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di Vittorino Meneghetti*

Da quando il cane ha incontrato l’uomo e si è auto-addomesticato in epoca neolitica, distinguendosi nettamente dal progenitore lupo, ha sin da subito svolto – oltre al supporto nella caccia – il lavoro di guardiano. I cani da conduzione del bestiame invece cominciarono a essere selezionati circa 5.000 anni dopo. Con l’evolversi della società umana, il cane da guardia che inizialmente sorvegliava gli accampamenti e i villaggi, al fine di tenere lontani i predatori naturali, si è sempre più evoluto nel senso della protezione della proprietà e della persona: ne abbiamo prove certe nei bassorilievi e nelle tavolette di tutti i popoli, a partire dai babilonesi, fenici, persiani, ecc.

Babilonia, VIII-VII secolo a.C. (Metropolitan Museum of Art, New York)

Gli antichi romani (rif. Varrone, Columella), che per primi definirono una classificazione delle razze canine, chiamavano catenarius il cane da guardia delle grandi ville patrizie, in quanto tradizionalmente era tenuto legato alla catena nelle ore diurne, e lasciato libero nelle ore notturne a vigilare il territorio. Columella, in particolare, ben descrive il cane da guardia, suggerendo che esso debba essere grande e grosso, con un abbaio fragoroso, capace di incutere timore ai potenziali intrusi, così da dissuaderli dall’entrare; la sua indole richiede che sia abbastanza duro dal non accettare le carezze del ladro, ma non tanto duro dall’assalire i suoi famigliari.

Indubbiamente, il mio parere di professionista e studioso di cinofilia conferma con quanto ho riscontrato in 50 anni di lavoro la descrizione del celebre autore romano; le doti caratteriali che contraddistinguono il buon cane da protezione (per una trattazione esaustiva delle doti naturali vi consiglio la lettura del mio Manuale della moderna psicologia canina applicata in corso di riedizione da parte di Antonio Crepaldi Editore) sono: la naturale avversione verso l’estraneo dettata dalla limitata socialità; la spiccata vigilanza che gli consente di individuare e discriminare il potenziale pericolo; la tempra sufficientemente dura da non lasciarsi intimidire e la combattività che gli consente di sostenere uno scontro nella malaugurata ipotesi in cui un malintenzionato si introduca davvero a minacciare la persona e/o la proprietà difesa dal cane.

Volpino e Cane Corso rustico, foto di Flavio Bruno, Contado del Molise

Un altro elemento che ritengo particolarmente desiderabile è la capacità di lavorare in coppia, perché è indubitabile che due cani siano comunque più efficaci di uno solo: anche nelle campagne del nostro Meridione, laddove c’era un potente Mastino (o Corso) a guardia della masseria, veniva tradizionalmente affiancato da un Volpino (o Pumetto) che lo supportasse con le sue capacità di vigilanza lunga e con lo stridulo abbaio di allarme.

Se trattare di cani da guardia e da difesa in termini teorici oggi risulta piuttosto agevole, passando ai termini pratici il discorso diviene sempre più complesso, principalmente a causa dei limiti imposti dalle normative, che non consentono l’addestramento teso a stimolare l’aggressività del cane e che per certi versi penalizzano non soltanto in termini di responsabilità civile, ma anche penale, il padrone del cane che si dovesse trovare a mordere per difesa. D’altro canto, viviamo in tempi molto difficili e la sicurezza dei cittadini è messa seriamente a repentaglio quotidianamente, nelle grandi città come nelle località isolate delle campagne; le rapine avvengono molto spesso con violenze particolarmente efferate (anche per opera di bande organizzate come veri e propri commando paramilitari), che suggeriscono a molti cittadini di armarsi e/o di dotarsi di uno o più “angeli custodi a quattro zampe” (oltre che auspicabilmente di un buon impianto di allarme!)

