Quando parliamo di cani da caccia pensiamo alle razze molto note come i Setter, Pointer e tante altre. Però ce ne sono tante altre non standardizzate e riconosciute ma che da migliaia di anni vengono allevate e utilizzate dall’uomo. In alcuni casi sono cani primitivi che affiancano…uomini per molti aspetti ancora primitivi. Anzi, alcune di queste tribù vivono senza alcun contatto con l’uomo moderno e in zone del pianeta ancora inesplorate. Parrà strano ma è così.

Taiwan, caccia al cervo sika, 1746.

I Saisiat sono un popolo indigeno di Taiwan vivente nella zona a cavallo delle regioni di Hsinchu (la tribù Wufong) e Miaoli (le tribù Nanya e Shitan), e in particolare nella zona di Hualien, di circa 4.628 km² di cui solo il 7% è occupata da persone, mentre il resto sono montagne boscose e zone fluviali selvagge. I Saisiat sono poche migliaia in tutto, forse 5000-10.000, e una parte vive nelle città, tanto che la loro cultura è in pericolo a causa della costante urbanizzazione. Tuttavia il governo sta attuando una politica di salvaguardia in quanto ritiene, fra l’altro, che questo potrebbe essere vantaggioso per l’ecoturismo. Di grande importanza erano la pesca e soprattutto la caccia al cinghiale, cervo, orso e serow (simile a un camoscio), nella quale utilizzavano i cani.

Durante la caccia questi esemplari, molto agili, pronti di riflessi e pesanti 15-20 kg, non si comportavano come molti cani europei da presa poiché in gruppi di 5-6 contro prede pericolose come il cinghiale si limitavano a mordere e ferire e subito a ritrarsi, indebolendo e rallentando la preda in attesa dell’arrivo dei cacciatori. Questi cani, se non alimentati, provvedevano da sé a trovare cibo nelle foreste, essendo anche molto autonomi. Le femmine incinta si ritiravano in luoghi appartati dove scavavano una buca per partorire e si ripresentavano dai padroni solo mesi dopo, con cuccioli al seguito. Purtroppo oggi i cani di Formosa (così i portoghesi chiamavano Taiwan), questo è il loro nome oggi, non sono più quelli nativi, di cui rimangono pochissimi esemplari essendosi incrociati. Difatti gli olandesi nel XVII stabilirono una base commerciale a Tayoan, importando cani europei con i quali fecero strage di cervi sika, tanto da esportare in Europa e in soli 60 anni da due a quattro milioni di pelli. Questo cervo (Cervus nippon taioanus) è ormai rarissimo e in via di estinzione. Poi fu la volta dell’invasione giapponese del XIX secolo, della Seconda guerra mondiale e infine del periodo Kuomintang cinese. Tutti importarono cani di diversi tipi, e i giapponesi in particolare ne sterminarono moltissimi di quelli locali. Tuttavia nella prima metà del XX secolo nelle aree montane ne erano rimasti ancora di tipi

Taiwan, da notare in questa fotografia del 1939 la pressoché identica morfologia dei cani Saisiat.

Anche gli Aeta, detti anche Agta, cacciano utilizzando i cani nelle foreste di pianura e montagna dell’isola di Luzon, nelle Filippine, e in particolare nelle aree di Pampanga e Tarlac. Nonostante la deforestazione, il 24% di Luzon è ancora coperto da foreste. Prima vivevano in molte altre zone ma l’eruzione nel giugno 1991 del vulcano Pinatubo li costrinse a trasferirsi. Sono poche migliaia, distribuiti in tanti piccoli gruppi nomadi, costruiscono solo rifugi temporanei fatti di bastoni e foglie di banano e sono tutti bassi e relativamente minuti anche se robusti, di pelle scura ma non nera e con capelli anche chiari. Ma non è tanto questo che rappresenta la loro particolarità, quanto piuttosto di essere grandi e accaniti cacciatori, fra l’altro, di pitoni reticolati – che possono superare abbondantemente i 7 metri di lunghezza e sfiorare i 200 kg – e nel contempo di esserne all’occasione cacciati (e divorati, viste anche le dimensioni medie di questo popolo, che sono negli adulti di 1,4 metri di altezza e circa 44 kg).

