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Prima di tutto ecco la fotografia di un leone a fianco del famoso esperto sudafricano Kevin Richardson. L’abbiamo inserita solo per fare capire ad alcuni quanto sia grande uno di questi magnifici felini, purtroppo diminuiti – a causa dell’uomo – dai 350.000 di vent’anni fa ai soli 25.000 di oggi in tutta l’Africa. Bene, dopo averlo guardato avrete ben capito che qualsiasi cane, da solo o in branco, vorrebbe starsene ben lontano da un siffatto predatore. Inclusi i Rhodesian Ridgeback.

Kevin Richardson

 

Sul Rhodesian Ridgeback – originario della Rhodesia, oggi Zimbabwe, e riconosciuto come razza dall’Enci – sono state scritte belle pagine ma pure inesattezze ed esagerazioni. Cominciamo da molto tempo fa: esistevano cani simili a questi e originari dell’Africa? A quanto ne sappiamo no, però ne arrivarono di probabilmente abbastanza somiglianti (ma è solo un caso) in Egitto nel XVIII secolo a.C. al seguito degli hyksos durante l’invasione dell’Egitto. Si trattava di cani da guerra, utilizzo pare del tutto sconosciuto agli egizi dell’epoca. Tuttavia, quando nel XVI secolo a.C. gli egizi riuscirono a liberarsi dal dominio degli hyksos, i cani da guerra importati da questi ultimi erano ormai una ben conosciuta realtà, tanto che furono utilizzati ovunque servissero. Così parrebbe dalle raffigurazioni trovate nella Tomba di Tutankhamon, nella Valle dei Re, e risalenti al 1350 a.C. circa, nella quale si vedono due cani attaccare dei nemici. Furono utilizzati anche da altri faraoni e in particolare da Ramesse II (1297-1213 a.C.). Ci si domanderà che fine abbiano fatto questi cani da guerra usati dagli egizi, perchè certo oggi l’Africa – a parte i relativamente recenti Boerboel e Rhodesian Ridgeback, l’antico cane da pastore Aïdi marocchino (probabilmente discendente da quelli importati nell’antichità dai romani) e alcuni snelli levrieri – non vanta grandi razze di cani. Senza dubbio cani di grandi dimensioni ebbero una diffusione finché servirono, poi gradualmente svanirono in quanto inutili.

Tomba di Tutankhamon. In basso si notano i due cani.

Tomba di Tutankhamon. In basso si notano i due cani.Che dal regno egizio questi cani siano passati ad altri popoli è molto probabile, in quanto Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nell’VIII libro della sua Naturalis Historia, nel capitolo De canibus, scrisse che “Duecento cani ricondussero dall’esilio il re dei Garamanti dopo aver combattuto contro coloro che gli si opponevano”. I garamanti erano una popolazione di lingua berbera del Sahara, che fra il V secolo a.C e il V d.C. crearono un regno nella regione del Fezzan (attuale Libia). Diodoro Siculo nel I secolo a.C. scrisse che nel sud del regno di Etiopia c’era un popolo – dai greci chiamato Cynomones oppure Cynomolges – che addestrava e usava mute di cani molto grandi e fieri. La leggenda su possenti e pugnaci cani africani continuò per secoli, tanto che nel giornale The Daily Telegraph del 10 agosto 1876, pagina 3, col. 5, il reporter Henry Morton Stanley (1841-1904) – famoso per le sue esplorazioni africane e per la sua ricerca in quel continente del dottor David Livingstone – scrisse che “Lungo le rive del Lago Victoria, a Usukuma, ho sentito parlare di un popolo vivente più a nord, in possesso di cani di grandi dimensioni dalla natura feroce che sono stati spesso usati per lottare contro i nemici dei loro padroni”. La tribù fu poi indicata essere quella dei wakedi, vivente a nord di Usoga (intorno al Lago Kyoga, Uganda).

Henry Morton Stanley con il figlio adottivo Kalulu, circa 1877.

Proprio David Livingstone descrisse la caccia degli indigeni utilizzando i cani nel libro Missionary Travels in South Africa, del 1875. La scena disegnata è relativa a cacciatori khoisan e vi si vede un cane forse crestato Khoikoi, ma riguarda un fatto avvenuto nel maggio 1858 vicino al lago Ngami in Botswana. Anzi, proprio il cane che vi si vede fu acquistato da un cacciatore, Baldwin, a Bloemfontein, Sud Africa. Da quella illustrazione si può notare che il progenitore del Rhodesian Ridgeback era un cane molto più piccolo e meno potente e che i cani ipotizzati da Stanley fossero solo fantasie, almeno a quell’epoca. Inoltre, che cani tipo Khoikoi erano diffusi un po’ in tutta l’Africa meridionale. I cani – come si vede nella splendida fotografia sotto, scattata decenni fa in Sudafrica – venivano impiegati anche per la caccia di prede solo apparentemente meno pericolose, in questo caso un orice.

