grandi consensi verso questi cani. Nel 1910 il giovane nobile scozzese Charles “Fox” Maule Ramsay noleggiò una goletta, attraversò il Mare di Bering e raggiunse il villaggio siberiano di Markova, zona del fiume Anadyr, dove ogni anno si teneva una fiera in cui convergevano indigeni da una vasta area. Ramsay vi acquistò una settantina di questi cani, che portati a Nome furono utilizzati per trasportare il legname in una miniera sulle colline. Non solo, parte di questi cani furono iscritti quello stesso inverno a una delle tante gare e le tre slitte – guidate dallo stesso Ramsay, da John “Iron Man” Johnson e da Charles Johnson – si piazzarono al primo, secondo e quarto posto.

Negli anni seguenti altri Siberian Huskies giunsero dalla Siberia e fra questi importatori ci fu Jafet Lindeberg, proprietario delle miniere di carbone Pioneer Mining Company (ricordate i tre scopritori dell’oro a Nome? Con gli altri due guadagnò circa 20 milioni di dollari dell’epoca!), che intendeva metterli a disposizione del famoso esploratore Roald Amundsen il quale stava pianificando una spedizione al Polo Nord. Lindeberg li affidò per l’addestramento al suo amico nonché dipendente Leonhard Seppala, proveniente dal villaggio norvegese di Skjervøy ed esperto di cani da slitta. Andò a finire che la spedizione Amundsen non ebbe luogo e così Seppala partecipò a una gara a Nome (dopo l’esaurimento dei giacimenti d’oro la città era crollata a soli 2600 abitanti), nonostante lui e i suoi giovani cani fossero inesperti per quell’impresa. Risultato, si perse durante una tempesta di neve e quasi finì in un crepaccio, finché decise saggiamente di ritirarsi. Vinse però la stessa gara nel 1915, 1916 e 1917. Lo scoppio della Prima guerra mondiale interruppe quella e altre gare.

Nel 1930 l’Unione Sovietica bloccò l’esportazione, fra le altre cose, anche dei Siberian Huskies. Almeno, di quei pochi rimasti, perché i chukchi e le altre popolazioni siberiane erano state decimate da un’epidemia di vaiolo e i capi villaggio per vari presunti motivi erano stati fucilati o mandati nei gulag (e proprio nella zona del fiume Kolyma ce n’era uno terribile in cui morirono circa tre milioni di persone). I capi villaggio sovente erano proprio quelli che avevano ancora huskies siberiani. Anzi, i sovietici – in piena Guerra Fredda – nel 1952 emisero un comunicato con cui negavano che il cane dei chukchi fosse mai esistito come razza distinta e che il Siberian Husky era una razza creata dagli americani, le cui origini non avevano nulla a che fare con la Siberia. Secondo loro, si erano limitati a importare i cani dalla Chukotka, Kolyma e Kamchatka e a incrociarli fra loro. Ma nel 1930 i Siberian Huskies – pur dopo la grande impresa del trasporto del siero contro la difterite di Nome, che li aveva resi famosi per un po’ – erano ricaduti nell’oblio davanti all’avvento delle motoslitte. Pare che di puri ne fossero rimasti solo tredici e cioè: Kreevanka, Tosca, Tserko, Duke, Tanta of Alyeska, Sigrid III of Foxstand, Smokey of Seppala, Sepp III, Smoky, Dushka, Kabloona e Rollinsford Nina of Marilym. Nello stesso anno la razza venne riconosciuta dall’American Kennell Club.

Se la razza si salvò lo si deve proprio a Leonhard Seppala, poiché li allevò a Nenana – e in seguito a Poland Spring, nel Maine, in società con Elizabeth Ricker – seppure i suoi fossero più piccoli e leggeri degli altri Siberian Huskies (quasi una razza nella razza). Difatti Seppala sapeva che per quegli scopi servivano cani di media grandezza in quanto un cane grande il doppio ha solo il 30% in più di capacità polmonare rispetto a uno medio, che però appunto pesa la metà. Insomma, forza e resistenza sono due cose diverse e Seppala lo sapeva perfettamente essendo smilzo e alto solo un metro e mezzo. La sua linea di sangue tuttavia con gli anni cadde in disgrazia (erano ritenuti troppo brutti dagli “esteti”, cosa che nei cani da lavoro non dovrebbe assolutamente esistere) e poco mancò che nel 1970 si estinguesse. I Siberian Huskies della linea Seppala non pesano più di 23 kg e ne esiste un numero limitato in varie zone del Canada e soprattutto a Manitoba. In Italia c’è un allevamento che seleziona esemplari discendenti dalla linea Seppala ed è il Bancila Trail’s di Fabrizio Filoni a L’Aquila

Pur essendo un robusto cane da tiro, seppur di meno di 30 kg nei maschi di oggi, il Siberian Husky ha una struttura elegante e ben proporzionata. Nonostante quel che alcuni pensano, il colore degli occhi non dev’essere obbligatoriamente l’azzurro, perché può andare dal marrone all’ambra e addirittura di due diversi colori a causa della eterocromia. Le orecchie, erette, sono coperte di pelo e medio grandi. La coda, detta coda di volpe, è a scimitarra e non deve mai essere arrotolata sul dorso o sul fianco. Il pelo, di diversi colori e sfumature, è folto ma non eccessivamente lungo e li protegge dal freddo e persino dal caldo, anche se è chiaro che la razza è stata creata per combattere il gelo. Checché ne dicano alcuni (che li allevano persino nella caldissima pianura di Catania, dove in estate la temperatura può superare i 45° C), questo dato di fatto non è da dimenticare. Visto il carattere amichevole, seppure testardo, è del tutto inadatto alla guardia mentre conserva, purtroppo, un forte istinto predatorio nei confronti di piccoli animali, che siano domestici o no. Insomma, il Siberian Husky ha tutte le qualità caratteriali e soprattutto fisiche per essere utile all’uomo e affrontare con successo le durissime condizioni di vita nordiche. Oggi è una razza molto diffusa.

Una curiosità: gli appassionati di cani da slitta della Kamchatka stanno selezionando i pochi cani aborigeni rimasti e come parte di tale programma hanno dato vita alla Beringia Race, una corsa con cani da slitta che è la più lunga del mondo. Quasi 2000 chilometri, dal villaggio di Esso in Kamchatka attraverso la regione dei koryak e con traguardo nell’estremo nord, a Markovo, zona di Anadyr. Ci vogliono tre settimane per percorrerla.


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