Due Aeta con un pitone di 6,9 metri ucciso nella zona di Kekek Aduanan.

L’antropologo statunitense, che dal 1962 studia gli Aeta sul campo, ne intervistò 600 e risultò che in 39 anni (quindi a memoria d’uomo) il 26 per cento degli uomini era stato attaccato da pitoni (poiché li cercavano e quindi avevano maggiori contatti), rispetto ad appena il 2 per cento delle donne. Di questi uomini, due erano stati attaccati due volte, quindici erano stati morsi di cui undici avevano ancora le cicatrici e sei erano stati uccisi, di cui uno ritrovato all’interno di un serpente. Per via di diversi fattori gli Aeta hanno un tasso di mortalità infantile di 220/1000 (contro il 7/1000 negli Stati Uniti) e una speranza di vita di soli 23 anni (contro i 78 anni negli Stati Uniti). I pitoni avevano anche attaccato e ucciso bambini nelle capanne. In un caso due bambini dallo stesso serpente. Questo può fare capire perché questi indigeni abbiano tanti cani, validi per la caccia e pure per la guardia contro i predatori, anche se sovente diventano anch’essi prede. Non solo dei pitoni, poiché nelle Filippine i cani sono un alimento comune delle popolazioni locali. Anche i loro validissimi cani sono piccoli ma decisamente temprati e resistenti, tanto da vivere in foreste pluviali in cui cadono circa 10 metri cubi d’acqua – ossia ben 10 tonnellate d’acqua per ogni metro quadrato – nel periodo delle piogge.

Indigeni Igorot arrostiscono un cane (e parti umane), Luzon, Filippine.

Questi cani sopravvissuti, riproducendosi all’interno di gruppi o tribù con limitati contatti con la gente esterna, sono tutti abbastanza simili e pertanto diversi dai cosiddetti cani askal (in lingua tagalog) anche detti aspin delle Filippine, che sono cani randagi oppure di proprietà ma vaganti e di tutti gli incroci possibili, seppure di dimensioni piccole-medie, e molto diffidenti o timidi in quanto sempre pronti a fuggire a causa della minaccia dell’uomo, che li cattura e mangia. Nelle Filippine a volte gli accalappiacani uccidono e macellano tutti i cani che catturano, nonostante sia vietato da una legge del 1998 (sono esentati gli indigeni delle foreste). Questi poveri animali, se randagi, sono comunque spessissimo denutriti e malmessi, a differenza di quelli degli indigeni che sono ben alimentati.

Askal, Filippine.

Gli Aeta fanno parte del gruppo etnico negrito e mostrano forti somiglianze fisiche con i popoli pigmei dell’Africa, pure loro bassi anche se dal fisico armonioso e abitanti delle foreste pluviali. I pigmei – anche se privati di parte della foresta per via del disboscamento, massacrati, resi in schiavitù, sfrattati (anche dalle associazioni ambientaliste), senza diritti e addirittura mangiati manco fossero selvaggina in tempi non lontani (le tribù circostanti li ritenevano subumani, se non animali), come durante la guerra civile del Congo – sono comunque molti di più degli Aeta, essendo circa 500.000. Anche i loro cani sono simili a quelli degli Aeta, vengono utilizzati per la caccia e sono stati selezionati per vivere in condizioni tali che un buon cane europei sarebbe tanto se durasse un mese. Basti pensare alle orde di insetti portatori di malattie letali, alle zecche, sanguisughe e tanto altro. I cani dei pigmei (suddivisi in diverse tribù come gli Aka, Baka, Mbuti e Twa) sono i famosi Basenji, detti “cani muti” anche se non lo sono affatto, se serve. Condividono molti tratti unici con i cani pariah, i dingo e il similare cane della Nuova Guinea. Uno dei modi con cui vengono chiamati è M’bwa m’kubwa M’bwa wamwitu (Il cane che salta su e giù – The jumping up and down dog) per la sua abitudine di saltare per vedere oltre l’erba alta e i cespugli.

