Il San Bernardo è un cane molto affidabile, calmo, non aggressivo. Ha molte buone qualità e come cane da soccorso ha salvato molte migliaia di vite umane. Naturalmente, come ogni cosa, dipende da come si utilizza, nel bene o nel male. Vi racconteremo ora la storia di due cani San Bernardo, entrambi di nome Barry. Due storie molto diverse.

Il primo Barry che tratteremo nacque nel 1800, proprio l’anno in cui Napoleone con i suoi 46.000 soldati valicò le Alpi sul Gran San Bernard. Chissà, forse era presente proprio in quelle giornate. Diversi soldati napoleonici descrissero con affetto questi grossi cani socievoli che li accompagnarono in quella pericolosa traversata, salvandone parecchi. Scrissero che erano docili e si facevano accarezzare da tutti e ciò dimostra il grande lavoro fatto dai monaci dell’Ospizio, che utilizzavano solo esemplari maschi e privi di aggressività verso l’uomo. Non conosciamo questo aspetto ma c’è da pensare che ne nascessero anche di aggressivi e che alcuni di questi venissero impiegati come cani da guardia (nell’altro articolo pubblicato questo mese accenniamo appunto a questa funzione, anche contro i briganti) e solo per questa. Una cosa è certa e cioè che quei cani detti Garouf (solo successivamente saranno chiamati San Bernardo), inclusi quelli da sossorso, erano coraggiosi e all’occorrenza pugnaci. Non avrebbe potuto essere diverso, perché gli anni in cui operò Barry furono caratterizzati (come gli anni precedenti e quelli successivi della prima metà del XIX secolo) dalla presenza sia in Francia che in Svizzera (e pure in Italia) di un alto numero di lupi che causavano mediamente circa una trentina di vittime umane l’anno.

Lupi

Il loro numero, molto alto di norma e solo alto nei periodi di maggiori interventi da parte dell’uomo, subiva un incremento durante le guerre per il semplice motivo che gli uomini cessavano di cacciarli perché erano stati arruolati dagli eserciti. Se poi le guerre si svolgevano in quelle stesse terre, la fame e le devastazioni facevano passare in secondo piano il problema lupo. Inoltre, i rischi di sommossa facevano sì che le autorità vietassero o requisissero le armi, le stesse con cui si uccidevano i lupi, quando ci si riusciva. Lo stesso si verificò in Svizzera – già sotto il controllo francese – con diverse rivolte popolari nella seconda metà del XVIII secolo, quattro colpi di stato, e poi teatro dello scontro tra la Francia e le truppe austriache e russe, quando queste ultime tentarono invano di scacciare i francesi (prima e seconda battaglia di Zurigo, campagna militare di Suworow). La presenza di un gran numero di truppe straniere in Svizzera impoverì ulteriormente il paese. Napoleone Bonaparte, sapendo che la Svizzera era il passaggio più breve tra il nord e il sud dell’Europa, decise allora di conquistarla, cosa che fece nel 1798. Successivamente concesse la neutralità, ma gli svizzeri rimanevano obbligati a fornire soldati per l’esercito francese, tanto che parteciparono anche alla campagna d’invasione della Russia nel 1812. Durante quel periodo in tutta l’area controllata dalla Francia fu ripristinata (nel 1797) la Louveterie (un’associazione nazionale molto organizzata per gli abbattimenti di animali pericolosi, in particolare lupi, esistente da secoli), abolita dieci anni prima da re Luigi XVI. Ma la cessazione della lotta al lupo ne aveva permesso l’aumento a tal punto che nel 1804 Napoleone le diede nuovo impulso, in Francia ma anche in Svizzera e in Italia. Si consideri che dopo le guerre e la caduta di Napoleone, nel solo periodo 1818-29 il numero di lupi era già in declino, tuttavia ne furono abbattuti oltre 20.000 solo in Francia. Insomma, al tempo di Barry i lupi erano ben presenti in quelle montagne, tanto che l’ultimo del versante francese fu ucciso nel 1869 a Martigny e l’ultimo in Valle d’Aosta nel 1862 (oggi fortunatamente sono tornati in entrambi i versanti, anche se gli allevatori non ne sono felici).

