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A quanto ne sappiamo il primo a citare i cani dello Jutland – avvalendosi però di fonti scritte pregresse di altri famosi autori – fu lo scrittore romano Gaio Plinio Secondo, meglio conosciuto come Plinio il Vecchio (23-79), il quale nella sua opera in 37 volumi Naturalis historia – nel Libro VIII, 143 – scrive “canes defendere Cimbris caesis domus eorum plaustris inpositas” e cioè che i cani dei cimbri avevano tentato di difendere l’accampamento dall’assalto delle legioni romane. Il fatto che i romani abbiano citato dei cani in guerra è raro (ma vi consigliamo a proposito il servizio sul molosso romano pubblicato sul numero di dicembre 2016 su K9 Uomini e Cani) e questo fa capire che l’impresa di questi cani per i legionari fu eroica e degna di menzione. Ricordiamo che Plinio il Vecchio non era solo scienziato, scrittore e storico ma era stato pure comandante militare e che combatté molte guerre. Insomma, di questioni belliche ne sapeva ed era in grado di valutare prima di scrivere. La battaglia cui fa riferimento Plinio è quella dei Campi Raudii, anche detta battaglia di Vercelli, combattuta nel 101 a.C. nell’allora Gallia Cisalpina fra un esercito di circa 50.000 soldati romani comandato dal console Gaio Mario e un’immane orda di cimbri, che furono sterminati (oltre 140.000 morti) mentre i restanti 60.000, in massima parte donne e bambini, furono presi prigionieri. Furono questi ultimi, rimasti nel campo formato da migliaia di carri accostati a mo’ di fortificazione, a essere protetti dai cani, senza dubbio molte centinaia, se non migliaia. I cimbri erano probabilmente popoli germanici, originari del nord dello Jutland, nell’attuale Danimarca.

Guerrieri e cani. Incisioni rupestri pre-vichinghe, circa. 1700-500 a.C., Tanum, Svezia.

Che fine fecero questi cani non sappiamo, però i vichinghi dei secoli successivi – che erano danesi e scandinavi – utilizzavano cani di medie dimensioni di tipo spitz. I vichinghi dall’VIII all’XI secolo a ondate razziarono e invasero (anche stanziandosi) l’Inghilterra, Irlanda (la capitale Dublino la fondarono loro), Scozia e Galles e quindi è possibile che da lì abbiano introdotto i cani locali nella loro patria. Di sicuro secoli dopo in Danimarca ce n’erano di diversi tipi visto che Cristiano II, re di Danimarca dal 1513 al 1523, nel 1515 vietò a tutti i non nobili di possedere levrieri, segugi e altri cani da caccia, pena la multa di un bue (molto alta!). Nel 1521 però ordino pure agli abati, priori e comunque ai monasteri di possedere più di due coppie di grandi levrieri e una coppia di segugi. Il successivo re, suo zio Federico I, per non sbagliare lo vietò a tutti, tranne ovviamente a se stesso. A dimostrazione del fatto che vi fossero diversi tipi di cani basta osservare un affresco della chiesa di Gislev, nel Gudme Herred, datato circa 1500-25. Vi si nota un grande e atletico (ma non pesante) cane, con collare e tenuto al guinzaglio a differenza degli altri. Parrebbe il classico cane che – a coppie o quattro alla volta – venivano liberati nella parte finale della caccia alla grossa selvaggina, già trovata, inseguita e sfiancata dalla restante muta di cani da caccia. Questi cani in quella zona venivano chiamati già da secoli “Mjøhund” ossia “grandi cani danesi” (da intendersi “dei danesi”).

Affresco della chiesa di Gislev (particolare).