Una ricerca del sociologo Marzio Barbagli, pubblicata un anno fa, ha evidenziato come nel trentennio 1984-2014 siano più che raddoppiati il numero dei furti nelle abitazioni. Ebbene, visto che la ricerca prende a riferimento di partenza le statistiche del 1984, facciamo un piccolo flash-back per riportare alla memoria la realtà degli anni ’70 e ’80, quelli che già avevano fatto segnare un’escalation di violenza, che era seguita al boom economico del Dopoguerra.

Cominciai ad addestrare professionalmente i cani nel 1968 a Milano, essendo stato uno dei primi figuranti ufficiali per le prove di lavoro di Utilità e Difesa, ed ebbi il privilegio di essere scelto dal conte Gatto come responsabile dell’addestramento del suo allevamento di Pastori Tedeschi; ciò mi diede delle opportunità che probabilmente altri colleghi non potevano avere, in quanto l’allevamento di Casa Gatto poteva annoverare tra i suoi clienti l’alta borghesia non soltanto lombarda, ma addirittura internazionale (lo Scià di Persia tra questi). Era la “Milano da bere” delle copertine patinate, ma anche la Milano dei Vallanzasca e Turatello, efferati criminali non tanto diversi dai gangster di fantasia che animavano i film poliziotteschi dell’epoca (es. Milano Calibro 9, Banditi a Milano, Milano rovente, ecc.).

A quei tempi le prove di lavoro Schutz-Hund avevano realmente un obiettivo zootecnico, quindi l’addestramento che si faceva con i cani per prepararli ai brevetti era comunque molto concreto; fatta questa debita premessa, il primo cane che preparai specificamente in funzione anti-rapina risale al 1974, quando un gioielliere del Giambellino (allora zona malfamata alla periferia di Milano), dopo aver subito sette rapine in un anno, mi chiese di addestrare un cane per lui.

Prima di tutto feci un sopralluogo nell’oreficeria per valutare le condizioni ambientali in cui il cane avrebbe dovuto operare, dopodiché proposi delle modifiche nell’allestimento dei locali e dell’arredamento, in particolare facendo alzare il bancone di 50 cm per evitare che un potenziale rapinatore potesse scavalcarlo facilmente; dall’altra parte del bancone avrebbe operato il cane anti-rapina.

Mi misi quindi alla ricerca di un soggetto adatto allo scopo (premettendo che a quei tempi ci si fidava quasi esclusivamente dei Pastori Tedeschi) e ne trovai uno di circa due anni, che aveva fallito la fase di attacco lanciato nella prova di brevetto, mentre nella fase di attacco improvviso aveva evidenziato grande determinazione e combattività, con un morso potente e sicuro. Considerando che il cane avrebbe dovuto lavorare in uno spazio ristretto e non in campo aperto, dopo aver testato approfonditamente il suo carattere, decisi di acquistarlo, lavorarlo e proporlo al cliente.

Per questo tipo di lavoro ovviamente non era possibile utilizzare le tradizionali maniche da addestramento: in primis perché i rapinatori non vanno in giro con la manica da figurante e secondariamente perché la vista della manica condiziona il comportamento del cane. Essendo ancora un periodo pioneristico, mi dovetti organizzare per realizzare un’attrezzatura che potesse proteggermi dal morso del cane ma nello stesso tempo non dare al cane alcun segnale premonitore; inventai quindi un’attrezzatura che chiamammo “manichino”, che era in pratica una piccola manica di protezione in cuoio molto spesso, da posizionare sull’avambraccio, infilata sotto una vecchia giacca o vecchio cappotto che precedentemente era stata rinforzata all’interno con un’imbottitura di juta per consentire una salda presa, cosicché agli occhi del cane il finto aggressore (figurante) apparisse in condizioni normali, senza alcun rigonfiamento o appendice visibili.

L’unico problema – non da poco – per insegnare al cane ad attaccare il braccio armato, era di lasciare la mano priva di protezione per poter impugnare la pistola a salve; questo ovviamente comportava qualche rischio poiché il cane era velocissimo ad avventarsi contro il figurante e bisognava altrettanto velocemente mandarlo in presa sull’avambraccio la cui mano impugnava l’arma (mi perdoneranno gli amici lettori se non svelerò in questo articolo tutti i segreti del mestiere e le tecniche adottate per questo addestramento, vi invito però a venire a trovarmi per parlarne insieme).

