Il San Bernardo un tempo era chiamato “mastino alpino” e aveva un’indole più coriacea, discendendo con ogni probabilità – come per esempio il Gran Bovaro Svizzero e quello del Bernese – dai molossi romani che vigilavano sulle legioni e i relativi avamposti (vedi il servizio Roma e i suoi molossi (clicca qui). Sappiamo che i romani probabilmente tra il 9 e il 13 d.C. crearono, più a nord, il campo legionario di Vindonissa – nei pressi dell’attuale Windisch, sempre in Svizzera – molto importante perché alla confluenza del Reuss e dell’Aar, a soli 15 km dal Reno. Ricordiamo che era da poco avvenuta la disastrosa battaglia della Foresta di Teutoburgo, vinta dalle tribù germane, e che Roma dopo una brutale campagna militare per ristabilire l’onore, decise di consolidare il Reno come confine dell’impero e così fu per i successivi 400 anni. Visto che i barbari germani avrebbero potuto tentare l’invasione, a Vindonissa fu creato appunto il potente presidio nel quale operarono legioni molto valide ed eroiche e precisamente, nell’ordine, la Legio XIII Gemina, XXI Rapax e XI Claudia. Tutti i presidi militari erano dotati di cani da guerra (soprattutto per la guardia), ossia i molossi romani, e così pure Vindonissa, tanto che durante gli scavi archeologici furono trovati diversi crani di cani anatomicamente simili a quelli dei bovari svizzeri. In precedenza, nel 12 a.C., l’imperatore Augusto aveva fatto costruire la strada di congiunzione fra Aosta e Martigny nonché un presidio militare di cui esistono ancora i resti e un tempio dedicato a Giove Pennino, tanto che il Colle del Gran San Bernardo prima si chiamava Mons Iovis, poi Mont Joux. Con ogni probabilità anche lì erano presenti i molossi romani: una statuetta che ne raffigura uno fu trovata proprio negli scavi dell’insediamento romano di Mons Iovis.

La statuetta di cane romano trovata a Colle del Gran San Bernardo

C’è da dire che alcuni studiosi svizzeri – nonché allevatori e appassionati anche di altre razze elvetiche – parevano riottosi ad ammettere tale presenza storica, con ovvi annessi e connessi: come il professor Theophil Studer (1845-1922), docente universitario e direttore del Museo di Storia Naturale di Berna, il quale affermava che quei cani erano lì fin dall’Età del Bronzo e quindi ben prima dell’arrivo dei romani, ed Emil Hauck (1879-1972), altro famoso zoologo, convinto che tutti i tipi di mastini europei si sono evoluti a livello locale fin dal Neolitico, e quindi pure in quell’area poi diventata Svizzera. Tuttavia Hauck, forse obtorto collo per dirla appunto come i romani, ammise che non si poteva negare che cani romani lì ci siano stati e che si siano accoppiati con cani locali, che poi è la nostra tesi. Però Hauck aggiunse che i cani romani erano pochi e quindi influirono per niente o quasi. Forse, nei sei secoli di quella dominazione, qualche suo antenato si sarà preso la briga di contarli…

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Molosso romano, British Museum, Londra

Certo che è veramente difficile propendere per le tesi dei due pur eminenti studiosi, non fosse altro perché stimavano l’altezza di questi cani neolitici fra i 65 e i 70 cm al garrese (quindi alti quanto e più dei Küherhünde, ossia cani da pastore, e persino del Garouf, ossia il San Bernardo del XIX secolo) ma con crani ben piccoli. La comparazione di questi crani porta a due conclusioni: primo, i Küherhünde erano molto probabilmente ben più grandi dei cani del Neolitico; secondo, il Garouf/San Bernardo a sua volta era parecchio più grande e robusto del Küherhünde; possiamo quindi ipotizzare che in quella zona siano sopravvissuti e siano stati utilizzati per secoli cani di particolare stazza (e tempra), come i molossi romani.

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In alto, i crani di due Küherhünde e del Garouf/San Bernardo Barry.
Sotto, due crani di cani del Neolitico e a destra dell’ Età del Ferro.

