Uno sguardo sulla condizione di questa unica e irripetibile razza canina,
a dieci anni dalla scomparsa del suo creatore,
di Dario Fiorito,  presidente AAALI

 

Con la fine dell’Ente Tutela Lupo Italiano (ETLI), che tutelava questa razza, e la scomparsa del suo fondatore Mario Messi, il Cane Lupo Italiano è rimasto per diverso tempo in balia degli eventi e a forte rischio d’estinzione. Fu allora, nell’anno 2007, che un piccolo gruppo di convinti sostenitori, nel tentativo di recuperare il patrimonio scientifico e umano generato negli anni dalla peculiare storia della razza e dei suoi affidi, diede vita ad AALI prima e poi all’Associazione degli Affidatari Allevatori del Lupo Italiano (da ora per brevità indicata con AAALI), sfidando coraggiosamente (e con molta incoscienza!) la realtà dei fatti.

Mario Messi con i lupi italiani (foto Allegri).

Alla guida dell’iniziativa il generale Giuseppe Farinelli, un tempo vice- presidente di ETLI e valido riferimento per Messi. Uomo di forti principi e di grande cuore, il generale ha ricoperto la carica di primo presidente della neonata associazione, divenendone poi il presidente onorario fino alla sua scomparsa avvenuta lo scorso anno. Negli intendimenti del generale il progetto per il Cane Lupo Italiano (da ora per brevità indicato con CLI) doveva ricalcare quello originale del dr. Messi e  mantenere il protocollo di affidamento in capo a un preciso Disciplinare, favorendo tutte le attività di aggregazione e di addestramento caratteristiche della razza fin dai suoi inizi. La strada della non commerciabilità del CLI e dei suoi affidamenti doveva anche proseguire come la sola possibile per la salvaguardia di questa razza unica e protetta, ad evitare che interessi privati potessero introdurre pericolose distorsioni con allevamenti intensivi o scriteriati, comunque contrari agli scopi cui il dr. Messi aveva destinato il CLI.

Con impegno totalmente volontario e volto al ripristino di una rete organizzata di attività su tutto il territorio nazionale, di lì a poco AAALI riusciva anche ad autofinanziarsi per ottenere dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MIPAAF), nel 2012, la gestione del Registro Ufficiale del Lupo Italiano (RAU), ormai forte di un buon numero di associati, di un assetto territoriale suddiviso in delegazioni regionali, di un Ufficio Centrale responsabile dei programmi di riproduzione coordinati da una Commissione Tecnica Centrale e di buone relazioni con lo stesso ministero referente per tutte le attività di allevamento animale.

Assicurare discendenza al CLI era però un’impresa ben diversa da quella possibile a ETLI. Infatti AAALI , col suo impegno volontario e senza altre entrate fuori dalle quote sociali, non aveva una struttura di proprietà, un canile o un pool genetico di razza per la conservazione di tutte le principali linee di sangue. Non aveva possibilità neanche di avvalersi di appunti o documenti di Messi, dal momento che la famiglia Messi non aveva intenzione di prestare collaborazione alla nuova associazione né di assumerne un ruolo al suo interno.

Cane Lupo Italiano.

Soprattutto, AAALI non disponeva di un numero congruo di animali che permettesse, con un buon programma di riproduzione, di rinfoltire significativamente la popolazione rimasta della razza, soggetta a un forte decremento degli esemplari scesi dagli oltre 2.000 di un tempo a pochissime centinaia di soggetti. AAALI, dunque, doveva attivarsi con un puntuale lavoro di ricerca e censimento, in primis per aggiornare il registro di razza RAU. Oggi il CLI, a detta degli stessi esperti, vanta con il suo RAU una ricostruzione genealogica tra le più complete e accurate in ambito di razze canine. Vanta inoltre il primato di essere l’ultima razza italiana costituitasi, ufficialmente riconosciuta nel 2014 e iscritta con il n° 996 di protocollo nel registro delle razze canine esistenti.

Dunque l’attività di riproduzione del CLI con AAALI, ha dovuto svolgersi esclusivamente accoppiando gli animali dati in affidamento ai soci che ne facevano richiesta. In virtù del Disciplinare in vigore, regolarmente sottoscritto da tutti gli affidatari al momento dei loro affidamenti, i cuccioli nati poi sono stati sempre destinati dall’associazione a nuovi affidatari-soci.
Determinati criteri base regolano la scelta di costoro. Si tiene conto dell’ordine di data delle domande d’affido dei richiedenti disposti ad associarsi e a supportare l’intero progetto del CLI, ma con priorità per chi fa attività di addestramento e d’intervento, come unità cinofila in protezione civile o in altre realtà di servizio socialmente utile.

Per il piano di riproduzione del CLI, AAALI si è inizialmente posta sotto la guida dell’Università veterinaria di Torino dovendo affrontare, oltre alla difficoltà di una ridotto numero di esemplari, anche un grave problema di consanguineità tra tutti i soggetti esistenti, frutto della loro discendenza da un unico ceppo prevalente. Il criterio stabilito dall’università torinese per gli accoppiamenti si fondava unicamente sul rispetto di determinati livelli di consanguineità tra maschio e femmina escludendo, naturalmente, le parentele dirette e i soggetti portatori di difetti o patologie. Quando però sono cominciate a insorgere nei cuccioli (sempre pochi e molto preziosi) problematiche sanitarie, soprattutto di tipo cardiologico, è stato chiaro che AAALI  doveva mutare rotta.

