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Un tempo i cani venivano utilizzati per moltissimi lavori, in quella che era una vita ben dura in cui tutti – uomini, donne, bambini e animali domestici cani inclusi – dovevano rendersi utili per “guadagnarsi la pagnotta”. Attività che oggi verrebbero giustamente penalmente perseguite, almeno nel mondo occidentale, fino a un secolo fa erano normali e legittime. I cani per esempio erano anche utilizzati per il traino, con una storia millenaria e mondiale. L’America fu colonizzata, a partire da circa 40.000 anni fa, dalle popolazioni asiatiche che attraversarono la Beringia, una striscia di terra – striscia per modo di dire, la larghezza massima era di 1600 km – che collegava i due continenti e che oggi è sommersa dal mare. Con questi asiatici arrivarono anche i cani, di dimensioni medio-piccole, poche pretese per quanto riguardava il cibo, utili un po’ per tutto e, nel caso, buoni da mangiare. In America settentrionale, fino all’arrivo nel XV secolo degli spagnoli, la ruota era sconosciuta e pertanto ai cani venivano legate due lunghe aste di legno munite fra loro da una pelle o intelaiatura sulla quale si poneva il carico. Una delle estremità strisciava sul terreno e il cane tirava il tutto. I francesi chiamarono questo sistema “travois”.

Cane con travois, 1900-1930 circa

Per capire quanto possa tirare una muta di cani (e in Siberia lo facevano molto prima che in America) ecco un esempio: nel 1975, Tatigat, un cacciatore, tornò a Igluliq (territorio di Nunavut, Canada) con la sua famiglia dopo un mese di caccia. Sulla slitta, di 6,5 metri di lunghezza per 1,2, c’erano la moglie, un neonato e due bambini sotto i dieci anni di età, quattordici carcasse di caribù ossia la renna selvatica, trenta pelli di foca, diversi teloni imbottiti, due scatole di legno con strumenti e utensili da cucina, due bauli, un grande mastello e per finire cinque cuccioli di cane di un mese d’età. I quattordici cani avevano tirato questa slitta, con una temperatura di -30°, per 130 km in sole 17 ore (incluso il tempo di fare allattare i cuccioli). Insomma, ogni cane tirò almeno un quintale, ossia 3-4 volte il suo peso, con un consumo giornaliero a cane di un chilogrammo di pesce, carne, grasso e pelle di foca, pari a 3000-6000 calorie.

Durante il periodo della Corsa all’Oro divenne evidente che servivano più cani per trainare le slitte con materiali e rifornimenti e pertanto la richiesta di questi animali divenne altissima, con gli Huskies, Malamute e altri tipi similari divenuti parecchio costosi. Fu così che in Alaska e Canada furono inviati migliaia di grossi cani quali San Bernardo, Mastiff e di altre razze similari che però non avevano le qualità fisiche ottimali per questo uso e in quelle condizioni climatiche, con temperature persino di -70°C. Fra l’altro per quelle situazioni e utilizzi la grandezza non è vantaggiosa quanto si crede in quanto un cane grande ha solo il 30% in più di capacità polmonare rispetto a uno medio. Insomma, forza e resistenza sono due cose diverse. Tuttavia furono senza dubbio utili, dando anche vita a una razza di origine in parte molossoide molto valida come il Chinook, tuttora allevato e usato come cane da slitta ma praticamente sconosciuto in Europa.

Muta di Chinook, 1920

In effetti in Europa i cani da traino hanno una lunga storia, persino millenaria, anche se più limitatamente per quanto riguarda la neve e le slitte. Anzi, erano più in auge in aree di pianura, anche se utilizzati pure in aree collinari o montagnose.

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Raffigurazione di un carretto trainato da cani, vaso greco del V secolo a.C

In base al già descritto uso promiscuo di un tempo, il cane da lavoro faceva o poteva fare di tutto, come la guardia, condurre e proteggere greggi e mandrie, fungere da “motore” per macchinari vari come i piccoli mulini o le segherie (camminando dentro grandi ruote collegate ai vari meccanismi) e appunto tirare carri e carrette. Per esempio, il Bovaro del Bernese e il Rottweiler lo facevano comunemente. Sarà però il caso di ribadire che i tipi di cani usati sul campo, da lavoro, erano spesso parecchio diversi dagli esemplari di oggi di quella determinata razza, selezionati dagli allevatori per la bellezza o solo per un determinato uso e pertanto non sottoposti a quelle prove giornaliere e a quella selezione che privilegiavano solo gli esemplari fisicamente e caratterialmente ottimali. In pratica, molte razze canine di oggi sono quasi “uno scherzo” rispetto al passato, perché nulla come il continuo e concreto utilizzo operativo forgia il cane, e non solo il cane. Per esempio il Mastino Belga, specializzato nel traino e oggi estinto, è al centro da anni di un tentativo di riselezione ma nonostante l’impegno i risultati non sono quelli sperati. Non esiste più quella necessità, realtà sociale e diffusione che, attraverso il duro utilizzo, l’aveva creato.