Caccia all’orice con i cani.

Sappiamo che gli appartenenti alla vasta etnia khoikhoi – da noi meglio conosciuti come ottentotti – nell’Africa meridionale erano dediti alla pastorizia nomade e utilizzavano cani alti meno di mezzo metro, snelli ma muscolosi, con orecchie sia erette che pendenti. Avevano anche il pelo sulla sommità del dorso che cresceva in direzione inversa (caudocardinale), come nell’odierno Rhodesian Ridgeback e come per la verità si verifica a volte anche altrove in Africa e Asia, per esempio nel cane dell’isola di Phu Quoc, al largo della Thailandia. Fino a non molto tempo fa una parte degli allevatori di Rhodesian Ridgeback sopprimevano i cuccioli, benché vispi e sani, che non presentavano questa caratteristica estetica. Ripeto, solo estetica in quanto certo la cresta non ha alcuna funzionalità, tanto che – quando li si usava veramente, sul campo – che avessero o meno la cresta non importava a nessuno. Bastava fossero validi. Naturalmente il codice etico del Rhodesian Ridgeback Club Italia, di concerto con l’Enci, dispone invece prioritariamente che il benessere del cane deve sempre prevalere su ogni umana vanità o guadagno. Belle parole e basta, a dire la verità, perché esistono altre razze riconosciute dall’Enci, e non solo da quella, talmente innaturalmente modificate da confutare al di là di ogni ragionevole dubbio quanto scritto poco sopra.

Dal libro Missionary Travels in South Africa.

Orbene, il Rhodesian Ridgeback decenni fa era definito comunemente Rhodesian Lion Dog o “Cane africano da leoni” e c’è chi veramente crede che questi cani di circa 70 cm al garrese e 40 kg siano stati usati in branco per combattere e uccidere leoni, assurdità totale. Probabilmente a volte tale caccia, ma solo con funzioni di disturbo, la faceva già il cosiddetto Khoikhoi – come tanti altri piccoli cani in Africa – ma solo in determinate e rare occasioni. Quando il leone si avvicinava al bestiame, il pastore indigeno, se aveva tanto coraggio, da buona distanza cercava di intimorirlo con gesti e urla. Nel contempo i cani, abbaiando e girandogli intorno, cercavano di distrarlo e dissuaderlo. Se il leone era testardo o se si trattava di un branco di leoni invece, se ci riuscivano, scappavano tutti, bestiame, cani e pastori. Se questi attacchi si ripetevano, allora i pastori facevano una battuta e in tanti colpivano con le lance il leone. Impresa tanto rischiosa da essere ritenuta ovunque, come accadeva presso i Masai, la prova di essere divenuti veri uomini e guerrieri. https://www.youtube.com/watch?v=N_4THjDmYJY

I cani Khoikhoi in tal caso provocavano il leone cercando di farlo uscire allo scoperto (se era nascosto fra i cespugli o nell’erba alta) affinché lo si potesse colpire. Oppure, se era apparentemente morto, andavano a stuzzicarlo in gruppo per verificare se lo era veramente o se era un trucco. Difatti non pochi indigeni e pure moderni cacciatori armati di fucili sono stati uccisi proprio da animali che fingevano di essere morti o che comunque erano solo feriti. Come si capirà, i cani che dovevano svolgere tali improbo compito dovevano essere tanti (e non due o tre, come alcuni dicono nel caso del Rhodesian Ridgeback), di dimensioni ridotte, agilissimi e velocissimi nella fuga, oltre che coraggiosi. Questo perché, come forse non molti sapranno, il leone sul breve spazio ha un’accelerazione terribile, raggiungendo fin dal primo balzo i 60 km/h. In pratica, sui cento metri da fermo è più veloce di un ghepardo (e nelle prime decine di metri lo è come una Ferrari), coprendo questa distanza in circa tre-quattro secondi. In effetti i cani che lavorano nelle zone aperte africane devono avere soprattutto una dote e cioè la velocità al fine di sfuggire dagli attacchi e contrattacchi dei tanti predatori come leoni, leopardi, ghepardi, iene, licaoni e babbuini. Non solo, affrontando il leone, così come il leopardo o il bufalo, i cani dovevano essere un tutt’uno, in modo che se uno di loro veniva inseguito, gli altri a loro volta distraevano il nemico mordendolo ai fianchi o alle zampe posteriori, rallentandone la corsa. Senza questa tecnica i cani sarebbero stati decimati. https://www.youtube.com/watch?v=o0akqcu-ujw

