Il Pastore Olandese è una razza ancora poco diffusa ma che sta velocemente facendosi conoscere in quanto possiede tutte le qualità necessarie per ottenere un meritato successo. Può fare fisicamente quasi tutto, e caratterialmente tutto, dipende da noi e da quello che gli insegniamo. Del resto, essendo un cane da conduzione è sveglio e pronto a capire cosa vogliamo da lui. In Italia è ben allevato e, grazie anche a una fortunata serie di fattori inclusi appunto i bassi numeri, non è stato modificato dal mondo dello show. Quello era e quello è. Però bisogna conoscerlo e per questo motivo K9 Uomini e Cani partirà da molto lontano, spiegando qual era la realtà storica, ambientale e sociale che gli diede vita.

Un Pastore Olandese dell’Allevamento MelaMordo.

I Paesi Bassi – perché l’Olanda non è uno stato ma fa parte dei Paesi Bassi – storicamente hanno un grande punto d’incontro con l’Italia, poiché per ben 450 anni fecero parte dell’Impero Romano e furono chiamati Germania Inferiore. Il confine dell’impero, che li includeva, correva lungo il vecchio Reno e raggiungeva il Mare del Nord vicino a Katwijk. I romani costruirono fortezze lungo il confine, come il Praetorium Agrippinae vicino all’odierna Valkenburg, Matilo vicino all’odierna Leida e l’Albaniana nei pressi dell’attuale Alphen aan den Rijn. Una città fu fondata vicino al moderno Voorburg, ossia Forum Hadriani. Il lupo, anzi la Lupa, emblema di Roma, fu quindi un simbolo diffuso pure lì. Non solo, i Paesi Bassi sono famosi per avere aggiunto al proprio territorio terreno solido per le proprie colture – ossia i polder – sottraendolo al mare, a lagune o a paludi costiere. Ebbene, quella tecnica di bonifica  vi fu importata proprio dai romani, che furono i primi in Europa occidentale a idearla. I romani vi introdussero anche la scrittura.

Benché le pecore siano stati addomesticate in Mesopotamia circa 8-9.000 anni prima di Cristo, in quelli che oggi sono i Paesi Bassi arrivarono abbastanza presto e cioè intorno al 5° millennio a.C. ed ebbero grande sviluppo in quello che era ed è un territorio praticamente piatto, certo più boscoso di oggi ma la cui più alta cima, il Vaalserberg, “svetta” a soli 321 metri di altezza. Si consideri che la superficie totale dei Paesi Bassi è di 41.543 km² (come paragone, la Svizzera è 41.285 km²), circa metà del territorio si trova a meno di un metro sopra il livello del mare, mentre il 27% della superficie totale è al di sotto grazie alla protezione di un sistema di dune e dighe (e stazioni di pompaggio per rimuovere l’acqua piovana in eccesso) lungo le coste e le rive dei fiumi principali. Tali protezioni impediscono – ma non sempre sono riuscite a farlo – che queste zone vengano inondate. Nel XVII secolo il perfezionamento delle tecniche portò all’introduzione dei mulini a vento, che sfruttavano la forza del vento per svuotare e rigettare in mare l’acqua presente all’interno delle dighe. I mulini sono rimasti pure oggi (anche funzionanti) ma naturalmente sono stati sostituiti massicciamente da potenti idrovore elettriche. Con questo sistema, tuttora in atto, i Paesi Bassi hanno aumentato il loro territorio di circa 7.000 km quadrati. Leggendo tutto questo vi starete domandando che c’entri con i cani… Un attimo, ci arriviamo.

Il polder di  Beemster, riconosciuto dall’Unesco nel 1999 Patrimonio mondiale dell’Umanità. Fu prosciugato  tra il 1607 e il 1612 grazie all’incessante lavoro di  43 mulini a vento (oltre naturalmente all’argine).
Si
trova a oltre tre metri sotto il livello del mare

Questa “fame di terra” portò al massiccio taglio e utilizzo degli alberi e quindi all’eliminazione graduale delle foreste presenti, con la conseguenza di fare estinguere nel medioevo non solo specie animali erbivore come l’uro – un grande bovino selvatico –, l’alce e il castoro, ma pure l’orso bruno, la lince, il ghiottone e il gatto selvatico. L’unico predatore rimasto fu quindi il lupo, che infine scomparve dalle province occidentali del Nord e del Sud dell’Olanda, poi a Utrecht (1775), Drenthe (1780), Gheldria (1822) e Limburgo (1845 o 1869). L’ultimo lupo fu ucciso in Olanda nel 1881 a Helvoirt, e nel 1897 fu ucciso l’ultimo lupo nei Paesi Bassi, a Heeze. Ciò segnificò che da allora nei Paesi Bassi non servivano più i grossi cani da protezione del bestiame – ammesso ci siano stati ma la logica fa pensare di sì – ma solo quelli da conduzione e che oggi in quell’area sono il Pastore Belga in Belgio e il Pastore Olandese in Olanda. Che poi, visto le zone confinanti, non crediamo che un tempo fossero distinguibili uno dall’altro.

Cottage with a Bleaching Yard, circa 1660, del pittore olandese Lambert Doomer (1624-1700),  Harvard Art Museums. Si noti il cane da protezione del bestiame, diverso da quelli odierni olandesi.

