– servizio unico, in esclusiva mondiale –

Qui in Europa – ma pensiamo quasi ovunque – si sa ben poco dei cani da protezione degli armenti utilizzati nelle aree indiane settentrionali appena a sud del Tibet, come l’Uttarakhand, suddiviso in Garhwal e Kumaon e definito Devbhumi (Terra degli Dei) per via dei molti templi e dei milioni di pellegrini che ogni anno, da millenni, lo percorrono. Due dei fiumi più importanti dell’induismo nascono lì, il Gange e il Yamuna.

In rosso, l’Uttarakhand.

Iniziamo dicendo che il territorio è per l’86% montagnoso e per il 65% coperto di foreste, andando dalle colline fino a montagne di quasi 8000 metri di altitudine. Lo stato federato indiano di Uttarakhand, come già scritto, si trova sul versante meridionale della catena dell’Himalaya e il clima e la vegetazione variano notevolmente con l’altitudine, dalle foreste subtropicali alle foreste di querce e pini fino alle radure montane e poi ai ghiacciai delle quote più elevate. In certe zone salendo si passa, in pochi chilometri in linea d’aria, ai diversi ambienti citati, con coccodrilli, scimmie, pitoni ed elefanti in basso, poi leopardi, bufali e tigri e infine orsi himalayani, bharal (una sorta di stambecco), leopardi delle nevi e altro. Se si considera che i terreni sono in maggioranza ripidi – nel 2013 violente piogge causarono smottamenti e inondazioni che fecero oltre 5000 morti – si capirà che la resa agricola è molto bassa, nonostante l’uso dei campi a terrazza, e che pertanto sia molto diffuso l’allevamento di bestiame. La popolazione, in massima parte indu, al di fuori dei centri turistici si sposta soprattutto su un dedalo di sentieri e strade sterrate. Le ferrovie hanno un’estensione di solo 350 km in tutto, e il secolo scorso molti meno.

Campi a terrazza, Uttarakhand.

Vi chiederete perché abbiamo riportato questi dati. Ebbene, vedrete che sono calzanti. Difatti avrete capito che in quell’area si pratica la pastorizia e pertanto che nelle zone collinari si alleveranno vacche e bufali e in quelle montane soprattutto capre e yak; che vi sono diverse specie di grandi predatori; che l’ambiente è il clima variano molto a seconda dell’altitudine; e quindi che i cani dei pastori, che fino al secolo scorso percorrevano il territorio specialmente sulle strade carovaniere, dovevano avere qualità tali da poter operare efficacemente in ambienti e climi molto diversi. Oggi molte cose sono cambiate, e forse sono cambiati pure i cani. Ma non molto, pensiamo. Tuttavia, per capire com’erano, torneremo indietro nel tempo, attraverso una storia vera.

La prima vittima umana, nel 1918, del cosiddetto Mangiatore di uomini di Rudraprayag fu un abitante del villaggio di Benji, zona di Rudraprayag. Questo predatore notturno – un leopardo di infernale astuzia nonché fortuna – per ben 8 anni gettò nel terrore una vasta zona, tanto che di notte nessuno circolava più. Tutti si barricavano nelle capanne in silenzio. L’animale preferiva la carne umana, tanto da ignorare in più casi il bestiame. Più volte sfondò le porte o i tetti delle capanne per uccidere gli abitanti, che in alcuni casi trasportò per diversi chilometri, dimostrando straordinaria forza. Secondo i documenti ufficiali il leopardo uccise 125 persone ma il numero di morti è probabilmente superiore in quanto venivano conteggiate solo le persone decedute al momento dell’attacco. Chi sopravviveva ma moriva giorni o settimane dopo a causa delle ferite, stranamente non veniva conteggiato. Nell’autunno del 1925 il governo chiese al cacciatore Jim Corbett di uccidere il leopardo, cosa che avvenne il 2 maggio 1926.

Jim Corbett e il Mangiatore di uomini di Rudraprayag.