Foresta dell’Ituri, accampamento dei pigmei.

Sarà bene chiarire che il Congo – il cui nome attuale è Repubblica Democratica del Congo, mentre in precedenza si chiamava Zaire e ancor prima Congo Belga – è il secondo più grande paese dell’Africa e l’undicesimo al mondo, più grande delle aree combinate di Spagna, Francia, Germania, Svezia e Norvegia. Ovvio che non ci stanno solo i pigmei e conseguentemente si parlano diverse lingue e dialetti e quindi anche i nomi di questi cani sono diversi. In una zona dicendo Basenji alle persone quelle capiranno subito che vi riferite ai cani, mentre in un’altra dicendolo non lo capiranno e magari finirete con una zagaglia nella schiena, perché Basenji significa “selvaggi” ed è un insulto. I pigmei si nutrono in maggior parte di insetti arrostiti, tuberi, frutta, miele e molti vegetali, però integrano la dieta cacciando e mangiando quasi tutte le specie presenti (a eccezione del leopardo, ritenendo che possa avere mangiato carne umana), dai topi ai gorilla fino agli elefanti, grazie alle lance e frecce avvelenate. Da notare che il loro impatto sulla fauna selvatica è praticamente nullo, essendo nomadi.

Gorilla maschio ucciso in una battuta di caccia.

Molto importanti per i pigmei sono i cani, utilizzati per seguire e rintracciare la selvaggina in lunghissimi spostamenti (il loro ritmo nel camminare instancabilmente non è sostenibile neppure da veri e propri atleti occidentali) nella foresta. I cani, diversi e liberi, una volta individuata la preda la inseguono e, se piccola, la uccidono loro stessi oppure la costringono a salire sugli alberi. I pigmei li colpiscono allora con le frecce. Se si rifugiano in tronchi cavi accendono un fuoco e li snidano col fumo. I cani sono agilissimi, pure loro instancabili e coraggiosi ma prudenti, perché una volta fermata la preda devono comunque attendere l’arrivo dei cacciatori. Sovente le specie cacciate vivono in branco, come nel caso dei grandi e aggressivi cinghiali ilocheri e potamocheri, cercopitechi, babbuini e scimpanzé, molto temuti dai cani. Una tecnica invece consiste nel piazzare in un punto delle grandi e lunghe reti in cui le prede, inseguite dai cani, vanno a impigliarsi. Quelli che non vi finiscono intrappolati si rifugiano sugli alberi, come i gorilla, venendo colpiti con le frecce avvelenate. Anzi, questi poveri primati, una volta ucciso il maschio dominante che difende il gruppo, neppure tentano di difendersi. Ma i pigmei cacciano per mangiare, non per diletto.

Altre volte invece i pigmei si appostano e aspettano che le prede arrivino, sempre spinte dai cani. Poiché la caccia avviene nella tenebrosa e fittissima foresta tropicale pluviale, con la volta di alberi che spesso non fa passare neppure la luce solare, i cani corrono anche il rischio concreto di essere colpiti erroneamente dalle frecce. Fra l’altro sono cani silenziosi e quindi diversi da quelli europei e ancor più nordamericani che sono grandi abbaiatori e svelano quindi la loro presenza al cacciatore. Per questo motivo i pigmei di foresta per la caccia dotano i cani, o almeno quelli di maggiore valore e capacità, di grossi campanacci di legno legati al collo. In tal modo capiscono l’arrivo dei loro cani nella zona di appostamento.