I cani usati nelle grandi battute al cervo – del re e dei pochi a cui veniva concesso di farlo – andavano bene ma per la caccia all’orso, lupo o cinghiale erano preferiti esemplari più pesanti in grado, in gruppo, di tenere fermo il selvatico mentre uno dei cacciatori lo trafiggeva con un apposito coltello o con la lancia. Insomma, era la nuova moda dei potenti, detta dai francesi Par force e sbocciata (o ritornata) alla fine del XIV secolo. Prima il selvatico lo si inseguiva a cavallo, colpendolo a frecciate o meglio con la lancia. Ora invece bisognava affrontarlo (quasi) eroicamente e ucciderlo da vicino (quasi) da soli. Però il selvatico era meglio che fosse trattenuto bene da cani forti e pesanti, che addentavano le orecchie, la coda, le zampe non mollando la presa e immobilizzando la preda. Per selezionare e addestrare questi cani re Federico II nel 1562 faceva tenere vari animali alla catena, come un grande lupo nel parco del castello di Rosenborg a Copenaghen e un orso e persino un leone alla reggia di Frederiksborg (o Hillerødsholm). Si scrive – persino in siti di allevatori della razza Broholmer – che furono i vichinghi, durante il medioevo, a portare in patria dei grandi cani del tipo Mastiff Inglese (discendenti a loro volta dei molossi romani, perché checchè se ne dica e scriva, nessun resoconto romano accenna a molossoidi da loro incontrati in Britannia durante la loro invasione) che, incrociati con cani locali, avrebbero dato vita a cani di corporatura molto robusta, tipo molosso, usati per il controllo delle mandrie e per la caccia e da cui sarebbe disceso il “vecchio cane danese”… Sarà magari anche capitato che qualche molosso sia arrivato presso i vichinghi come bottino di guerra, ma di sicuro il tipo non si perpetuò perché usavano e continuarono a usare cani spitz di piccole-medie dimensioni.

Bisogna sapere che questo Federico II, re di Danimarca e di Norvegia, non solo era una testa calda con mire espansionistiche che condussero a guerre, ma gli piacevano parecchio le donne, il vino (pare sia morto per il troppo bere, proprio per una eccessiva sbornia) e la caccia. Per questo motivo il ministro delle Finanze danese Peder Oxe gli donò alcuni Mastiff Inglesi, procurati direttamente in Inghilterra. Questi molossi inglesi da caccia, guardia e guerra erano molto famosi, grandi ed efficaci, anche se certo non colossali e grevi come quelli attuali. Furono appunto incrociati con i “vecchi cani danesi” per dare a questi ultimi maggiore massa per gli scopi indicati prima.

Mastiff Inglese, ceramica datata 1500-21, British Galleries, Londra.

I Mastiff arrivarono anche in seguito, come nel 1585 e furono molto graditi, tanto che alcuni mesi dopo Federico II ringraziò la regina Elisabetta I d’Inghilterra, con cui aveva rapporti amichevoli, scrivendole che li usava tutti i giorni a caccia e con grandi risultati. Per inciso, anni prima Federico II l’aveva pure corteggiata, forse con buon successo, visto che lei l’aveva pure nominato Cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera. E possiamo essere sicuri che conseguentemente i Mastiff mandati in dono a Federico II dovessero essere esemplari accuratamente scelti. Comunque sia, il re le propose in regalo alcuni cani da caccia veloci, ed è possibile che si trattasse per l’appunto di Mjøhund.

Per ordine di Federico II i Mastiff Inglesi ricevuti in dono dal 1587 furono allevati, selezionati e incrociati con i cani danesi al castello di Skanderborg e all’Abbazia di Ringsted. Nel quadro sotto del 1585 – opera incerta di Johannes van Wijck oppure di Hans Knieper, esposta oggi al castello di Gripsholm in Svezia – è raffigurato appunto l’allora cinquantenne Federico II, a cavallo nella tenuta del suo castello di Frederiksborg, appena dopo una battuta al cervo di successo. Al fianco ha i suoi cani, probabilmente due Mjøhund e un tarchiato Mastiff Inglese. Un particolare: si noti che i due Mjøhund hanno gli anelli dei due collari attraversati da un unico guinzaglio. Si faceva così, facendolo scorrere venivano liberati contemporaneamente i cani.