Un’altra strategia che misi in atto per l’addestramento specializzato del cane antirapina fu quella di insegnare al cane ad attaccare il presunto rapinatore senza essere innescato da un comando verbale del conduttore; il comando era in realtà sostituito dal gesto del proprietario che alzava le mani all’intimidazione del rapinatore. A quel segnale il cane saltava letteralmente sul bancone e attaccava violentemente il braccio armato dell’aggressore, operazione non sempre facile per la velocità e la determinazione del cane che nel momento del morso si trovava sulla traiettoria della faccia del figurante/aggressore. Ovviamente questo addestramento si faceva direttamente presso il negozio, il figurante indossava un passamontagna ed estraeva una pistola: questa simulazione più volte è stata scambiata per una rapina vera, per cui ci siamo ritrovati di fronte alla gazzella dei carabinieri con un mitra spianato davanti alla faccia.

La voce si sparse in fretta e assunsi una certa notorietà, tanto che il settimanale Epoca (edito da Arnoldo Mondadori) mi dedicò un’intervista nello stesso anno nell’ambito di un articolo a cura di Ariberto Segala nel quale menzionava molti nomi noti che si erano dotati di cani antirapina, quasi tutti miei clienti, tra i quali gli Alemagna, Bisleri, Isolabella, Locatelli, Innocenti, De Angeli, Donà delle Rose, Della Beffa e i Rizzoli, oltre al presidente e diversi calciatori del Milan (di cui ero anche tifoso). Proprio in quegli anni si registrò un notevole incremento delle razze di cani da difesa, in particolare il Dobermann e il Pastore Belga oltre al già citato Pastore Tedesco, in controtendenza rispetto alle iscrizioni complessive nel libro genealogico che anzi stavano facendo segnare una contrazione a causa delle successive crisi economiche (rammentiamo che negli anni ’70 più volte gli italiani sono rimasti a piedi senza benzina, ad esempio). Teniamo presente che stiamo parlando di 40 anni fa, con un potere di acquisto completamente diverso da oggi, eppure per un cucciolo ben selezionato si potevano spendere anche più di 200.000 delle vecchie lire e per un adulto già perfettamente addestrato la cifra poteva diventare 10 volte superiore. In pratica, il prezzo odierno di soggetti di buona genealogia, solo che a quei tempi ci si comprava un’automobile!

Negli anni ’80 purtroppo buona parte della malavita si convertì dalle rapine ai rapimenti: ricordo bene il sequestro di un bimbo di soli 8 anni, figlio di un famosissimo imprenditore dolciario, che fortunatamente fu rilasciato dopo una sola settimana grazie al pagamento del riscatto.

Poiché ero già ben introdotto nel circuito della Milano bene, mi specializzai nell’addestramento dei cani antisequestro, che in realtà era sviluppato a partire dalla tecnica antirapina, sempre con l’uso del famoso manichino. Ma in questo caso il cane avrebbe dovuto affrontare due figuranti/malfattori per volta. Ho fornito personalmente ottimi cani a diversi industriali milanesi.

Arrivano poi gli anni ’90 e per fortuna l’Italia riuscì a debellare il problema dei rapimenti; rimaneva comunque sempre alto il rischio per la pubblica sicurezza e mi fu richiesto dal distaccamento di Polizia Cinofila dell’Aeroporto Milano-Linate di supportarli come consulente e supervisore nell’addestramento dei cani antiterrorismo. Un’esperienza bellissima, attraverso la quale ho arricchito anche il mio bagaglio di competenze nella preparazione dei cani da difesa e utilità, ma di questo magari vi racconterò in un altro articolo.