Perché abbiamo scritto quanto sopra? Per sottolineare che al tempo di Barry, nonché prima e dopo, questi cani correvano anche il rischio di essere attaccati e scontrarsi con i lupi, e ritengo sia pure avvenuto, e uno dei motivi è che l’uomo con la caccia aveva sterminato cervi e caprioli e quindi i lupi erano costretti a cercare di sfamarsi con tutto ciò che trovavano e ovunque potessero arrivare. Probabilissimo che i cani dell’Ospizio, accompagnati dall’uomo o soli nella ricerca di dispersi, fossero perfettamente coscienti del rischio e del conseguente scontro fisico. Eppure svolgevano sempre e comunque il loro servizio. Erano ottimi cani e con la grinta giusta, se necessario, ma con l’uomo erano affettuosi e affidabili al massimo grado. Merito della selezione dei monaci, che farebbe impallidire molti allevatori odierni.

Barry

Barry si dice abbia salvato 40 persone dal 1800 al 1812 , anche se non c’è alcuna certezza su questo dato. I successivi due anni di meritata pensione li passò a Berna, morendo poi di vecchiaia e non certo ucciso da una persona che aveva salvato e che l’avrebbe ammazzato a coltellato o a colpi di pistola credendolo un lupo o chissà cosa. Non è vero. Comunque sia, Barry è giustamente famosissimo nel mondo e gli hanno dedicato libri, film e monumenti come quello al Cimetière des Chiens di Parigi. Certo, secondo i canoni di oggi sarebbe ben diverso dai San Bernardo, e persino brutto. Alto al garrese circa 62 cm e pesante meno di 50 kg, più probabilmente fra i 40 e i 45, oggi lo definiremmo solo un cagnome. Ma la tempra sta dentro, non fuori.

Soldato della Luftwaffe con San Bernardo

I San Bernardo di oggi forse sono più belli e sicuramente hanno un carattere molto bonario verso le persone (però in ogni cosa è bene mai generalizzare). Chi ha visto il bel film Cujo (1983), diretto da Lewis Teague e tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King? E’ la storia di un pacifico cane San Bernardo che diventa idrofobo e si mette ad ammazzare le persone. Per il film furono utilizzati cinque San Bernardo, una testa meccanica e un ragazzo in costume da cane. La bava dell’idrofobo Cujo in realtà era una miscela di albume d’uovo e zucchero e il problema era che ai cani piaceva e se la leccavano subito, dovendo ripetere tutto ogni volta. Le difficoltà durante le riprese sorsero proprio a causa della mansuetudine di questa razza, difatti erano talmente docili che per renderli credibili dovettero legargli la coda a una zampa posteriore, perché altrimenti si sarebbe visto che scodinzolavano e giocavano. In alcune sequenze, non riuscendo a fare assumere un aspetto sufficientemente feroce ai San Bernardo, si dovette usare un Rottweiler camuffato. L’unico rischio corso da Jean Coulter, controfigura della protagonista, accadde durante la scena del finestrino, che per Stephen King è la più spaventosa fra tutte quelle dei film tratti dai suoi libri (ma King ha paura dei cani, dopo essere stato attaccato anni prima). Per ottenere le scene in cui Cujo tenta di rompere il finestrino dell’auto per entrare, l’addestratore mise dentro l’automobile il giocattolo preferito dal cane. Durante questa scena la Coulter spostò il giocattolo perché il cane stava per prenderlo e così fu morsa al naso. https://www.youtube.com/watch?v=nsrWHuAx_EA

Parrà strano ma i San Bernardo furono attivamente impiegati, pur in numeri limitati, dalle forze armate tedesche nella Seconda guerra mondiale. Le razze maggiormente impiegate furono il Dobermann, Rottweiler, Schnauzer, Boxer e più di tutti il Pastore Tedesco, tuttavia ne venivano selezionate e addestrate anche altre. Per la guardia negli aeroporti militari si usavano anche San Bernardo, del Luftwaffe Hunde Ers. Staffel.