Federico II dopo una battuta di caccia a Frederiksborg (1585, autore incerto)

In pratica, i molossi inglesi servivano a dare maggiore massa e forse anche combattività, ma non dovevano sostituire i cani danesi. Perché? Forse perché non ne sarebbero stati in grado. Il fatto è che probabilmente e mediamente i Mastiff Inglesi avevano ormai solo due utilizzi e cioè come cani da guardia e da guerra. Non dimentichiamo che l’Inghilterra ne mise in campo 800 durante le Guerre o Rivolte dei Desmond combattute in Munster, Irlanda meridionale, nel periodo 1569-73 e successivamente nel 1579-83. L’utilizzo dei Mastiff nella caccia grossa era invece praticamente cessato in quanto l’uomo nel medioevo aveva estinto in Inghilterra la lince, alce, uro, orso, lupo e cinghiale e pertanto non servivano più cani adatti e cioè potenti ma pure in grado di correre a lungo dietro le prede. Il lupo rimase solo in Scozia, Irlanda e Galles ma per cacciarlo si preferivano i progenitori dell’odierno Irish Wolfhound. Il cinghiale fu reintrodotto nel XVII e XVIII secolo ma fu un fallimento in quanto i pur prolifici animali venivano cacciati con tale accanimento da sterminarli ogni volta. Per il cervo invece servono cani veloci e resistenti. Ergo, i Mastiff Inglesi non erano più utilizzati in tal senso e pertanto la selezione andò verso un maggiore peso e una minore mobilità. In Danimarca invece questa fauna nel XVI era ancora quasi tutta non solo presente, ma numerosa.

Prima accennavamo alla caccia detta dai francesi Par force oppure Vénerie che – pure in Danimarca così come in tutta Europa – sarà stata anche un divertimento per i (pochi) nobili ma che per i (tanti) contadini era devastazione pura. Estremamente costosa e complessa, vedeva decine di cavalieri che con numerosissime mute di cani inseguivano fino allo stremo cervi o cinghiali attraverso foreste ma soprattutto sui campi coltivati e fra il bestiame al pascolo. Il passaggio di una caccia di tal genere – anche su percorsi dell’ordine dei 50 chilometri – per i contadini e le loro famiglie significava la distruzione dei raccolti e la fame. E senza rimborsi di alcun tipo. Anzi, quelli che lavoravano per i nobili dovevano pure prestarsi gratuitamente come battitori o altro e non potevano neppure erigere muretti per evitare che gli animali selvatici devastassero le colture. Perché non potevano farlo? Per il fatto che ostacolavano i cavalli dei nobili in caccia e addirittura potevano farli cadere! Ovvio che quando gli agricoltori divennero sempre più indipendenti, ognuno con propri campi ben delimitati da muretti a secco e non più disposti ad accettare simili soprusi, tali cacce divennero sempre più rare.

In Danimarca sopravvissero per un po’ nelle più grandi tenute terriere ma furono abolite nel 1789, anche se ce ne fu in seguito una, l’ultima, nel secolo successivo nell’enorme proprietà di Frijsenborg (ben 450 km², solo 50 meno dell’intero Parco nazionale d’Abruzzo!). Da quel momento niente cacce, e conseguentemente non servivano più quei grandi cani creati da Federico II, tanto che il Canile Reale in cui venivano allevati cessò l’attività. Tuttavia questi cani furono impiegati ancora per un certo periodo dalla popolazione, per la protezione del bestiame, il traino di carretti e la caccia individuale. Questi esemplari non è detto che avessero sempre il pelo così corto come gli odierni Broholmer.

Dopo la caccia al cinghiale, 1876, di Otto Bache (1839-1927). Si notano un Broholmer e un Alano Tedesco.

I cani creati da Federico II continuarono a essere selezionati e utilizzati dai sovrani di Danimarca – e presumibilmente pure donati ad altri nobili, anche di altri regni – ma fu Federico VII (1808-63) a esserne appassionato. Questo sovrano fu molto amato dal popolo anche perché firmò una costituzione che diede alla Danimarca un governo e rese il paese una monarchia costituzionale. Il suo motto era: “L’amore della nazione, la mia forza”. Era un tipo senza dubbio con qualche difetto come tutti, però schietto e semplice, tanto che dopo due matrimoni e altrettanti divorzi fra scandali vari, si sposò – fra critiche non solo sussurrate e invidie della nobiltà – con la sua amante, la contessa Danner, che in verità nobile non lo era mica, visto che all’anagrafe risultava essere tale Louise Rasmussen, di professione semplice cappellaia ed ex ballerina. Difatti Federico VII dovette sposarla morganaticamente, ossia la moglie e gli eventuali figli non avevano alcun diritto dinastico. Lei però lo rese felice e lo portò a contatto con l’umile popolazione, fra lo stupore e il tripudio generale.