Nella seconda metà del XVII secolo in Sudafrica arrivarono i coloni della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, che fondarono Kaapstad, ossia Città del Capo. A partire da questo insediamento fu creata la Colonia del Capo, che comprendeva sotto il dominio olandese tutta la Penisola del Capo e una parte di entroterra. Questi coloni – poi chiamati boeri (dall’olandese boer“, contadino) – naturalmente avevano al seguito anche cani, che furono accoppiati con i locali Khoikhoi dando così vita al generico “steekbaar”, ossia il “cane boero”, buono sia per la caccia sia per la guardia. All’epoca i boeri alla ricerca di nuovi territori viaggiavano in convogli di grandi carri trainati da buoi, e i cani servivano per cacciare il cibo quotidiano e per la protezione dalle bestie feroci. Naturalmente i cani arrivati dall’Europa non erano adatti a vivere in quell’ambiente del tutto diverso e soprattutto a operare seguendo i convogli attraverso grandi estensioni di savana, con un clima molto caldo ma notti fredde, sopportando lunghi periodi senza cibo né acqua e affrontando animali del tutto sconosciuti, non solo leoni o iene ma persino i branchi di babbuini che predavano i greggi. Fu pertanto del tutto logico accoppiare i loro cani europei con i Khoikhoi, magari non belli ma lì adattatisi e dalle straordinarie caratteristiche. Molto coraggiosi, con gambe lunghe e sottili e quindi veloci e resistenti, con pelo corto e fitto e tolleranti delle punture degli insetti e delle zecche. Queste ultime soprattutto erano molto diffuse, attaccavano qualsiasi animale (uomini inclusi) e portavano malattie anche letali.

Boeri in viaggio, 1900 circa.

Nel 1875 il reverendo Charles Helm si trasferì da Swellendam a Hope Fountain in Rhodesia e al seguito oltre alla moglie e alla figlia aveva due di questi cani boeri, le femmine Lorna e Powder, entrambe dal pelo ruvido grigio-nero (pare senza cresta!). La sua casa missionaria di Matabeleland divenne presto nota a esploratori e cacciatori della zona, come Hartley, Viljoen, Swartz, Jacobs e soprattutto Frederick Courtney Selous, ritenuto ancora oggi il più grande cacciatore d’Africa e che nel 1877 divenne molto amico di Helm e moglie dopo essere stato da loro curato da una grave febbre.

Frederick Courtney Selous.

Fra questi cacciatori – si era sposato a Matabeleland nel 1879 con Margaretta Bloemhof e la cerimonia era stata officiata proprio da Charles Helm – c’era il giovane (era nato a Uitenhagenu nel novembre 1860) ma già temprato Cornelius “Nellis” van Rooyen, che volle provare i cani boeri insieme a quelli della sua muta in una battuta di caccia. Ne fu così soddisfatto da decidere non solo di averne pure lui, ma anche di migliorarli incrociandoli con i suoi, che erano meticci, e con altri esemplari di razza (o quasi). Prima fece l’incrocio cani boeri x Pointer per ottenere esemplari più veloci e con maggiore fiuto. Non molto soddisfatto, visto che parevano più attratti dagli uccelli che dai leoni, aggiunse l’Airedale Terrier e poi procedette all’accoppiamento con i Terrier Irlandesi del padre di sua moglie. Andò meglio perché ottenne maggiore tenacia, ma andò pure peggio perché questi esemplari erano più piccoli e troppo audaci. L’audacia e l’impeto contro i leoni era inutile e anzi deleteria, meglio evitarla. Non ancora soddisfatto, aggiunse sangue di Collie (la varietà allora usata comunemente era lo “Smooth”, a pelo corto, un ottimo cane da pastore rustico e versatile) e ottenne, così riferì, cani coraggiosi, veloci, resistenti, potenti, con grande fiuto, e odio e nel contempo rispetto per i leoni. Potevano seguire piste “fredde”, ossia relativamente vecchie, correre come il vento, erano molto intelligenti e capaci se necessario di fungere da cani pastore. Per dare maggiori qualità ai suoi cani van Rooyen aggiunse il Bulldog (di allora, più alto, atletico e funzionale ma che aveva il difetto di trasmettere troppo pelo bianco e petto troppo largo), il levriero Greyhound (ma il muso stretto non era l’ottimale) e il più robusto Deerhound. Secondo alcuni accoppiò anche Boarhound, ossia Alani, ma non c’è certezza. Una cosa era sicura. Quei cani dovevano essere funzionali e cavarsela con leoni e leopardi se erano buoni, o morire se era destino. Del resto il motto di van Rooyen era chiaro: “Un buon cane è quello che sopravvive, un cattivo cane è quello che muore”.