Prima metà del XX secolo, Rottweiler al traino di un carretto di birra.

Tale mezzo di trasporto, in Belgio, era particolarmente in uso da parte dei lattai e dei fruttivendoli, tuttavia lo si utilizzava per tutto. Persino per il trasporto di sabbia, e in tal caso al carretto, trainato da due grossi e potenti cani legati alle due stanghe centrali, se ne aggiungevano altri legati al carretto lateralmente con funi. Su strade piane e lisce un buon cane da tiro poteva trainare carichi di 250-450 kg e in coppia – si dice – persino una tonnellata, sempre però con la presenza di una persona che potesse azionare il freno del carretto in caso di pericolo. In effetti, in Belgio i cani da tiro venivano trattati bene (del resto conveniva farlo, erano necessari) e la legge li tutelava. I carretti, di norma a due ruote, dovevano essere costruiti ad arte e ben bilanciati sul loro asse affinché il peso del carico gravasse sulle ruote, e non sulle spalle del cane. Le corregge collegate alle stanghe dovevano essere assicurate solo al petto del cane. Questa è un’antica pratica, risalente al medioevo.

Belgio,1907

Prima infatti i cavalli da tiro esercitavano la loro forza per mezzo di corregge e finimenti legati al collo e questo naturalmente faceva sì che il cavallo, tirando pesi notevoli, si soffocasse. Quando si pensò di modificare il sistema, legando il cavallo al petto invece che al collo, fu possibile trasportare pesi maggiori e a distanze superiori. Lo stesso avvenne per tutti gli animali da traino, cani inclusi. Questi regolamenti sull’utilizzo dei cani da tiro in Belgio non erano dettati solo dal buon senso ma soggetti a severi controlli da parte della polizia. In Gran Bretagna invece l’uso di cani da traino fu vietato nel 1841, seguendo una legge del 1822 contro il trattamento crudele di cavalli e bovini e un’altra del 1835 che vietava i combattimenti fra cani e tori e quelli fra galli.

Anversa, 1902. Un carico veramente eccessivo

Per il Mastino Belga – ma ancor più per gli uomini di tutte le nazionalità mandati al fronte, sia chiaro – il tracollo arrivò con lo scoppio della Prima guerra mondiale, quando l’esercito dopo avere fatto delle esercitazioni scoprì che un cane di 50 kg di tal tipo in pianura era in grado di trainare su strada e per distanze relativamente lunghe un carretto pesante 450 kg, ossia quasi dieci volte il suo peso. Un cavallo invece, su distanze fra l’altro minori e sempre su strada, riesce a trainare solo un carico pesante quanto lui, o al massimo pesante una volta e mezzo. Con un carico minore, di circa 300 kg, un cane può procedere alla velocità di 5-6 km/h, e anche più per alcune centinaia di metri, se necessario (ma la prestazione aumentava, in quanto anche per questo peso si usavano due cani, e non uno). Inoltre, il cane si stancava molto meno e quindi non lo si doveva sostituire spesso, costava un decimo di un cavallo, mangiava molto meno, non aveva praticamente paura di nulla e infine in battaglia era un bersaglio molto più piccolo di un cavallo.

Fu così che il governo belga fece requisire circa 50.000 di questi mastini. I padroni quasi sempre, ai soldati che prendevano in consegna i cani, dicevano come si chiamavano, quello che gli piaceva di più da mangiare e persino i loro vizi. Tutti si raccomandavano di trattarli bene e con gentilezza, e di riconsegnarglieli senza indugio – se fossero sopravvissuti – alla fine della guerra. Non andò così e il Mastino Belga, falcidiato, si estinse dopo poco.

Militari belgi nel 1919, con una coppia di Mastini Belgi sopravvissuti

Tutti gli eserciti, e soprattutto quello tedesco, usarono durante la Grande Guerra i cani, non solo per il traino ma anche come portaordini, da guardia, anti-ratti nelle trincee e pure da ricerca e soccorso come quelli della Croce Rossa. Si calcola, per difetto, che in quella guerra e sui campi di battaglia ne siano morti circa un milione. Il massacro fu tale che nel 1917-18 i cani cominciarono a scarseggiare, e quelli ancora disponibili erano molto meno forti e adatti dei precedenti. Del resto, la guerra aveva prodotto gravissimi problemi, inclusi quelli alimentari, e conseguentemente la popolazione non allevò quasi più i cani. Per le necessità belliche, si doveva quindi raschiare – come si suol dire – il fondo del barile. Ma certo le vittime umane furono enormemente di più, ben 10 milioni di soldati morti, più 6 milioni di civili deceduti anche per fame e malattie. Senza contare gli invalidi, visto che nessuno ne conosce esattamente il numero. Milioni, o decine di milioni.