Corbett – che nella sua carriera non accettò mai alcun compenso – nel 1907 aveva già abbattuto la cosiddetta Tigre di Champawat (436 vittime fra il Kumaon e il Nepal) e nel 1910 il Leopardo di Panar, sempre in Kumaon (400 vittime). Ma nel caso del Mangiatore di uomini di Rudraprayag in più occasioni fu lui a essere il cacciato e se la cavò solo grazie alla sua prudenza ed esperienza. Il problema degli attacchi da parte di tigri e leopardi in India nel passato era (oggi meno) molto grave.

Un leopardo ucciso sulla sua vittima umana.

Per quanto riguarda la vicenda del Mangiatore di uomini di Rudraprayag a quanto ne sappiamo fra le vittime non vi furono pastori e possiamo ipotizzare che il merito possa andare – oltre all’esperienza, prudenza nonché magari fortuna dei pastori – ai loro cani, solitamente due. Corbett nella sua carriera ne incontrò più volte e invariabilmente li definisce “feroci”. Ma leggiamo cosa scrisse nel suo libro Il mangiatore di uomini di Rudraprayag: “Nel recinto di rovi, a guardia della capra morta e dei pacchi di merce, stavano i due cani pastore del mandriano, legati a solidi pioli con una catena piuttosto corta. Questi cani, grossi, neri e forti che vengono usati da tutti i mandriani delle nostre colline, non sono propriamente cani da pastore come si intende in Inghilterra e in Europa. Durante la marcia, essi seguono il padrone passo passo per tutto il cammino e il loro compito, che svolgono in modo perfetto, ha inizio solo quando viene montato l’accampamento che, di notte, sorvegliano per difenderlo dagli animali selvatici. Ne ho conosciuti due che hanno ucciso un leopardo. Durante il giorno, mentre i mandriani sono fuori a pascolare il gregge, i cani sorvegliano l’accampamento per tenere lontani gli estranei. Si ricorda il caso di uno di questi cani che ha ucciso un uomo perché tentava di portare via una balla di merce dall’accampamento che gli avevano lasciato in custodia”.

Kumaon, 1906. Un cervo, evidentemente addomesticato, vicino al ricovero di un mandriano. In basso a sinistra, un tipico cane da pastore.

Un chiarimento: in quella zona i pastori allevavano pecore e capre, che venivano usate anche come animali da soma per il trasporto di mercanzie, ad esempio sale, in luoghi anche molto lontani. I cani quindi dovevano essere in grado non solo di camminare a lungo ma pure di resistere a escursioni termiche, clima e ambienti molto diversi. I mandriani lungo il percorso trovavano dei recinti spinosi costruiti dai proprietari dei terreni e potevano proteggere lì dentro gli animali. Il contadino aveva il vantaggio di trovarsi il terreno abbondantemente concimato. Come si legge nel prezioso racconto di Corbett, una delle capre di questo pastore era però stata uccisa proprio da quel leopardo, anche se non l’aveva mangiata neppure in minima parte. Nel racconto Corbett spiega il fatto: “Quando gli dissi che ero passato e che avevo visto ciò che il leopardo aveva fatto, aggiungendo che avrebbe fatto meglio a vendere i suoi cani ai cammellieri nella prossima visita a Hardwar, perché erano paurosi, egli assentì col capo come se fosse d’accordo con quanto aveva udito”.

Ma poi il pastore disse: “Sahib, anche le nostre vecchie mani possono talvolta commettere errori per cui dobbiamo soffrire, ed è perciò che anch’io questa notte ho sofferto nel perdere la mia capra migliore. I miei cani hanno il coraggio delle tigri, e sono i cani migliori di tutto il Garhwal, e fai loro un torto quando dici che non valgono nulla e dovrebbero essere venduti ai cammellieri. Il mio accampamento, come sicuramente hai visto, è molto vicino alla strada e temevo che, se qualcuno per caso fosse passato durante la notte, i cani potessero fargli del male: per questo li ho incatenati fuori dal recinto, invece di lasciarli liberi come è mia abitudine. I risultati li hai visti, ma non biasimare i cani, sahib, perché nel cercare di salvare la mia capra i collari hanno loro inciso profondi segni nel collo, e per guarire quelle ferite ci vorranno moltissimi giorni”. Nelle righe successive del libro Corbett scrive: “Mi spiace davvero di non aver più visto il mandriano, perché era un vecchio maestoso, orgoglioso come Lucifero e perfettamente felice per quanto il giorno era lungo… quando i leopardi non gli uccidevano le capre migliori e quando il coraggio dei suoi cani non era messo in discussione”.