Cornelius van Rooyen con un leone ucciso e uno dei suoi progenitori del Rhodesian Ridgeback.

Questi cani, di cui una parte aveva la famosa cresta sulla schiena eredità dei Khoikhoi, divennero molto richiesti da altri cacciatori (nonché fornitori degli zoo di esemplari catturati vivi) dell’Africa meridionale. Venivano chiamati “I cani da leone di van Rooyen”. Più grandi dei Khoikhoi, dobbiamo dire che ebbero un futuro solo perché i tempi erano cambiati e i cacciatori occidentali usavano il fucile, che può uccidere con un solo colpo, anche istantaneamente e da grande distanza. Difatti la lancia usata dagli indigeni di norma non uccideva affatto subito e doveva pertanto essere scagliata da vicino e conseguentemente queste battute erano rischiosissime, col leone ferito e inferocito che fuggiva e che a volte doveva essere inseguito magari per ore o giorni. Cani più grandi come il Rhodesian Ridgeback in una situazione simile si sarebbero affaticati molto di più e soprattutto a causa delle dimensioni avrebbero avuto grandi difficoltà a penetrare (e a sfuggire) nei fitti cespugli in cui il leone andava a rifugiarsi e da cui si doveva scovarlo.

Inizi del XX secolo. Leone ucciso dagli indigeni con le lance.

I cosiddetti “Cani da leone di van Rooyen” – di cui con ogni probabilità ne furono creati diversi tipi a seconda delle esigenze – erano anche cani da guardia e c’è da supporre che alla bisogna venissero accoppiati con cani più robusti e potenti come i mastini. In pratica, non è affatto da escludere che l’altro cane sudafricano, ossia il Boerboel (frutto di incroci provenienti da varie nazioni e un tempo non pesante ed elefantiaco come purtroppo si vede spesso oggi), non abbia molto in comune. I cani a quei tempi e luoghi dovevano servire un po’ a tutto. L’esemplare della foto sotto – descritto come Boerboel o similare – veniva impiegato per la guardia e pare più uno dei cani del tipo di van Rooyen. Credo sia inutile precisare che all’epoca i cani, di qualsiasi tipo o funzione, di ogni colono boero erano numerosi e che erano soggetti a una continua e durissima selezione non solo naturale ma anche umana, Quelli non validi o inaffidabili venivano abbattuti senza perdite di tempo.

In quegli anni però ci furono problemi ben più importanti di quelli cinofili, visto che scoppiò la Prima guerra boera, che dal 1880 al 1881 contrappose i boeri e la Gran Bretagna che intendeva annettersi quei territori. Vinsero i primi, seppure fossero praticamente civili (ma ben organizzati e motivati) andati volontariamente in guerra. Non ci andarono da soli, perché si portarono dietro i loro cani da utilizzare per la guardia delle postazioni e per la vigilanza. Del resto pure il corpo di spedizione inglese ne era ben dotato. Nel 1899 però scoppiò la Seconda guerra boera – per le stesse ragioni di conquista ma anche perché i boeri si stavano legando all’Africa Sud-occidentale Tedesca – che si concluse nel 1902 con la vittoria inglese. Si stima che morirono circa 22.000 soldati britannici e 25.000 boeri (molti nei campi di concentramento) ma di sicuro le devastazioni delle colture e la carestia fecero ulteriori vittime e danni. Ovviamente anche i cani furono colpiti da queste conseguenze e molti perirono di fame. In Rhodesia (poi Zimbabwe) non andò meglio, poiché infuriarono la Prima guerra Matabele nel 1893 e la Seconda guerra Matabele dal 1896 al 1897 e in entrambe combatté Cornelius van Rooyen, il quale proprio nel 1893 si era trasferito da Tati a una fattoria chiamata Weltevreden, vicino a Mangwe, Rhodesia. Ovvio che i suoi cani, e quelli di altri, in quel periodo non furono usati per la caccia.