Tornando quindi ai giorni d’oggi, riscontro che le esigenze sarebbero le stesse di allora, solo che per soddisfarle dobbiamo tenere ben presenti i perimetri normativi nei quali ci è consentito di muoverci. Innanzitutto vorrei rispondere pubblicamente a tutti gli allievi e amici che quasi quotidianamente mi chiedono quali siano i migliori cani per la protezione della casa e della famiglia. La mia risposta è che non esiste una razza universalmente migliore e principalmente per due ordini di motivi: il primo riguarda il cane e sappiamo bene che non nascono con lo stampino, ma sono la combinazione delle singole doti naturali che determinano il carattere dei migliori o dei peggiori soggetti; il secondo motivo riguarda l’uomo e le condizioni in cui vive, quindi il suo grado di preparazione ed esperienza, il contesto famigliare e abitativo, ecc.

Le razze tradizionali da difesa, come ad esempio i già citati Pastori Tedeschi, Belga, Dobermann (riuscendo a trovare valide selezioni da lavoro, che oggigiorno non è semplice), rappresentano ancora un’ottima soluzione, in quanto beneficiano di programmi di selezione per l’utilità e la difesa (IPO, Ring, ecc.) che sebbene oggigiorno rappresentino più un agone sportivo tra gli addestratori, pur tuttavia consentono a un selezionatore esperto di scegliere tra i soggetti più dotati quelli da avviare a un addestramento mirato, basato sulle stesse tecniche che in modo diverso vengono adottate per preparare i cani alle gare. Sono inoltre mediamente razze più docili e quindi apprendono molto bene tutto ciò che viene impartito dall’addestratore; è chiaro che il rovescio della medaglia è costituito da una tempra tendenzialmente meno dura e sovente da una maggiore socialità, che consente a questi “bodyguard” di poter essere tenuti a più stretto contatto anche in contesti sociali.

All’estremo opposto troviamo le razze tradizionali da guardia, selezionate in ambiente pastorale per proteggere il bestiame da predatori naturali come i lupi e gli orsi, ma anche da predatori a due zampe come i ladri di bestiame! Troviamo ampia scelta, fra razze internazionali come i Pastori del Caucaso o dell’Asia Centrale, oppure di razze autoctone italiane di primissimo livello come ad esempio il Pastore Maremmano-Abruzzese o il Fonnese. Queste razze sono state forgiate da millenni di selezione naturale in ambiente di lavoro; gli esemplari che conservano intatta la memoria di razza sono in grado di assolvere brillantemente anche il ruolo di difensore della casa e della famiglia, ma tipicamente non sono cani socievoli, anzi tendenzialmente intolleranti verso gli estranei e quindi meno adatti a vivere in un contesto cittadino. Rispetto ai cani da difesa lavorano con maggiore autonomia, hanno un carattere più indipendente, una tempra mediamente più dura e una docilità inferiore, tutte cose che li rendono più difficili da addestrare e persino da gestire da parte di persone poco esperte. Anche in questo caso è quindi raccomandabile farsi assistere da un addestratore professionista, che abbia esperienza diretta di cani da guardia più che titoli sportivi nel palmares. In questa categoria fino a qualche decennio fa potevamo annoverare i colossali mastini, come l’Inglese e il nostro Napoletano, ma purtroppo al giorno d’oggi soggetti funzionali (se ve ne sono ancora) costituiscono mosche bianche.

Una via di mezzo tra queste due categorie può essere rappresentata da razze di cani che potremmo definire in origine bovari, ovvero molossoidi di taglia medio/grande come il Rottweiler e il nostro Cane Corso, che sono molto ben addestrabili sebbene non possano raggiungere la precisione nell’eseguire i comandi che osserviamo in un Pastore Tedesco o Belga. Se ben selezionati sono cani dal forte temperamento e dai nervi solidi, capaci di discriminare le situazioni di reale pericolo e di intervenire con decisione, sebbene lasciando un certo margine di controllo da parte del padrone/conduttore. Come già scriveva 2000 anni fa il saggio Columella, però, dobbiamo sempre avere ben presente che il buon guardiano è il cane che scoraggia il malintenzionato dall’avvicinarsi ed evita in questo modo di arrivare a qualsiasi scontro; similmente a come i cani da pastore custodi del bestiame (LGD) devono evitare di giungere alla lotta con il lupo o l’orso, perché nel migliore dei casi rimarrebbero gravemente feriti e nel peggiore dei casi soccomberebbero e il bestiame sarebbe predato.