Persino – e ripetiamo persino – un San Bernardo può divenire un’involontaria belva, se nelle mani sbagliate“. Per esempio in quelle naziste. Uno di questi fu Kurt Hubert Franz, membro delle Schutzstaffel (SS) nazionalsocialiste e ultimo comandante del campo di sterminio di Treblinka, che per numero di persone sterminate fu secondo solo a quello di Auschwitz. Franz, che fece uccidere migliaia di persone, e molte furono assassinate da lui stesso per divertimento, aveva saputo che il suo collega Amon Leopold Göth, comandante del campo di concentramento di Płaszów, vicino a Cracovia, faceva sbranare i detenuti dai suoi Alani, Rolf e Ralf. Questa belva umana, Göth, è lo stesso magistralmente interpretato da Ralph Fiennes nel film Schindler’s List (1993) diretto da Steven Spielberg.

Il vero Amon Leopold Göth in un “momento di riposo” nel campo di Płaszów, a fianco Ralf. L’altro Alano, Rolf, era invece arlecchino.

Kurt Hubert Franz fece lo stesso, ma con un San Bernardo prima impiegato nel campo di Sobibor, in Polonia (300.000 persone uccise). Sobibor, Bełżec e Treblinka, tutti in Polonia, a seconda della necessità si scambiavano soldati e cani. Anche a Sobibor la razza più usata era il Pastore Tedesco, di cui sappiamo che uno si chiamava Zeppel mentre di un altro non sappiamo il nome, tuttavia era completamente nero e di carattere particolarmente ostico con chiunque non fosse il suo conduttore. Non obbediva neppure al comandante del campo. I cani di Sobibor, fra le altre cose, venivano usati per controllare i prigionieri che dopo essere stati spogliati e rasati nel Campo II venivano fatti passare in un capannone del Campo III, che avrebbe dovuto contenere le docce per lavarli. In realtà era una camera a gas. I nazisti uccidevano ogni giorno tante persone quante ne stavano nei vagoni merci di un intero convoglio ferroviario, e certe volte due.

Ecco un’immagine di queste mostruosità: l’ingresso della camera a gas, Sobibor. Forse il Pastore Tedesco è Zeppel.

La fotografia qui pubblicata fu utilizzata per ricostruire, con straordinaria e terribile accuratezza, la scena nel film Fuga da Sobibor (1987, Escape from Sobibor), diretto da Jack Gold, interpretato da Rutger Hauer e Alan Arkin e che si ispira alla fuga realmente avvenuta nel 1943. https://www.youtube.com/watch?v=jlzM8736UiM

Fra questi cani però c’era anche un San Bernardo, prima gestito da una guardia SS di cognome Beider assegnato alle Docce (ossia la camera a gas) del Campo 3, e poi affidato al SS-Scharführer (caporale) Paul Groth. Il cane si chiamava Barry. Abbiamo trovato molte testimonianze in merito, ma premettiamo che questo cane perfettamente addestrato e del tutto letale su comando, era di indole buona. Si faceva toccare e accarezzare dai detenuti e non mostrava aggressività verso le persone. Ma se aizzato si trasformava. Insomma, come poi dissero tanti nazisti catturati e processati, giustificandosi, obbediva agli ordini. Certo, il cane era il più innocente di tutti. Ecco la testimonianza di Dov Freiberg, detenuto da maggio 1942 a ottobre 1943 (fuggito): La porta del vagone merci si aprì rumorosamente e sentimmo gridare più volte Raus! Raus! Raus! Schnell! Schnell! Schnell ! Un cane, grande come un vitello, trattenuto da un ufficiale delle SS, ringhiava e minacciava di attaccarci. Tutti siamo usciti dal vagone il più rapidamente possibile e siamo andati avanti.