Agli inizi del IX secolo i monaci edificarono un Ospizio ma non sul valico, bensì sotto, in quello che poi divenne Bourg-Saint-Pierre. Tuttavia i saraceni occuparono la città di St. Saint Maurice e poi arrivarono pure lì e l’Ospizio e il tempio romano furono distrutti, probabilmente nel 940-50. Fecero diversi raid, almeno dieci, e se ne fa menzione ancora due anni dopo. Furono però individuati, sorpresi e massacrati nel sonno nel 989 dai soldati di qualche nobile locale, forse accompagnati da mastini, e i sopravvissuti si unirono ai banditi locali, gli Arpétars, chiamati appunto Saraceni di montagna che infrattati su quelle montagne ammazzavano, razziavano e sequestravano la gente per chiedere i riscatti. Quasi un secolo dopo, intorno al 1050, l’arcidiacono di Aosta Bernard de Menthon decise di ricostruire l’Ospizio (però il primo documento che lo cita è del 1125), ma sulla sommità, che in seguito fu chiamata col suo nome. L’Ospizio aveva lo scopo di ricoverare, assistere e proteggere i numerosi viaggiatori in quello che era l’unico passo che collegava l’Italia e la Svizzera, poi chiamato appunto Gran San Bernardo (per differenziarlo dal Piccolo San Bernardo, tra Francia e Italia). C’è da supporre che i monaci si fossero già dotati di cani per difendersi, visto che ce n’erano già in zona di adeguati e ce ne furono anche in seguito.

Bernard de Menthon con un cane

Ci si domanderà da dove l’Ospizio trovasse i fondi per quest’attività ed è presto detto: oltre alle continue donazioni, fin dal XII secolo possedeva circa 80 tenute agricole in Sicilia, Francia, Svizzera e Inghilterra. Si consideri che quello era l’unico valico e da lì si doveva passare, affrontando rischi di ogni genere (e tanti morivano o finivano ammazzati): nel 1898 l’Ospizio accolse tra i 18.000 e i 20.000 viaggiatori, che venivano nutriti di pane e carne gratuitamente per tre giorni.

A partire almeno dal XVI secolo – ma a nostro parere ben prima per i motivi già esposti – i canonici dell’ospizio presero ad allevare grossi cani per la guardia e protezione dell’Ospizio (come citato sopra, le cronache riportano numerosi episodi di brigantaggio) e di loro stessi durante gli spostamenti a piedi (orsi e soprattutto lupi non mancavano ed erano molto pericolosi all’epoca). Usavano i cani, incrociati anche con cani bovari svizzeri, pure per il traino di carretti e slitte nonché come forza motrice di un dispositivo a mulino che muoveva l’enorme spiedo della cucina, costruito dal cuoco dell’Ospizio, Vincent Canos. Chiariamo, un utilizzo comune dei cani e diffusissimo. A queste necessità, era da aggiungere il fatto che in quella zona e a quella altitudine, con pesanti nevicate e quindi rischi di valanghe, i cani fossero utili anche per via del loro istinto che spesso gli faceva percepire anticipatamente il verificarsi di tali eventi. I cani si dimostrarono basilari per il soccorso dei viandanti, accolti poi nell’ospizio. Praticamente non si sa quasi nulla dei primi 700 anni dei cani del monastero (nel 1555 un incendio distrusse quasi tutto l’archivio dell’Ospizio), ma di certo i cani utilizzati erano grandi (ma non come quelli di oggi), con il pelo relativamente corto e privi delle fattezze pesantemente molossoidi di oggi. Il muso, per esempio, era più lungo.

Nel testo del 1644 Acta Sanctuorum c’è una dettagliata descrizione dell’Ospizio, con l’elenco di tutti i compiti dei monaci e dei loro dipendenti, inclusi i pattugliamenti alla ricerca di vittime o dispersi in montagna, ma non si citano cani, e non lo fa in un altro documento neppure il priore Ballalu il quale scrisse che tra l’11 novembre e il 15 maggio dei dipendenti chiamati marronier (maron, marron, guida alpina) erano stati assegnati all’accompagnamento dei viaggiatori tra l’Ospizio e Bourg-Saint-Pierre. La prima menzione che li riguarda è negli archivi del Gran San Bernardo, risale al 1707 e riporta semplicemente: “Un cane è stato ucciso da una valanga ed è sepolto da noi”, ma non significa che sia avvenuto durante un’operazione di soccorso. Sappiamo che dal 1750 i monaci e le guide alpine erano regolarmente accompagnati da cani per via loro senso dell’orientamento attraverso la fitta nebbia e le tempeste di neve e che operavano così: due cani – un adulto esperto e un giovane che imparava da lui, senza l’addestramento dell’uomo – scendevano ogni mattina percorrendo il sentiero sul lato italiano della montagna in direzione di Aosta, mentre un altra guida con altri due percorreva il versante svizzero, in direzione di Martigny. La loro pista lasciata sulla neve permetteva a eventuali dispersi non incontrati di raggiungere comunque la salvezza, se non nevicava. Il giorno dopo si faceva il percorso inverso. Dei buoni cani potevano fare tutto questo anche da soli, senza l’uomo. I cani erano sempre due in modo che se a uno fosse accaduto qualcosa l’altro avrebbe portato comunque a termine il compito o avrebbe potuto andare in cerca di soccorso. Lo stesso si verificava se trovavano una vittima, magari caduta in un crepaccio: se era raggiungibile uno gli stava a fianco e l’altro correva all’Ospizio, facendo capire di seguirlo. Se incontravano invece un disperso lo guidavano fino al ricovero.