Cane dei pigmei con campanaccio.

Si consideri che le frecce – la cui punta in ferro coperta di veleno è prudentemente protetta da un astuccio vegetale per evitare che ci si ferisca nel maneggiarle, e che viene tolto solo un attimo prima dello scocco – , a seconda delle zone e disponibilità sono avvelenate con estratti di piante del genere Acokanthera, Strichnos e Strophantus e che sono in grado di uccidere un animale di medie dimensioni in pochi istanti, mentre non riescono a farlo con ippopotami e rinoceronti perchè il veleno spalmato sulla punta della freccia e in parte dell’asticella non è semplicemente sufficiente. Gli elefanti sono più sensibili, comunque possono morire anche dopo 4-5 giorni fuggendo così lontano che la loro carne non è trasportabile da uomini a piedi. Insomma, il gioco non vale la candela. I pigmei con grandissimo coraggio uccidono sì gli elefanti di foresta ma avvicinandosi di nascosto e tagliandogli con il machete i tendini delle zampe posteriori oppure conficcandogli la lancia nel ventre e scappando immediatamente. La carne degli animali uccisi è comunque mangiabile, asportando o lavando la sola parte in cui la freccia è penetrata. Comunemente si pensa che i pigmei vivano solo nelle foreste, ma non è così poiché i Twa vivono anche in zone semidesertiche della Namibia. Mancando la fitta foresta, durante la caccia cani e preda sono ben visibili e difatti i cani non hanno alcun campanaccio.

Pigmeo e cane: fra amici ci si divide tutto.

Passiamo all’oceano Pacifico e precisamente alla Nuova Guinea, che è la seconda isola per estensione al mondo (785.000 km²) dopo la Groenlandia. Meno della metà fa parte dell’Indonesia mentre il resto è territorio dello stato della Papua Nuova Guinea. Si consideri che, nonostante la grave deforestazione attuata, vaste aree montane di foresta sono ancora inesplorate da scienziati e antropologi. I papuasi sono la stragrande maggioranza e una parte di loro sono indigeni che vivono quasi come ai tempi della pietra (alcune tribù, cannibali e cacciatori di teste, sono state scoperte appena una trentina di anni fa e altre ne esistono con cui praticamente non ci sono contatti) e sono raccoglitori-cacciatori nonché agricoltori, soprattutto di patate dolci. Per la caccia utilizzano i cani, in particolare nelle battute al cinghiale e al casoario, che è una sorta di struzzo. Una di queste tribù, nella parte indonesiana dell’isola, sono i Korowai, detti anche Kolufo e scoperti solo nel 1974. Buona parte vive ancora in capanne costruite sugli alberi a 10-15 metri di altezza, ma anche a 45 se è il caso, al fine di proteggersi da altre tribù di cacciatori di teste cannibali (insomma, come loro, anche se pare non avvenga più da un po’). Il problema però è che ci siano alberi, fattore non così scontato da quando è stata scoperta una scura resina aromatica che alcune specie di alberi producono dopo essere stati attaccati da un tipo di muffa. Il legno intriso di questa resina si chiama gaharu“, viene utilizzato per l’incenso e profumi e vale una fortuna, ossia circa 1000 dollari al kg. Ovvio che il tutto abbia attirato imprenditori anche spregiudicati, deforestazione e gente da ogni dove, che ha diffuso pure l’AIDS.

Comunque sia, pare del tutto plausibile che gli appartenenti a questa tribù, e pure i loro cani, non soffrano di vertigini, specie nel caso di forti venti, da quelle parti nient’affatto rari. Una curiosità: su e giù dagli alberi vengono portati anche i maialini (da cuccioli addirittura allattati dalle donne), che vivono e dormono nelle capanne come fossero cani o gatti. Di norma – tranne nel caso di rituali e feste in occasioni speciali – non vengono uccisi e mangiati, ma utilizzati come moneta di scambio.