 

Passando sotto la guida dell’Università veterinaria di Milano, il cui dipartimento di genetica brilla in Italia soprattutto in campo canino (non per nulla Mario Messi aveva già strettamente collaborato per i suoi studi con questo stesso dipartimento) si è dunque avviato un nuovo programma riproduttivo basato sulla scelta solo di riproduttori con valori di consanguineità tra i più lontani e destinando alla riproduzione un solo esemplare per ogni cucciolata. Nuovi criteri dunque che, se da un lato garantivano esemplari in salute, dall’altro moltiplicavano le difficoltà, tenuto conto che una più stretta selezione obbligava a misurarsi spesso con più grandi distanze territoriali tra i soggetti prescelti ma, soprattutto, restringeva la riproduzione ai soli soggetti con quelle determinate caratteristiche. Per questa ragione, forse non comprendendo appieno l’importanza di quanto AAALI stava affrontando per la salvaguardia della razza, un nucleo, piccolo ma rumoroso, di soci delusi nelle proprie aspettative dal rigore del nuovo piano, ha cominciato a diffondere malcontento finché una sfida di troppo ai regolamenti ha costretto l’associazione a difendere anche legalmente i propri fondamenti.

L’Università di Milano ha di fatto permesso ad AAALI anche una seconda grande opportunità, sponsorizzando uno studio sul CLI e le sue caratteristiche genetiche, per confermarlo come razza definita ed effettiva e dargli una propria collocazione nella mappa delle razze canine esistenti. Lo studio, eseguito nel 2017 in tandem con la statunitense National Human Genome Research Institute di Bethesda, in Maryland, ha infatti procurato al CLI il riconoscimento di razza a livello internazionale e sollevato l’interesse anche di riviste specializzate prodottesi in articoli dedicati e inserimenti in varie pubblicazioni.

Tutto questo, con l’aggiunta delle limitazioni imposte dal Covid-19 nell’ultimo anno, può far comprendere che il piccolo numero di cuccioli nati ogni anno ( una cinquantina in totale nell’ultimo triennio) sia comunque un risultato di rilievo. Va detto che il CLI è anche un animale particolarmente sensibile e non incline, anche in estro, a concedersi facilmente a un partner che non conosce e con cui non ha frequentazioni. Una sommatoria di elementi per cui non sempre gli accoppiamenti pianificati sono andati a buon fine. Tanto che una serie consecutiva di tentativi andati a vuoto, nonostante l’uso in qualche caso anche d’inseminazione artificiale, ha persino fatto temere il peggio. Per fortuna, però, la natura ha i suoi risvegli e anche in piena pandemia l’Ufficio Centrale, facendo salti mortali, ha potuto mantenere il passo con il programma previsto e garantire il numero sperato di nascite annuali.

Con l’entrata in vigore di un sistema anagrafico canino unificato sul territorio nazionale, AAALI ha anche ottenuto recentemente di centralizzare l’emissione di microchip da inserire nei cuccioli potendo così coniugare la figura dell’affidatario con quella del detentore per distinguerla da quella del proprietario. Proprio il ruolo di AAALI in relazione alla proprietà del CLI è stato, infatti, il tema dominante di discussione in questi ultimi tempi sull’onda del disorientamento suscitato da quello stesso piccolo e rumoroso nucleo di soci rivoltosi citato prima, contrari al direttivo a causa della sua difesa della centralità di AAALI per tutelare la razza da mire personali.

Cane Lupo Italiano (foto Leonardo Zani).

Nonostante i soci al momento dei loro affidi sottoscrivano un rapporto contrattuale molto chiaro nelle modalità e negli intenti, numerose sono state le azioni di contrasto e di discredito da cui l’associazione e il suo direttivo in carica hanno dovuto difendersi anche con l’ausilio di legali. Fortunatamente l’ultima assemblea sociale ha espresso volontà di mettere un punto fermo sulla questione, schierandosi in netta maggioranza a favore della centralità di AAALI per garantire futuro e protezione alla razza.

E’ noto che il CLI fa gola da sempre a molti allevatori professionisti e anche a cultori del fai da te, capaci, qualche volta, persino di spacciare i propri meticci come esemplari della nostra razza. Nel mondo di Internet e dei social si trovano spesso, purtroppo, offerte commerciali di presunti Cani Lupi Italiani. Ma di fatto l’unico vero CLI fa capo esclusivamente ad AAALI, non si può acquistare né vendere, ma si può richiedere in affidamento con apposita domanda scaricabile dal sito dell’associazione, di cui occorre anche diventare soci in condivisione del progetto di tutela di razza. Sono, infine, CLI solo quelli iscritti nel registro ufficiale di razza detenuto da AAALI. E’ bene dunque sapere che ogni diversa pretesa è falsa e legalmente perseguibile.

Per fortuna, serietà e lealtà trovano ancora ampio riscontro nelle fila di un volontariato sano. Scriveva il dr. Messi che amare e difendere il Cane Lupo Italiano colloca l’individuo nella sfera più alta della conoscenza e della scienza, tra le anime elette. Lo stesso principio cui doveva essersi ispirato Konrad Lorenz nel tentativo di donare all’uomo il prototipo del cane perfetto.

La nostra associazione ha il privilegio di portare avanti quel progetto, la responsabilità di difenderlo, il piacere di amarlo. Non a caso, parafrasando un comune modo di bene augurare, l’associazione ha fatto proprio il motto In bocca al Lupo! VIVA il Lupo! Certamente viva e prosperi il Cane Lupo Italiano nella continuità dell’associazione che con il passaggio di testimone a un nuovo consiglio direttivo in aprile avvierà una nuova stagione. Avanti tutta, con coraggio e determinazione sempre, nella convinzione che un mondo con più valori e più rispetto per la natura potrà solo aggiungere qualità alla vita umana.

Per chi volesse saperne di più sul Cane Lupo Italiano: www.canelupoitaliano.it