Gruppo di viandanti, Kumaon, 1906.

I cani da pastore dell’India settentrionale hanno qualcosa in comune con i cani tibetani ma mediamente sono un poco più piccoli, anche non considerando i mastodontici e pelosissimi Mastini del Tibet da show come quelli di linee cinesi, del tutto assurde e non funzionali. In pratica quelli dell’India del Nord rientrano nei cosiddetti Bhote Kukur, che è solo una tipologia di cane, tanto che Bhote / bhotiya significa tibetano, i monaci buddisti tibetani vengono chiamati Bhote e il cognome Bhutia è di origine tibetana. Kukur invece significa cane. Tuttavia non bisogna pensare che cani di questo tipo siano solamente tibetani perché ne esistono, e da tempi lunghissimi, pure in India e nel confinante Nepal, come nel caso del Pastore Himalayano (non riconosciuto da nessun kennel club, anche se ai pastori locali molto probabilmente non interesserà affatto), indipendente, testardo e anche mordace ma valido nel suo lavoro. Abbastanza diverso è il Bangara – da non confondere con il Mastino Banjara (comunque da lui in parte discendente, parrebbe) e il cane da caccia Banjara – originario del Garhwal (oggi una parte rientra nel Distretto di Tehri Garhwal) e confinante con l’area di Rudraprayag (oggi Distretto di Rudraprayag ) e quella di Pauri (oggi Distretto di Pauri Garhwal). Insomma, siamo sempre nell’Uttarakhand e nell’area al centro delle vicende di Corbett. C’è da dire che il nome di questo aggressivo, ma solo se necessario, cane Bangara, è generico e gli fu assegnato da WV Soman, un maggiore in pensione dell’esercito indiano, appassionato di cani, che nel 1963 intervenne come giudice in una mostra canina a Mumbai e scoprì che non c’era manco una razza tipica dell’India (fra tipi e razze ma non riconosciute ce ne sarebbero circa 45). Soman allora scrisse un libro sui cani autoctoni stilando un elenco dettagliato delle razze, affermando: “Il mio lavoro si realizzerà solo se vedremo anche cani di razza di origine indiana nelle esposizioni canine in India”.

Le montagne del Tehri Garhwal a Dhanolti, vicino a Mussoorie.

Il Bangara è simile ai Bhote Kukur ma di norma ha pelo meno spesso e dimensioni un po’ minori, al massimo 65 cm al garrese e circa 45 kg, quindi morfologicamente adatto a percorrere lunghe distanze e superare grandi dislivelli nello spazio di pochi chilometri. Prima si accennava al Mastino Banjara e alla tesi che discenda dal Bangara aborigeno, tuttavia sarà bene ricordare che la popolazione Laman detta anche Banjara, che dà loro il nome, è ora stanziata anche in Rajasthan – nel nordovest dell’India – ma proviene dall’Afghanistan centrale nella cui provincia di Ghor fu selezionato il grande e potente (e ben poco malleabile anche per i padroni) Sage Kuchi, a pelo corto oppure lungo nel tipo da montagna, utilizzato in particolare per scortare le carovane dei mercanti. Una volta giunti in India – attraversando l’area fortemente montuosa di quello che poi divenne il Pakistan – i Banjara continuarono a fare ciò che facevano meglio e cioè trasportare da un luogo all’altro con animali da soma le merci varie, incluso il sale. Anzi, il loro vecchio nome Laman deriva proprio dal sanscrito lavana, che significa sale. Difficile pensare che i Banjara per dotarsi di un cane da pastore da montagna, che già avevano e che era in grado di affrontare qualsiasi clima e avversità, abbiano dovuto procurarsi un discendente del cane Bangara.