Capanne sugli alberi, Korowai.

I cani sull’isola di Nuova Guinea hanno moltissimi nomi. Basti pensare che nella sola Papua Nuova Guinea esistono 852 lingue o dialetti conosciuti. In tutta l’isola, soprattutto nelle zone montane più protette e selvagge, da tempi immemorabili si cacciano con lancia e arco e frecce canguri, casoari e gli onnipresenti e numerosissimi cinghiali, derivanti in parte dai maiali introdotti dall’uomo almeno 6.000 anni fa e divenuti selvaggi, nonché due specie di cervi e una di daino introdotti molto più recentemente.

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Un Korowai trasporta il suo cane fino alla capanna, sulla sommità degli alberi.

I cani papuasi sono tutti di piccole e al massimo medie dimensioni nonché di colori diversi. Probabilmente derivano dal dingo asiatico (Vietnam e Thailandia) – arrivato diverse migliaia di anni fa insieme all’uomo anche in Australia – incrociatosi nel tempo con cani arrivati al seguito di vari popoli, anche europei. Di sicuro questi cani, come tutti quelli trattati nel presente testo, mangiavano (e mangiano) assolutamente qualsiasi cosa possa essere in qualche modo commestibile in quanto non li si alimentava regolarmente come facciamo oggi in Occidente. In caso di battute di caccia fortunate potevano cibarsi a sazietà con gli avanzi ma in periodi di carestia dovevano arrangiarsi cacciando in prossimità dei villaggi o anche più lontano. Ammesso che non venissero mangiati loro, dagli indigeni, anche se rapporti di affetto con i padroni esistevano ieri come oggi. Queste ricerche di cibo da parte dei cani ci permettono di affrontare il cosiddetto “Cane cantante della Nuova Guinea” (New Guinea singing dogs, così chiamato per l’ululato distintivo e melodioso).

Papuasi con i loro cani.

Secondo alcuni scienziati sulle alte montagne dell’isola, fra i 2.500 e i 4.700 metri di altitudine, vivrebbe un piccolo canide separato, selvatico e rarissimo, detto “Cane di Hallstrom” o appunto “Cane cantante della Nuova Guinea”. Meglio premettere che chi ha dichiarato che questi cani vivrebbero fra i 2.500 e i 4.700 metri di altitudine dovrebbe forse dare un’occhiata a questo video (girato a 4500 metri di altitudine sul Puncak Jaya, 4.884 metri, la vetta più alta di tutta l’isola della Nuova Guinea). Come potrebbe mai arrivare lassù un cane e perché dovrebbe farlo è un mistero… https://www.youtube.com/watch?v=A-eTKH0WEyA

Del New Guinea singing dogs esistono esemplari in parecchi zoo nel mondo (e anche di privati appassionati), ma discendenti da esemplari del 1956 nati e cresciuti in villaggi. Ci sono solo due fotografie confermate di esemplari selvatici (o randagi). Di sicuro i cosiddetti New Guinea singing dogs allevati in cattività si comportano come qualsiasi cane domestico e non hanno comportamenti selvatici, se ben socializzati. Da notare che nella sua relazione annuale (del 1891-92) sir William Macgregor, allora governatore della Nuova Guinea Britannica scrisse: “Il cane nativo è molto comune come animale da compagnia, come alimento o per la caccia. E’ molto somigliante al dingo australiano in apparenza ed è fortemente gregario. I cani di un villaggio spesso si mettono a ululare in coro non hanno imparato ad abbaiare e quasi mai si separano senza combattere. Possiedono canini straordinariamente aguzzi e sottili che mordendo infliggono ferite profonde “.