Federico VII amava tanto questi cani da averne sempre attorno e che chiamava tutti Tyrk. Morto un Tyrk ne spuntava un altro. Una curiosità, anche la contessa Danner ne ebbe diversi e li chiamava tutti Holger, che fossero maschi o femmine. Anzi, li inserì nel suo stemma personale. Esistono diversi quadri raffiguranti Federico VII con i suoi cani, ma in nessuno è raffigurata una presunta figlia – come invece si scrive su alcuni siti del Broholmer – per il semplice fatto che il re non ne ebbe mai. Nel quadro in questione qui pubblicato, infatti, la donna è la moglie, la contessa Danner.

Federico VII con la moglie e uno dei loro cani, nello studio del re al palazzo reale di Christiansborg, nel 1861. Quadro di Johan Vilhelm Gertner (1818-71), esposto al Castello Jægerspris.

Attenzione, Federico VII si era reso conto che i cani esistenti non erano più quelli creati dal suo avo Federico II. Come descritto nel libro di Viggo Møller, Hunden og Hunderacerne (1887, 11° capitolo, “Cani da guardia”, s.225-227), il re ancora nel 1854 ne aveva uno fulvo, dalla testa corta e con orecchie lunghe e pendenti che a suo parere forse rappresentava in parte il vecchio cane danese. Come abbiamo riferito sopra, il Canile Reale era stato abolito nel 1789 ed evidentemente ormai manco si sapeva bene come fossero stati questi cani.

Federico VII ne parlò con il consigliere di Stato, nonché suo buon amico, Julius Gustav Berger Klemp (1817-90) il quale si impegnò a trovargliene qualcuno, essendo speranzoso che non si fossero estinti. Si rivolse pertanto a due veterinari, Johan Wilhelm Helper (1778-1861) della Reale Scuola Veterinaria e HP Tolstrup della Scuola veterinaria di Kristianshavn, i quali però alla fine gli comunicarono che quei cani erano introvabili e pertanto estinti. Per quello che si ricordavano o sapevano, i cani creati da re Federico II tre secoli prima e ancora esistenti fino ad alcuni decenni orsono avevano pelo ruvido, erano lunghi e snelli anche se atletici, testa abbastanza corta e orecchie cadenti. Avevano visto due esemplari in qualche modo simili, uno molto vecchio e alla catena a Vesterbro, mentre l’altro invece era morto e imbalsamato, non si sa per quale motivo. Continuarono comunque le ricerche battendo tutto il regno, senza ottenere risultati positivi. Coinvolsero anche il politico nonché proprietario terriero Peder Brønnum Scavenius, ma nulla da fare. Alla fine lo sconsolato consigliere di Stato Klemp portò al re un cane, ma si rivelò essere un cucciolo di bulldog bianco. Su richiesta del sovrano il povero Klemp accettò di cercare cani simili in Inghilterra, visto che c’erano stati scambi di cani fra i due regni e pertanto magari lì ce n’erano ancora.

Federico VII con uno dei suoi cani. Quadro del 1853 di Eduard Young (1823-82),
Museo di Storia Naturale, Castello di Frederiksborg.

Ma anche quella strada si rivelò vana e allora dopo qualche anno di tentativi il consigliere di Stato si procurò nell’Holstein un grosso cane grigio-blu identico alle descrizioni del vecchio cane danese e lo accoppiò con un altro fulvo ma non troppo grande trovato a Lethraborg, nel Lejre. Grande come un Pointer, per capirci. Da questi col tempo ottenne esemplari soddisfacenti, anche se sovente di colore grigio-blu o neri, cosa che – sia chiaro – era perfettamente normale perché sia il Mjøhund sia il Mastiff Inglese allora potevano avere il manto di quel colore, e persino nero. Per constatarlo basta guardare il quadro postato sopra di Federico II dopo una battuta di caccia a Frederiksborg.

Questi cani furono affidati anche allo Zoo di Copenaghen (dove ne nacquero circa 200 dal 1859 al 1929) – il cui direttore nonché guardiacaccia reale era A. von Klein – che li utilizzava pure per allattare i cuccioli di lupi, tigri e leoni rifiutati dalle madri. Ne nascevano anche dal manto nero ed erano i preferiti come cani da guardia nei Giardini di Tivoli, famoso parco divertimenti di Copenaghen. Allo zoo è conservato, imbalsamato, uno dei cani chiamati Tyrks appartenuti a Federico VII.