Vecchia foto di un Bangara

Un altro popolo di pastori transumanti sono gli indu Gaddi, viventi nello stato sempre indiano di Himachal Pradesh (oltre che nel Jammu e in Kashmir), che fra gli altri confina a sud-est con l’Uttarakhand e a est con la Regione autonoma del Tibet. Nell’Himachal Pradesh, che si trova nella parte occidentale della catena dell’Himalaya, più del 90% della popolazione vive in zone rurali e il clima ha estreme variazioni a seconda delle zone e dell’altitudine, da caldo e tropicale subumido a glaciale. Essendo i Gaddi pastori, hanno selezionato un cane da pastore da montagna, il Gaddi Kutta, diffuso anche nell’Uttarakhand e che ha le stesse dimensioni, funzioni e caratteristiche degli altri cani indiani qui trattati. Kutta significa cane. Un tempo veniva usato anche per la caccia al leopardo, tanto che il nome inglese (l’India era una delle loro colonie) era Indian Panther Hound oltre che Mahidant Mastiff. In India asseriscono che per difendere un gregge di 2.000 pecore e capre siano sufficienti solo tre-quattro di questi cani, cosa che non crediamo assolutamente.

Gaddi Kutta

I cani detti Bhotia, forse originari del Ladach e Nepal, sono simili ai Gaddi Kutta, un poco più bassi e dal pelo corto di diversi colori. L’utilizzo è lo stesso, poiché la popolazione dei Bhotiya che dà il nome a questi cani è in buona parte composta anche oggi da pastori nonché commercianti, nell’area himalayana, di cereali, lana e sale. Un gruppo dei tre che compongono questa popolazione è stanziato anche nell’Uttarakhand, sia nel Kumaon che nel Garhwal e specificatamente sono le tribù Shauka del Kumaon e i Tolchhas e i Marchhas del Garhwal. I Bhotiya mantengono contatti con tibetani e sherpa e ciò può fare capire anche l’interscambio di cani, visto che si privilegiano sempre – e vale per tutti i cani qui trattati – gli esemplari più validi e a prescindere. Di fatto rientrano pure loro nei generici Bhote Kukur.

Bhotia.

Anche la popolazione nomade dei Bakarwal si basa sulla pastorizia, tanto che il loro nome significa “pastori di alta montagna”. Sono stanziati in tutta la parte settentrionale della catena himalayana e, fra gli altri stati e relativamente all’India, nell’Uttarakhand, Himachal Pradesh e Ladakh (regione facente parte dello stato indiano di Jammu e Kashmir e la cui storia è strettamente legata a quella del Tibet). Pure i Bakarwal, come gli affini Gujjar, hanno ovviamente un loro cane da pastore, però sarebbe ormai ridotto al lumicino quanto a numeri e che mal sopporta il caldo. C’è da dire che gli esemplari delle vecchie foto sembrano diversi di quelli odierni.

Cane Bakarwal nel secolo scorso.

 

Cane Bakarwal oggi.

Nel nord dell’India esistono naturalmente anche altri tipi di cani, ma selezionati e impiegati per compiti di altro genere. Per esempio il Mastino del Kumaon, che però non è un cane da pastore ma solo da guardia e nel caso da caccia grossa, dal pelo corto e il cui impiego è più adatto alle aree pianeggianti e collinari. Somiglia a un Alano di vecchio tipo. Non rientra quindi nell’argomento qui trattato e ne inseriamo una fotografia solo per soddisfare eventuali curiosità.

Mastino del Kumaon.