Ma i cani khoikhoi che fine fecero? Estinti secondo alcuni, ancora esistenti secondo altri (incluso il sottoscritto). Del resto questi cani, che certo non erano una razza (li usavano per badare ai loro bovini di razza Nguni anche gli zulu, un tempo detentori di un vasto e potente impero distrutto poi dall’esercito inglese) ed erano fra loro anche notevolmente difformi, venivano usati in un’area enorme. Il problema però (dal punto di vista dei bianchi) erano i loro proprietari, in questo caso i pastori khoikhoi – di cui il gruppo più numeroso erano i nama – che subirono subito soprusi Non solo, il contatto con gli europei diffuse una grave epidemia di vaiolo, che li uccise in gran numero. Poi la Compagnia Olandese delle Indie Orientali gli sottrasse larga parte dei pascoli per destinarli ai coloni boeri, riducendo i khoikhoi schiavi o facendoli lavorare nelle fattorie (quindi i cani Khoikhoi non servivano più), con intervalli di ribellioni, concessioni di qualche diritto e nuove costrizioni. Non andò meglio oltre confine, ossia in Africa Sud-occidentale Tedesca (odierna Namibia) nella quale parrebbe non fossero previsti gli indigeni, privati delle loro terre e resi schiavi. Quando i nama e gli herero tentarono di opporsi scoppiarono le Guerre Herero (1904-7), con l’arrivo di un contingente tedesco di 14.000 soldati dotato anche di 60 cani da guerra.

Prigionieri herero e soldato dell’Africa Sud-Occidentale Tedesca con cane.

Il comandante, generale Lothar von Trotha, aveva idee ben chiare: sterminio. Gli indigeni persero la battaglia di Waterberg e fuggirono nel deserto del Kalahari ma scoprirono che i pozzi d’acqua erano presidiati dai soldati tedeschi, che avevano ordine di sparare a vista su chiunque. Alcuni pozzi furono addirittura avvelenati. Degli almeno 24.000 che fuggirono nel deserto, ne morirono 23.000 di sete e veleno. Lo stesso Kaiser, saputo quel che accadeva, vietò a Von Trotha quella disumana strage, anche se tardivamente. I sopravvissuti finirono in campi di concentramento, dove moltissimi morirono di stenti e buona parte fu usata come cavie per gli esperimenti di genetica del medico Eugen Fischer (che decenni dopo in qualità di professore ebbe il suo migliore allievo in Joseph Mengele, poi tristemente noto come “l’angelo della morte” del campo di concentramento nazista di Auschwitz). In questa guerra, poi definita genocidio, morirono fra il 50% e l’80% degli herero, e il 50% dei nama, per un totale di circa 75.000 vittime. Conseguentemente anche i cani Khoikhoi fecero la stessa fine. I loro padroni della tribù nama che ancora praticano la pastorizia e mantengono viva l’antica cultura sopravvivono nell’arida zona montuosa di Richtersveld, nel nord-ovest del Sudafrica, e nella confinante Namibia. Il Richtersveld, che è parco nazionale, è stato dichiarato Patrimonio mondiale dall’Unesco e nonostante le scarsissime piogge è ricco di fauna e pure di turisti. Anche i cani Khoikhoi, o un tipo simile, esistono ancora nel KwaZulu-Natal, che è una provincia del Sudafrica, con capitale Pietermaritzburg. Si trova nella parte sud-orientale del Paese. Anche in Botswana ci sono esemplari simili.

Notare il cane sdraiato, Botswana.

Tornando ai “Cani da leone di van Rooyen”, Cornelius van Rooyen dopo la guerra cedette alcuni esemplari a Graham Stacey, che li diede al veterinario e allevatore (di Pointer, Fox Terrier e Bulldog) Francis Richard Barnes, il quale li selezionò con il prefisso Eskdale, dal nome della fattoria dove viveva. Fu lui, insieme a sua moglie, a coinvolgere nel 1922 gli altri proprietari di questi cani e a dare vita al Rhodesian Lion Dog (il nome fu cambiato in Rhodesian Ridgeback nel 1928), a fondare il relativo club a Bulawayo, nella Rhodesia del Sud, a divenirne presidente e a stilarne il primo standard della razza, divenuto operativo nel 1924. Naturalmente, come per ogni razza, il lavoro fu notevole in quanto ogni proprietario aveva cani abbastanza differenti, più grandi, o più agili, altri più tarchiati. Il South African Kennel Union riconobbe ufficialmente nel 1926 il Rhodesian Ridgeback come razza appartenente allo Zimbabwe Kennel Club. In seguito, decenni dopo, arrivarono anche i riconoscimenti internazionali.