Presumibile che questi New Guinea singing dogs, che comunque sono dingo – ossia cani ritornati selvatici – si sia inselvatichita come accadde al dingo australiano e che avendo meno contatti con i cani di pianura, anche di diversi tipi europei, sia rimasto simile all’originale. Il New Guinea singing dogs però pesa meno di 10-15 kg e ha le zampe in proporzione più corte, mentre il dingo australiano puro è più alto e in rari casi arriva al doppio. Si consideri che circa a fino 6.000 fa l’Australia e la Nuova Guinea erano collegati dalla terraferma, poi allagata e pertanto i due tipi di dingo si sono differenziate. Insomma, si tratta di speciazione allopatrica: quando due popolazioni di individui della stessa specie si trovano in condizioni di isolamento a causa di barriere geografiche insuperabili (montagne, mari, ecc.), le nuove condizioni ambientali favoriscono per selezione ulteriori cambiamenti genetici, per cui, se l’isolamento persiste per un periodo sufficiente (ma questo non è avvenuto fra i due tipi di dingo, che essendo cani possono accoppiarsi con qualunque altro), la neo-specie non sarà più in grado di incrociarsi con la popolazione di origine.

Aborigeni australiani con giovani dingo.

Da notare che anche i normali cani degli indigeni papuasi, se vogliono, emettono suoni uguali a quelli dei New Guinea singing dogs, che i nativi all’occasione trovavano e adottavano – sembra solo i maschi, che venivano castrati – visto che erano affettuosi e confidenti con i padroni, anche se timidi, diffidenti e veri “artisti della fuga” in presenza di estranei. Li prendevano per farci giocare i figli, poiché sono agilissimi e vispi (almeno, quelli negli zoo, perché di eventuali altri oggi non sa niente nessuno) essendosi probabilmente adattati a quelle ripide zone montuose. https://www.youtube.com/watch?v=ttwt6xDO0M0

Anche come cani da caccia erano validi e riescono persino ad arrampicarsi sugli alberi fino a una certa altezza, cosa che comunque fanno pure i normali cani di questi indigeni. Il problema però fu un’epidemia di cimurro che nel periodo 1986-87 fece strage dei cani nei villaggi (e forse pure di gran parte di quelli inselvatichiti come i New Guinea singing dogs, ammesso ce ne fossero ancora) e allora i Papua decisero di allevare pollame. Si scoprì allora che i cani dall’istinto predatorio erano incompatibili con le galline e che quindi quelli inselvatichiti trovati sulle montagne era meglio lasciarli dove stavano. E i Papua si dotarono di cani validi ma affidabili, spesso meticci di cani europei incrociati con i cani locali. Del resto gli stessi dingo australiani, pur presi da cuccioli, educati e addestrati, ben difficilmente possono svolgere mansioni affidate ai normali cani, e comunque mai con gli stessi risultati. Anche i dingo australiani selvatici sono ormai in grandissima parte incrociati con altri cani e di puri (120-150 esemplari, in diminuzione) parrebbe ne esistano pochi, come quelli dell’isola di Fraser, in Queensland, facente parte del Great Sandy National Park. Sull’isola, di ben 1.840 km², ci sono stati alcuni attacchi all’uomo, di cui uno mortale, da parte dei dingo e che hanno comportato l’abbattimento di alcune decine di esemplari.

Nell’America centro-meridionale gli indigeni usavano e usano ancora i cani che, molto prima della colonizzazione europea, erano gli stessi arrivati dalla Siberia nell’arco di parecchie migliaia di anni, quindi di dimensioni medie. Anzi, nell’America centro-meridionale le dimensioni sono diminuite in quanto non vi sono specie di canidi con cui i cani potevano seppure raramente accoppiarsi, elevando così le normali dimensioni. Per chiarire, ci sono canidi ma nessuno che possa riprodursi con il cane. Il lupo e il coyote, che invece possono accoppiarsi e riprodursi con i cani, nelll’America centro-meridionale non esistono e non esistevano. In particolare nella zona amazzonica del Sud America, gli indigeni avevano raramente cani, cosa che invece oggi avviene anche se non in generale.