Zoo di Copenaghen.

Quando finalmente ne nacque uno fulvo ritenuto identico al presunto vecchio cane danese si era arrivati al 1863 e Federico VII era morto da poco. Gli esemplari successivi erano alti al garrese anche 80 cm ed erano di norma fulvi e col muso nero (quelli scuri o neri venivano scartati). Si era arrivati intanto al 1870. Purtroppo tre bellissimi esemplari morirono all’improvviso, probabilmente avvelenati, ma altri sopravvissero a Jægerspris. Insomma – e magari a qualcuno spiacerà (ma il Broholmer è comunque un bellissimo cane) – possiamo dire che “I cani del Re”, anche detti Jægerspris perché tenuti nell’omonimo castello reale, sono sì i progenitori della razza Broholmer, ma con ogni probabilità, discendendo da cani ignoti trovati dopo lunghissima e vana ricerca, non c’entrano con i Mjøhund incrociati da Federico II con i Mastiff Inglesi.

Nel 1886, il Dansk Kennel Club (DKK) organizzò una delle sue prime mostre cinofile ai Giardini del castello Rosemberg, nel centro di Copenaghen, alla quale partecipò il capitano, nonché proprietario terriero e uomo politico,Wilhelm Dinesen – da un anno padre di Karen Christentze Dinesen, poi baronessa von Blixen-Finecke e scrittrice fra l’altro autrice del famoso romanzo La mia Africa. Bene, Wilhelm Dinesen notò i Jægerspris esposti alla mostra per la prima volta e scrisse l’articolo Den danske Hund (pubblicato su Politiken, n° 221, del 9 agosto 1886), molto critico su questi cani, che secondo lui erano stati creati utilizzando cani tedeschi. Ma anche qui bisogna valutare bene, perché quei cani tedeschi potevano essere…danesi. Senza perderci in dettagli che sarebbero dispersivi, chiariamo che il grosso cane grigio-blu il consigliere Klemp se lo procurò nell’Holstein (da non confondere con la cittadina del sud della Germania) e cioè nello Schleswig-Holstein – in danese Slesvig-Holsten – e cioè una regione facente parte, per via delle guerre, una volta della Germania e l’altra della Danimarca, a seconda di chi vinceva. Oggi lo Schleswig-Holstein, che si trova come la Danimarca nella penisola dello Jutland, è il più settentrionale degli stati federati della Germania e confina, appunto, con la Danimarca, che però mantiene lo Schleswig settentrionale. Si capirà quindi che la critica del capitano Dinesen sull’utilizzo di “cani tedeschi” è quantomeno vaga.

Però a questo punto sorge un interrogativo e cioè per quale motivo questi cani non siano stati rintracciabili persino su incarico di un sovrano (con i relativi mezzi economici a disposizione ed entrature di altissimo livello e penetrazione nella società danese). Le risposte possono essere due. La prima è che erano cani selezionati per la caccia e quindi a causa dell’istinto predatorio non fossero mediamente l’ideale per un comune utilizzo da parte di contadini e allevatori. La seconda è che quelli comunque validi per la guardia furono spazzati dalle guerre che coinvolsero la Danimarca per due secoli e mezzo, fino al 1864.

Soldaten plündern einen Bauernhof im Dreißigjährigen Krieg, 1620, quadro di Sebastian Vrancx (1573-1647), Deutsches Historisches Museum

Le invasioni svedesi e prussiane, con l’aggiunta della partecipazione alla terribile Guerra dei Trent’anni (per la Danimarca dal 1625 al 1629) che fece circa 12 milioni di morti soprattutto per fame (la maggior parte però in Germania), furono caratterizzate dalle solite gravissime e ripetute devastazioni di centri abitati e campagne, saccheggi da parte delle truppe nemiche e relative carestie. I cani da guardia delle proprietà e del bestiame, che si oppongono alle razzie, in tali eventi vengono immediatamente abbattuti, mentre quelli da caccia o di altro tipo muoiono di fame o vengono uccisi o abbandonati perché non c’è cibo neppure per le persone.