Ma questi cani da pastore sono efficaci? Senza alcun dubbio sì. Sono loro l’arma dei pastori, i quali di notte sono praticamente indifesi. I predatori che si aggirano in quelle aree possono attaccare l’uomo (che sempre più gli toglie spazio e prede), e a volte lo fanno per predazione, e quindi sarebbe da pazzi accorrere al buio, anche se muniti di una torcia, senza sapere cosa c’è a pochi metri di distanza. Un leopardo si muove veloce come il fulmine e senza fare il minimo rumore. I cani invece vedono, fiutano, collaborano. Anche leggendo il caso del mandriano citato da Corbett, all’inizio di questo articolo, si intuisce che lui non era lì al momento dell’attacco o che comunque non sia saggiamente intervenuto. Questi cani possono scongiurare qualsiasi attacco? Senza alcun dubbio no. Nell’area qui descritta vive la tigre del Bengala e nessun cane, anche in gruppo, potrebbe affrontare questo animale e vincerla. Ci vivono tre specie di orso, pure quelli al di là della portata dei cani, che possono solo infastidirli. Inoltre il leopardo e il leopardo delle nevi, la iena striata, il lupo, il cuon. In pratica, questi cani che nei lunghi percorsi attraversano habitat diversi, hanno a che fare con molte più specie di predatori di quelle presenti invece in Europa.

Quasi tutte queste specie di predatori inoltre, da soli o in branco, all’occasione predano gli stessi cani da pastore. La tigre difficilmente attacca pecore e capre perché predilige prede più grandi. E sono proprio pecore e capre a essere protette da questi cani. I bovini sono molto meno custoditi dai cani, anche se accade. L’attacco della tigre è possibile solo nel caso di animali molto affamati che non hanno trovato le solite prede e pertanto possono attaccare qualsiasi cosa e in aree ritenute a loro non adatte. Nel 2009 una tigre uccise e divorò un giovane orso nero tibetano in Bhutan, in pieno inverno e a oltre 4000 metri di altitudine. Anche se in questo caso l’orso aveva appena tre anni, il caso fece scalpore in quanto di norma i due animali si evitano. Se una tigre attacca un orso, lo farà molto più facilmente con capre e pecore, entrando così in contatto con i cani (nel caso di cani molto coraggiosi e per nulla saggi…).

Una buona coppia di cani come quelli citati può battere un leopardo e in casi rarissimi, come quello descritto prima, addirittura ucciderlo, ma devono agire di concerto e rimanere sempre vigili. Ma il leopardo attacca all’improvviso e solo quando l’occasione è propizia. Descrisse questi fatti John Henry Baldwin nel libro The Large and Small Game of Bengal and the North-western Provinces of India (1876), a pagina 68: “In Himalaya il leopardo è molto comune ed è un predatore perfetto che in continuazione porta via i cani alle periferie dei nostri villaggi di collina. Un cane che ha l’abitudine di lasciare il suo padrone e vagare tra le colline, è quasi certo che prima o poi viene predato. Non appena percepiscono un cane o una capra vaganti, rapidamente e silenziosamente li attaccano e li azzannano alla gola senza che abbiano il tempo di emettere un grido o di opporre la minima resistenza. Un buon cane robusto è quasi una buona corrispondenza con un leopardo in uno scontro faccia a faccia in campo aperto, ma il furbo felino affonda le sue zanne nel collo della preda quando meno se lo aspetta, e una volta azzannato alla gola un cane o qualsiasi altra creatura non sfugge quasi mai. Non è raro che i cani da pastore, come i mastini tibetani, sfuggano all’attacco grazie ai larghi collari di ferro e chiodati con cui vengono protetti. Ricordo di aver visto un collare profondamente intaccato dai denti di un leopardo; il cane che lo portava dopo essere stato trascinato a una certa distanza era riuscito infine a liberarsi, pur rimanendo gravemente ferito”.

Quanto riportato sopra non fa altro che evidenziare quanto siano validi e coraggiosi questi cani, che pur operando in contesti estremi – con una selezione umana e naturale senza dubbio rigidissima – svolgono un lavoro importantissimo.