I lupi, pochissimi, sono tornati spontaneamente nei Paesi Bassi, facendosi fotografare nel 2011 in natura e persino dagli stupiti automobilisti lungo una strada di Duiven. E ancora una volta c’entra l’Italia, perché si trattava di un lupo italiano giunto con le proprie zampe percorrendo molte centinaia di chilometri. Poi ne sono arrivati altri, anche dalla Germania, e con ogni probabilità il lupo ricolonizzerà le poche aree ancora idonee che, si stima, potrebbero in futuro ospitarne almeno una trentina di coppie stabili, in particolare il Veluwe, regione – in gran parte ricoperta da boschi – di circa 1.000 km² nella provincia della Gheldria, nell’est dei Paesi Bassi.

Prima abbiamo scritto che  il 27% della superficie totale dei Paesi Bassi è al di sotto  del livello del mare, e in alcuni punti non di poco. Addirittura il polder di Zuidplaspolder, a nord-est di Rotterdam, è a -6,76 metri. Il territorio dei Paesi Bassi è ricco di torbiere e quindi di torba, utilizzata un tempo come combustibile e pure oggi nell’orticoltura in quanto ha la capacità di impregnarsi molto d’acqua, mentre ha pochissimo valore nutritivo per le piante. Bene, nelle torbiere – che sono in pratica brughiere – cresce in particolare l’erica (erica significa appunto brughiera, e brughiera deriva dal nome del brugo, pianta sempre delle ericacee), che le pecore mangiano, mentre bovini e cavalli no. Insomma, così come nelle analoghe baragge italiane, erano terreni non coltivabili che, sommati a quelli argillosi o sabbiosi poveri di humus sottratti al mare, erano buoni solo per il pascolo vagante. Il pastore-agricoltore (nei Paesi Bassi ogni agricoltore ha solo poche pecore e appena una piccola parte arriva a possederne 300 circa) portava lì le pecore a pascolare ma poi ne raccoglieva le feci lasciate nella stalla durante la notte, che per chi le avesse mai viste sembrano una miriade di sfere nere. Le pecore ne espellono una vera quantità tutti i giorni.

Questo letame era basilare per concimare il terreno sabbioso o argilloso per creare orti e coltivi, in quanto dobbiamo ricordare che il fertilizzante fu studiato dal chimico tedesco Justus von Liebig (anche inventore dei dadi da cucina, da cui l’azienda Liebig) nel XIX secolo e quello chimico fu inventato e brevettato nel 1842 dall’imprenditore inglese John Bennet Lawes. Insomma, fino ad allora il letame era prezioso, e non solo lì. Per esempio, in India e in altre aree i proprietari dei terreni costruivano grandi e alti recinti di rovi spinosi che lasciavano gratuitamente a disposizione dei pastori che passavano da lì e che vi chiudevano per la notte pecore e capre, insieme ai cani da protezione. In tal modo proteggevano il bestiame da leopardi, lupi e altro. Qual era il vantaggio per il proprietario? Il letame lasciato lì da un intero gregge!

Dal tardo Medioevo al 1900 circa, le pecore erano indispensabili non solo per la lana o la carne  ma soprattutto per il loro letame basilare per la coltivazione dei seminativi. Nel solo Veluwe nel XVI secolo c’erano circa 111.000 pecore, anche se in piccoli greggi come si capisce dal fatto che nel 1527 i dati che abbiamo su una parte e cioè 37 allevamenti, indicano 2.840 pecore in totale. Le pecore, soprattuto per via del problema dei lupi, venivano rinchiuse negli ovili ogni notte. Nelle  Kroniek van Boeschoten scritte da van der Waals-Nachenius si specifica che per ogni ettaro di terreno coltivabile erano necessari sette ettari di brughiera, che era sempre limitrofa ai coltivi e alle fattorie. In pratica la sequenza era questa: il terreno veniva bonificato grazie agli argini e ai mulini a vento, sul terreno sabbioso o argilloso cresceva l’erica, vi si portava allora a pascolare il bestiame che poi durante la notte lo espelleva nell’ovile (si buttava sopra della paglia e si ricominciava e così alla fine lo strato era alto anche uno o due metri) e infine una parte del terreno così concimato veniva coltivato. E si andava avanti sottraendo altro spazio all’acqua. Altri tipi di pecore venivano allevati per carne, latte e lana e venivano lasciate a pascolare, sempre controllate dai cani, ai lati delle strade poiché l’erba fresca ne migliorava la qualità.

Landschap met herder en kudde schapen, di Cornelis Van Leemputten (1841–1902).

Che il prodotto più ricercato delle pecore fosse il letame è dimostrato dal fatto che nel 1900, con la disponibilità del fertilizzante chimico, la popolazione ovina si era ormai dimezzata rispetto a quattro secoli prima, anche a causa dell’importazione di lana a buon mercato dall’estero. La brughiera non era pertanto più necessaria e ove possibile furono piantati alberi per via della accresciuta domanda di legname. Fu l’inizio di Staatsbosbeheer, ente creato nel 1899 per la gestione delle foreste e per prevenire la deriva della sabbia. Gestisce 273.000 ettari. Tutto questo portò alla rapida diminuzione degli ovini, prima circa 800.000 capi nei Paesi Bassi, e naturalmente anche dei relativi cani, stimati in circa 6.000 esemplari e chiamati genericamente Herdershonden e cioè cani da pastore o più brevemente Hollander. In seguito gli ovini, con altre tecniche di allevamento, riaumentarono parecchio scendendo però poi a  1,7 milioni nel 1990, a 1,3 milioni nel 2000 e a 960.000 nel 2014. Ciò significa che comunque gli Hollander nei Paesi Bassi hanno ancora l’antico ruolo, seppure ridotto (continua nella seconda parte).

Pastore Olandese alla conduzione delle pecore, Allevamento MelaMordo.