Paul Groth, una delle più crudeli SS di Sobibor, apparentemente era gentile ma in un attimo diventava un sadico assassino. Sempre il sopravvissuto Dov Freiberg raccontò: Un giorno Groth venne da noi con il cane. Si sedette di fronte a noi e rise, con il cane steso accanto a lui. Di tanto in tanto lo aizzava contro qualcuno, dicendo Mensch! Fass dem Hund! Ossia Uomo, prendi il cane. Per lui il cane era un essere umano e noi dei cani, si divertiva così con noi. A volte ordinava al cane di fermarsi, prima che mordesse. Altre volte gli faceva dare qualche morso e poi lo fermava. Eravamo terrorizzati. Un giorno me lo aizzò contro, lo vidi correre dritto su di me e una sorta di debolezza si diffuse a tutte le mie membra. Saltò su di me con tanta forza che caddi a terra. Cercava di mordermi fra le gambe, ai testicoli ma io lottai selvaggiamente, spingendogli la testa da un lato o dall’altro, poi mi piantò i denti sulle mie cosce fino a quando li ho sentiti contro l’osso. Sono riuscito con tutte le mie forze a spingergli la testa di lato e allora mi ha azzannato ai glutei. Non so se era più grande la paura o il dolore. Poi il cane si fermò. Ero ferito e ancora una volta pensai che era arrivata la mia fine, ma continuai a lavorare, con i pantaloni pieni di sangue.

Il primo a sinistra è Paul Groth.

Freiberg fu fortunato, perché se non si veniva uccisi dal cane durante l’attacco – e ciò avveniva solo se la guardia gli ordinava di lasciare – si moriva per le ferite peggiorate dalla debilitazione. Un suo amico detenuto, Munik, si trovava alla latrina quando la SS Bollender gli aizzò contro Barry, che evidentemente non aveva un solo gestore. Di sicuro lo utilizzarono Erich Bauer, Kurt Bolender, Paul Groth e un certo Lachmann. Munik, azzannato alle cosce e ai glutei, riuscì ad allontanarsi ma la mattina dopo, ormai gravissimo, fu portato al cosiddetto Lazzaretto e gli spararono alla testa. Il 7 aprile 1942 i nazisti deportarono 2500 persone dalla città di Zamosc. Se ne salvò una sola, il 14nne Moshe Shklarek, che miracolosamente sopravvisse. Ecco cosa testimoniò: “La SS Paul Groth aveva un suo assistente, il cane Barry, una bestia selvaggia delle dimensioni di un pony, ben addestrato e obbediente agli ordini brevi e brutali del suo padrone. Quando gridava Ebreo! il cane attaccava la sua vittima e la mordeva ai testicoli. L’uomo ovviamente non era più in grado di continuare il suo lavoro e allora Groth con modi gentili e parole pietose gli chiedeva cosa gli era successo e chi era stato, e che lo avrebbe portato in infermeria. Invece lo portava al famigerato Lazzaretto e gli sparava. Capitava molte volte al giorno”.

Dov Freiberg: Sono stato azzannato due volte da Barry, per caso sono vivo, questione di fortuna. Pochi sono sopravvissuti. Un giorno stavamo svuotando un deposito di vestiti appartenuti ai detenuti, prima pieno fino al tetto, e un ombrello era rimasto incastrato in alto, a 7-8 metri di altezza. Groth ordinò a uno di noi di salire fin lì sulle travi ma quello cadde e si ruppe le ossa. Groth gli fece dare venticinque frustate e poi lo fece sbranare da Barry. Non solo, chiamò altre SS ridendo e dicendo che lì c’erano dei paracadutisti. Ci fecero salire tutti su quelle travi, io ci riuscii ma molti altri anziani o altro caddero. Tutte le SS ridevano e Groth pareva in estasi, ognuno che cadeva lo faceva attaccare dal cane, poi gli sparava. Testimonianza di Eda Lichtman, sopravvissuta: “Ogni uomo delle SS aveva il suo proprio modo di uccidere la gente. Quando arrivava un nuovo treno tutta la compagnia arrivava alla piattaforma. Le SS Paul Groth e Kurt Bolender avevano Barry, che camminava tranquillamente al loro fianco, ma quando si rivolgevano a una delle persone accusandola che non voleva lavorare, Barry veniva subito aizzato, mordendola e strappandola a pezzi. A volte anche il comandante del campo, Franz Stangl, arrivava, vestito con mantello e guanti bianchi, accompagnato da Barry”.