L’orrenda Grande Guerra si alimentò della vita di milioni di giovani, fra difficoltà inenarrabili

Una curiosità: i cani da traino, inclusi i tanti che tiravano leggere portantine munite di ruote su cui portare via i feriti, non salvarono solo tantissimi soldati di trincea ma anche fior di imboscati raccomandati, i quali con la scusa delle unità cinofile fecero la bella vita. E attenzione, non erano italiani ma francesi, visto che tutto il mondo è paese. Raccontandola per sommi capi, ecco: l’esercito francese inizialmente non era affatto convinto sull’utilizzo dei cani, però poi in gran segreto si decise di dotarsene. Usando quelli francesi, che già c’erano ed erano validi? No. Il ministro Millerand decise di procurarsene 400 con 40 slitte… in Alaska, inviando là il capitano Moufflet e il sottotenente Haas. Passarono i mesi ma alla fine a Vancouver ne arrivarono solo 106. Non bastavano e se ne cercarono altri. Il tempo passava. Furono infine caricati su un treno speciale (3000 km di percorso!) e poi su un mercantile che, scortato da due cacciatorpediniere, arrivò in Francia. Furono presi in carico da 50 alpini che avrebbero dovuto addestrarsi con loro e che non furono nient’affatto inpressionati dalle loro presunte potenzialità.

Passarono altri mesi. Messi in campo finalmente nei Vosgi, apparentemente trasportarono molti rifornimenti, come nel caso della muta di nove cani che durante l’inverno 1916-17, da novembre a maggio, trasportò complessivamente 22.530 chili di materiali percorrendo sempre complessivamente 1350 chilometri. Certo, con un più attento computo se ne deduce che ogni cane trainò circa 2500 chilogrammi in ben sette mesi, e che in totale percorse 150 chilometri, fra andata e ritorno, sempre in sette mesi. Sarà bene tuttavia ricordare che solo un paio di cani da tiro belgi o francesi erano in grado di trainare carretti del peso di oltre mezza tonnellata.

Comunque sia, il 2 settembre 1917 il Comando chiese di sperimentare il trasporto individuale da parte di questi cani – come già facevano da tempo gli altri eserciti – ma la risposta del tenente Haas (nel frattempo promosso) fu che occorreva più tempo per il relativo addestramento. Anzi, fu presentato un progetto di reperimento di un nuovo stock di cani eschimesi dall’Alaska, visto che degli originari 436 ne erano rimasti solo 247, sostituiti alla bisogna da cani francesi con risultati almeno dignitosi. Ma, fortunatamente, la guerra finì e i due ufficiali salvarono la ghirba. Tutto questo mentre in quel mattatoio che fu la guerra mancava persino il cibo e capitava che i soldati nemici si aiutassero. Per esempio capitò più volte che i fanti austriaci, ancora più affamati di quelli italiani, chiedessero pagnotte ai nostri soldati. E quelli, dalle trincee distanti poche decine di metri, impietositi gliele lanciavano.

Grande guerra, cani da tiro francesi

Altra curiosità: alcuni cani potevano non solo trainare carretti ma trascinare i feriti, a peso morto, passando fra i reticolati, avanzando fra il fango e salendo e scendendo fra i crateri delle bombe che costellavano i campi di battaglia, sotto i bombardamenti e le raffiche di mitragliatrice. Prusco, un cane della Croce Rossa francese, un giorno salvò oltre 100 soldati feriti, alcuni dei quali appunto trascinandoli fino alle proprie linee. In alcuni casi difatti i cani erano muniti di un corto e robusto guinzaglio collegato all’imbragatura, e afferrandolo il ferito poteva farsi trascinare. Che determinazione e che forza dovesse avere Prusco è facile intuirlo. L’Italia ebbe un’organizzazione militare cinofila simile a quella francese, ma in totale furono utilizzati solo 3500 cani circa, a fronte dei 15.000 dei francesi e delle decine di migliaia tedeschi, per di più perfettamente addestrati e organizzati. Basti pensare che allo scoppio della guerra la Francia aveva solo 26 cani e i tedeschi 6000.