Il 22 agosto 1774 il letterato J. Bourrit scriveva: “Trovansi qui cani di una grossezza straordinaria, addestrati al soccorso dei viandanti, sia per indicar loro la strada, sia per condurli tra la nebbia e la neve”. Cosa confermata nel 1780 da J.B. de Laborde e F.A. de Zurlauben sempre a proposito dei monaci dell’Ospizio: “Essi sono accompagnati da grossissimi cani ammaestrati che si danno alla ricerca dei viandanti, si lasciano afferrare da essi e li aiutano a trarsi dagli imbarazzi in cui si trovano, conducendoli poi in direzione dell’Ospizio”. Insomma, questi meravigliosi cani nei secoli salvarono migliaia di vite umane, pagando purtroppo un alto pedaggio.

I cani quando morivano venivano sepolti, ma le loro pelli servivano da tappeti. La morti dovevano essere anche cruente, perché erano cani bellicosi. Per esempio nel 1787 i cani dell’Ospizio affrontarono una banda di briganti, mettendoli infine in fuga. Pensandoci, quei cani affrontarono un gruppo di uomini armati con ogni probabilità pure di fucili e pistole, e la vinsero, non si sa con quali perdite. Viene da domandarsi quanti cani odierni tenterebbero la stessa cosa. Ma il fatto è che quei cani discendevano almeno in parte da quelli romani da guerra. Evidentemente anche se erano passati secoli e secoli la tempra era rimasta. Erano gli stessi cani detti Küherhunde – utilizzati in montagna o pianura, perché erano sempre gli stessi – che proteggevano il bestiame da lupi, orsi e linci e che alla fine sono scomparsi. Spariti i predatori che prosperarono in Svizzera fino al XIX secolo, tali cani non servivano più. I bovari svizzeri discenderanno pure da quelli, ma rispetto a loro oggi sono un pallido paragone. Forse non molti sanno che questi cani svizzeri, inclusi quelli che diverranno il San Bernardo, combatterono – protetti da corsetti, che poi erano praticamente gli stessi usati per la caccia al cinghiale o altri animali pericolosi – in battaglia contro gli uomini persino nel rinascimento.

Lion, mastino alpino esposto agli Spring Gardens di Londra nel 1817 e di proprietà della signora LW Boode. Quadro di Edwin Landseer

Ci si potrà domandare come potessero essere utili cani di questa tipologia (usati in guerra in Irlanda fino al XVII secolo) in uno scontro campale. Ebbene, quello era il cosiddetto periodo di transizione e quindi si usavano sia armi e strategie medievali sia “moderne”. Archibugi e pistole sparavano un solo colpo e, a meno di uno schieramento ben organizzato che permettesse di ricaricare le armi da fuoco, si passava alle armi bianche, come spade e picche. Si usavano ancora molto gli archi e le balestre e le cariche di cavalleria. Le mute di cani servivano in particolare proprio contro la cavalleria, per arrestarne la carica e contro arcieri, balestrieri e artiglieri, causando scompiglio e compromettendo il loro tiro. Quando poi iniziava la mischia i pochi cani sopravvissuti, se c’erano, probabilmente diventavano un problema per tutti in quanto non erano in grado di distinguere amici e nemici (spesso mercenari identici fra loro che combattevano per gli uni e per gli altri). Forse venivano richiamati dai loro gestori o più probabilmente la maggioranza finiva ammazzata. Accadde per esempio in Svizzera, il 2 marzo 1476, nella battaglia di Grandson fra i borgognoni e gli svizzeri, vinta da questi ultimi. Fu proprio nella prima fase della battaglia che l’avanguardia, svizzera, dotata di cani da guerra definiti “di montagna”, attaccò un campo avanzato borgognone, pure quello dotato di analoghi cani, non si sa di che varietà. La lotta iniziò quindi fra i cani. Ben presto, lo scontro si estese per l’arrivo dei rispettivi rinforzi.