C’è un altro aspetto da valutare: dobbiamo ricordare che i vari regni, soprattutto europei, quando creavano le colonie nel mondo inviavano sempre cani impiegati a livello bellico dalle truppe lì trasferite a formare dei presidi militari. A questi si aggiungevano i cani che accompagnavano i coloni e che erano basilari per la guardia e protezione delle case e del bestiame. I coloni ovviamente portavano con loro i cani cui erano abituati e che sapevano essere validi. Lo facevano nelle loro colonie gli spagnoli, inglesi, francesi, tedeschi, belgi, italiani e così via (e prima ancora lo facevano greci, romani, persiani e altri). In ogni caso questi cani, accoppiandosi con quelli locali, andavano a formare determinati tipi o razze ancora oggi distinguibili. E la Danimarca? Niente! Eppure avevano le colonie di Islanda, Groenlandia, le isole Fær Øer, l’India danese, la Costa d’oro danese (Ghana) e le Indie occidentali danesi. Eppure in nessuna di queste aree esistono oggi cani in qualche modo similari a quelli trattati in questo testo. Spiegare il perché non è facile, tuttavia si può ipotizzare che questi cani danesi non fossero affatto comuni come si pensa e pertanto che i loro numeri fossero tanto limitati da essere spazzati via in pochi decenni, ossia da quando le battute di caccia Par force furono abolite nel 1789 al 1850 circa quando Federico VII non ne trovò più.

Tornando alla mostra cinofila del 1886 ai Giardini del Castello di Rosemborg, molti appassionati vi ammirarono gli Jægerspris (allora già chiamati Broholmer), tra cui Niels Frederick Sehested… o almeno, così si legge sui siti di alcuni allevatori di Broholmer. Certo che vedere Sehested aggirarsi in quella mostra del 1886 sarebbe stato almeno inquietante, poiché era già morto da 4 anni! E’ invece vero che erano presenti i membri della famiglia Sehested e altri nobili proprietari terrieri, che formularono e stilarono lo standard di questi esemplari. Ancora oggi in vigore, a parte qualche leggera modifica.

Niels Frederick Sehested

Comunque sia, Niels Frederick Sehested era un uomo di cui, purtroppo, oggi si è perso lo stampino. Figlio unico di madre vedova, la quale giocoforza aveva dovuto gestire – con grande abilità – dei possedimenti, a neppure vent’anni andò a coltivare una zona boscosa ricavandone buoni profitti e alla morte della madre nel 1839 aprì un’attività similare al castello medievale di Broholm (che poi acquistò), nella parrocchia di Gudme, nei pressi di Svendborg sull’isola di Fyn (o Funen). Divenne proprietario terriero, scrittore, archeologo, costruttore, fondatore di banche e assicurazioni e tanto altro. Ebbe pure il tempo – oltre che partire volontario nella prima guerra Schleswig (1848-50) di fare 14 figli e di prendersi cura del Jægerspris, anche perché fu un rappresentante del mondo venatorio con la qualifica di jægermester, poi hofjægermester e infine kammerherre, ossia ciambellano, titolo dato solo e direttamente dal re. Appare chiaro che per questi motivi non fosse insensibile al cane danese da caccia grossa e cioè il Jægerspris. Iniziò pertanto, fra il 1845 e il 1850, pure lui, molto probabilmente con il supporto reale, a cercare di ritrovarli/ricrearli al castello di Broholm, tanto lo spazio non mancava poiché la tenuta aveva ben 168 ettari seminativi, 395 di boschi e 28 di prati. In suo onore e in riconoscimento della sua grande opera, quei cani furono infine ribattezzati Broholmer. Fu grazie al suo impegno che il numero degli esemplari aumentò e la fisionomia divenne più definita.

Broholmer davanti al castello di Jægerspris: una razza, due nomi, due castelli.

Gli esemplari utilizzati esclusivamente per la guardia alle proprietà o per controllare e gestire il bestiame nei macelli e negli allevamenti, in particolare di bovini e suini, divennero più pesanti e meno mobili. Difatti non dovevano più essere atletici e veloci per l’inseguimento della selvaggina. Di fatto divennero più simili, per non dire identici, ai Mastiff Inglesi con cui erano stati incrociati secoli prima.

La famiglia e i dipendenti del commerciante Christen Christensen con il suo Broholmer,
1893, Studiestræde 35, Copenhagen.