Se da un lato la saggezza antica ci insegna che “il più brutto processo è meglio del più bel funerale”, non dobbiamo comunque sottovalutare il rischio di passare qualche guaio con la legge, se il nostro cane nello sventare una rapina dovesse arrecare lesioni o addirittura uccidere il malintenzionato. Ho consultato amici giuristi esperti in materia, ricevendo indicazioni contrastanti poiché in punta di diritto si potrebbero fare deduzioni che all’atto pratico non trovano invece puntuale applicazione giurisprudenziale. Sotto il profilo civilistico ci possiamo facilmente tutelare stipulando una polizza assicurativa, sempre che l’assicuratore non accampi poi diritti di rivalsa nell’ipotesi in cui fosse provato che il cane è stato sottoposto ad addestramento vietato dalla normativa in quanto orientato a esaltare l’aggressività del cane.

Sotto il profilo penale la questione diviene più complessa, per via della dubbia interpretazione dell’articolo 52 del Codice Penale in materia di legittima difesa, la quale deve essere proporzionata all’offesa, sebbene la Legge n°59 del 2006 apparentemente avrebbe dovuto ridefinire il senso di tale proporzione in senso molto più ampio, giustificando entro le mura domestiche (o la propria attività imprenditoriale) anche l’uso di armi legittimamente detenute. Occorre, in conclusione, adottare tutte le cautele possibili, anche perché immagino che nessuno di noi abbia piacere di verificare come si vive in carcere, neppure per una notte! La raccomandazione quindi è di segnalare adeguatamente la presenza di cani da guardia addestrati, attraverso cartelli che esplicitino non soltanto con parole ma anche con immagini il pericolo in cui incorrerebbe chi si volesse introdurre all’interno della proprietà privata. Tali cartelli devono essere quanto più numerosi possibile anche lungo le recinzioni (sufficientemente alte perché il cane non le possa scavalcare) poiché non è detto che il malintenzionato voglia entrare dal cancello.

Parimenti è importante che il cane sia addestrato non soltanto a intervenire ma anche a fermare il proprio attacco e a lasciare la presa al comando del conduttore (anche se è indubbio che insegnare il “lascia” penalizzi notevolmente l’efficacia della preparazione del cane), al fine di limitare per quanto possibile i danni inflitti e supportare al meglio anche le eventuali perizie di parte che dovessero rendersi necessarie per dimostrare l’inevitabilità del danno arrecato dal cane al malintenzionato.

Stante le limitazioni imposte dalla normativa in materia di tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione di cani, l’unica soluzione compatibile è adottare un piano di addestramento mutuato da quello per le prove di lavoro di Utilità e Difesa (IPO o Ring), ovviamente evitando tutti gli stratagemmi che si possano immaginare per incrementare un punteggio sportivo e privilegiando invece gli esercizi idonei a valorizzare le doti naturali del cane da lavoro, esattamente come facevamo 40 anni fa.



 
*Vittorino Meneghetti addestra cani da utilità e difesa dal 1968. Già figurante ufficiale e responsabile dell’addestramento di diverse sezioni SAS e BCI, ha formato unità cinofile della Polizia di Frontiera, di Vigilanza privata, di Protezione Civile. Studioso di etologia e psicologia canina, ideatore di test attitudinali precoci per cani da lavoro, è docente ai corsi ENCI per l’iscrizione all’Albo degli addestratori e autore di numerose pubblicazioni in materia. Addestratore ENCI e tecnico addestratore federale CONI, dirige lo storico centro cinofilo a San Donato Milanese (MI) e ha fondato l’ACAMP, associazione di ricerca dedicata ai cani da lavoro sul bestiame con sede operativa a Bagn
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