Neppure tre mesi dopo, svizzeri e borgognoni scesero ancora in battaglia a Morat, sempre in Svizzera. Anche qui una fase della battaglia vide lo scontro fra i cani svizzeri e la cavalleria borgognona, alla cui mischia si unirono pure le mute di cani di questi ultimi. I cani borgognoni alla fine ebbero la peggio e fuggirono. Infine, ma certo non per gli esiti dello scontro descritto, gli svizzeri vinsero anche questa battaglia. Una curiosità: in questa battaglia, e forse in molte altre, parteciparono probabilmente anche i progenitori degli odierni rottweiler. La città di Rottweil, infatti, era alleata della confederazione svizzera, con un patto di reciproco soccorso in caso di attacchi esterni. Difatti, i soldati di Rottweil parteciparono senza dubbio alla battaglia di Morat e, riteniamo, anche i loro cani, com’era usuale in quel periodo nella zona. Ricordiamo che Rottweil si sviluppò a seguito di un grande presidio legionario romano, in cui erano presenti i relativi molossi e da cui discende l’attuale razza. Non è pertanto assolutamente da escludere che nel XV secolo durante l’alleanza fra Rottweil e la confederazione svizzera non ci siano stati incroci fra i relativi cani.

Corsetti imbottiti per cani, XV-XVI secolo

Tornando all’Ospizio, gli interventi di salvataggio dei cani, accompagnando i monaci nelle loro ispezioni alla ricerca di vittime della montagna, pare siano iniziati intorno al 1700. Che quella zona fosse pericolosa e quasi impraticabile era noto, eppure Napoleone Bonaparte la valicò con le sue truppe nel maggio del 1800, durante la Seconda campagna italiana, per prendere alle spalle l’esercito austriaco, che in effetti fu sconfitto nella Battaglia di Marengo. Anzi, qui c’è da inserire una storia poco conosciuta, che con i cani non c’entra nulla però è interessante. I francesi arrivarono il 20 maggio nel villaggio di Bourg-Saint-Pierre, ai piedi delle Alpi, e chiesero se ci fosse una guida esperta per indicare loro il percorso. Si offrì il 27nne Pierre Nicolas Dorsaz, che fu portato al cospetto di un ufficiale, che il montanaro ritenne essere un capitano. Partirono subito (erano presenti anche i cani, che salvarono molti soldati, ma tre cani morirono cadendo in un burrone) nonostante il tempo inclemente ma attraversando la stretta gola di Sarreire il mulo dell’ufficiale perse l’equilibrio e stava per precipitare in un dirupo. Dorsaz però riuscì a trattenere l’animale e pure chi lo cavalcava. Da quel momento il capitano si mise a parlare durante il tragitto con il suo salvatore, il quale gli disse che ciò che gli sarebbe stato pagato per quella scorta, solo tre franchi, certo non gli avrebbe permesso di acquistare la casa e sposarsi. Il capitano lo ascoltò ma quando arrivarono alla meta e lo fece chiamare scoprì che se n’era già andato. Tuttavia l’anno dopo Dorsaz ricevette inaspettatamente ben 1.200 franchi e scoprì che quel capitano altri non era che Napoleone Bonaparte.

Napoleone valica il Passo del Gran San Bernardo, di Edouard Castres (1838-1902), Museo militare di Morges

Ma torniamo ai San Bernardo (o meglio, ai loro progenitori, chiamati Garouf). In seguito furono addestrati a cercare e soccorrere le persone autonomamente ma senza la botticella di liquore al collo, che è pura invenzione in gruppi di due o tre, esclusivamente maschi in quanto più forti e selezionati escludendo gli esemplari aggressivi fra loro o con le persone. Purtroppo, durante i rigidissimi inverni del triennio 1816-18 molti di questi cani morirono durante le tempeste di neve e per il cimurro e conseguentemente i monaci si procurarono altri cani dello stesso tipo ma delle valli limitrofe, accoppiandoli con i rimanenti. Intorno al 1830 furono incrociati con i Newfoundland (Terranova, allora sovente bianchi e neri e molto più atletici di quelli odierni), i quali secondo i monaci sarebbero stati adatti essendo a pelo lungo e perché avevano fama di essere grandi salvatori di vite umane. Tali incroci risultano in una lettera del priore Delêglise alla signora von Tschudi in cui c’è scritto: “i due Terranova che abbiamo ricevuto da Stoccarda lo scorso inverno sono cresciuti molto bene, soprattutto il maschio, che ha preso il suo servizio in montagna in ottima maniera”. Si dice ancora che fu un errore, in quanto si scoprì che nei rigidi inverni nevosi il pelo si ghiacciava e il cane aveva problemi di spostamento. In questo decennio Heinrich Essig incrociò Terranova, San Bernardo e Cane da montagna dei Pirenei, dai quali nacque il Leonberger, seppur meno colossale e greve di oggi. La prima citazione di questa razza è del 1846. Nel miscuglio di accoppiamenti all’origine della stragrande maggioranza delle razze canine spesso gli esemplari o incroci vanno e vengono. Per esempio, Essig utilizzò cani San Bernardo dell’Ospizio e in cambio inviò due Leonberger.