Tutto risolto? Nient’affatto, poiché lo scoppio della Prima guerra mondiale fece calare il numero di questi cani, fino ad allora in aumento, e il motivo fu la crisi portata regolarmente da tutti gli eventi bellici, specie di quella portata. La Danimarca era neutrale ma ugualmente il blocco attuato dalla marina tedesca, specialmente dei sottomarini, creò difficoltà di reperimento di rifornimenti, cibo incluso. L’economia danese difatti era fortemente dipendente dal commercio marittimo. E i primi a essere eliminati, ovviamente, furono i grandi cani come i Broholmer. Si verificò lo stesso anche per le altre razze, che rischiarono di estinguersi come il Mastiff Inglese o che si estinsero proprio, come il Mastino Belga. Quando la Grande Guerra finalmente finì, lasciando distruzione e povertà ovunque, arrivò la crisi economica derivante da quella di Wall Street del 1929 e con quel declino economico pochi danesi poterono permettersi di mantenere cani simili. Pochi anni e arrivò la Seconda guerra mondiale, l’occupazione nazista, la fame. Stessi problemi della guerra precedente. Risultato, il Broholmer era di nuovo sull’orlo dell’estinzione.

Nel 1974 il Dansk Kennel Club (DKK) decise che era inaccettabile perdere questa razza (ma riconosciuta come tale dalla Federazione Cinofila Internazionale solo nel 1982) di tale importanza nella storia danese e così fu fondata la Società per la ricostruzione della razza Broholmer. La realtà fu sconfortante poiché non se ne trovò neppure uno. Si tentò pubblicando un articolo scritto da J. Weiss al quale fortunatamente rispose una donna da Helsinge, Sjælland. Diceva che aveva uno di questi cani, alto oltre 75 cm, 81 kg e di colore marrone scuro, solo che aveva 11 anni d’età e ovviamente non aveva il pedigree. Weiss andò a vederlo e così fu che il proprietario ebbe l’autorizzazione di portarlo, con il nome di Gamle Bjørn, al cospetto dei giudici, il cui responso fu unanime: era un Broholmer. Ringalluzziti, proseguirono nella divulgazione ma trovarono solo altri esemplari che erano incroci. La fiaba di questi cani pareva quindi essere finita. Però nelle fiabe tutto può accadere, come nel caso del brutto anatroccolo sgraziato e nero che si rivela poi uno splendido cigno.

Una fiaba, Il brutto anatroccolo (Den grimme ælling), che potremmo definire premonitrice, visto che fu scritta nel 1843 da Hans Christian Andersen, non solo danese ma nativo proprio dell’isola di Fyn, dove c’era il castello di Broholm! E in Danimarca di “anatroccoli” ce n’erano ancora, e pure loro erano neri. I Broholmer da guardia dei Giardini di Tivoli e altri esemplari discendenti da quelli allevati 50 anni prima allo zoo di Copenaghen, fino ad allora praticamente ignorati dagli allevatori. Fra tutti questi il più bello era “Manne”. Fu a quel punto che ci si ricordò che dopotutto nelle cucciolate cosiddette pure ne nascevano anche di neri. Questo lampo di genio – in persone che evidentemente non avevano mai osservato i quadri che raffiguravano esemplari scuri o neri come nel succitato Federico II dopo una battuta di caccia a Frederiksborg – fece sì che anche quel manto venisse opportunamente inserito nello standard del Broholmer e che quindi quei pochi “reietti neri reintegrati” salvassero la razza. Nel 1983 i Broholmers arrivarono a 35 esemplari, di cui circa il 50% neri e la restante parte fulvi.

Il Broholmer è un cane di grandi dimensioni, alto anche 75 cm e pesante fino a 70 kg, ma deve essere sempre atletico. Fortunatamente è attentamente selezionato dai club – incluso quello italiano – e tale attenzione riguarda anche il carattere e il comportamento in quanto non deve mai essere inutilmente aggressivo e a tal fine sono previsti scrupolosi test. Se il cane non supera tutta una serie di test morfologici e comportamentali non può essere usato come riproduttore. Purtroppo è una razza tuttora poco diffusa, con circa un migliaio di esemplari al mondo, di cui quasi una quarantina in Italia.