Soldati italiani con cani da tiro, Prima guerra mondiale

A livello cinofilo l’esercito italiano allo scoppio della Grande Guerra si avvaleva del Canile Presidiario di Bologna (poi ribattezzato Gruppo di Rifornimento), ma praticamente solo relativo ai cani da tiro, che forniva gruppi di 30 cani e 15 carrette (a due o quattro ruote) o slitte, con relative bardature. I cani, utilizzati quasi tutti in montagne innevate, erano grandi e forti, rustici e resistenti, spesso di colore bianco o bianchi e neri. In pratica, spesso erano del tipo maremmano-abruzzese, il cui manto è quasi sempre bianco ma può essere anche con grandi chiazze nere (difatti venivano chiamati domenicani, come i frati). Venivano usati i cani anche come cerca-feriti e come portatori, ossia con apposite borse, in grado di portare ognuno fino a sette chilogrammi di munizioni, viveri o altro. Era molto importante, con qualunque mezzo, portare i rifornimenti nelle postazioni in alta montagna, con imprese e sforzi titanici.

Nel novembre 1918 i “cani dell’Adamello”, quelli che si vedono in alcune foto accomunati nella guerra e nelle sofferenze con i soldati, furono semplicemente abbandonati il giorno dello spostamento delle truppe verso Trento. Non solo abbandonati, ma lasciati alla catena. Quando, dopo giorni, le povere bestie si resero conto che i loro commilitoni umani li avevano traditi, molti si lasciarono morire. Alcuni, i più forti e vitali, riuscirono a spezzare le catene e presero a vagare in cerca di cibo e conforto. Non ne trovarono, e furono costretti a riunirsi in branchi in cerca di cibo, anche avvicinandosi alle case e agli armenti. Del resto, cos’altro potevano fare? Furono tutti uccisi a fucilate dagli abitanti di Temù e dei paesi del circondario. Una bruttura che non depone certo a favore del nostro popolo.

Grande Guerra, soldati e cani all’Adamello

Come si sa, molto di ciò che oggi usiamo comunemente è di provenienza militare. Per esempio Internet. Ciò vale anche nella cinofilia. L’agility dog tanto in voga prende spunto dalle manifestazioni ippiche ma è pure la variante ludica di quel che i cani dovevano fare in guerra e soprattutto nel periodo 1915-18, saltando i reticolati o passando sotto al filo spinato, intrufolandosi fra le macerie per spuntare fuori dall’altra parte, evitando di corsa gli ostacoli, saltando i crateri di bombe e mine. Come oggi, solo che allora i poveri cani dovevano farlo in una terribile cacofonia di esplosioni e di raffiche di mitragliatrici, e si moriva. E molti di quei cani, come i soldati umani (i cani militari erano di fatto registrati come soldati), sotto lo stress perdevano la ragione. Il detto “scemo di guerra” deriva dai soldati impazziti sotto i bombardamenti. Ebbene, anche i cani diventavano “scemi di guerra”. Anche i cani da tiro, come abbiamo visto, avevano un uso militare, oltre che civile.

Oggi, in tempi fortunatamente di pace (almeno a livello globale), anche il tiro è diventato un’attività ludica, come si verifica con il Weight Pulling in cui i cani devono tirare su strada o rotaie i carrelli, spesso peso, pesanti tonnellate. In questo emergono gli americani, al solito attratti da tutto ciò che è grande ed estremo. Tutti i cani possono tirare in modo incredibile, come sa ogni proprietario di cani non addestrati a non tirare al guinzaglio, e di fatto persino cagnetti di pochi chilogrammi praticano il Weight Pulling, ovviamente con pesi molto ridotti.

Barboncino da tiro

Quest’attività è ben vista dagli appassionati e avversata da molti altri, comunque sia è chiaro che un conto è tirare un peso, anche se enorme, su una strada o su rotaie perfettamente in piano e per pochi metri, un altro è tirare un carrello sull’erba o nel fango, con continue deviazioni, per chilometri e in battaglia. Naturalmente si possono utilizzare i cani da tiro anche per passatempi meno impegnativi, come fanno diverse associazioni con i Bovari del Bernese che, come le altre tre razze svizzere, hanno una lunghissima storia di trasporto di mercanzie varie. Queste associazioni si limitano a organizzare belle manifestazioni e passeggiate sovente in natura, con le persone in costume locale e i cani felici, con carretto ma pesi esigui.

Meno di un secolo fa la vita, per gli esseri umani non abbienti e i loro cani, era tutt’altra cosa e ci si arrangiava quotidianamente come si poteva. E il cane poteva diventare un comune mezzo di trasporto come le autovetture e i camion di oggi. Tempi duri, e realtà per molti giovani di oggi neppure immaginate.

1914, da Aalst a Gent, Belgio.