Rhodesian Ridgeback.

Il Rhodesian Ridgeback a seconda dell’allevatore viene definito in modo diverso, ossia cane utilizzabile da guardia o da difesa. Ma siamo dubbiosi: tranne rarissimi casi particolari (ogni cane ha una sua personalità, razza o non razza) il Rhodesian è di carattere riservato e non aggressivo e, seppure non pauroso, non contrasterà mai fisicamente un estraneo entrato nella proprietà, ossia nel suo territorio, come farebbe per esempio un Cane Corso o un Pastore del Caucaso ma si limiterà ad abbaiare e segnalare la presenza dell’intruso, come un qualsiasi cane da pagliaio. Spetterà ai proprietari o chi per essi intervenire. Ricordiamoci che in origine è stato selezionato per infastidire l’avversario (leoni o altro) ma standone lontano per evitare morte certa. Ugualmente il Rhodesian non è un Dobermann, Pastore Tedesco o Malinois e pertanto non è un cane da difesa. Potrà magari abbozzarlo, ma non è il suo mestiere. La spiegazione è che essendo cani “tuttofare”non eccellono in nulla, anche perché non hanno la pazienza e costanza di altre razze da lavoro capaci di ripetere sempre gli stessi gli stessi esercizi e bene. Il Rhodesian Ridgeback, come i cani eschimesi o i Cani Lupi Cecoslovacchi, durante l’addestramento perde presto l’interesse, se ripetitivo, e pertanto non è impiegabile, per esempio, come cane militare o di polizia. Per addestrarlo bisogna farlo con metodi dolci, perché specie da giovane è molto sensibile e un trattamento ruvido lo choccherebbe. Per il resto è affettuoso, intelligente e persino furbo, come tutti i cani.

Un’altra cosa da ricordare è che questa razza nasce come cane – anche – da caccia in Africa, ma che gli esemplari nati in Europa non lo sono più perché da noi non sono soggetti a prove di lavoro. Quelli ancora utilizzati nel loro continente, in quelle aree e magari per compiti simili a quelli del passato, magari saranno soggetti a una selezione anche naturale e quindi manterranno determinate tempra e funzionalità, ma da noi il discorso cambia. Sono cani d’allevamento ed è assurdo impiegarli nelle mute, come fanno alcuni, per la caccia al cinghiale e facendoli inevitabilmente ferire o uccidere. Questi Rhodesian non sanno più come si caccia, anche se l’istinto predatorio è ancora forte. Sarebbe come prendere un Pastore Maremmano Abruzzese in un allevamento da bellezza per metterlo a protezione di un gregge dai lupi. Su questa razza – come su tante altre – si scrivono anche assurdità, come quella che asserisce che la cresta sulla schiena sia sempre sinonimo di particolari doti di adattabilità ai diversi climi del Sudafrica. Non è vero, gli stessi cani locali senza cresta se la cavano altrettanto bene e se fosse dimostrazione di adattabilità a quegli ambienti l’avrebbero pure le varie specie animali selvatiche, cosa che non è.

Il Rhodesian Ridgeback è un cane dal fisico molto atletico ma armonioso, veloce, potente e francamente non adatto a vivere in un appartamento. Lo farà anche, ma non fa per lui. E se lo si vuole lasciare libero bisognerà addestrarlo a tornare a comando, perché sono cani che svaniscono all’orizzonte in men che non si dica, specie se attratti da animali selvatici (ma anche gatti e altro). Non è una razza delicata, se si accettua la possibilità del seno dermoide, ossia una malformazione congenita caratteristica del Rhodesian Ridgeback e rarissima nelle altre razze. Per dirla in parole povere, è un buco presente nella parte dorsale prima o alla fine della famosa “cresta” e in cui si accumulano pelo, sebo e altro e che diventano un ottimo terreno per il proliferare di batteri. In pratica è una fistola (e non un particolare tipo di ciste dermoide come invece si scrive anche in siti specializzati su questa razza). Se arriva in profondità – può essere lungo anche quasi venti centimetri – e si infetta può dare gravi problemi ed essere molto doloroso per il cane, con conseguente soppressione nei casi più gravi, ma in questi rari casi ci si arriva per via di una non corretta gestione veterinaria del cane. Il problema sarebbe causato proprio dalla cresta, ma siamo nel campo delle ipotesi, nessuna certezza. Abbiamo chiesto lumi a una esperta – e probabilmente la maggiore nel panorama italiano – allevatrice di Rhodesian Ridgeback, Giovanna Bacchini Carr, delle “Cime Bianche”. Ha vissuto in Botswana e Sudafrica e alleva questa razza dal 1978, insomma quasi quarant’anni di esperienza. “Lo standard della razza fu approvato nel 1924 e negli anni a seguire, a cavallo fra le due guerre mondiali, l’incidenza del seno dermoide era intorno al 15%, oggi calato al 4% circa. Nel mio allevamento siamo intorno al 2% ma devo dire che sarebbe stata ancora più bassa, e vale anche per altri allevamenti, se non ci fosse stato il caso di un bellissimo riproduttore canadese che a livello internazionale dette vita a cucciolate con un’alta percentuale di esemplari senza cresta o con seno dermoide. Con un’attenta selezione l’incidenza del seno dermoide è molto diminuita e nel caso si presentasse un buon allevatore, palpando delicatamente la parte dorsale del cucciolo, è in grado di percepirla. In tal caso il veterinario può intervenire chirurgicamente, senza grandi spese, e il problema non si ripresenta più. Naturalmente quell’esemplare non dovrà essere messo in riproduzione. A volte me ne nascono anche senza cresta e allora li regalo a persone appassionate che so che li tratteranno bene. Per il resto il Rhodesian Ridgeback è un cane rustico, forte, resistente alle malattie e che in genere non ha problemi di salute”.