Sulla storia del pelo ghiacciato sarà bene aprire una parentesi. Prima di tutto, qualcuno ha mai visto Newfoundland dal pelo tanto ghiacciato da avere problemi? Credo proprio di no. I Newfoundland erano selezionati da secoli per operare in acque gelide in Labrador e Terranova, caratterizzate da clima molto più rigido. Il pelo avrebbe dovuto ghiacciarsi più lì che sulle Alpi… e nessuno avrebbe potuto impiegare i Newfoundland, e lo usavano i pescatori nel mare gelido di quelle latitudini – entra ed esci dall’acqua, per ore – così come gli abitanti dell’interno come cane da guardia (l’indole allora era ben diversa) e per il traino di carri e slitte con temperature anche di -40°. La notte fra il 14 e il 15 aprile 1912 il transatlantico Titanic, ritenuto inaffondabile, proprio durante il viaggio inaugurale impattò contro un iceberg e affondò in meno di tre ore. Fatto sta che morirono in 1553, buona parte congelati – non affogati, avevano i giubbotti di salvataggio – essendo avvenuto il naufragio a circa 486 miglia dall’isola di Terranova. Chi finì in mare si trovò in acqua a 0°C e morì congelato in meno di dieci minuti. Morirono tutti, tranne Rigel, il Newfoundland del primo ufficiale William Murdoch.

Rigel

Il cane nuotò in quella gelida oscurità per ben tre ore, fra centinaia di cadaveri congelati (incluso quello di Murdoch) e le scialuppe cariche di persone intirizzite. Fu proprio Rigel a notare l’avvicinarsi della nave Carpathia – che pur procedendo lentamente nella nebbia in cerca di sopravvissuti stava comunque per terminare involontariamente l’opera, speronando le scialuppe – e ad attrarre l’attenzione abbaiando. Rigel, che aveva superato senza grossi problemi quella terribile prova, fu adottato da un membro dell’equipaggio del Carpathia, Jonas Briggs.

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Il punto dell’affondamento del Titanic, foto scattata da una delle navi intervenute.

Ripetiamo, Rigel nuotò in quell’inferno gelido per ben tre ore. Non avrebbe dovuto gelargli il pelo della schiena e della testa, facendolo affogare? E ai cani mongoli e tibetani dal pelo lungo (tanto lungo che le donne lo raccolgono e lo filano, confezionandoci indumenti) il pelo gela in quei terribili inverni? E ai cani eschimesi che si appallottolano e dormono coperti dalla neve, magari a -70°, il pelo gela? E ai nostri cani abruzzesi gela? Ai lupi artici gela? Basta una scrollata e tutto va via. Forse su questo aspetto si è creduto troppo, e si è pensato poco.

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Cane da pastore mongolo in inverno

Si dice che i monaci dell’Ospizio tenessero solo i cuccioli a pelo corto, regalando quelli nati col pelo lungo, ed è vero, tanto che a furia di vedere San Bernardo a pelo lungo nelle vallate (dove ovviamente c’era e passava molta più gente) ci si convinse che fossero tutti così. La FCI ad un certo punto decise di non fare accoppiare più quelli a pelo corto con quelli a pelo lungo, creando così due razze, ma si scoprì che ciò provocava la perdita del corretto fenotipo. Anzi, alcuni allevatori ritennero che accoppiando fra loro solo gli esemplari a pelo corto si sarebbe tornati al vecchio tipo di cane dei pastori, il “Küherhunde”, mentre facendolo solo con quelli a pelo lungo sarebbero solitamente nati esemplari più grandi, con musi corti, pelle lassa e un’alta incidenza di ectropion, ossia il rovesciamento all’esterno di una palpebra. Tuttavia, a complicare la cosa, sarà bene ricordare che secondo il dr. Hans Räber non era raro che esemplari a pelo corto da giovani, lo presentassero lungo una volta anziani. Dobbiamo pensare che una volta a pelo lungo venissero tolti dal servizio?

I San Bernardo dell’Ospizio, impiegati per il servizio, ben difficilmente venivano venduti ai tanti acquirenti attirati dalla meritata fama di questi cani. Tuttavia se ne trovavano facilmente in pianura e in città come Berna. La richiesta era tale che qualsiasi cane simile per colore e dimensioni veniva proposto come San Bernardo, basta che fosse grande, bianco e rosso e con la testa grossa. Chi li allevò (prima a pelo corto e lungo, poi solo corto) dal 1850 ma cercando di mantenersi verso il tipo originale fu Heinrich Schumacher, macellaio e locandiere a Holligen, nei pressi di Berna. Fu il primo a dotarsi di un libro genealogico, creando così pedigree accurati. Tuttavia, allevando in consanguineità, ogni tre generazioni inseriva un cane proveniente dall’Ospizio e che, come abbiamo visto, erano a volte cani di altre razze (anche se allora le razze non erano né ufficiali né c’erano enti cinofili) o incroci. Sarà per questo motivo che i 36 teschi dei cani di Schumacher conservati al Museo di Storia Naturale di Berna una volta misurati hanno evidenziato grande variabilità.