Magari avevano i cani, ma non venivano usati per la caccia o almeno non per le battute di caccia. Difatti, là dove era praticata l’agricoltura, i cani seguivano regolarmente gli indigeni, come avveniva per esempio nella zona di Cerro Brujo, Panama occidentale (quindi America centrale). Mentre uomini e donne lavoravano, i cani – quasi sempre affamati, in quanto non alimentati regolarmente – si cibavano di qualunque essere vivente (o persino carcasse di animali) presente nei campi, dagli insetti ai piccoli mammiferi, uova e persino serpenti in quanto i cani, se abituati, li uccidono con relativa facilità, inclusi quelli velenosi. Inoltre i cani vagavano nelle zone boscose ai margini dei campi facendo fuggire alcune specie erbivore attirate dalle piantagioni, salvando così i raccolti. Non solo, se i cani riuscivano a ferire o bloccare un animale gli uomini accorrevano e lo uccidevano facendo così buona caccia. Funziona così anche oggi.

Indigeni, zona di Darien, Panama.

I cani invece venivano, e vengono, usati frequentemente da alcune tribù, che magari in precedenza non li impegavano, come gli Huaorani dell’Ecuador, 2500-3000 individui nomadi che in piccoli gruppi vivono di caccia e pesca. Un Huaorani dichiarò che raramente mangiavano carne di pecari dal collare (un suide) prima che il suo gruppo si dotasse di cani e che la caccia a questo animale consisteva nel farli inseguire fino a spingerli a rifugiarsi in tronchi cavi o buche, dove gli uomini li stavano e uccidevano. La stessa tecnica la si usa ancora oggi in Guyana (anzi, pare che la tribù dei Waiwai sia apprezzata perché buoni selezionatori di cani) ma facendoli entrare in un recinto a trappola. L’uso dei cani era anche una sicurezza per i cacciatori perché contrattaccando i cani, non si rivolgevano contro i cacciatori. I pecari vivono in branchi numerosi e sono molto aggressivi e pericolosi. Sono numerosissimi e sovente razziano i campi dei contadini, che su quelli contano per vivere. I cani servono oggi così come un tempo per cercare di allontanarli dalle piantagioni. Qui è visibile un video, però sconsigliato alle persone impressionabili. https://www.youtube.com/watch?v=-Xg_Koi7dKQ

Dentro lo shabono, un indigeno Yanomami disseziona un puma ucciso durante la caccia.

Essendo l’Amazzonia ricchissima di canali e fiumi, anche immensi, per gli animali e gli indigeni è normale attraversarli, a nuoto o in canoa. Con i cani si facevano inseguire pecari, tapiri o formichieri giganti affinché cercassero scampo in acqua, dove però erano appostati i cacciatori su canoe. In questo modo la caccia era molto più sicura (per gli uomini, non per i cani). Non funzionava, ieri e oggi, con i capibara, roditori anche di 50 kg perfetti nuotatori e che possono muoversi sott’acqua senza respirare anche per diversi minuti. I cani sono validi anche per catturare lungo i corsi d’acqua tartarughe, testuggini e iguane. Ci si domanderà se durante la caccia nella fitta foresta tropicale i cani degli indigeni sudamericani fossero dotati di campanacci, come descritto sopra per i pigmei. La risposta è no, perché questi cani abbaiano e quindi il campanaccio non serve. Tuttavia la caccia con i cani non veniva attuata prima dei frequenti e violenti temporali di quelle zone in quanto il rumore dei tuoni copriva il latrato dei cani, non rendendoli individuabili dai cacciatori al loro seguito. I cani non venivano utilizzati di notte, neppure per cacciare prede non pericolose come aguti, paca (sono roditori di medie dimensioni) e armadilli, poiché pure alla luce delle torce era troppo pericoloso muoversi nella foresta anche per gli uomini.