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La fistola dermoide

Di Cristina Di Palma

La presenza della cresta, peculiarità di razza del Rhodesian Ridgeback, ben delineata, ininterrotta e simmetrica, che si estende dalla regione interscapolare fino a raggiungere le tuberosità iliache, sembra sia la caratteristica fenotipica da correlare alla presenza, in taluni soggetti, del seno o fistola dermoide. L’espressione fenotipica del ridge implica una mutazione genica che influenza lo sviluppo embrionale della cute e dei follicoli piliferi.

Cenni di embriologia Il periodo gestazionale della cagna dura 63 giorni circa. Tra il 21° e il 28° giorno inizia il processo di neurulazione che esita nella formazione del tubo neurale da cui originano rispettivamente cervello, midollo spinale e cute dal foglietto più esterno (ectoderma), tessuto connettivo, muscoli e ossa dal foglietto intermedio (mesoderma), epitelio di rivestimento del tratto digerente, respiratorio, urinario, fegato, pancreas e tiroide dal foglietto più interno (endoderma). Il processo che dal tubo neurale esita nella formazione dei tre foglietti germinativi è di progressiva chiusura degli stessi in cinque punti procedendo dalla testa verso la coda. Il seno dermoide si configura come un’incompleta separazione tra l’ectoderma (da cui origina la cute e i suoi annessi, come peli, ghiandole sebacee ,ecc.) e il neuro ectoderma (da cui origina il midollo spinale con le sue tre membrane di rivestimento, delle quali la più esterna è la dura madre).

Ereditarietà

Tanti autori, tedeschi e svedesi in primis, hanno inscritto il seno dermoide nell’elenco delle patologie ereditarie tipiche di razza, sebbene non abbiano ancora chiaro il modo di trasmissione genetica. C’è chi parla di trasmissione legata a un gene autosomico recessivo, chi di trasmissione legata a un gene autosomico dominante; l’ipotesi più accreditata, ma in fase di revisione, sembra tuttavia essere quella della trasmissione legata a un gene autosomico dominante a penetranza incompleta.

Classificazione

Il seno dermoide colpisce il Rhodesian Ridgeback, ma anche altre razze. Generalmente si colloca nella regione cervicale anteriormente al box della cresta e in regione caudale posteriormente al corpo della cresta.

Sono state descritte cinque tipologie di fistole classificate in rapporto:

  • alla connessione persistente con il legamento nucale (più superficiale) e/o sopraspinoso (più

profondo) o con la dura madre nella regione cervicale

  • alla presenza o meno di un’apertura cutanea

Tipo I: il seno si estende dalla cute al legamento sopraspinoso o al legamento nucale.

Tipo II : il seno non raggiunge tali strutture ma è ad esse unito mediante un cordoncino di tessuto

connettivo fibroso pieno.

Tipo III: è simile ai precedenti, solo che non risulta attaccato al legamento sopraspinoso né al

legamento nucale ma termina a fondo cieco a livello del tessuto muscolare o del sottocute

delle regioni interessate (è il più superficiale).