Si aggiunsero naturalmente altri allevatori, che però selezionarono cani più pesanti, con grandi teste e prognatismo più o meno accentuato. Del resto erano i più richiesti e li si vendeva facilmente e a prezzi alti. Pure all’estero, e lo stesso Schumacher dal 1862 ne vendette pure in Inghilterra, Russia e Stati Uniti d’America, anche se il suo San Bernardo piaceva meno, indifferenti al fatto che quelli sempre più colossali avevano problemi non da poco, come spiegò senza risultati il dr. Th. Künzli definendoli “rachitische Wasserköpfe” (idrocefalo rachitico). Si privilegiava la testa molto grande e un accentuato prognatismo e non si badava invece alle zampe posteriori, con la conseguenza che gli esemplari molto grandi e pesanti erano lenti e goffi. Tutto inutile, perché il mercato – soprattutto inglese – richiedeva proprio questi esemplari sgraziati. Il giornale Tierbörse dovette ammettere: “Ovviamente non è molto facile nuotare contro la corrente prevalente, la moda ha un grande potere”. I San Bernardo, o Garouf come venivano chiamati localmente, a parere dei tedeschi neppure dovevano avere quei nomi ma semmai genericamente Alpenhund (cani dalle Alpi), anche se il valico separa solo la Svizzera e l’Italia.

Comunque sia, Schumacher insieme ad altri allevatori come Baur, Egger, Steiner, Blosch e Künzli nel 1884 fondò il Club Svizzero del San Bernardo e ne fece approvare lo standard dal Kennel Club Svizzero, fondato appena l’anno prima. Quando però Kunzli e l’altro delegato dr. Siegmund parteciparono nel 1886 al Congresso Internazionale di Cinologia di Bruxelles si sentirono dire dagli inglesi che il vero San Bernardo non era il loro ma quello britannico grosso, greve e dalla grande testa accentuatamente prognata! Che esperienza avessero gli inglesi in merito non è dato sapere, perché in Gran Bretagna la montagna più alta è poco più di 1300 metri – il Ben Nevis, in Scozia –, che per gli svizzeri e pure noi italiani è solo poco più di una graziosa collinetta. Inoltre in Inghilterra nel medioevo si costruivano sì ospizi ma solo per salvare i viandanti dai lupi (finché non li estinsero). Non facevano ricerche con cani da soccorso. Fatto sta che passò la linea inglese e a quel Congresso di Bruxelles si decise che il cane giusto era il loro, ma il tutto fu rovesciato l’anno dopo al Congresso Internazionale di Zurigo dove finalmente gli svizzeri (che giocavano in casa…) fecero approvare il loro standard. L’unico voto contrario era stato ovviamente quello degli inglesi, i quali imbufaliti se ne fecero uno tutto loro, tuttora in vigore.

Attenzione, non bisogna pensare che il San Bernardo inglese sia un goffo gigante e quello continentale invece un uccellino, perché grazie agli standard, agli allevatori e alle federazioni cinofile sono entrambi del tutto inutilizzabili come cani da lavoro. Il problema del resto è diffusissimo, perché i cani delle varie razze presentati ai concorsi di bellezza sono quasi sempre solo il pallido, pallidissimo ricordo di quello che erano un tempo. E a volte neppure quello. Schumacher si ritirò dall’attività nel 1890 (morì tre anni dopo), accusando “i nuovi allevatori” di rovinare il suo lavoro e la razza esagerando le dimensioni e creando cani con teste e musi innaturali, privi di armonia e agilità. Eppure agli inizi del XX secolo c’erano ancora esemplari potenti ma atletici e con la canna nasale abbastanza lunga e potenzialmente ancora validi per il lavoro. Un cane che operi al gelo deve avere la canna nasale abbastanza lunga in modo da riscaldare l’aria nel tragitto fino al cervello, portandola alla giusta temperatura. L’olfatto del San Bernardo è molto potente, è in grado di rilevare una persona sepolta dalla neve fino a sei metri di profondità e persino di capire se è ancora viva o no.