Cacciatori Yanomani della foresta amazzonica, al confine tra Venezuela e Brasile

Anche se a volte gli indigeni tentano di avere buoni cani facendo accoppiare determinati esemplari validi, la cosa di norma non raggiunge i risultati sperati poiché i cani sono sempre liberi. Di conseguenza, la maggior parte dei cani sono comunissimi incroci senza selezione umana alcuna e l’unica cosa da farsi è quella di portare i cani giovani a caccia insieme a quelli esperti, affinché imparino da loro, imitandoli. Un tempo per motivare i cani li si strofinava con il sangue, le interiora o la pelle dell’animale ucciso o che si andava a cacciare oppure si facevano rituali presunti magici, munendoli anche di ciondoli propiziatori. Si arrivava a fargli entrare nel naso e nella bocca, oppure strofinandoli sul pelo, misteriosi intrugli di erbe anche allucinogene. Addirittura secondo alcuni un buon metodo, per dargli più rabbia, era farli mordere e pungere da formiche o vespe. Si capirà che questi poveri cani – già provati dalla malnutrizione, al punto di alimentarsi anche delle feci umane – avessero vita breve, anche a causa degli scontri e delle predazioni con molte specie di animali pericolosi. Uno studio del 2006 sui cani degli indigeni in Bolivia evidenziò che l’età media dei cani era di 3,5 anni e la mortalità annua dei cani adulti era del 34% . Le cucciolate mediamente erano di quattro, ma il 73% dei cuccioli moriva subito dopo. In genere i cani erano e sono meno frequenti – o comunque molto più a rischio – nelle zone boscose in cui si aggirano predatori come il giaguaro e il puma, che sono molto attratti dai cani, così come gli anaconda. https://www.youtube.com/watch?v=m-1Fa6OriT0

C’è da dire che per gli indigeni avere i cani nell’accampamento era ed è una doppia sicurezza in quanto se percepivano il predatore davano l’allarme, e se invece non ci riuscivano ne venivano predati, evitando il rischio che accadesse alle persone. Questo aspetto vale per tutte le aree trattate in questo articolo, tranne la Papua Nuova Guinea dove non ci sono predatori terrestri in grado di attaccare l’uomo. I dati riportati sopra parranno, e sono, terribili, ma dobbiamo ricordarci che pure gli indigeni amazzonici affrontano una vita dura, con un’alta mortalità infantile causata anche dalla fame conseguente alla riduzione degli spazi da parte dall’uomo civilizzato, all’inquinamento dei cercatori d’oro e altro, alla deforestazione e alla caccia degli animali cacciati dagli indigeni i quali invece, essendo nomadi, non causano alcuno squilibrio naturale. Per esempio, gli Yanomami sono suddivisi in centinaia di gruppi di 40-150 persone per non gravare eccessivamente sull’ambiente.

Un gruppo di Yanomami osserva una parte del loro territorio a Pico da Neblina, fra Brasile e Venezuela.

Trovata una zona ricca di cibo nella foresta, gli Yanomami disboscano un’area sufficiente per costruirvi una grande abitazione circolare comune a tettoia detta shabono e dotata di una piazza centrale a cielo aperto. Danno fuoco a una piccola porzione di foresta e il terreno fertilizzato dalla cenere viene lavorato e seminato a manioca, patate dolci, canna da zucchero, legumi vari, banane, zucche, mais e tabacco. Inoltre uomini e donne colgono o catturano qualsiasi cosa commestibile, dalle foglie ai tuberi e frutti selvatici, dalle formiche alle larve e ragni, dai topi ai pesci alle tartarughe e dai caimani fino agli anaconda, puma e giaguari. Dopo essersi mangiati quasi tutto, il gruppo si sposta in un’altra area della foresta e ricomincia da capo, mentre l’area precedente si ripopola naturalmente. Somo molte le possibilità che qualcosa vada storto e che buona parte del gruppo muoia di fame e debilitazione. E, potrà piacere oppure no, la vita dei cani del gruppo è quella che vale meno.