Tipo IV: è il più raro ed è più frequentemente rilevato a livello della regione sacrale. Il seno termina

a livello della colonna vertebrale e spesso si connette alla dura madre, la più esterna delle

meningi spinali, decorrendo per un tratto più o meno lungo nel canale vertebrale.

Tipo V : non ha connessione con l’esterno né con le strutture più profonde. E’ definita ciste

dermoide.

Recentemente uno studio condotto dalla Facoltà di Medicina Veterinaria di Uppsala (Svezia) sulle differenze morfologiche e istopatologiche delle fistole nel Rhodesian Ridgeback ha introdotto una sesta tipologia di seno dermoide, che si colloca esclusivamente in regione sacrale alla base della coda, chiamato LTF (Lipoma of the Terminal Filum, associato ad apertura cutanea e connessione extra spinale). Propriamente si configura come un accumulo di materiale non di origine ectodermica (peli, ghiandole sebacee secernenti) come nei seni dermoidi propriamente detti, bensì di tessuto adiposo, cellule muscolari, piccoli vasi e tessuto connettivo.

Diagnosi clinica e strumentale

E’ importante una diagnosi precoce della presenza di seno dermoide al fine di evitare spiacevoli – e a volte fatali – episodi di setticemia secondari a infezione del canale fistoloso, che tende a drenare verso la colonna vertebrale invece che verso la cute esternamente. I cuccioli con seno dermoide alla nascita non presentano alcuna sintomatologia clinica. L’accumulo di sebo, peli e materiale di desquamazione favorisce la proliferazione batterica di germi piogeni che possono causare gravi ascessi accompagnati da sintomatologia neurologica, febbre e grave abbattimento. La palpazione digitale della cute cervicale e lombosacrale nel cucciolo e l’ispezione visiva alla ricerca delle aperture cutanee, già dopo la terza settimana di vita, rappresenta il metodo più immediato e accurato per una diagnosi precoce. Questa procedura viene eseguita direttamente dagli allevatori.

Di seguito una breve descrizione della tecnica diagnostica: si pone il cucciolo in piedi su un piano, si fa scorrere primariamente la cute in senso craniale (verso la testa) e in senso caudale (verso la coda) cercando di percepire una struttura cordoniforme di pochi millimetri. Si procede sollevando in plica la cute percorrendola in senso orizzontale pinzandola tra l’indice e il pollice alla ricerca del cordoncino fibroso, che in questo caso risulterà disteso secondo il suo asse longitudinale. Con questa manovra, se è presente l’ostio cutaneo risulterà infossato.

La diagnostica strumentale mediante fistulografia, ecografia, TAC e/o RMN viene eseguita solo in quei casi nei quali sia fondamentale la tipizzazione della fistola prima della terapia chirurgica.

Terapia

La terapia è esclusivamente chirurgica e consiste nell’escissione del seno dermoide. Tale intervento, se condotto entro i 75 giorni di vita del cane risulta piuttosto agevole e non particolarmente invasivo. Al contrario, qualora subentrino complicanze settiche, segni neurologici riconducibili a compressione sul midollo spinale da parte del seno ascessualizzato, la chirurgia diventa molto più invasiva e demolitiva. Infatti nella maggior parte dei casi si effettua l’asportazione dell’arco vertebrale (emilaminectomia) di una o più vertebre cervicali rimuovendo la radice del seno e le sue connessioni con la dura madre.

Seno Dermoide estratto

Conclusioni

Poiché non è stato ancora definitivamente chiarito l’esatto meccanismo di trasmissione del seno dermoide, risulta difficile eradicare il gene responsabile della malformazione mediante la selezione.

Sulla base degli studi effettuati in medicina umana su una patologia analoga, conosciuta come “pilo nidale”, è stata riscontrata una notevole diminuzione dell’incidenza del seno dermoide nei cuccioli le cui madri prima o comunque durante tutto il periodo di gestazione assumevano una dieta integrata con folati. Dev’essere comunque chiarito che, in base alle attuali conoscenze sul seno dermoide, l’uso dell’acido folico può solo diminuire la percentuale dei cuccioli che manifestano fenotipicamente il carattere, ma non può limitare la trasmissione ereditaria del gene. Questo risultato si ottiene soltanto attraverso una severa selezione dei riproduttori. Sulla base di quanto appena asserito non appare giustificato il ricorso all’eutanasia in tutti i soggetti che presentano il seno dermoide. E’ però chiaro che l’utilizzo degli stessi come riproduttori deve essere assolutamente vietato informando delle conseguenze i futuri ignari proprietari.

* Medico Veterinario, Rhodesian Ridgeback Club Italia