I monaci dell’Ospizio ovviamente stavano ben lontano da queste diatribe, perché i loro erano cani da lavoro che dovevano operare con la nebbia e il gelo e le bufere da novembre a inizio giugno, con la neve alta dieci metri. Che dovevano partire abbaiando, mostrando così il desiderio di compiacere le guide che accompagnavano, trovare eventuali sepolti dalla neve e abbaiare ancora per attirare i soccorritori. E portare intanto alla luce lo sventurato, scuoterlo con la testa e leccargli il viso per rianimarlo e semmai se necessario coprirgli il petto col corpo per riscaldarlo. Figuriamoci se i monaci entravano nella diatriba con gente che badava all’aspetto e non alla funzione e che addirittura nelle fantasiose immagini metteva al collo dei cani una botticella di liquore. I cani dei monaci era pure spesso incrociati. Di quale razza si voleva parlare? I cani, i monaci e le guide avevano a che fare con la morte e dovevano salvare vite, cose ben più importante degli standard cinofili, colori del manto incluso. Nel 1917, solo uno dei tredici cani dell’Ospizio aveva macchie su fondo bianco e ancora nel 1925 venivano descritti come piuttosto piccoli, molti erano completamente bianchi e tutti avevano la coda arricciata in su.

Nonostante gli incroci con altri cani, il numero dei San Bernardo dell’Ospizio spesso aveva dei crolli. Non vivevano a lungo, come scrisse la rivista Tierbörse nel 1899: “Si dice che i cani del Gran San Bernard non raggiungono l’età usuale, 6-8 anni è il massimo … questo è un effetto dell’umidità delle loro zone, che porta i reumatismi”. Anche oggi questa razza ha una prospettiva di vita breve, come quasi tutte quelle grandi e pesanti, ma le ragioni sono altre. Un San Bernardo molto famoso è Barry (nato nel 1800, proprio quando Napoleone valicò il Passo e forse il cucciolo era presente), che si dice abbia salvato oltre 40 persone, anche se non c’è alcuna certezza su questo dato. Esiste persino una fotografia che lo ritrarrebbe, e la cosa appare almeno strana poiché l’antenato della macchina fotografica è il Daguerreotype, costruito nel 1839 dalla Susse Frères di Parigi. Come abbiano potuto fotografare da vivo Barry – morto nel 1814 – è un mistero. Possiamo spiegare l’arcano dicendo che all’Ospizio c’era sempre un Barry, in onore del primo, e pertanto c’è chi gioca su questa scambio di persona“, o meglio di animale.

Sul San Bernardo circolano, spesso abilmente veicolate, non poche sciocchezze. In tanti per esempio immaginano questo cane sulla neve alla ricerca di persone sottola neve, che salvano facendogli bere il liquore della botticella attaccata al collo. Questa leggenda nacque per colpa del pittore Edwin Landseer che nel 1820 dipinse il quadro Alpine Mastiffs Reanimating a Distressed, incorrendo in una inesattezza che purtroppo perdura ancora oggi. Strano, perché era attentissimo ai temi da raffigurare. Molto probabilmente credette a qualcuno che gli disse che i cani del San Bernardo avessero al collo una botticella di liquore per rianimare i dispersi nella neve. Ovviamente non era vero, anche perché l’alcol provoca la dilatazione dei vasi sanguigni, con conseguente aumento del flusso di sangue e pertanto la rapida dispersione e diminuzione della temperatura del corpo. Alias assideramento e morte. Fatto sta che il quadro divenne famoso e da lì in poi l’errore si divulgò (anche artatamente, fino ai giorni nostri) persino per mezzo del cinema.

Alpine Mastiffs Reanimating a Distressed

Povero Barry, salvò eroicamente tante persone. Anche bambini, come quello ritrovato sfinito e addormentato fra la neve dopo essere stato sepolto da una valanga insieme alla madre, invece morta (forse). Fatto sta che il cane lo trovò, leccò e riscaldò con il suo corpo e poi sarebbe riuscito a farlo salire sulla sua schiena portandolo così fino all’Ospizio e salvandolo. Ma pure questa è una fola, lo salvò sì ma senza portarlo sulla schiena. Perché abbiamo scritto povero Barry? Perché un giorno percepì l’odore di una persona sepolta da ben 48 ore sotto una slavina, scavò e la portò alla luce. Ma la vittima, un soldato svizzero, appena ripresosi lo credette un lupo, si spaventò e lo pugnalò mortalmente con la baionetta. Un’altra fonte invece dice che gli sparò. Fatto sta che Barry morì, ucciso per uno scherzo del destino. Al Cimetière des Chiens di Parigi gli dedicarono un monumento con tanto di targa e la scritta: Barry salvò la vita a quaranta persone, ma morì durante il tentativo di salvare la quarantunesima. Una storia struggente, certo. Ma pure falsa, visto che Barry morì serenamente di vecchiaia, non all’Ospizio ma a Berna.