Barry

Alla fine del 1942 Groth fu trasferito all’altro campo di concentramento polacco, Belzec, come responsabile dei treni che portavano i prigionieri da Belzec a Sobibor e lì rimase fino all’inizio dell’estate del 1943. Di questo assassino non se ne seppe più nulla e fu ufficialmente dichiarato morto da un tribunale tedesco nel 1951, su richiesta di sua moglie. Barry seguì il comandante di Sobibor, SS-Obersturmführer (capitano) Franz Stangl, al nuovo posto assegnato e cioè il comando di Treblinka. Questo Stangl – sempre elegantemente vestito con giacca bianca ma responsabile dell’uccisione di circa 900.000 persone (però lui si giustificò sempre così: “Ho la coscienza pulita. Ho semplicemente adempiuto ai miei compiti”) – era un assassino come gli altri, perché prima di comandare Sobibor e Treblinka era stato comandante del Castello di Hartheim, nel quale venivano assassinati sistematicamente malati psichici e portatori di handicap in base alla teoria nazista della purezza della razza. Alla fine scappò all’estero grazie ai soldi e alla protezione del Vaticano, nella persona del vescovo Alois Hudal. Infine catturato in Brasile, morì in carcere. Comunque sia, una volta a Treblinka, Barry fu assegnato al SS-Untersturmführer (sottotenente) Kurt Hubert Franz, vicecomandante del lager e – a seguito del trasferimento di Stangl per via di un tentativo di fuga dei prigionieri – infine comandante da metà agosto fino a novembre 1943. A dispetto della faccia d’angelo (i prigionieri l’avevano soprannominato Lalke, che in yiddish significa “bambola”) era di spaventosa crudeltà. Girovagava per il campo a cavallo, seguito da Barry, e compiva gesti di vero sadismo. Senza scendere in orrendi dettagli, si consideri che uccise personalmente almeno una persona al giorno e molti altri utilizzando il cane. Uno degli ordini era quello a cui Barry era stato addestrato: Mensch, faß den Hund! Scomparve dopo la guerra, ma fu arrestato a Düsseldorf il 2 dicembre 1959. A casa gli trovarono un album fotografico degli orrori di Treblinka con il titolo Anni meravigliosi.

A sinistra: Franz Stangl con Kurt Hubert Franz (fuori servizio) a Treblinka.

Da quanto avete letto sopra, Barry pare essere stato una vera e propria belva. Un San Bernardo assassino responsabile dell’uccisione, subito o dopo per le ferite oppure per mano delle SS, di decine o forse di centinaia di persone. Indubbiamente è vero. Però eseguiva, pure lui, gli ordini. Incredibilmente diversi testimoni dichiararono ai processi che il cane in altri momenti con i prigionieri non era affatto aggressivo e anzi si faceva accarezzare ed era fiducioso e bendisposto. Alla fine della guerra Barry fu prelevato dalle autorità e, al fine di verificare se nella vita normale fosse pericoloso o no, sottoposto a perizia da parte del prof. dr. L. (i nomi negli atti tedeschi sono solitamente abbreviati a causa della legge sulla privacy), ricercatore di fama internazionale e direttore del Max Planck Institute for Behavioral Research di Seewiesen/Oberbayern. Nella sua perizia il prof. dr. L. dichiarò che Barry non era affatto pericoloso e infatti fu affidato al “dr. Stru.” (nome abbreviato a causa della legge sulla privacy) il quale lo diede a suo fratello, che comunque dobbiamo dire dimostrò notevole coraggio ad assumersi tale impegno. Ebbene, il cane fu sempre tranquillo e pacato e non attaccò mai nessuno. Venne soppresso nel 1947 a causa della vecchiaia. Insomma, Barry non era un cattivo cane, ma aveva avuto solo cattivi padroni. Una considerazione purtroppo spesso valida anche oggi.