Cimetière des Chiens di Parigi

Volete vedere com’era veramente Barry? Eccolo in una cartolina conservata al Janus Museum, in Maryland, USA. Fu tassidermizzato (quindi si tenne solo la pelle, mentre il corpo fu sepolto) al Museo di Storia Naturale di Berna, dandogli una postura sottomessa e umile. Nel 1923 però ci si accorse che il tassidermizzato Barry stava letteralmente andando in pezzi, precisamente 20, e che bisognava restaurarlo. Qualcuno però notò che non pareva affatto un San Bernardo, ma un comune bastardone bianco e rosso come se ne vedevano ovunque, in montagna come in pianura. Non solo, era alto 62 cm al garrese e pesava meno di 50 kg, più probabilmente fra i 40 e i 45. In effetti Barry visse prima dei famosi incroci con i Newfoundland, ma sarà bene chiarire che allora anche questi ultimi cani, se da lavoro, non erano giganteschi e pesavano intorno ai 45 kg, massimo 50.

Barry

In effetti già allora gli allevatori e i relativi enti cinofili si erano dati da fare, dando un’immagine ben diversa di entrambe queste razze. Si potevano fare pertanto due cose: dire che il glorioso Barry non era un vero San Bernardo, oppure che il San Bernardo di quei giorni (comunque ben più atletico di moltissimi di oggi) non era il San Bernardo dei tempi passati.

 

Un San Bernardo con la proprietaria, 1923.

Ma con un lampo d’ingegno qualcuno ebbe l’idea. Bastava modificare Barry facendolo diventare, o quasi, come un esemplare di oggi! Detto fatto, l’imbalsamatore Georg Ruprecht si mise al lavoro e aggiunse della pelliccia in sostituzione di quella troppo compromessa (si guardi bene la foto), aggiungendone pure un po’ per arrivare a dimensioni maggiori. C’era anche il fatto che Barry avesse la testa non troppo larga e uno stop poco pronunciato, a differenza del San Bernardo moderno“. Nessun problema, fatto 30 si poteva fare 31, come si suol dire. Pertanto modificarono la testa, larga e con uno stop più marcato. Poi qualcuno si accorse che mancava qualcosa… Certo, la botticella sotto al collo! Ormai tutti pensavano che questi cani l’avessero sempre, forse nascevano addirittura così, e quindi come si poteva scontentare la gente? Ed ecco la botticella classica, anche se appesa troppo bassa, che se fosse stato vero gli avrebbe battuto sempre contro petto e zampe. Ecco il “nuovo” Barry, come ci si aspetterebbe che fosse.

Il “nuovo” Barry

Attenzione, alcuni allevatori a parte, il San Bernardo in certe zone continuava a essere utilizzato per il lavoro dalla gente (incluso il traino dei carretti) e quelli certo non erano esemplari da show. Difatti bisogna dire che anche gli attuali San Bernardo da esposizione sono armoniosamente costruiti, degli atleti pesanti, forti, compatti, dalle potenti ma lunghe zampe. Certo, in massima parte non sono cani da lavoro come un tempo. Troppo grandi e pesanti.

Il San Bernardo, anche ormai come quello attuale – ma non così grande – continuò ad avere utilizzi pratici, escludendo sempre tutto ciò che riguardava l’aggressività verso l’uomo, attentamente e continuamente eliminata durante la selezione. In effetti questa razza (generalmente…) non serve per la guardia attiva e può farla solo a livello intimidatorio. A proposito dell’utilizzo del San Bernardo come cane da traino, dobbiamo dire che era una pratica molto usata nel Centro-Nord d’Europa e molto meno in Paesi come l’Italia. Il San Bernardo, i bovari svizzeri, Rottweiler, Mastino Belga, Bovaro delle Fiandre, Broholmer e altri dovevano comunque rientrare in un determinato range di dimensioni e non superarli, pena l’inadeguatezza. La foto qui pubblicata mostra dei San Bernardo utilizzati per il traino nel periodo della Grande Guerra e si nota immediatamente che le loro dimensioni sono sì grandi ma non eccessive.

I San Bernardo furono usati anche durante la Seconda guerra mondiale – non ovviamente dalla neutrale Svizzera ma dalla Francia – durante gli spostamenti in luoghi montani innevati e quindi pericolosi per il rischio di slavine. La foto qui pubblicata è emblematica in quanto si vede un reparto francese nel febbraio 1940 accompagnato da due cani, un grande San Bernardo e un più leggero e agile Pastore Tedesco oppure Belga. In effetti alla fine questi cani causarono l’abbandono del San Bernardo, troppo pesante e ingombrante, anche per quanto riguarda il trasporto con automezzi e infine elicotteri. L’ultimo caso noto di soccorso alpino risale al 1955.

Soldati francesi, 1940.